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Full text of "Saggio di un glossario modenese, ossia"

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SAGGIO 



DI Utf 




OSSIA 

STUDII 

DEL CONTE GIOVANNI GALVANI 

INTORNO LE PROBABILI ORIGINI 

DI ALQUANTI IDIOTISMI DELLA CITTÀ DI MODENA 

B DEL SUO CONTADO 



MODENA 

TIP. DELL' IMM. CONCEZIONE 

EDITRICE 



Digitized by VjOOQlC 



Proprietà letteraria della Tip. editrice. 



Digitized by VjOOQlC 



A 7 ?¥& 



Fronte, exile negotium, 
Et dignum pueris putes: 
Agressis, Iabor arduus. 

Terentian. Naur. 






*} 
fe 



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Proprietà letteraria 
della Tipografia Editrice. 



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PREFAZIONE 



KJuando ebbi V onore di venire ammesso 
a far parte della Deputazione di Storia Patria 
delle Province Modenesi, vidi che V Articolo 2 
del suo Statuto imponeva ai Membri della me- 
desima l'occuparsi eziandio dei vernacoli in quan- 
to concorrono a dar lume alla storia, air etnica 
e alla filologia. 

Conoscendo quanta dannosa impressione a- 
vevano lasciato ne' miei studj le vicende e i 
negozj, e perciò il poco eh' io poteva contri- 
buire in vantaggio della lodevole istituzione, 
restrinsi alle parole surriferite la mia atten- 
zione, e mi proposi di tentare la compilazione 
di un Glossario del Dialetto patrio, il che è 
quanto dire la Raccolta etimologica per ordi- 
ne alfabetico di quei soli suoi idiotismi che, 
di/formandosi troppo dalla lingua comune, non 
presentano un facile indizio della propria ori- 



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— 6 — 
gine, od un fondato criterio sul valor loro. 
Ma a scoraggiarmi dall' impresa mi si affac- 
ciava da un lato il difetto di un Dizionario 
del nostro dialetto, dal quale avessi potuto 
estrarre tutte le glosse, ossiano le parole bi- 
sognevoli di spiegazione ; e dalV altro il lavoro, 
tenue in apparenza, mi pareva superiore alle 
mie forze, ove lo avessi voluto condurre per 
quelle vie che la più moderna linguistica pre- 
scrive ai cultori suoi. 

Nullameno volendo pure adoprarmi in que- 
ste materie, credei in primo luogo di evitare 
la taccia di prosunzione coli' intitolare il lavo- 
ro Saggio di Glossario, e non Glossario, mo- 
strando così di riconoscere la impossibilità di 
raccogliere, da me solo e senz' altro ajuto, 
ogni patrio idiotismo ; ed in secondo luogo sti- 
mai che a me, appartenente per età ad una 
Scuola grammaticale ornai vecchia, si sareb- 
bero chiesti solo vecchi accorgimenti, e mi 
verrebbe quindi permesso di limitare V estesa 
ricerca détte origini a quelle genti che la Sto- 
ria e 9 insegna aver qui preso stanza o man- 
tenuto commerci, senza spinger più oltre le 
indagini ed allargarmi in sapienti compara- 
zioni. 

La via nella quale m' inoltro è da pochi 
tentata, da pochissimi corsa, sicché spero otte* 
nere il compenso che suole accordarsi ai pro- 
motori di cose men divolgate, il compatimento 
cioè sugli errori in che cadono e sulle alluci- 



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— 7 — 
nazioni che li traviano. E questo compatimento 
io lo invoco tanto più instantemente quanto 
meno è certa la dottrina delle etimologie, avute 
da taluni per un erudito farnetico, e da taluni 
altri per una scoscesa pendice fitta solo di 
sdruccioli e di trabocchi, se il lettore s' appa- 
gherà di qualcuna tra le mie spiegazioni, ne 
tragga, di grazia, argomento per iscusarmi 
dove gli parrà che mi dilunghi dal vero, ed 
invece di deridermi, corregga i miei torti e 
pubblichi le correzioni sue a mio e ad altrui 
documento. 

Alle etimologie pongo innanzi alcuni Cenni 
Preliminari tendenti a mostrare V antichità de 9 
dialetti nostri, e la coesistenza al buon tempo 
romano della lingua togata scritta coi linguag- 
gi tunicati parlati, ad un bel circa come og- 
giddi coesistono colla lingua scritta comune a 
tutti noi, e che potremmo dire lingua in abito 
nero, le favelle dialettali, le quali, volendo pure 
insistere sulla metafora, potremmo invece chia- 
mare favelle in giacchetta od in cacciatora. Ed 
ardisco mostrare che esse tuniche provinciali 
son proprio il panno su cui il tempo è venu- 
to tagliando le più brevi marsine dei vigenti 
idiomi municipali. 

Ad ulteriore conforto delle mie asserzioni, 
dopo i Cernii preliminari aggiungo un breve 
Estratto da una recente Opera Francese acco- 
glitrice delle parole stimate latino-barbare, e 
che quind' innanzi, munite d' esempj abbastan- 



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— 8 — 
za autorevoli, dovranno trovar luogo ne' Vo- 
cabolari della legittima Latinità *. Si vedrà dal 
poco eh' io pongo a mostra quanto le scoperte 
che tuttodì si vanno facendo in materia di an- 
tichi monumenti letterari^ servano a viemme- 
glio provarci come ft molte voci credute no- 
vellizie sia da accordarsi la Romana Cittadi- 
nanza, e come per ciò rimontino a più lontani 
principj le supposte modemezze dei nostri 
volgari. 

Dietro V Estratto dispongo una breve Avver- 
tenza sulle principali permutazioni delle lette- 
re solite ad accadere nel dialetto nostro posto 
a confronto colla lingua comune o colla lati- 
lina. Tutto ciò si vedrà meglio a 9 suoi luoghi 
nei varii articoli del Glossario ; per conseguen- 
za il compendio serve specialmente a coloro 
che amano di avere un prontuario sul parti- 
colare delle lettere, e non si dilettano di leggere 
per esteso le etimologie delle voci. 

Queste etimologie seguono ordinatamente, ed 
in fine alle medesime appongo V elenco alfa- 
betico dei vocaboli fuori di serie, citando il pa- 
ragrafo entro il quale per occasione ne ho 
offerto la spiegazione. 

Avrei voluto chiudere V opericciuola con una 
specie di statistica applicata ai vocaboli e resa 
sussidiaria dell' etnologia: avrei cioè deside- 

i Farò altrettanto deducendo dal Lessico-Romano del Ray- 
nouard a testimoniare che il Gallo-Romano transalpino confronta 
abbastanza col Gal lo «Romano cisalpino. 



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rato, desumendo dal Glossario, di sommare le 
voci secondo le rispettive provenienze loro as~ 
segnate; deducendo poi, dalla differente entità 
delle somme, la varia misura dell' influenza 
esercitata sul gran fondo gallo-romano dalle 
sopravvenute gentilità. Ma ho preferito aste- 
nersene, giudicando che tale opera complemen- 
tare sia più dicevole al lettore, secondo che più 
o meno approva le mie particolari opinioni, 
di quello che a me medesimo, il quale mostre- 
rei, cosi conchiudendo, di avere per certe le 
mie timide probabilità. 

Dirò per ultimo corri! io mi son penato assai 
poco intorno alla scrittura delle voci dialettali, 
nel proposito di renderla una interprete meno 
infedele della germana loro enunciazione. Sa 
ognuno che ne* dialetti gallo-romani pieni di 
suoni coaliti, di dittonghi e trittonghi, di con- 
sonanti or dolci ed or aspre, di vocali ora 
aperse ed or chiuse, non v' ha scrittura che 
raggiunga la varietà delle esigenze fonetiche, 
dovendosi tutto ridurre a segni convenzionali 
di suoni che uopo è ascoltare per riprodurre. 
Ora se la filologia può chiedere che si con- 
servino le nostre voci nelle madri della loro 
lezione per indagarne la provenienza e le vi- 
cende, non così forse importa alV odierna ci- 
viltà il conservare con precisione pronunce più 
o meno annormi, che, mutevoli per sé stesse, 
tutti fanno prova di aggentilire ed avvicinare 
al dire toscano. Nei dittonghi ho preferito 



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— 10 — 
dunque di scrivere solo la vocale che ne do- 
mina il suono, e con accenti or gravi ora acuti 
ne ho indicata la pronuncia come lata oppur 
come stretta; nel rimanente non ho voluto in- 
gombrar di segni il mio testo per non render- 
mene la stampa difficile, e per non lasciar 
credere che io supponga d'aver conseguito colia 
significazione, V insignificabile vocalizzazione 
détte ibridi favelle veramente volgari. 

Esposta così la ragione della povera ope- 
ricciuola, termino coU augurarle che possa 
esser seme di migliori e più profondi studii 
su un argomento, che noi italiani non dobbia^ 
mo più credere alieno dai veri fondamenti 
storici delle nostre glorie e più dette nostre 
sventure. 



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CENNI PRELIMINARI 



L 



lo credo di avere con qualche chiarezza 
dimostrato nel mio Discorso sulle Genti 
e le Favelle loro in Italia innanzi ad Au- 
gusto Cesare, che altro era Lingua Latina, 
altro Romana. La prima era territoriale, 
la seconda urbana, quella nativa, questa 
mista e frutto di un volontario o violento 
contatto di svariate gentilità. Quintiliano 
pertanto esaminando 1' idioma in che do- 
veva distinguersi Y Oratore dal medesimo 
istituito, scriveva: „ Verba aut Latina, aut 
^Peregrina sunt. Peregrina porro ex omni- 
n bus prope dixerim gentibus, ut homines, 
„ ut instituta etiam multa, venerunt. Ta- 
„ ceo de Tuscis et Sabinis et Praenestinis 



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— 12 — 

„ quoque: nam, ut eorum sermone utentem, 
„ Veotiùm Lucillius insectatur; quemad- 
„ modum Pollio deprehendit in Livio Pa- 
„ tavinitatem: licet omnia Italica prò Ro- 
„ manis habeam. Plurima Gallica value- 
„ runt. „ Sul che è da avvertire che se 
il nostro Autore potè dire: omnia italica 
prò Romanis habeo, dichiarando così age- 
vole alla lingua urbana V assimilarsi gli 
idiomi italici territoriali, non avrebbe mai 
potuto dire prò Latinis, perchè appunto 
uno di tali idiomi territoriali esclude, colla 
propria individua esistenza, la possibilità 
di essere confuso cogli altri idiomi appli- 
cati al suolo, e geograficamente circoscri- 
vibili. Perchè poi il tardo Isidoro di Sivi- 
glia ( Orig. IX. 1. ) designando le varie 
età della lingua Latina, la distinguerà dal- 
la Romana aggiugnendo che quest'ultima 
degenerò finalmente in Mixta, cioè in quel- 
la: „ quae post imperium latius promotum, 
„ simul cum moribus et hominibus in ro- 
„ manam civitatem irrepit, integritatem 
„ verbi per soloecismos et barbarismos 
„ corrumpens „. 
Premesso ciò, cercherò ora di qui dispor- 



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- 13 — 

re alcune autorità nelF. intento di persua- 
dere viemmeglio che, sebbene questa lingua 
Romana fosse posta in istato di assorbi- 
mento verso gli altri linguaggi sui quali 
passava ad imperiare, e massime verso gli 
Italici, pure non era, per la maggior parte 
degli uomini d' Italia, che una lingua no- 
bile e di educazione, la quale primeggiava 
sulle native senza spegnerle, e quindi in 
posizione di essere corrotta e di corrom- 
pere. Tenterò perciò di mostrare come ac- 
canto al comune Romano, cui diremo lin- 
gua illustre, finita e scrivibile, convivessero 
per la Penisola in condizione rustica e 
volgare, gì' ibridismi dialettali non iscritti 
e sol parlati dal popolo specialmente cam- 
pagnuolo, e come questi rimanessero quasi 
tratti d' unione tra il servo e il signore, 
tra le passate autonomie naturali, e la con- 
seguita legale nazionalità. 

E nel far questo sarò breve al possibile 
sia per non ripetere ciò che a lungo ho 
discorso nell' opera succitata, sia per non 
anticipare quanto vedremo qua e là riusci- 
re nel corso delle ricerche etimologiche di 
che si compone il presente Saggio di Glos- 



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— 14 — 

sario. Limitandomi quindi a riportare le 
seguenti parole del Morhofio nel e. VI 
della sua dissertazione De Patavinitate Li- 
viana, riferibili ai tempi migliori della 
Romana signoria „ Constat in Italia non 
„ unum sermonis vultum fuisse, linguis 
„ enim et dialectis, vel saltem idiotismis, 
„ ut nunc sunt, etiam discrepasse, ipsa 
„ ratio et populorum e gentibus variis 
„ coalescentium natura dictitat „, esporrò, 
secondo me le detta la memoria, le autorità 
che possono confortare e rendere probabile 
la suddetta asserzione. 

A mostrare la persistenza delle varietà 
dialettali durante la supremazia della Lin- 
gua urbana sarà opportuno questo luogo 
di Varrone 1. IV de L. L. -r— Hircus quod 
Sabini fircus, et quod iWizfedus, in Latio 
rure hedus, quod in urbe, ut in multis, a 
addito, haedus. — Ecco il Lazio divenuto 
contado ( rure ) dell' Urbe, cioè di Roma, 
il quale parla altramente da quello si fac- 
cia entro il pomerio. 

Plauto quindi non ommette di far ride- 
re gli urbani a spese dei Prenestini laziari, 
che fognavano la prima sillaba delle pa- 



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— 15 — 

role per enunciarle più speditamente ; 
così egli nel Truculento. A. IV. S. 1. 

St Tene hoc tibi, 

Rabonetn habeto, mecum hanc noctem ut sies. 
As» Perii, ràbonem? quam esse dicami hanc beluam? 
Quin tu arrhaòonem dicis? St.. At facio lucri, 
Ut Praenestinis Conia est Oiconia. 

E non solo a spese dei Prenestini, ma 
dei villani Laziari. Infatti Strabace servo 
rusticano, non contento del rabonetn per 
arrhabonem, seguita dicendo ad Astafio an- 
cella urbana: 

Dica* sum factus, jam sum villator probus; 

e V ancella, fran tendendo quel mozzicone, 
risponde : 

Quid id est, amabo? istaecee ridicularia 
Cavillationes vis fortasse dicere? 

E il villano approvando, ma ricadendo 
insieme in un errore grossiero: 

Ita, ut pauxillum differant a villuUs ) 

cioè : appunto villazionij tanto che così non 
si confondano con villette. 

Capella poi e le vecchie Glosse ci avver- 
tono che il popolo diceva Siria per Assy- 



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- 16 - 

r\a, Spania per Hispania, ed Àrnobio chia- 
ma Striculus quello che Histriculus Ter- 
tulliano. Ciò che il Lazio Opico diceva , 
rienes per renes, il Lazio Eolico enunciava 
nefrenes e nefrendes dalla voce Greca assai 
soiriigliante. Ma accomunandosi alle reni 
e ad altre parti maschili la stessa voce, 
se Roma non fece una tal confusione, do- 
vette però apprendere che: testiculos La- 
nuvini appellant nefrundines, Praenestini 
nefrones. (Festo ad voc. nefrendes). Inoltre, 
come insinua Elio Stilo, essi Prenestini 
dissero tongere per nosse, donde la voce 
tongitionem prò notione. Sul che, qualora 
si avverta che il loro rustico tongere era 
T urbano tenere, per cui totom tongo equi- 
valeva al Romano totani reni teneo, al- 
l' odierno capisco tutto, non solo si avrà 
ragione di tonsa per la parte somma del 
remo che si tiene stretta colle mani, anzi- 
ché per la palmula o parte ima del mede- 
simo che batte Y acqua, e di tonsilla pel 
paletto infisso in terra a cui s' attengono 
i navicelli surti a riva; ma si vedrà in- 
sieme che noi ora conjughiamo il verbo 
tenere sopra due differenti paradigmi, l'uno 



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— 17 — 
cioè urbano, da cui tienij teneva ecc, l'altro 
rustico , da cui tengo , tengono , tenghia- 
mo ecc. 

Sotto i Cesari poi verba latina equival- 
sero a quelle che nella mia giovinezza 
si dicevano tra noi parole lombarde, cioè 
qualificanti nudamente come fa il volgo le 
cose che od è onesto il tacere, od è con- 
veniente il significare velatamente. Si vede 
dunque sempre più come il Lazio, contado 
di Roma, era giudicato parlare contadine- 
scamente a fronte dell' urbe. Da ciò veniva 
che un Mimo, resosi famoso pe' suoi lazzi 
e motti rozzi ed osceni, fu detto Latino^ e 
divenne come la Maschera Laziare, la qua- 
le crebbe di grido aggiungendo a sé quasi 
sempre una cortigiana linguarda ed un 
villanzone impannucciato detto Pannicolo, 
il quale percosso ad ogni tratto da enormi 
ceffate, faceva riuscire quelle volgari ba- 
ruffe di mattacini che divertivano i nostri 
arcavoli nelle burlette, e nelle commedie 
a soggetto con maschere, e che divertono 
tuttavia in Roma i frequentatori de' pic- 
coli teatri dove agiscono Trasteverini e 
Monticiani. Di questo Latino tocca Giuve- 

Saggio ecc. 2 



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— 18 — 
naie nella 1* Satira, ma replicatamele ne 
parla Marziale ne' luoghi che non ci gra- 
verà di riferire qui sotto: 

L. I. EP. 5. 

Qua Thymelem spectas, derisoremque Latinum, 
Illa fronte, precor, carmina nostra lege. 

l. n. ep. 72. 

Os tibi praecisam, quanto non ipso Latinus 
Yilia Panniculi percutit ora sono. 

l. in. ep. 86. 

Sed si Panniculum, si spectas, casta, Latinum, 
Non sunt haec Mimis improbiora, lege. 

l. v. ep. 62. 

quam dignns eras alapis, Mariane, Latini, 
Te successurnm, credo ego, Panniculo. 

l. xni. ep. 2. 

Nasutus sis usqne licet, sis denique nasns 
Quantum noluerit ferre rogatus Atlas, 

Et possis ipsum tu deridere Latinum, 
Non potes in nugas dicere plura meas 

Ipse ego quam dixi... 

Per conseguenza Thymele, ovvero la ec- 
cellente sul palco o pulpito, era V appel- 
lativo della donna che insieme allo sboc- 



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— 19 — 

cato popolano detto Latino, ed al sòro e 
rattoppato paltoniere denominato Panni- 
colo, fornivano, singolarmente ai tempi di 
Domiziano, il personale indispensabile dei 
Mimi licenziosi detti appunto Triscurria 
dal numero dei buffi personaggi che li 
•rappresentavano, — Come vi erano e sonò 
gli Arlecchini, i Meneghini e gli Stente- 
relli famosi, così vi fu un Latino famosis- 
simo che tolse agli altri la fama, e sembrò, 
annobilendo il personaggio, rendersela in- 
dividuale, ed a questo lo stesso Marziale 
fece da senno o da scherzo il seguente 
^pitafio : 

L. IX. EP. 29. 

Dulce decus scenae, ludorum fama, Latinus 

Die ego sum, plausus, deliciaeque tuae, 
Qui spectatorem potui fecisse Catonem 

Solvere, qui Curios, Fabriciosque graves. 
Sed nihil a nostro sumsit mea vita Theatro, 

Et sola tantum scenicus arte feror. 
3fec poteram gratus Domino sino moribus esse, 

Interius mentes suspicit ille Deus. 
Yos me laurigeri parasitum dicite Phoebi, 

Roma sui famulum dum sciat esse Jovis. 

Di Thymele, cioè della Colombina di 
quei vecchi Mimografi, tocca Giuvenale nel 



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— 20 — 

v. 197 della Satira Vili, e dei tre per- 
sonaggi parlanti che componevano 1' insie- 
me de' comedianti posti sulle scene popo- 
lari ne fa cenno Orazio indirettamente, e 
direttamente il ripetuto Marziale nell' ep. 
6. del 1. VI. E questo ho voluto toccare 
in volo solo per mostrare come la plebe 
laziare doveva presentare nella propria lo- 
quela profferenze ed idiotismi abbastanza 
distinti dall' eloquio cittadinesco, se pur 
della prima si componeva sulle scene il 
linguaggio di una Maschera che diventava 
lo spasso dei togati Romani, 

Ora questi mimi erano di due maniere, 
gli uni, siccome avverte il Munkio parlan- 
do di Lucio Pomponio Bolognese compo- 
sitore di Atellane ; fiebant subito ab actori- 
bus ipsis corani populo spedanti, e di questi 
non è vestigio; gli altri si componevano 
innanzi dai poeti, ma come di cose fugge- 
voli e più o men popolesche non n'è ri- 
masa memoria se non per rara occasione • 
Pure dal pochissimo che ne sappiamo po- 
tremo trarre alcuna testimonianza del Ro- 
mano volgare, e dei dialetti Romani posti 
sulla scena. 



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— 21 — 

Si osservi infatti la voce crabro, crabronis 
<e si vedrà aver dessa V aspetto di voce 
sincopata: allora leggendo quel luogo di 
À. Gellio 1. XYI. e. 7. ove è detto: Labe- 
rius in Bestione calabarriuncolos dicit, quod 
vulgus calabarriones, si vedrà tosto che 
Laberio nel suo Mimo plebeo intitolato il 
Funajuolo, amava anche di usar parole, se 
non affatto volgari, almeno foggiate più 
sul dialetto che sulla lingua cortese, e che 
però diceva calabarriuncoli, quelli che i 
gentili dicevano crabroni, il Volgo Romano 
calabarrionij e noi neoromani calabroni. 
Questa mi pare la spontanea spiegazione 
indicata da quel vulgus, senza andare in 
orinci coi Commentatori e coi Lessicografi 
per tirar fuori stentatamente erudizioni 
men convenevoli al luogo. Nello stesso 
Kjapo si registrano quali voci Laberiane vol- 
gari camelia per quel vaso da bere e da 
mangiare che noi diciamo gamella, nanum 
per pumilione, botulum per farcimine, don- 
de imbotolire poi imbottire per infarcire; 
codonem pervulgariter dicit quem veteres 
arulatorem dixerunt, e dal volgarissimo 
codone viene il nostro pur volgare cozzone; 



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implastrum finalmente od emplastrum da 
cui T impiastro od empiastro d r oggidì senza 
ricorrere di prima mano alla Grecia. 

Ma se tanto accadeva in Roma e njeJL 
Lazio, è evidente che le differenze loque- 
lari dovevano farsi sentire maggiormente 
tra T idioma illustre e gli speciali dei Socii 
Italici Nominis e delle Province. Nella 
Italia non latina il piegarsi delle varie 
native favelle verso la privilegiata Romana 
prendeva data dalle epoche delle Società 
infte e delle colonie Romane o Latine spe- 
ditevi. In ogni località dunque di questa, 
Italia sentivansi tre linguaggi ; il materna 
o nativo, vivo segnatamente (rure\ ossia 
per tutto il contado ; il paterno o castrense 
dipendente dai contubernii e dalle coman- 
date relazioni cogli oppidi ; il coloniale od 
oppidano o cittadinesco memore tenace- 
mente dell' originaria Romanità perchè in 
essa voleva far riconoscere V udibile testi- 
monio della propria nobile origine. 

Restringendo ora il discorso a queste 
parti d' Italia, noi sappiamo che prima qui 
furono pastori Liguri, cui nelle pianure- 
sopravennero gli Umhro-Tusci e vi fabbri- 



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— 23 — 

carono dodici città, tra le quali Felsina, 
Mutina e Mantua ; che scesi i Galli a dan- 
ni loro, i suddetti tre oppidi cessero in 
potere dei Boi, e che il Boico linguaggio, 
non intendente e non inteso relativamente 
a Roma, regnava qui intorno per quasi 
tutto il sesto secolo della Città. La prova 
che il Gallo Boico non intendeva il Roma- 
no né era inteso dal medesimo, ce la 
somministra indubitata quel noto luogo di 
Tito Livio, ove sotto l'anno 568 di Roma, 
lo storico registra le accuse promosse in 
Senato da Catone il Censore contro il con- 
solare Lucio Quinzio Flaminino, il quale 
aveva come Console nel 1562 condotta la 
guerra a danno dei Boi precisamente nel- 
V agro Bolognese e Modenese. Tra siffatte 
accuse 1. 39. e. 42 è quella che narra la 
famosa crudeltà seguente: a Philippum Poe- 
„ num carum ac nobile scortum, ab Roma 
„ in Galliam provinciam spe ingentiuin 
„ donorum perductum: eum puerum, per 
„ lasciviam quum cavillaretur, exprobrare 
„ Consuli persaepe solitum , quod sub 
„ ipsum spectaculum gladiatorium abdu- 
„ ctus ab Roma esset, ut obsequium ama- 



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— 24 — 

„ tori venditaret. Forte epulantibus iis, 
„ quum jam vino incaluissent, nuntiatum 
„ in convivio esse, nobilem Boium cum 
„ liberis transfugam venisse ; convenire 
„ Consulem velie, ut ab eo fidem praesens 
„ acciperet. Introductuni in tabernaculum. 
^ per interpretem alloqui Consulem coepis- 
^ se. Inter cujus sermonem Quintius Scor- 
v to: „ vis tu, inquit, quoniam gladiato~ 
^ rium spectaculum reliquisti, jam hunc 
^ Grallum morientem videre? „ Et quum 
^ is vixdum serio annuisset, r ad nutum 
■à Scorti, Consulem stricto gladio, qui su- 
„ per caput pendebat, loquenti Gallo caput 
v primum percussisse, deinde fugienti, fi-> 
„ demque Populi Romani, atque eorum 
„ qui aderant, imploranti, latus transfo- 
„ disse „. 

Ora se il Nobile Boico parlava al Con- 
sole per interpretem, e se non intendeva il 
micidiale colloquio che in sua presenza te- 
neva esso Console coli' amasio, è posto del 
tutto in sodo che le due lingue Romana 
e Boica erano tra loro affatto diverse. 
Questo ultimo diverso linguaggio poteva, 
solo cominciare a romanizzarsi quando tra- 



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— 25 — 

il 563 ed il 571 dell' urbe furono dedotte 
le due Colonie, Latina in Bologna e Ro- 
mana in Modena. Ma se poche migliaja di 
coloni bastavano ad esercitare una diretta, 
influenza negli oppidi rispettivi, ove si 
manteneva il Tusco-Boico, e sull' agro su- 
burbano, dovevano ottenerla assai limitata 
nelle parti lontane del contado, e special- 
mente nelle parti montanine, dove i Ligu- 
ri duravano in corpo di nazione e veni- 
vano sottomessi più tardi. 

Il linguaggio dunque oppidano sarà tra 
noi Tusco-Boico-Romano, mentre il rustico 
sarà invece solo Boico-Romano, e nella 
prima denominazione si chiuderà un rife- 
rimento a più illustre origine negata alla 
seconda. Questo riferimento poi varrà a far 
sì che Orazio nella Sat. X del 1. 1. chiami 
Etrusco il famoso Cassio Parmense, a cui 
la vena poetica troppo facile fu cagione 
di morte immatura; e che il Grammatico 
Poca scriva che 1' emulo d' Omero, cioè 
Virgilio, non potea nascere che in terra 
Tasca emula della Greca, tacendo così dei 
Boi posteriori occupatori di Mantova: 

Quis tantum èloquii potuissct ferro tumorem, 
Aemula Yirgilium Tellus nisi Tusca dedisset? 

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— 26 — 

Inoltre quando la Colonia di Cittadini 
Romani nel 569 e nel 571 della Città si 
partiva da Roma per venire a frequentare 
la vecchia Mutna o Mutni degli Etrusci, 
dovea aver sulle bocche quel linguaggio 
che nella sua parte più nobile ci vien rap- 
presentato dai frammenti di Livio Andro- 
nico, di Nevio, di Plauto, di Ennio, e di Pa- 
cuvio. Divisa una volta essa Colonia dalla 
Madre-patria, mentre in questa s' aggentili- 
va il linguaggio e si creava V urbanità, in 
quella si saranno per contrario mantenuti 
incorrotti i prischi accenti e le antiche 
proprietà loquelari; giacché se Roma, for- 
bendo per diritto proprio il suo idioma, 
stimava di rendersi singolarmente gentile, 
la Colonia non alterando il proprio, sti- 
mava di adempiere V obbligo di non im- 
barbarirlo. Mentre dunque nelle campagne 
durerà per secoli, prima il dire gallico e 
poi il Gallo-Romano, mentre in Roma alla 
lingua di Ennio succederà quella di Vir- 
gilio, non che V altra di Stazio e di Lu- 
cano, ed alla lingua degli Annali quella 
di Cicerone e di Seneca ; nelle nostre Città 
coloniali seguiterà invece a farsi intendere 



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— 27 — 
P arcaico Romano, e con esso si manterran- 
no più lungamente i rigidi costumi dei 
Fabrizii e degli Scipioni. E questo arcaico 
Romano custodito da pochi coloni ed abu- 
sato da molti ausiliarj ed indigeni, terrà 
bensì, più a lungo (li quello non faccia in 
Roma, le forme e le voci del VI Secolo, 
ma accoglierà, non volendolo, i barbarismi 
locali, e perderà nella pronuncia quel fior 
di suono che stabilisce il carattere impe- 
rioso linguistico delle città capitali. 

Infatti dopo circa un secolo e mezzo 
dall' età di che ora teniam discorso, Cice- 
rone in Bruto, parlando allo stesso Bruto 
destinato da Giulio Dittatore a Proconsolo 
della nostra Gallia Cisalpina, dirà al pro- 
posito attuale che P urbanità è un non so 
che di peculiare, di cui meglio s' intende 
P assenza nelle Province, di quello che 
8' oda la presenza nella Città ; ed aggiu- 
gnerà seguitando: „ Id tu, Brute, jam in- 
a telliges, cum in Galliam veneris ; audies 
, tu quidem verba quaedam non trita Ro- 
„ mae, sed haec mutari dediscique pos- 
„ sunt: illud est majus quod in vocibus 
i nostrorum Oratorum recinit quiddam et 



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— 28 — 

„ resonat urbanius, nec hoc in Oratoribus 
„ modo apparet, sed etiam in ceteris. „ 
Non solo dunque la Gallia Cisalpina avea 
parole già smesse in Roma e diverse dalle 
Romane, difetto che potea togliersi mu- 
tandole od obliandole; ma aveva ciò che 
non poteva cangiarsi, cioè un suono ed una 
pronuncia alieni che rendevano le stesse 
parole urbane mal conoscibili. Al che ver- 
rà poi in appoggio Quintiliano Inst. Orat. 
1. 1. e. V., il quale registrerà alquante 
parole dedotte dal territorio circompadano, 
e le noterà come barbarismi. 

Quanta differenza non era dunque tra 
Romano ed Italico cosi nella lingua come 
ne' costumi. È osservabile per ciò il se- 
guente tratto della XIV epistola 1. 1. di 
Plinio il giovine nella quale raccomanda 
il Bresciano Minucio-Aciliano e per sé e 
per la sua famiglia „ Patria est ei Brixia, 
„ ex illa nostra Italia, quae multum adhuc 
„ verecundiae, multum frugalitatis, atque 
„ etiam rusticitatis antiquae retinet ac 

v servat. Pater Minucius Macrinus ho- 

„ nestam quietem huic nostrae (ambitioni 
v dicam an dignitati?) constantissime prae- 



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— 29 - 

„ tnlit. Habet Àviam maternam Serranam 
„ Proculam e municipio Patavino. Nosti 
„ loci mores: Serrana tamen Patavinis quo- 
„ que severitatis exemplum est. Contigi+ 
„ et Àvunculus ei Publius Àcilius gravi- 
„ tate, prudentia, fide prope singulari. In 
„ summa nihil est in domo tota quod non 
„ tibi quoque in tua placeat „. Se questo 
dei Veneti, ecco ciò che dice dei Toscani. 
Ep. VI. 1. V. „ Hinc senes multos videa» 
„ avos proavosque jam juvenum: audias 
„ fabulas veteres, sermonesque majorum, 
„ quumque veneris ilio putes alio te se- 
„ culo natum „ Il che se vien confermato 
da quanto Svetonio nel suo libro degF il- 
lustri Grammatici scrive in discorso di 
Marco Valerio Probo, vissuto ai tempi di 
Nerone: „. Legerat in Provincia quosdam 
„ veteres libellos, durante adhuc ibi anti- 
„ quorum memoria, nec dum omnino abo- 
„ lita sicut Romae „ trova pure un ap- 
poggio in ciò che insinua Plauto nel Milite 
Glorioso, ove un vecchio cortese dà per 
ultima e determinante cagione della sua 
coxtesia, V esser nato in Città di eleganti 
costumi, non in Apulis, non in Umbria, 



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— 30 — 

tassando così di provinciàlissime le usanze 
di codesti due popoli italici. La severità 
poi dei costumi avvertita superiormente da 
Plinio come propria dei Padovani, è pure 
segnalata dal contemporaneo e lascivo 
Marziale, là ove dice nell' ep. 17. del 
1. XI. 

Tu quoque nequitias nostri lususque libelli, 
Uda puella leges; sis Patavina licet. 

Anche le tuniche Padovane sono dette 
dallo stesso poeta così grossolane da dover- 
si piuttosto segare che tagliare. 

Similmente il citato Marziale ci mostra 
i Toscani, prima molli e unguentati, di- 
venuti dopo la conquista abbronziti ed 
illoti, designando con pari disprezzo i ge- 
nitori di Lelia, come segue: 

Deque coloratis numquam lita mater Etruscis, 
Durus Àricinà de regione pater. 

Siccome poi V abito esteriore è pure una 
osservabile significazione delle interne con- 
dizioni degli uomini, non sarà inutile 
T avvertire che se in Roma si vestiva da 
tutti i Cittadini la toga, non era così fuor 



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— 31 — 

del pomerio, giacché nel Lazio istesso, e 
molto più nelle Province Italiane, si vestiva 
la tunica. 

Dopo che a tutta 1' Italia fu estesa la 
cittadinanza Romana, il che accadde in- 
torno al 707 della Città, la toga divenne 
bensì un diritto siccome divenne un diritto 
il parlare romanamente, ma come si usò 
di quest' ultimo solo in pubblico e nelle 
occasioni solenni, così si usò della prima 
solo nelle solennissime, al modo che suol 
farsi al presente degli uniformi civili, delle 
decorazioni, e degli abiti da ceremonia. 
Giuvenale nella Sat. III. v. 171. dice an- 
che di più: 

Pars magna Italìae est, si verum admittimus, in qua 
Nemo togam assumat, nisi mortuus. 

al che il vecchio Scoliaste annotava : „ ut 
ei supra lectum mittant, dum mortuus effer- 
tur „ in ultimo testimonio della goduta 
cittadinanza. I Marsi invece i Sabelli, ed 
in genere gV Italici, tra i quali però il 
suddetto Scoliaste fa prevalere i Veneti e 
i Perugini, erano contenti Mie Veneto du- 
roque cuculio. 



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— 32 — 

Aequales habitus illic, similesque videbis 
Orchestrala et Populum; clari velamen honoris 
Sufficiunt tunicae suramis Aedilibus albae. 

I Magistrati municipali italici erano 
dunque paghi ad aver candide le lane delle 
loro tuniche, mentre il popolo le indossava 
grezze, cioè di color naturale. Di qui Mar- 
ziale neir ep. 47 del 1. X porrà tra le cose 
necessarie a render beata la vita: 

Lis nunquam, toga rara, mens quieta. 

e neir ep. 51. dello stesso libro, lodando 
la tranquillità Ravennate, e dicendola tu- 
nicata quies } intenderà contrapporla alle 
togate inquietudini di Roma; ed avrà esso 
pure accennato neir ep. 58 del 1. IX a 
quella pallida toga che copriva il povero 
tribule, non già in vita, ma solo in morte. 
Se tanto era dunque ai tempi di Domi- 
ziano, cosa sarà stato anteriormente ? e se 
le tuniche italiche protestavano, anche sot- 
to i Cesari, contro le toghe urbane, cosa 
dovremmo poi dire dei materni linguaggi 
d' Italia che non potevano essere dismessi 
del tutto per addottare l'idioma imperioso 
dei vincitori al mutevole libito delle pas- 



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— 33 — 

sioni dei padri divenuti prima socii poi 
cittadini? Diremo, a parer nostro, che ac- 
canto alla togata ed universale favella di 
Roma duravano le tunicate e speciali fa- 
velle delle Province, e che queste ultime 
appunto ci trasmisero i dialetti volgari 
italiani, che da qualche tempo paziente- 
mente taluni vanno con varia fortuna illu- 
strando nelle loro origini. 

Ora tali favelle tunicate considerate lo- 
calmente possono esse pure dividersi in 
municipali od oppidane, ed in rustiche. Le 
oppidane avranno avuto una distinzione 
principale nel sonus vocis, o diremo nella 
pronuncia delle stesse parole Romane, ed 
una secondaria nelP innesto di voci pere- 
grine che tenevano dagl' indigeni. Le ru- 
stiche si saranno contentate il più spesso 
di romanizzare le proprie voci native e di 
enunciare le romane gallicamente, e quindi 
per primo distintivo avranno avuto i bar- 
barismi nelle parole, e per secondo V a- 
sprezza e lo stroncato nella pronuncia. Per 
conseguenza Cicerone nelF Oratore lo verrà 
scaltrendo a fjiggire i vizi proprii delle 
province, e lo ammonirà a voler essere solo 

Saggio ecc. 3 



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— 34 — 

urbano: „ Quare cum sit quaedam certa 
„« vox Romani generis, urbisque propria...* 
„ hanc sequamur, neque solum rusticani 
„ asperitatem, sed etiani peregrinam in- 
„ solentiam fugere discamus „. 

Togliamo ora un esempio di questa ru- 
stica asperità? ce lo darà Quintiliano al 
suo L XII. e. X. „ Sermo ipse, qui facile 
„ judicem doceat, optandus. Nec id mirum 
„ sit, cum etiam testium personis aliqua 
„ mutantur. Prudenter enim qui, cum in- 
. „ terogasset rusticum testem an Amphionem 
» nosset? negante eo, detraxit aspiratio- 
„ nem, breviavitque secundam hujus no- 
„ minis syllabam, et ille eum sic optime 
„ norat „. Yisto cioè che, dicendo Am- 
phionem, il villano non intendeva, il giu- 
dice disse Anfiónern, ed allora intese. Si 
noti che in antecedenza il nostro Autore, 
avvertendo la dolcezza spirante dalla greca 
lettera significata con ph, aveva scritto che 
per contrario la / latina è triste ed orri- 
da, e piuttosto che fiato di voce umana è 
fischio che esce tra dente e dente. Ecco 
dunque che, per farsi comprendere dai con- 
tadini, bisognava con essi pronunciar forte 



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— 85 — 

air italica, non dolce alla greca, e gravare 
sulla sillaba penultima lasciando poi quasi 
muta P ultima consonante. Nel contado 
dunque il grechesco Amphiona od Am- 
phionem era profferito come appunto a dì 
nostri Anfiòne, od Anfiòn. 

Ed infatti seguita esso Quintiliano scri- 
vendo: „ Hujusmodi casus efficiunt ut ali- 
ta quando dicatur aliter quam scribitur, 
„ cum dicere, quomodo scribendum est, 
» non licet. „ mostrandoci chiaramente che 
altrimenti parlava il popolo rozzo, altri- 
menti scrivevano gli oratori, per cui quan- 
do il caso portava che bisognasse essere 
inteso con chiarezza dall' indotto, era me- 
stieri rassegnarsi a dire aliter quam seri- 
Utur se si voleva ottenere 1' intento. Se 
poi noi accostiamo alle parole suddette 
queste altre del medesimo autore al capo 
stesso: „ Mihi aliam quamdam videtur 
„ habere naturam sermo vulgaris, aliam 

* viri eloquentis oratio „ non che le suc- 
cessive: „ Cum verojudex detur aut po- 
ta pulus aut ex populo, laturique senten- 

* tiam indocti saepius, atque interim ru- 
„ stici; omnia quae ad obtinendum quod 



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— 36 — 

„ intendimus, prodesse credimus, adhiben- 
„ da sunt, eaque cum dicemus, promenda: 
„ et cum scribemus, ut doceamus quomodo 
„ dici oporteat „ troveremo nelP insieme 
di questi precetti una bastevole testimo- 
nianza della coesistenza in Roma e per 
Italia di un linguaggio volgare del quale 
il rozzo popolo si serviva parlando, e di 
una lingua illustre, nella quale conversa- 
vano i gentili, e scrivevano gli oratori ed 
i letterati. Finalmente ascoltando Arnobio 
nel settimo, il quale, in discorso degl' in- 
testini, scrive : „ quae et ipsae sunt hirae t 
„ quas plebis oratio hillas solet noncupare „ 
avremo nel plebis oratio un altro appella- 
tivo di quel sermo vulgaris di cui andiam 
cercando le testimonianze. 

Vogliamo invece alcune autorità sulle 
differenti maniere di pronunciare il comu- 
ne Romano? Ce le somministrerà prima 
Quintiliano scrivendo: Sunt etiam proprii 
„ quidem et inevitabiles soni, quibus non- 
„ nunquam nationes deprehendimus. Ora 
questi suoni proprii ed inevitabili costitui- 
vano le varie pronunce, o, al dire di Livio, 
lo speciale sonus vocis delle differenti na- 



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— 37 — 

zioni Italiche, che erano state prima dome 
e poi assorbite da Roma. Per dottrina 
dello stesso Autore sappiamo che una ra- 
gione di barbarismo può sono contineri, 
giacché: qui vitiose dixerit, non utique et 
scripto peccai, e che uno de' principali suoi 
fonti è da cercarsi in gente. Infatti il 
Piacentino Tinca veniva incriminato dal- 
l' urbano Hortensio per aver detto precu- 
lam prò pergulam con doppio errore di 
immutazione e di trasmutazione di lettere. 
Tra tali gentilizii barbarismi, i quali fiunt 
per sonos, e che non nisi aure exiguntur, 
sono da annoverarsi le aspirazioni, e quin- 
di riuscì nobile, ossia conosciutissimo e 
divolgato, quell'epigramma Catulliano, con 
cui il Poeta tassò la pronuncia aspirata 
di un Arrio Toscano, che applicava al 
Romano le aspirazioni proprie del suo 
casato: 

Credo sic mater, sic liber avunculus ejns, 
Sic matemus avus dixerat atque avia. 

Del c aspirato, al modo Toscano, ne fa 
cenno Scauro nella Ortografia, avvertendo 
che la A omnibus litteris ì quibus o, praejici 



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— 38 -, 

et subjungi potest Era però più indicata 
qualora si annettesse al e precedente la 
a o la 0; ed anzi una Iscrizione Falisca 
pubblicata nel Bullet. dell' Instit. Arch. 
An. 1854. f. 21 proverebbe che in tali 
casi la h sola poteva scusare la e, leggen- 
dovisi hara per chara cara con pronun- 
cia affatto fiorentina. Non era sempre così 
là dove il e precedeva e od i, perchè gli 
esempi che ci rimangono di scoenwn, scae~ 
lum, scarna in luogo di coenum, caélum y 
caena, sembrano durare in testimonio della 
schiacciata e sdrucciola profferenza dei ce 
e ci Toscani che si lasciano intendere 
all' orecchio come sce e sci. Potrebbesi al- 
tresì assegnare all' influenza della pronun- 
cia Toscana il più vegeto suono attribuita 
alla s y che la faceva scrivere duplicata ia 
Mussa, odiossus, occissus, occassus, occassio r 
aussusj caussa, fwsus, per iscolpirla pres- 
siore sono al modo tuttora vivo oltre Apen- 
nino. (Y. Mar. Victorin. De Metris edit* 
Putsch, col 2436. ecc. ). E ciò tanto più 
quanto meglio sappiamo dal citato Quin- 
tiliano 1. 1. e. VII. che una tale enuncia- 
zione, da cui uscivano anche cassus } divis- 



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— 39 — 

siones e simili, s' introdusse in Roma Ci- 
ceronis temporibus, paullumqiie infra , cioè 
in quel tempo in cui i Romani etrusciz- 
zavano per vezzo la ior pronuncia, come 
ora facciam prova di modificarla, toscaneg- 
giando. ( Y. pure Cassiodoro nelle sue 
Collettanee Ortografiche dove registra i 
precetti di Anneo Carnuto ). Qualora poi 
la pronuncia etruscizzante non si manife- 
stava nelF avvertito polysigma, si produceva 
invece nel dare alla s, rimasa solitaria, un 
suono sibilante e lezioso, per cui il ripetuto 
Quintiliano 1. 1. e, XI. volendo scaltrito 
il discepolo sulla più urbana profferenza, 
avverte non dovere il maestro tollerare 
Mas circa s litteram delicias per quanto 
allora fossero in voga. 

Per farci poi una qualche idea della 
pronuncia Gallo-Romana, è mestieri ricor- 
dar prima in iscorcio le analoghe regole 
principali ammesse dalle due lingue che 
componevano la mistura, per indovinare 
in seguito con qualche probabilità i risul- 
tati fonetici che doveva produrre quest'ul- 
tima — Quintiliano, toccando degli accenti 
Romani, dice dipender questi da una bre- 



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— 40 — 

vissima ratio eh' esso espone come segue : 
„ In omni voce, acuta intra numerum 
„ trium syllabarum continetur, sive hae 
„ sint in verbo solae, sive ultimae : et in 
„ his aut proxima extremae, aut ab ea ter- 

„ tia Est autem in omni voce utique 

„ acuta, sed numquam plus una, nec ulti- 
„ ma umquam; ideoque in dissyllabis prior. 
„ Praeterea numquam in eadem, flexa et 
„ acuta, quoniam eadem flexa ex acuta, 
„ itaque neutra claudet vocem latinam. 
^ ' Ea vero, quae sunt syllabae unius, erunt 
„ acuta aut flexa, ne sit aliqua vox sine 
„ acuta „. Ora da quanto sopra si deduce 
che nella pronuncia Romana si ammette- 
vano tre tenori od accenti, cioè acuto, 
flesso e grave. 1/ ordine in cui li ho posti 
determina il grado della elazione di voce 
rispettivamente ai medesimi attribuita che 
era massima nell' acuto, media nel flesso, 
minima nel grave. Ogni voce latina aveva 
un solo accento acuto, e questo non s'ar- 
retrava in ogni parola, per lunga ch'essa 
fosse, più là della antepenultima sillaba, 
facendo riuscire le cadenze dattiliche: po- 
sava però anche sulla penultima, massime 



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— 41 — 

se la parola era dissillaba, nell' ultima mai 
eccetto che si trattasse di monosillabi -»— 
La Lingua Romana era dunque baritona, 
e tanto più quanto ancora nessuna voce 
sua polisillaba si conchiudeva neppure con 
un accento flesso, ma sempre con un grave. 
Per conseguenza, quando il rustico Roma- 
no adotterà in seguito parole di più sil- 
labe che abbiano V accento acuto sull'ul- 
tima, le dirà tronche segnando in tale 
denominazione la soppressione di quelle 
ultime sillabe romane, le quali, essendo ad 
accento grave, rimanevano quasi mute ed 
oscure, e quindi poco avvertite dalF orec- 
chio di barbari enunciatori. 

E già il Romano arcaico, divenuto vol- 
gare dopo che i Semigreci ed i Greci si 
misero a polire il linguaggio de' Signori 
loro, si prestava in alcune parti a dimi- 
nuire lo strascico finale delle parole. La 
quarta declinazione dei nomi, adita nel 
singolare , ci resta in testimonio della 
semplice primitiva pronuncia; né dobbiamo 
credere che questa fosse così povera di 
parole quale ce la mostrerebbero le moder- 
ne grammatiche, avvertendoci Festo che 



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— 42 — 

alquante voci, le quali poscia uscirono in 
us, da prima terminavano opicamente in u 
„ Pecuum cum dixit M. Cato per casum 
„. genitivum pluràlem a singulari casu re- 
„ cto formavit quo utebantur antiqui, id 
„ est pecu, perinde ac testu, tonitru, genu, 
„ veru, quorum omnium genitivus pluralis 
„ geminat Y litteram; nunc quia dicimus 
„ pecus, eam, quae in usu est, formam in 
„ declinationibus sequimur „. Ma se si 
lasciava la s finale dopo la u\ nei nomi 
invece terminanti in ius, si lasciava in 
Roma, ne' tempi in cui ne fu dedotta la 
Colonia Modenese, tutta la sillaba us. Per 
ciò neir Iscrizione Tusculana illustrata dal 
Borghesi, leggiamo Fouri per Furius, nella 
Iscrizione dell' Acaico, Mummi per Mum- 
mius; negli antichi Denarii de Dioscuri 
Atiliy luli, Iuni per Atilius, Iulius, Iunius, 
ed in monete pure antiche vediamo Ancus 
Marci, Numa Pompili, C. Titini, Ti. Mi- 
ntici, per Marcius, Pompilius, Titinius, Mi- 
nucius. Or chi ode dunque in Mùmmi , 
Pompili ecc. la puntuale nostra pronuncia 
d' oggidì, sappia ancora che questa ci per- 
viene dal modo d' enunciare dei Cittadini 



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— 43 — 

Romani che vennero nel YI secolo della 
Città ad abitare fra noi, non da innesto 
successivo di barbaro gallicismo. 

Ed a novella prova del nostro asserto 
consulti T opera del eh. P. Garrucci sui 
Graffiti Pompejani, e dopo aver richiama- 
to alla mente che Pompej fu sepolta nel 
79 dell' Era nostra, e quindi anteriormen- 
te a qualsivoglia barbarica influenza, potrà 
scorgere come V esimio Illustratore avverta 
che il linguaggio popolare di Pompej om- 
mette spesso le consonanti desinenti nei 
nomi, ma, ciò che è più, accoglie la sup- 
pression du T ou de V 8 final dans les 
personnes des verbes. Leggerà allora tra 
que' graffiti ex sanguni meum, ed ex san- 
guini meo, donde il nostro patrio verbo 
sangunér — Mutinés al modo pur nostro 
invece di Mutinensis 1 ricordando più da 
vicino il Moriva di Polibio, ed i Movrcvaiac 
di Appiano — mi dictat Amor, per: mi 
ditta o detta Amor — nec mi similat per: 
né mi simiglia — Quisquis ama 1 valea, 
peria quiparci amare, per: Quisquis amat, 
valeat, pereat qui parcit amare. — Vilis 
denari maxima cura tenet } per : denarii — 



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— 44 — 

Yedrà che su un Banditore disegnato in 
atto di invitare il popolo ad amphithea- 
trurn, si incide come suo grido: ad am- 
phitheiater leggerà dice, donada, degnum, 
portex, mesesj mamma, sex an } Neron Caesri 
Augusto, per: dicit, donata, dignum, porti- 
cus, menses, ma ter, sex annos, Neroni 
Gaesari Augusto. Scorgerà che in una ta- 
verna è scritto da fridam pusillum sopra 
un uomo che, un bicchiere alla mano, dice 
all' oste quello che urbanamente sarebbesi 
detto : Ida mihi pusillum aquae frigidae, ac- 
certandoci così che il popolo pronunciava 
fridus f per frigidus. Troverà altrove: Miccio 
Cioccio, tu tuo patri cacanti con/registi pe- 
ram, oppure : felice me, ovvero su una 
parete del Tempio di Tenere: Abia Ve- 
nere Pompeiiana Iratam qui [hoc laeserit, 
e sotto un bustino Ottone Felice^ e dovrà 
conchiudere, spero, che il Romano Provin- 
ciale parlato era di tanto diverso dal Ro- 
mane scritto ne' tempi migliori, di quanto 
appunto si trovava avvicinarsi ai moderni 
nostri dialetti. 

Dopo tutto ciò sappia inoltre il lettore 
che le antiche Iscrizioni dei sepolcri de- 



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— 45 - 

gli Scipioni, dell' Ara Pesarese ecc, ci mo- 
strano chiaramente che di que' tempi in 
Roma stessa le desinenze dei nomi non 
erano custodite, e le uscite dei verbi erar 
no irregolari e contratte. Che perciò si 
legge: Marte Dedet per Marti Dedit — Ma- 
ire Matuta Dono Dedro invece di Mairi 
Matutae Dono Dederunt — Tribunos Mi- 
litare per Tribunus Militaris — Duonoro 
Optumo Fuise Viro Luciom Scipione , per: 
Honorum Optimum Fuisse Virorum Luciutn 
Scipionem — Eie Cepet Corsica Aleriaque 
Urbe Dedet Tempestatebus Aede Merito in 
luogo di : Hic Caepit Corsicam Aleriamque 
Urbem Dedit Tempestatibm Aedem Merito 
— Taurasia, Cisaunia Samnio Cepet Su- 
bicit Omne Lucana per: Taurasiam Cisau- 
niam, Samnium Caepit , Subjecit Omnem 
Lucaniam : — che vi si scrive Corneli per 
CornelitiSj e Antioco Subecit per Antiochum 
Subjecit] e così dicasi d' altri esempii mol- 
tissimi. 

Sarà ovvio allora il conchiudere nuova- 
mente che se così s' incideva fastosamente 
in Roma sui sepolcri dei primi uomini 
della Repubblica e sulle solenni are degli 



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— 46 — 

Dei, se ne dee accagionare la lingua che 
allora vi si parlava, la quale sarà stata 
anche più irregolare e indeterminata ; che 
la mancanza delle normali desinenze avrà 
trovato oralmente un compenso nell'appli- 
cazioni di opportuni antefissi; che per con- 
seguenza la favella dei Coloni, venuti tra 
noi quali maestri di Romanità, doveva già 
esser tale in sé stessa da accettare con 
isforzo minore di quello si creda il dir 
Gallico breve ed ossitono, ed il più sem- 
plice suo meccanismo delle particelle as- 
segnati ve. 

E relativamente a queste particelle as- 
segnative non è poi da credere che esse 
fossero estranee affatto all' organamento 
Romano; che anzi è da dire che le mede- 
sime vi sovrabbondavano piuttosto che vi 
mancassero. Noto è ai Grammatici come i 
così detti articoli siano o prepositivi o 
pospositivi, cioè od articoli apparenti e 
staccati, oppure oscuri e compaginati sotto 
forma di desinenze. Ora sentiamo sul pro- 
posito le sentenze di taluno fra gli antichi 
Grammatici raccolti dal Putschio. Servio 
in Art. Secund. Donati e. De Pronomine ì 



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— 47 — 

scrive: „ Praesentes haec tantum: is, ea r 
„ idj et, Me, haec, hoc: quae nonnulli etiam 
„ pronomina articularia vocant, eo quod, 
„ more Graecorum, cum nominibus decli- 
„ nantur „ Sergio li chiama senz' altra 
riserva articoli, e li distingue così dai 
pronomi: „ Inter articulos et pronomen 
„ hoc interest, quod pronomina dicuntur 
„ tunc cum sine nominibus sunt, et absen- 
n tium nominum videntur explere perso- 
, nas, ut Me, haec, hoc. Quando autem dico 
n hic AeneaSj hujus Aeneae, ecc. jam non 
„ possum pronomina dici, sed articuli, cum 
„ non fungantur eorum nominum, quae 
* praesentia sunt, officio „ E Cledonio 
neir Arte : „ Articula ideo dicuntur, quia 
„ articulatim prae nominibus conjungun- 
„ tur. Nam inter articula et pronomina 
v hoc interest: pronomina sola declinan- 
ti tur, articuli juncti nominibus. „ 

L' articolo dunque prende la sua appel- 
lazione dal non essere per sé una parola 
compita, ma solo un articolo, o vogliam 
dire una giuntura, un pezzo o un ammi- 
uicolo di una parola. Una voce radicale è, 
quanto a sé stessa, in condizione di stato, 



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— 48 — 

e si può dire un dado inerte: per darle 
moto, e farle esibire le varie sue facce, è 
mestieri 1' aggiungervi sillabiche motrici, 
le quali preposte appajono, posposte scom- 
pajono appiccicandosi alla voce, e pren- 
dendo nome di casi, o cadute, o mozioni» 
È quindi opportuno per 1' argomento in 
che siamo il ricordare che Diomede al lib. 1. 
De Pronomine, nel mentre che chiamò hic 7 
haec, hoc pronomen articulare praepositivum 
( il quale hic faceva allora nell' enunciarsi 
delle varie declinazioni le veci del nostro 
moderno articolo il similmente anteposto 
V. Prisciano 1. XII. col. 938. ) chiamò poi 
is, ea, id pronomen articulare subjunctivum. 
Ora per chi vorrà compiacersi di por 
T occhio sui varii paradigmi delle declina- 
zioni latine da me distinti e svolti nello 
Studio 5.° che fa seguito al Discorso in- 
torno le antiche lingue italiche, e tratta 
appunto della ragion probabile delle desi- 
nenze nei casi dei nomi latini, apparirà 
forse chiaro che tutte si risolvono in com- 
paginazioni della voce radicale e dell' ar- 
ticolo soggiuntivo is, ea 9 id, variamente 
enunciato secondo le età, e secondo i Un- 



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— 49 — 

guaggi che insieme si fusero per comporre 
V ibridismo Romano. Una delle maniere 
arcaiche secondo la quale riuscì passiona- 
to il nostro articolo pospositivo fu la se- 
guente : 

Singolare - N. E od Et od Es, che per 
distinzione dal nominativo plurale si as- 
sottigliò in Is - Gr. Is - Dat. I - Acc. Em 
- Abl. Ab E. 

Plurale - N. Es - G. Eum e per crasi 
Uw - Dat. Ebtcs, od iiws od Ubus - Acc. 
E& - Abl. Ab Ebus, od Ibus, od ZTiws. 

Ora prendiamo una voce radicale, p. e. 
pan, ed aggiungiamo a questa V articolo 
soggiuntivo per declinarla, ossia per darle 
quel movimento che in sé non ha: avremo 
allora pan-e, o pan-er, o pan-es, o pan-is, 
e così va dicendo per tutti i casi; ma ve- 
drà anche ciascuno che questi moti le si 
possono attribuire egualmente dicendo: E- 
pan, od Er-pan, od Es-pan, od Is-pan, 
e così via via, ed allora ricorderà che i 
nostri Montanari, memori della loro lingua 
Opico- Ligure, dicono appunto è -pan per 
il pane, e che il basso popolo di Roma, 
e gli abitatori della Sabina, memori in- 

Saggio ecc. 4 



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— 50 — 

vece dell' eolico rotacismo, dicono in loro 
lingua Opico-Eolica, Er-Pàpa, per il Papa- 
Il motore declinato e declinante is ara 
dunque sotto varie prolazioni il vero ar- 
ticolo Romano, mentre V altro hic, che si 
mostrava dicendo: hic panis, hujus panis, 
huic pani ecc., non era veramente un ar- 
ticolo indetexminante e solo movente., ina 
era piuttosto un pronome determinante ed 
indicativo che suppliva il gesto, e ohe tra 
i molti pani possibili nell' intenzione del 
parlante, individuava quello di cui si vo- 
leva tener discorso. — E qui è luogo di 
prontamente osservare come questo is ar- 
ticolo soggiuntivo, non è da confondere 
con is pronome, e molto meno colla sua 
iterazione , o vogliam dire col suo incul- 
camento asseverativo, cioè Iste, o Ips*, giac- 
ché quando è pronome diventa una voce 
intera avente il proprio significato, e perde 
la qualità di articolo, o di porzion di voce 
che restrigne il suo officio a passionare, 
movendola, la voce indicata a cui si am- 
minicola. E che hic, sebbene qualificato 
dai Grammatici per articolo prepositivo, 
non meritasse veramente questo nome, ci 



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— 51 — 

riesce provato dal vedere che, quantunque 
essi facciano declinare ai discenti i nomi 
isolati prefiggendovelo costantemente, pure 
nel discorso lo ommettono, contentandosi 
il linguaggio Romano del solo articolo 
soggiuntivo, cioè delle desinenze, le quali 
bastevolmente chiariscono le intenzioni del 
discorso. 

Ma e' è di più: se noi consultiamo i 
vecchi Glossografi, questi ci faranno co- 
noscere che i Casci dicevano sus o sis, sa, 
sum o som o sem o sim, per is 7 ea, eum. 
Non è dunque ardito il supporre che il 
suffisso is, quando diventava prefisso, per- 
vertisse a sua volta le proprie lettere e 
riuscisse a su od a si. E di ciò sembra 
farcene testimonianza la lingua Sarda, cioè 
queir interessante rudero linguistico del 
volgare Romano che merita d' essere stu- 
diato più profondamente di quanto siasi 
fatto sinora. In quella lingua su, dessu, 
<wsw, sos, dessos, assos, equivalgono ai no- 
stri lu o lo, dello, allo, li, delli, alti; e 
W; (lessa, ossa, sas, dessas, assas rispondono 
a h, della, alla, le, delle, alle: per ciò 
uggiamo, scegliendo a caso nell' antica 



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- 52 - 

Carta de Logu, che accoglie le costituzioni 
della memorevole Eleonora Giudicessa di 
Arborea: 

a Volemus et ordinamus chi sos lieros 
„ hominis dessa Terra nostra de Arboree 7 
„ sos qualis sunt tenudos de serviri cun 
„ Cavallos et armas . . . siant semper ap- 
„ parizzados cun sos dittos Cavallos et 
„ armas prò fagheri sa mostra — cioè: 
a Volemo ed ordinàmo che li leali uomini 
della Terra nostra di Arborea, li quali son 
tenuti di servire con cavalli ed armi... sian 
sempre apparecchiati con li detti Cavalli 
ed armi per fare la mostra. „ 

Conclusione spontanea pertanto del sur- 
referito si può dire la seguente: ricevere- 
gli articoli suffissi distinzione dalle ultime 
loro lettere, e per contrario gli anteposti 
riceverla dalle prime: in quelli, contratti 
e fognati dalla pronuncia baritona della 
parola cui si conglutinano, riescir poco di- 
scernibile la ragione della loro forma; in 
quésti isolati e prenunzianti la voce che 
passionano mostrarsi invece apparenti le 
particelle motrici, e direi quasi la direzione- 
degP impeti che si vonno imprimere sulla 



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— 53 — 

voce radicale; siccome vedemmo appunto 
più sopra in dessu ed assu, ossia in de-su, \ 
ead-suy che lasciano allo scoperto le pre- 
posizioni di moto da luogo od a luogo, 
ne' quali moti sta tutta la ragione delle 
evoluzioni che i così detti casi determinano 
sulle radici nominali. 

Visto così T artificio degli articoli e dei 
pronomi articolari Romani , resterà a sa- 
persi se i non Romani, o vogliam dire i 
barbari, usavano articoli prepositivi o suf- 
fissi; ed in altri termini, se i nomi dei 
non Romani erano distinti per casi, od 
erano invece aptoti o monoptoti. 

Prisciano al 1. Y. De Casu soddisferà alla 
domanda, scrivendo: a Monoptota sunt quae 
„ prò omni casu una eademque termina- 
„ tione funguntur, qualia sunt barbara 
„ plurima sed magis omnia, nisi ea ad grae- 
„ cam vel ad nostram regulam fiectamus, 
* vel ab auctoribus flexa inveniamus „ 
Ma si seguiterà chiedendo, or come dun- 
que si espedivano i Romani o i Romaniz- 
zati per declinare tali barbare voci, quando 
storpiandole o contorcendole non le vo- 
lessero condurre di forza alle mozioni gre- 



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— 54 — 

che o latine? Ci risponderà lo stesso Pri- 
sciano, seguitando così: B In Iris ergo, idest 
„ òarentibus declinatione finalium syllaba- 
„ rum, quae monoptota nominamus, vi- 
„ dentur casus fieri non vocis sed signi-» 
„ ficationis dumtaxat, itaque articulis 
„ diversis utimur prò varietate significa- 
„ tionis. „ 

Eccoci dunque in possesso di due im- 
portanti verità: la prima che i nomi bar- 
bari o non latini erano monoptoti, cioè 
con una sola terminazione prò omni casu ; 
la seconda che dovendo pur metterli in 
movimento, e non prestandosi la voce a 
ricevere mozioni finali , si otteneva 1' in- 
tento preponendovi varii articoli: diversis 
articulis utimur prò varietate significationis. 
Giunti quindi a tali risultati, se non di- 
spiacerà al lettore di percorrere il mio 
Studio 6. sulle declinazioni Opiche od Ita- 
liche primitive, potrà forse riuscire al me- 
desimo comprovato che le voci italiche non 
laziari o non grecizzate erano appunta 
monoptote od al più diptote, e che per 
conseguenza, fiaccato da nuovi barbari V in- 
nesto dei due nobili linguaggi di Grecia 



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— 55 — 

e di Roma, il pedale salvatico italiano 
doreva, ritallendo, riprodurre le prime, più 
rozze sì, ma pur più semplici forme. 

Noi abbiamo pertanto veduto che i Ro- 
mani avevano veri articoli soggiuntivi, e 
che T usanza volgare faceva lor credere di 
arerne anche dei prepositivi che pure non 
erano meritevoli di questa appellazione 
sinché anteponevansi a voci variabili nelle 
desinenze ; che invece là dove queste voci 
erano indeclinabili, gli articoli di signifi- 
cazione, che Prisciano dice sostituire le 
mozioni vocali, dovevano essere articoli, 
non solo degni di tal nóme, ma confron- 
tabili a poca differenza coi nostri; final- 
mente che i Sardi vituperati da Dante nel 
Volgare Eloquio, quoniam soli sine proprio 
vulgari esse videntur } grammatica™ } tam- 
tam simiae komines, imitantes, ci hanno 
mostrato nel rovesciato pronome articolare 
is unito alle preposizioni de e ad la com- 
pagine articolare attuale. Si potrà quindi 
da ultimo chiedere come a su e sa fosse 
generalmente sostituito lu e la, e come 
insomma in vece delle compagini mostra- 
teci dalla Sardegna, ne uscissero quelle 



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— 56 — 

ohe ora regnano con poche diversità da 
un capo all' altro della Penisola. E su ciò 
diremo brevemente come segue: 
. Pronomi primitivi sembrano is ed Me , . 
giacché è chiaro che hic y iste, ipse sono 
od altre pronunce di is, o suoi inculca- 
menti. A chi però si fa ad osservare Me, 
può sembrare che quest' istesso pronome 
sia una iterazione di una più semplice 
forma, od un trascorrimento loquelare per 
fare che V accento acuto cada sulla penul- 
tima sillaba, e questa forma primitiva io 
la credo ol od il. Donato commentando 
Terenzio (Adelph. Àct. 1. 11) a proposito 
di UH avverbio di luogo, avverte infatti 
che esso si compone di il e di li, la qual 
ultima sillaba significa luogo, appunto come 
il nostro lì odierno. Ora ritenuto che la 
forma semplice e non finita di ile od Uh 
sia il, si vede che il ed is sono due pro- 
nunce diverse del medesimo articolo gre- 
canico o$, il quale se passando nel Lazio 
Eolico diveniva is, come xópcg diveniva 
cinis, e o[ifipos imber, nella rimanente Italia 
diventava ol od il come A'vviftag riusciva 
Hannibal e A'afyty&xg Uasdrubal. Is dun- 



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— 57 — 

que è pronome articolare Albano, 01 od 
// italico, per cui si conferma V opinione 
emessa già dal celebre Vossio „ Ille ab 
Latino is factum puto vel ab Hebraeo elle.» 
E che in antico si dicesse ol od il, e per 
trascorrimento, come dicemmo, di pronun- 
cia bari tona ole od ile, lo abbiamo da 
Festo, che registra ab oloes aggiungendo 
che così gli antichi dicebant prò ab illis. 
Ritenuto quindi che la pronuncia italica 
preferiva ol od il ad os o is, è subito da 
ripetere qui quello che dicemmo dell' ar- 
ticolo soggiuntivo ìs, cioè che esso non 
era da confondere con is vivente di vita 
propria , cioè pronome , e che questo di- 
ventava so, su , o si quando da soggiun- 
tivo passava ad essere articolo anteposto. 
Ossia è da dire altresì che ol od il non 
è da confondere col vero pronome indica- 
tivo ollus od ille, e che qualora questi si 
tramutasse ad officii di articolo prepositivo 
avrà fatto li, lu, o lo. Ciò premesso sog- 
giungeremo che i nomi opici od itali pri- 
mitivi erano aptoti od al più diptoti, che 
per conseguenza, avendo casi di significa- 
zione non di voce , dovevano richiedere, 



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— 58 — 

secondo ammette Prisciano, diversi articoli 
prò varietale signi ficatioms. Or come que- 
sti articoli, aptoti od al più diptoti pur 
essi, potevano riescir diversi? Àggiugnen- 
do, credo io, all' articolo individuante, 
quando la particella di moto a luogo ad 7 
e quando Y altra opposta di moto da luogo, 
esprimibile col converso di ad, cioè con da 7 
che essendo poi de o di secondo le varie 
etniche enunciazioni, lasciava nei primordi! 
confusi que' due casi, che, distinti, si dis- 
sero genitivo ed ablativo, rimanendo non 
confondibile, perchè solo, il dativo, ossia 
il caso del semplice moto a luogo. 

Dove si vogliano dunque riguardare i 
nomi opici diptoti di fronte al medesimo 
articolo, noi avremo p. e. il nome radi- 
cale pan soggetto attivo dicendo, non hit 
od is pan-is, ma il, o li pan, e il nome 
stesso regime diretto o passivo dicendo non 
hunc od em pan-em, ma lo o lu pan. Dove 
si vogliano riguardare i nomi suddetti di 
fronte ai moti che possono subire, avremo 
ad e da o de pan, e di fronte a un moto 
indicante, piuttostochè ablazione, deriva- 
zione invece, provenienza o figliazione, di- 



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— 59 — 

remo de o di pan. Dove finalmente To- 
gliamo compaginare, al modo dei Sardi, 
le suddette particelle motrici, nominate 
poi segnacasi, col pronome articolare di 
cui sopra, avremo il vecchio e nuovo vol- 
gare : de o di lo pan, ad lo pan, de o da lo 
pan. — Da ultimo per coloro che voles- 
sero vedere il da scendere dall' a latino, 
sarà facile 1' avvertire che ad divenuto a 
per dolcezza, serviva al moto a luogo cioè 
al dativo, e quindi non poteva più pro- 
nunciare il moto da luogo ossia V ablati- 
vo, che a ciò invece era pronto il de, ma 
che volendo pur distinguere il germano 
moto da luogo dal moto derivativo o di 
luogo, il che è quanto dire esso ablativo 
dal genitivo, convenne per quest* ultimo 
lasciare il de, che si assottigliò in di, e 
pel primo comporre il da con esso de unito 
all' a latino, facendo de-a, che per la so- 
lita coalizione delle vocali diventò da. In- 
somma da da de-a fu come dorsum da de- 
orsufn o de-vorsum, donde da de-unde, dindi 
da de -inde. Il de per di lo abbiamo poi 
in Catullo Carm. 47. 

Vos convivici lauta sumptuose de die facitis. 



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— 60 — 
■e sino in Terenzio urbanissimo Pkorm. 
A. 11. II. 

Agrum de nostro patre colendum habebat, 

in Palladio in. 15. liqaamen de piriSj in 
Giuvenale Sat. vi. v. 45. 

.... cmtiquis uxor de moribus UH 
Quaeritur ? 

non che in Ovidio Met. 1. i. 

. ... de duro est altera ferro; 

e la forza di da proveniente da de -a si 
scorge in dacché per de-a-que, ossia de-a- 
quo, in dappoi per de-a-post, ed in davanti 
per de-ab-ante; come la sua supposta com- 
paginazione trova un appoggio nel dae 
Sardo per de-a o per da : dae tando inoghi, 
da allora in oggi, dae ben in megius da 
bene in meglio, dae sa santa die innantis, 
da lo santo di innanzi , cioè , da Pasqua 
innanzi. 

Ma se tale doveva essere la lingua dei 
Coloni Romani venuti tra noi, quale es- 
ser poteva T indole di quella su cui era 
suo destino di potentemente influire? 

Ricordiamoci due importanti verità; la 



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— 61 — 

prima che le voci barbare erano, per te- 
stimonio di Prisciano, monoptote , ossia 
mancanti delle sillabe finali a cui si sup- 
pliva coir apposizione di svariati articoli 
prepositivi: la seconda che la lingua Gal- 
lica, a differenza della Latina, era ossito- 
na, e quindi portata per indole ad arre- 
starsi alla sillaba d' accento od all' arsi , 
ed a non arretrare in ogni caso V accento- 
tonico al di là della penultima, e quindi 
a trascurare, nell' enunciazione , ogni ul- 
terior tesi ritmica della parola. 

Dipendentemente da una tale necessità 
linguistica, parlando prima delle declina- 
zioni parisillabe, osserveremo che p. e. i 
bissillabi f riictus, sénsus, bònus, avendo per 
la contraria indole latina, la prima sillaba 
sonora, oscura la seconda, diventano mo- 
nosillabi e riescono frutt, sens, bori. I tris- 
sillabi coli' accento sulla mezzana come 
Sendtus, adspéctus, gentilis diventano bis- 
sillabi lasciando udir solo Sendt, aspétt, 
gentil. I trissillabi coli' accento sulla pri- 
ma, come strépitus, gémitus, fdcilis accon- 
ciano la tesi riconducendola a quei termini 
che soli ponno essere ammessi dal sistema 



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— 62 — 

fonetico dei Galli, e diventano strépU, gé- 
mit } fdcil. I quadrissillabi coli' accento 
sulla seconda come exércitus, insómnium, 
Urribilis, fanno lo stesso, e riescono esercii, 
insónni, terribil; e così diqasi dell'altre 
polissillabe, eccettuatene le parole desinenti 
in a, le quali lo fanno sentire, sia per la 
vastità naturale della lettera, sia perchè 
essa è quasi sempre non sopprimibile in- 
dizio di femminilità. 

Parlando ora delle declinazioni imparis- 
sillabe, osserveremo che la consonante ca- 
ratteristica della voce, più che nel nomi- 
nativo apparentemente contratto, si mani- 
festa nei casi obliqui, e ciò per le ragioni 
ohe credo di aver sufficentemente svolte 
nel precitato mio Studio sulle declinazioni 
opiche. Per conseguenza gli effetti della 
pronuncia ossitona si palesano coli' arre- 
stare la voce alla vocale che precede la 
Garatteristica, od alla caratteristica stessa, 
e coli 7 ommettere le mozioni o gli aumenti 
ulteriori. Virtus, Virtut-is, Virtut-i, Yir- 
tut-em, Virtut-e riuscirà dunque Virtù o 
Virtut. Sermo Sermon-is, Sermon-i, Ser- 
mon-ern y Sermon-e riuscirà Sermón non 



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— 63 — 

iSermò perchè la caratteristica palatale non 
può trascurarsi. Così opinio, opinion -is; 
devotio, devotión-is; statio, station- is; mar go, 
mdrgin-is, diverranno opinion, devozión, sta- 
tion, mar gin. Ltz., Ug-is; lens, lent-is; 
merces, merced-is; miles, milit-4s; quies, quiet- 
isi hospes, hospit-is; polvis, polver-is; sors, 
sort-is; dens, dent-is; frons, front-is; pons, 
pont-is; ars, art-is; palus, palud-is; lac, 
lact-is; diverranno leg, font, merced, milit, 
quiet, hospit, pólver, sort, dent, front, pont, 
art, palud, latt. Le voci desinenti nel no- 
minativo in r caratteristica, ossia immu- 
tabile nello svolgersi della declinazione, 
avranno esso nominativo a tema di pro- 
nuncia gallica, salvo il gravare V accento 
8ull' ultima sillaba qualora questa sia or, 
perciò caddver, oadaver-is; defensor, defen- 
sor-is; atictor, auctor-is si udranno il primo 
come caddver i secondi come difensór e 
autor. 

Se tale doveva essere il risultato che 
andrebbe ad offrire una lingua baritona 
data a pronunciare ad uomini di lingua 
oasitona, vedrà anche ciascuno che a poco 
a poco T idioma latino su bocche galliche 



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— 64 — 

si verrebbe rimutando in un barbaro lin- 
guaggio, cioè in uno di quelli appunto di 
cui parlava Prisciano, che avendo voci mo- 
noptote, dovevano ricorrere necessariamente 
agli articoli prepositivi per declinarle. E 
che all' indole gallica sia da attribuirsi il 
decurtato de' dialetti che sorgerebbero nel- 
V alta Italia , si prova anche da ciò che 
questi arrestarono le voci alle consonanti 
caratteristiche , mentre i meno ossitoni 
dell' Italia media e inferiore vollero ausi- 
Hata essa consonante da una vocale, e 
videro il loro tipo pronunciabile nelP a- 
blativo de' nomi, cioè nel caso detto latino 
dai grammatici, e che noi diremo eminen- 
temente italiano. 

Per che poi accadrebbe, collo scorrere 
del tempo, che noi Gallo-Romani, memori 
delle stroncature operate sul Romano, 
udendo il più vocalizzato e baritono fini- 
mento di Tusco-Romani, Umbro-Romani, 
Dorico -Romani, Siculo -Romani, riscontre- 
remmo nella loro parola finita un ricordo 
del nobile linguaggio da noi abbreviato, 
e la riprodurremmo più o meno spontanea- 
mente, alla guida della tradizione, tutte 



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— 65 — 

le volte che ci importasse di rifarci Ro- 
man^ ossia di scolpire più genuine le udi- 
bili sembianze di quella lingua signora, 
mediante la quale riescivano ad intendersi 
fra loro, e ad aver un lato di fratellanza 
le svariate gentilità delle Province Ita-s 
lìane^ 

Quello che abbiamo avvertito sui nomi 
si può colle debite modificazioni applicare 
ai verbi, cioè in questi è da fare avver- 
tenza, non solo alle alterazioni prodotte da 
un' indole diversa di pronuncia, ma altresì 
a quelle dipendenti da un differente modo 
di conjugare. 

La pronuncia ossitona tace la e oscura 
finale degl' infiniti, che terminano perciò 
in r. Nei participj presenti s' arresta alla 
consonante caratteristica giusta le regole 
dei nomi, per conseguenza amans afnant-is> 
praesens prae$ent-i$ ecc. riescono amant t 
fraesent. Nei participj passati segue l'arcai-* 
co latino insegnatoci dai nostri Coloni, tra- 
lasciando quindi soltanto la sibilante de- 
sinente: in quello si diceva nd$> damnàs 7 
tornnàSy stds ecc. per natu$ } damnatus, ter- 
ninatusy status, il nostro Gallo-Romano 



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— 66 — 

sarà dunque portato a far sentire nà, danr 
nà, termina, sta. L' indicativo presenta sin- 
golare bissillabo diventerà monosillabo, ed 
il plurale si farà bissillabo anche quando 
è trissillabo. Il passato imperfetta sarà 
trissillabo meno la seconda persona del 
singolare che si accorcerà per non confon- 
dersi colla seconda plurale. U perfetto 
semplice si farà più contratto, e nelle for- 
me in aviy perdendo la v epenteitica, e 
rimanendo ai, presenterà un dittongo che 
facilmente nel suo misto suono prediligerà 
quello della e: in ogni moda poi venendo 
trascurata la t desinente della terza per- 
sona singolare dovrà accadere che essa ter- 
za persona singolare si rassomigli alla pri- 
ma. Lo stesso dicasi delle forme del passa- 
to perfetto in ivi, le quali divenute, ti, 
renderanno il dittongo con. un suono pin- 
guescente che farà sentire egualmente il 
più spesso una e forte e scalpita. Qualche 
volta però il dittongo, invece di essere 
p. e. cantai (da cantavi, tolta la v mezzana, 
donde cantò) sarà cantau (da cantan r tolta, 
la i ultima, donde cantò ), per cui la pri- 
ma persona tra noi somiglierà alla terza, 



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— 87 - 

ritenuta per qufest' ultima la costante om« 
missione della f desinente. Il latino scritto 
ci offre nei trapassati tali esempj di crasi 
e di sincopi da autorizzare la presunzióne 
che il latino volgare e parlato le avesse 
poi per consuete: amaveram era amafam ì 
ed amavissem t amassem. Quando gli ausi- 
liari vennero accolti nelle conjugazioni 
per lo sviluppo di essi trapassati e dei 
futuri riuscì dunque spontaneo ohe le for- 
ine semplici antiche si prestassero ad offici 
diversi dai primitivi, e scusassero le forme 
soggiuntive o condizionali imperfette, le 
quali prive nella nuova pronuncia delle 
loro terminazioni, di sarebbero più o men 
confuse colle forme infinitive. 

E su tale accoglimento degli ausiliari 
diretto a risolvere e semplificare le con- 
jugazioni, è si può dire pacifico oggimai 
tra i Grammatici istorici che se le Lingue 
romanizzate avevano più o meno questa 
originaria tendenza, la medesima era an- 
che propria senza dubbio della lingua Ro- 
mana. Essi, quanto ad avere, ne vedono le 
prove nelle infinite frasi come le seguenti: 
habere delectum , habere infestim, kabere 



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occupatum } per risolvere i passati di deli- 
gere ) infestare, occupare; habeo polliceri per 
pollicebor; certandum habent per certabunt; 
nelle Ciceroniane domitas habuit libidines 
per domavit; De Caesare satis hoc tempore 
dietim habebo per dizero; si habes jam 
statutum quid Ubi agendum putes per sta- 
tuisti; aut nondutn eum satis habes cognitum 
per cognovisti; nelle Terenziane quo poeto 
me habueris praepositum amori tuo per 
praeposueris ; quae nos nostramque adole- 
scentiam habent despicatam per despexerunt; 
e nelle ulteriori: cum destinatum haberet 
mutare testamentum, per destinavisset ; ni- 
mium saepe expertum habemus 1 per experi- 
vimus od experuimus secondo le incerte u- 
scite di questo verbo per lo più deponente. 
• Quanto poi al verbo essere V opera sem- 
plificatrice del Romano parlato era anche 
assai più ajutata dalle antecedenze del La- 
tino scritto, di quello che la medesima 
fosse pel verbo avere. Trattavasi soltanto 
di sopprimere le forme semplici proprie di 
alcuni tempi dei verbi passivi, e sostituirvi 
le composte coesistenti con quelle, sebbe- 
ne confuse dai nostri Grammatici. Non è 



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infatti rigorosamente vero che il preterito 
perfetto aia amatus sum vel /tri, e che si- 
gnifichi io fui o sono stato amato, giacché 
amatus sum vale sono amato non sono stato 
amato, e quindi risponde al semplice amor } 
e solo amatus fui rappresenta con preci- 
sione il preterito perfetto passivo in di- 
scorso. Non è rigorosamente vero che ama* 
tus eram vel fueram significhino senza di* 
screzione io era stato amato, giacché ama- 
ti® eram vale io era amato rispondendo al 
semplice amabar, e soltanto amatus fueram 
rende il più che perfetto io era stato ama* 
to. Così si seguiti dicendo di amatus ero 
in luogo di amabor, che pure è detto fu- 
turo esatto da Yarrone, di amatus sim in 
luogo di umer, di amatus essem in luogo 
di amarer } e di amatum esse in luogo di 
amari, e si vedrà che i passivi latini po- 
tevano essere svolti completamente coll'a- 
juto del verbo esse, e che quindi un tal 
modo di conjugare doveva prevalere in 
tempi ed in occasioni che insieme combi- 
nandosi, per rodere al latino scritto le con- 
sonanti sue desinenti finali, rendevano 
a poco a poco disofficiose le suddette for- 



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— 70 — 

me passive semplici, col renderle mal co- 
noscibili e per conseguenza preste ad esser 
confuse colle forme attive» 

Dal sin qui detto sembra dunque potersi 
spontaneamente dedurre che se il latino si 
prestava così nei verbi attivi come nei 
passivi ad ammettere P uso degli ausiliari 
essere ed avere, pur nullameno per deter- 
minare la costanza dell' uso stesso ed il 
conseguente abbandono delle forme verbali 
semplici, bisogno è supporre che la lingua 
Gallica o Celtica su cui veniva tra noi a 
prevalere, fosse tale da influire sulP am- 
missione degli uni e sulP abbandono delle 
altre. 

Passando quindi a questa ulteriore ri- 
cerca, osserveremo quanto segue. I primi 
Galli detti collettiziamente Insubri che sce- 
sero con Bello veso in Italia, furono Celti 
settentrionali, e forse furono altrettali i 
Salluvii o Libicii e i Cenomani condotti 
da Elitovio; la pronuncia sottile della u 
che vige nella contrada da essi occupata 
sembra chiarirli tali anche tuttora. I Boi, 
i Lingoni ed i Senoni che successero loro 
pare invece che appartenessero alla Celtica 



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— 71 — 

meridionale. Ove però si voglia formare 
un qualche criterio suir antico linguaggio 
proprio così degli uni come degli altri tra 
codesti Galli, per comune consenso degli 
eruditi, si ha ricorso alla lingua vivente 
principalmente nella Bassa Bretagna Fran- 
cese, e su quella si fondano i giudizii 
toccanti il Celtico primitivo. Consultiamo 
dunque la Grammatica Latino-Celtica di 
Alano Dumoulin stampata a Praga nel 
1800, e vediamo quanto essa stabilisca in- 
torno alle declinazioni dei nomi ed alle 
conjugazioni dei verbi. E prima, riferibil- 
mente ai nomi, ecco le parole del citato 
illustre filologo „ Una est in celtica lin- 
gua declinatio, cum indeclinabilia sint no- 
mina omnia tam substantiva quam adje- 
cfiva, ac per omnes casus transeundo eadem 
aemper remanent; solo articulo unusquis- 
que dignoscitur casus; singularis autem 
numerus a plurali distinguitur, non per 
articulum sed per terminationem. „ Con- 
fermato così quanto sui nomi barbari ci 
diceva Prisciano, passiamo a vedere ciò che 
il suddetto Dumoulin avverte riferibilmen- 
te ai verbi „ Verbum enim auxiliare, juxta 



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- 72- 

nominis etymologiam, tale et apud Celtas 
appellatur , quod aliis verbis, transeundo 
per utramque viam activam et passivali!, 
per utrumque numerum, per diversos mo- 
dos, diversa tempora, diversasque personas, 
auxilium praestet, ita ut, sublatis auxilia- 
ribus verbis, ne unum quidem per modum 
transire valeat. Tria numerant Celtae ver- 
ba auxiliaria, esse ) habere et facere. v Né 
diversamente il P. Gregorio de Rostrenen 
nella sua Grammatica Francese-Celtica o 
Francese Bretona stampata a Rennes nel 
1758. E prima riferendosi ai nomi: „ Le 
nom adjectif, ou substantif n* a que deux 
proprietéz, le genre et le nombre, et point 
de cas, par ce que les Bretons, non plus 
que les Hebreux, n' ont de ì;erminaisons 
distinctes des cas: ils ont seulement la 
variation du nominatif singulier et du no- 
minatif pluriel „ E poscia riferendosi ai 
verbi „ La seconde remarque est que les 
Bretons ont trois verbes auxiliaires, qui 
sont étre } avoir et /aire, dont il est expe- 
dient de savoir la conjugaison avant que 
de parler des autres, puisque ils aident à 
les conjuger „. 



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— 73 - 

Per quanto dunque il Basso Bretone 
attuale ci può far arguire sulla lingua già 
parlata dai Celto-Itali, e relativamente al 
fatto nostro sulla lingua dei Galli-Boi, noi 
siamo indotti a credere che le disposizioni 
del Romano ad amminicolare i verbi con 
costanti ausiliarj dovessero sulle bocche 
Galliche diventare .a poco a poco una ne- 
cessità fonetica ed -assumere le forme di 
un sistema regolare linguistico non offe- 
rente eccezioni. Con tutto ciò V argomento 
induttivo può divenir più calzante ed ac- 
costarsi al valore di una relativa dimostra- 
zione, osservando come nel fatto appunto 
delle nostre conjugazioni si presenti una 
rimarchevole eccezionalità, la quale avendo 
riscontro soltanto nel Basso-Bretone, ci 
dispone alla convinzione che là precisamen- 
te possiamo rintracciare tuttavia alquante 
superstiti testimonianze del nostro Boico 
perduto. Spieghiamoci meglio. < 

La vocale a nel dialetto Modenese, del 
pari che in alcuni altri a fondo Gallico^ 
è un accompagnaverbo, il quale sembra 
rimanervi in persistente ricordo di un an«t 
tico pronome personale celtico che .serviva 



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— n — 
a tutte le persane e ad ambi i numeri. 
II Basso Bretone la nn modo di conjuga- 
zione che lo pone in evidenza. Prendendo 
in esempio il verbo essere, ecco come si 
eonjuga : 

Sing. Me-a so. 

Te-a so. 

En-a so. 
Plur. Ny-a so. 

Chuy-a so. 

Y-a so. 

Le incertezze alle quali doveva dar luo- 
go questo generico a si possono intendere 
pensando alle simili che si presenterebbe- 
ro qualora i verbi francesi, italiani, tede- 
schi non avessero altro pronome persona- 
le verbale che m } uomo, man. Il contatto 
con altre lingue più assegnative dovette 
presto far sì che da queste si apprendesse 
la varietà de 7 pronomi personali verbali, 
e così, come vedemmo più sopra nel Bas- 
so-Bretone, r aggiunta loro valse a dirige- 
re in pratica alle personalità che ponno 
essere intese nel discorso quel generico a 



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— 75 — 

80 che accennava all' astrattezza dell' esi- 
stenza. Ciò però non escluse la presenza 
dell J antico pronome a, il quale allora, per 
la pluralità dei servigi al medesimo attri- 
buiti, potè vestire qualità di inculcamene 
o di iterazione al modo dei memet od ego- 
metj tute, is-ise od ipse dei latini. Il pro- 
teo a potè dunque in antico iterare tutti 
i pronomi personali verbali e farne le veci 
in quei linguaggi ne' quali venivano suf- 
fisse al verbo le personali mozioni. Pre- 
messo ciò, ecco come noi Modenesi con- 
iughiamo i verbi: 

Sing. Me-a lez. 

Te-t lez. 

Quel-ai lez. 
Plur. Nó-a lezém. 

Vò-a lezi. 

Qui-i lézen. 

La iterazione è per noi evidente, giac- 
ché a lez tutto solo vale io leggo, come 
appunto me-a lez; e che a valga io o me 
si par chiaro dal vedere che esso duplica 
nella prima persona me, come t ed al du- 



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— 76 — 

plicano evidentemente te e quel nella se- 
conda e nella terza. La generalità poi dei 
servigi avvertiti nel comune pronome ver- 
bale a ci può sola spiegare come esso possa 
iterare non solo io e noi, ma ben anche 
voi, riferendo ciò ad un tenace ricordo 
della nostra celtica origine, il quale non 
ha potuto essere spento dalla romana so-» 
vrimposizione. 

Quest' ultima però ha col suo lungo do- 
minio acquistato una prevalenza che non 
mancheremo di porre a mostra, È noto che r 
interrogando, i pronomi verbali da ante- 
fissi diventano suffissi; ora aggiungeremo 
che questa regola nel dialetto modenese si 
osserva in tutti i casi, meno quel più ardi- 
to in cui a, non pago di supplire io e noi, 
supplisce anche voi; giacché allora 1' in- 
terrogazione abbandona il celtico a e pren- 
de il latino voi, come dall' esempio se- 
guente : 



Sing. 



A lez. 


Lezi-a ? 


T lez. 


Leze-t ? 


Al lez. 


Leze-l ? 



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— 77 — 

Plur. A lezem. Lezemi-a? 

A lezi* Lezi-v? 

I lezen. Lezn-i? 

Abbiamo notato di volo questa lotta tra 
la lingua conquistata e la conquistatrice, 
non solo perchè lasciando apparire gli stra- 
ti linguistici del nostro dialetto, si ajuta la 
storia dei nostri patimenti, ossia quella 
della violenta fusione delle razze; ma tutto 
insieme per dare la chiesta autorità al 
Basso-Bretone in ciò che concerne le re- 
mote antichità degl' idiomi Celto-Itali sui 
quali venne a signoreggiare il Romano. , 

Raccogliendo pertanto il sin qui discorso 
mi sembra di poter nodrire speranza che 
il lettore, a cui non sia mancata la pa- 
zienza di seguirmi nelle indagini predi- 
sposte, vorrà anche accettare per probabili 
le premesse con cui iniziava questi miei 
cenni preliminari, e sarà inclinato per ciò 
ad ammettere in Italia, dopo il VI Secolo 
di Roma, la coesistenza della lingua lati- 
na scritta con molti dialetti Italo-Romani 
parlati. Riconoscendo allora in queste lin- 
gue tunicate i principali effettori degli o- 



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— 78 — 

dierni dialetti italiani, vedrà esso facilmen- 
te 1' importanza di studiare questi ultimi 
men superficialmente di quello siasi fatto 
sinora, potendo i medesimi soltanto som- 
ministrarci le testimonianze del mal noto 
romano rustico, ossia del romano parlato, 
non che degli oscuri linguaggi su cui que- 
sto sovrimponevasi, ossia degli idiomi ita* 
liei anteriori alla conquista di Roma, e 
finalmente i vivi monumenti della influen- 
za morale o violenta dei successivi barbari 
conquistatori contrassegnata nel numero e 
nella qualità delle voci che costoro seppero 
o poterono introdurvi» 

Questi popoleschi linguaggi resi più o 
men dispetti dall' aristocrazia letteraria 
che li voleva spenti o ignorati, debbono 
ora venire alla lor volta interrogati dalla 
democrazia letteraria seguace della scuola 
storico-grammaticale, la quale nelle orali 
e plebee tradizioni sorprende ciò che le 
scritture meditate o calcate sovra altri e- 
sempj scritti, non potevano né dovevano 
mai esibire. 

Altri farà al certo molto meglio di me, 
io sarò pago di aver domandato al popolo 



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— 79 — 

una parte de' suoi dolori, delle sue gioie, 
e delle sue tenaci affezioni, un testimonio 
finalmente delle aliene sue origini, e degli 
sforzi fatti dai governi, dalla civiltà, e 
dalle ambizioni per confonderle tutte nella 
più vivace federazione che possa esistere, 
cioè nella conseguita o persuasa fraternità 
di un idioma comune. 



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ALCUNI ESTRATTI 
DALLA RECENTE OPERA DI MONS. QUIGHERAT 

INTITOLATA 

ADDENDA LEXICIS LATIMS 

a qualche dimostrazione che molte voci, 
ritenute latino-barbare, erano invece lati- 
no-volgari prima delle invasioni barbariche 
in Italia. 



Saggi* ecc. 



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AFFÀNTAE-ARUM per: vulnera, donde affanni. 
AEGROTATICIUS. Questa desinenza minorativa, cara 
ai nostri volgari, era pure della buona latinità — 
Afiectatitius, Assimulaticius, Coactatitius, ecc. ecc. 
AGNELLA per agna. 

ADNULLARE e ANNULLARE come oggidì. 
APPROPIARE per: prope accedere. Apprope era dun- 
que T a provo di Dante. 
AKCHITECTOR per: Summus Tector. Questa desinen- 
za che latinizza il greco arcifabbro, cioè V architetto, 
ci ha dato il nostro architettore. 
ARGENTARE per: argento inducere. 
AVA per: avia. 

BAUOALIS specie di vaso fittile, donde il locai fran- 
cese ed il nostro boccale, 
BIBONIUS per: bevone, bibax. 
BISACCIA per: bisaccium. 
BRISCA per: favus unde mei elicitur, donde la patria 

voce bresca. 
BUTYR per: butyrum. 



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— 84 — 

CAB ALLA per: equa. 

CABALLARIUS per: cavalliere od uomo a cavallo. 

CAMBIARE per: mutare. 

CAMPAEutlJS per: agrorum custos, il nostro camper. 

C APANA per: casula, quod unum tantum capiat. 

CAPUTIUM per: capitium. 

CARICARE per: onerare. 

CASELLA per: parva casa. 

CATARRUS per: humorum fluxio. 

CATTUS per: feles, gatto. 

CERESIA per: cerasus. 

CERNITUS per: cretus. 

CESPITARE, per: offendere, cadere, donde: incespi- 
tare, e incespicare. 

CIMITERIUM per: coemeterium. 

CINNUS per: signum, nutus; donde cenno. 

CERCARE per: circumire, andare in giro, od in cerca. 

COFIA e CUFIA per: tegumen capitis. 

COLLINA per: Collis. 

COMESTIBILIS per: mangereccio. 

COMMATER per la nostra comare. 

COMMERCIAR! per: commercium exercere. 

COMMUNALIA-IUM per: communaglie, o beni com- 
muni. 

CORTILE per: hortus rusticus. 

CORTINA per: aulaeum. 

CUPULA per: sepolcro concamerato, donde poi cupola. 

CUSIRE per : suere. Noi Modenesi diciamo cusir, non 
cucire. 

CYPRESSUS e CYPRESSINUS per: cupressus e cu- 
pressinus. 

DECONTRA per: e con tra, di contro. 

DEFORIS per: e loco exteriore, di fuori. 



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— 85 — 

DEGRADARE per: gradu dejioere. 

DEINTUS per: intus, dentro. 

DELONGE per: proemi, da lungi. 

DEPURATUS per: defaecatus. 

DESERTARE per: vastare. 

DISPARERE per: evanescere. 

DISPOSTUS sincopato come repostm compostus) il 

che mostra che si diceva postus per posiius. 
FENESTRELLA per: parta fenestra. 
FERRARE per: ferro munire. 
FIGATUM per: jecur, fegato. 
FILARE per: nere, filare. 
FISTULARE sibilare. Ecco perchè i Toscani dicono 

fistio, e fistiare. 
FLASCO-ONIS per: vas vinarium. Dal caso retto esce, 

fiasco, e dagli obliqui, fiascone. 
FOCARIS PETRA per: Pyrites, pietra focaja. 
FORMASTRUM opus, in quo forame adhibentur. Da 

lac formastrum esce P aggiuntivo sostantivato for- 
maggio. 
FRATELLUS vezzeggiativo di frater. 
GBNUCLARE per: geniculare, e geniculari, inginoc* 

eh iarsi. 
GRAPPA per: racemus, bòtrus. 
GRASSUS e GRASSARE per: crassus e crassare. 
GUTTARE per: parum pluit. Noi da guttare femmo 

gocciare. 
HORTICELLUS per: horticulus. 
INANTE per: ante, innante o innanzi. 
INCASTRATURA per: commissura. 
INCONTRA per: contra; incontra e incontro. 
LABINA per: terra labilis, donde la nostra lavina. 
LAMPARE, fulgore; di qui lampo ed epenteticamente 

lampeggiare. 



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— 86 — 

LONGARE per: longum faoere. 

MACRARE per: macrum facere. 

MELIORARE per: meliorem recidere. 

MESIS per: mensis. 

MOLLIGO-GINIS per: pars mollis in pane. Dal caso 
retto esce mollica. 

MORIRE per: moriri o mori. 

MURARE per: moenibus claudere. 

MUSCIO-ONIS per: parva musca. Dai casi obliqui esce, 
moscione. 

NAVICELLA per: navicula. 

NEGARE per: necare, o sommergere. Da adnegOre 
viene annegare. 

NURA per: nurus, nuora. 

PANTANUM per: locus uliginosus, palas. 

FEDULES pel nostro pedule. 

POETISSA per: poètria. 

PORCELLA per: parva porca. 

PORTARIUS per: janitor, portiere. 

PULICELLA per: Virgo, o pulcella. 

PUTUS per: puer, o putto, il nostro putL 

QUERCINUS per: querceus, quernus. 

QUERELARE per: queri. 

RABIA per: rabies. 

RASORIUM per: novacula, rasore o rasojo. 

RENOVELLARE per: renovare. 

REPAUSARE pel nostro riposare. 

RIGA o REGA per: linea. 

SABLO-ONIS per: sabulum. Dai casi obliqui esce sab- 
bione. 

S ACCIA per: saccus. 

SALICETUM per: salictum. Saliceto o salceto. 

SALSICIA, ed anche Salciaia per: insicium, lucanica. 



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— 87 — 

SCABIA per: scabies. 

SCOPARE per: soopis everrere. 

SCULTA per: explorator. Scolta. Di qui scultèr per: 
auscultare. 

SETIMUS per: septimus. 

SIPILUS per: sibilum. 

SPOSUS per: sponsns. Donde sposare per: sponsare. 

SUCCARUM per: saccharum. 

SURDARE per: surdum reddere. Di qui coli 1 a enfa- 
tica, assordare. 

SYRUPUS per: jusculum medicum. 

TALLIATTJRA per scissura. H che suppone il verbo 
talliare per scindere. 

TINTINARE per: tinnire, donde anche tentennare. 

THIUS, TIUS ed anche Zius per: Zio. 

TONSARE per: tondere. Sopprimendo la », come in 
mesis, sposuSj cosul, abbiamo il nostro tosare. 

TOSTARE per: torrere. 

TRTFILIS quod teri potest. Donde la patria voce tridla. 

VEGETARE per: vivere. 

VEEETIANUS per: Venetus. 

VIGOROSUS per: validus. 

VIRIDICARÉ per: viridiscere. Di qui: virdicare, e 
verzicare per quello scambio che ci fa trovare nelle 
scritture del IV. Secolo ozie, zàbolus, zàbólicus, za- 
con o eaconus per: hodie, diabolus, diabolicus, dia- 
conus. 

VISCARE per: visco illinere, e col proverbio in in- 
vischiare. 

VOTARE per: vovere. 



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Altri Estratti dal Lexique Roman ou Di- 
ctionnaire de la Langue des Troubadours 
di Mons. Raynouard a dimostrazione della 
conformità dei risultati prodotti dall' in* 
fluenza Romana sui linguaggi Gallici tanto 
di qua quanto al di là delle Alpi, ed a 
conforto dell' assoluta sentenza di Quinti- 
liano in discorso delle voci peregrine in- 
trodotte nella latinità : Plurima Gallica 
valuerunt. 1 



1 Dove la voce occitanica è conforme alla modenese, o dove 
non v' ba differenza fuorché nella pronuncia oytana, o più stret- 
te, prevalente fra noi, mi dispenso da riscontri. 



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ABÀC: aritmetica. 

ABECÉ: abbici. 

ABELUGAR: fr. éblouir, da beluga favilla, donde be- 
lugeiar e belugament. Di qui forse prende lume il 
nostro contadinesco sberluchèr per sfavillare, cioè 
da berluca o perluca per favilla. Lucàr è lucere. 

ABEVRADOR: abbeveratojo. 

ABRIÀGA ed EBRIAGA: fr. ivraie, il loglio. Per 
conseguenza il fr. ivre o ivrogne } V occitanico em- 
briac ed il modenese imberìègh varrebbero quanto 
allujè, allogliato. 

ABROSSÌR: intristire. Noi arruezirs colla * aspra, dii 
rozza, fr. rosse, occ. rossa^ cavallo tristo e sparuto. 

ABSÌNTI: assenzio. 

ACÙCIA: noi agucia, e per aferesi guccia. 

ACUPAR : Noi acupèr. Dal greco, premessa la a en- 
fatica. Quando diciamo: acupers da lafadiga, mo- 
striamo toglier la voce, non da xónza), ma da xonóa> 
defaticare. 

ADAGUADÒR: canale d'irrigazione. 

ADÉS: subito: ad ipsum ( tempus ). 



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— 92 — 

ADÉS-ÀDÉS: immediatamente. 

AFAZENDAR: affaccendare. 

AMANAVIR: Ammanire. H nostro contado amanvir 
e manvir. 

AMARINA: In mod. per aferesi marèna. 

AMURCA: Da questa voce tutta latina noi, con un 
togl incapo, femmo morda. 

ÀNQUA: Anca; donde anquana da vedersi nel Glos- 
sario. 

AVERSÀRI e AVERSÉR: Avversario, Diavolo: ad- 
versarius noster diabolus. Noi Arvsari e i Toscani 
Versiera. 

AVOCADÉL: piccolo avvocato. 

BAGAS, e BAGASSA: bagascio e bagascia; di qui 
bagaj. 

BARBASTÉL: imberbe. 

BARUTÉL e BARUTELAR: Noi buratél e buratlèr. 

BATICÒR: Mod. batcór. 

BECEDÀRI: Abbecedario. 

BESCUÉG: mod. bescott. Noto là voce per avvertire 
che bes, non duplica, ma peggiora. Bescayre è bi- 
squadro o mal quadro, besconte equivale al fr. 
mécompte, bescambis è cambio in peggio, bescantar 
cantar tra i denti, bestor, torricella. 

BEVENDA e VIVENDA: Noi dicendo bvanda e vi- 
vanda, vogliamo preferita la pronuncia oytana alla 
occitanica. 

BOACCA: Vacca. Si può vedere quanto in proposito 
scrissi nella mia Strenna Filologica dell'anno 1863 
a face. 73. Noi diciamo boaza o buaea lo sterco 
bovino, quasi boacia stercora, per boaria. 

BOCH1ÈR è quanto Boacier, cioè venditore di carne 
boacia o boaclna, e Boacaria è il luogo della ven- 



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— 93 — 

dita. Di qui Bchèr e Bearla, o con pronuncia più 
scolpita Pchèr e Pcarìa, pel toscano beccaio e bec- 
cherìa. La voce vien dunque dall' arcaico bue o hoc 
per bove, e più da vicino d&pecus per bestiame, ma 
non da becco. 

BODÉR: butirro, burro. Noi butér. 

BRAO: fango, Bragos fangoso. Conforme al brago di 
Dante. 

BRICON: fr. fripon. 

BRIZA: mica, briciola. 

BRÙFOL: bottoncino. 

BRUYNA: lat. pruina. Mod. brina. 

BUFAR: soffiare. 

BUGÀDA: ranno. 

BUGADAR: lavar col ranno. 

BUR e BUREL: bruno. 

OABÉÌSA o CAVÉISA era in Occitanico una mozione 
da caput che poteva riuscire ad un aggettivo sostan- 
tivato, come sarebbe capitium. Così la nostra cavéea 
viene da: lora capitia o fornimenti del capo, e 
cavzèl risponderebbe a : pulvinar capitale o capiUale 
per guanciale, origliare, o cuscino che si soppone al 
capo. 

CAPIPURGI: Starnutatorio. Si propone la voce Capi- 
purgio. 

CAPITANI: capitano. 

CARTA BEL: Scartabello, foglio volante. 

CASS: vuoto, casso. 

CATAR: vedere, trovare. 

CEBULA da Ceba: lat. caepa, oipolla. Noi zivolla. 

CEDA: seta, e Cedali di seta. Donde per epentesi 
cendale e zendèl. 

CHiAU: Chiù. 



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— 94 — 

CHATJPIR: prendere: noi ciapèr. 

CfflFLAK: fischiare: noi Sciflèr. 

CODOL: ciottolo, fr. caittou. Registro la voce solo 
per avvertire che essa era tutta propria del dialetto 
Bolognese, come lo attestano le vecchie Croniche 
di quella illustre città. Ed anzi la voce stessa sem- 
brò cosi singolare al fiorentino Canigiani, il quale 
scriveva il suo Poema intitolato il Bisiorato nel 
1364, che parve qualificare Bologna per la Città del 
códolo, come Dante 1' avea detta la Città del sipa. 
Cap. XLI. 

n Di Giugno a trenta dì, men pur ventotto, 
n Mi dipartii dalla mia Terra, e venni 
n Dov'io udì' chiamar codolo il ciotto. 

CÒSER: cuocere. 

CREBACÒR: fr. crève-coeur mod. crepacór. 

DEBANAR: dipanare mod. dvanèr. 

BEN AIR AD A: fr denrée. Ne prendo nota perchè si 
veda come derrata sia quanto denotata, cioè cosa 
che si cambia contro denaro. 

DEZANVANAR: il nostro dvanèr per iscuotere e far 
traballare. 

DISNAR: desinare. 

DOZIL e DOUZIL: il nostro dusil per doccione o 
condotto, dal lat. ducere. 

ÈIRA: Aja. 

EMBORÌGOL: mod. umbrighel, ombellioo. 

EMBRIÀC: ebro, ubbriaco. 

ENCÉNHER: confronta coli' alterazione Toscana in- 
cignerà 

ENGATJAR: Ingaggiare, ma vale pel nostro ingcdjèr 



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— 95 — 

impegnare. La voce ò gallica: s* engager vale anche 
imbarazzarsi, impigliarsi, imbrogliarsi, ma la forma 
è gallica occitana non oytana. 

ENGÒYS e ENGUEISSA: Angoscia la nostra ingossa* 

ESC ARPIE: anche strappare da excarpere. Columella 
ha carpere herbas. 

ESCÀVIA: scabbia, lat. scabies. 

ESCORTEGAR: mod. scurdghèr. 

ESCRACAR: fr. cracker. Colla consueta alterazione 
Tiene escarcar, donde il mod. scarcaj per crachaL 

ESCREBANTAR ed ESCREVANTAR: rovesciare, vol- 
tar sossopra. Yi troviamo le madri della lezione dei 
nostri verbi scaraòaltèr e scaravultèr, non che della 
voce scarvcnt per vento che abbatte e rovescia. 

ESGRULÀR: scorzare. Presta lame alle patrie voci 
gràia e gruìèr. 

ESQUINTAR: mettere a pezzi, schiantare, donde l'e- 
pentico mod. squinternèr, quasi mettere a quinterni. 

ESRAIGAR: Sradicare e rompere. Forse di qui il 
nostro rustico raighèr per rompere un ramo senza 
staccarlo. 

ESSEPAR : tagliare, separare. La prep. se era disgiun- 
tiva, e separ era latinamente il contrario di c<m- 
par. Essepar è dunque exsepare per exseparare. 
Da questo exsepare si illumina il patrio sciapèr 
per separare tagliando, e sciapa per separazione. 

ESTÉRGER: Noi, passando il verbo alla prima con- 
jugazione, stergèr. 

ESTRAPOLAR: strangolare. 

FABRE: usato strettamente per: fabbro ferrajo. 

PAISÒL: fagiuolo. Noi, stringendo il dittongo, fasòl. 

PAITIS: fatticcio, mod. fatti*. 

FALB : pallido, d' un bianco sporco e giallognolo. Noi 



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— u — 

pare diciamo falbo. Ricordando la prep: peggiora- 
tiva ve nella voci vecors, vedius, veyovis, vegrinutis, 
vehemens, vepallidus, vepente, vesanua, vescus, e 
vesculus, crederei che falbo fosse pronuncia spiritosa 
di vealbus, cioè male albus. È però vero ohe le 
Glosse registrano Falvus per fulvus. 

FALSADRE: Falsario. Colla d epitettìea come noi 
mzéder per mezzano o mezzajuolo. 

FANTIN: fanciullo. 

FAR: Farro. Vescere era pronuncia spiritosa di esca- 
re, donde escandus doveva equivalere a vescendus. 
Far era in genere il grano mangereccio, da cui 
usciva la generica farina, e che veniva detto odor 
od edor ab edendo. È da credere che potesse anche 
dirsi escandor, se i Francesi e gli Spagnuoli sep- 
pero per molto tempo conservare escande ed escan- 
dia, e se noi Modenesi chiamiamo tuttavia scandella 
la farriola od il farro minore. 

FARSIR: farcire. 

FAZENDA: faccenda. 

FAZENDIER: faccendiere. 

FÉ: fede. Noi A-la-fè per: in fede mia, per quanto è 
vera la fede. 

FEMNA: femmina. 

FEMP e FEM: fimo, concio. La lingua lat. scritta ci 
ha conservati fimus efimetum per letame e letamajo. 
Queste voci portate nelle province dovettero soffrire 
alterazione, se nelle Gallie al di qua della Loira se 
ne trasse /ero, in quelle al di là, non solo/w»iar, 
ma fante e fi arder \ e se noi Modenesi ne femmo 
fiamèda quasi fimata. 

FEN: fieno. 

FETGE: Fegato, mod. fidegh. 



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— 97 — 

FOGATZA: focaccia. 

FUGUENC : infocato. Mod. fughent. 

FRESO e FRESCUM: fresco. 

FROMIGER: formicajo. Mod. furmigher: 

FRUITA: Frutti. 

FRUSTAR: lacerare. 

FUMADA e FUMALA: mod. fumana e fumaròl. 

FUSTIGAR: fr. fustigete battere con fusto o bastone. 

GAFFAR è il gaffer od accrocher dei francesi. Forse 
r aggueffa di Dante è quanto s' aggaffa, o s' ag- 
grappa. 

GALIOT : fr. f orbati, uomo di mal affare. 

GARGAMELA: gargozza o gorgozzule, canale per cui 
scende il cibo. Sembra il minorativo di quel gar- 
pam che noi modenesi usiamo per iscanalatura. 

GARRA: Gamba. Di qui garretto pel nerbo della 
gamba, e giarrettiera per legaccia da gamba, non 
che alcune voci di mascalcia. 

GAT: gatto. 

GRAFI: graffio. 

GRAPAR era grattare, e grapa, tanto graffio quanto 
cosa da grattare. 

GUID ATGE : guida o guidaggio, donde il nostro gui- 
dai per colui che guida o indirizza. 

HORTALA: ortaglia. 

HUCAREUOAR : Vociare. Di qui il nostro paragogico 
ucalèr per andar vociando. 

INSCIDIR e INSCIDIDOR, per intagliare e intaglia- 
tore, ci presentano i nostri insdir e ìnsdidor per 
innestare ed innesta tore. Da scido per scindo. 

IVERNAIL : lat. Hibernaìis: è aggettivo che in occi- 
tanico può sostantivarsi. Noi colla n epentetica che 
ci dà inverno, diciamo invemaja la pastura secca 
Saggio ecc. 7 



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che riponiamo nelle tegge per sostentare il bestiame 
durante l' inverno, ed i nostri rustici, con quella 
aferesi ardita che ha dato alla lingua comune verno 
per inverno, la dicono vernaja. Il latino castrense 
aveva hibema per quartieri d' inverno, i nostri co* 
Ioni provinciali avranno avuto hibernalia pabula 
per pascione da inverno, sicché la voce invernaglie 
mi pare utile, chiara e da potersi accettare nelle 
scritture. 

IAELET o GIARLET: garretto. Mod. sgarlett e sgar- 
letton. 

LAMF: lampo. 

LAPPA: positivo di lappola, o bardana. 

LAVACI: il nostro lavacc quasi lavacchio. 

LEGNA: generico per legname o bois. 

LEY: sost. per polmone; agget. per lieve o leggero. 

LIMON: limone. 

LINSOL; lenzuolo. 

LISTA: Usta; fr. bande. 

LIUM: legumi lat. legumina. Noi liim, e poi Km, da 
legimina. 

LÙSER: lucere, splendere. 

LTJZ: luccio. 

MAGAR e MACAMENT: al modo nostro per ammac- 
care, ed ammaccamento. 

MADAISA: matassa. Noi sul tema oytano échevau, 
abbiamo sgavetta. 

MADÙR: maturo. 

MAGAGNAR, fr. blesser. 

MAINADA era masnada, Mainadera famiglia. Maina- 
dier capo di famiglia. Que' dialetti che chiamano 
marna il ragazzo o figlio di famiglia, vedranno che 
V appellativo deriva da masnada nel significato di 
gente o consorteria. 



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— 99 — 

MAJESTRA, o MAISTRA sono la nostra misera, tan- 
to per maestra, quanto per malattia maggiore o 
maestra che sopravviene ai bambini. 

M ANÉRA: maniera. 

MANGANEL : randello, o bastone da stringer le corde. 

MAZELL: macello. 

MÉDRE: mietere: noi méder. 

MELSA milza. 

MENTASTRE mentastro, menta salvatica. Mod. menr 
taster. 

MERGULI: mergo o smergo. Di qui Mergular emet- 
tere V acuto strido degli smerghi, non che il mod. 
smerglcr per piangere acutamente. 

MIGA e MINGA: mica, afforzativo di negazione. 

MIULAR miagolare. 

MOLHER moglie; noi mujéra. 

MONIER per Moliner: mugnajo per molinajo; Noi 
munèr. 

ÒDI: odio. 

PALAISI: palazzo: fr. palais. Noi in alcune località 
palesi, fora' anche dal romanzo palés per pubblico, 
intendendo la casa pubblica, o del pubblico, cioè 
del Comune. 

PALHASSA è strame, donde pajae, pagliaccio, per 
saccone pieno di grossa paglia. 

FANSA: pancia, fr. pansé, mod. patita. 

PE: piede. 

PELUGAR è il fr. éplucher, ed il nostro spìuchèr. 

PERFIL: profilo, e balza interna. 

PIULAR e PIULAMENT: fr. piauler, e piaulment. 

PIUSÉL: pidocchio, pedicello. Noi lo diciamo più spe- 
cialmente de' bacherozzoli che vivono sul formaggio. 
Dal lat. pediculuSj rustico pedoculus, femmo pdùcc, 



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— 100 — 

e piace, e, minorando quest' ultimo, piucél, che per 
mollizie divenne piusél. 

PLO JA e PLOJOS : piova e piovoso, donde la ploja 
di Dante. 

PLUMASSÒL : Noi piumazzòl e sottilmente pimazzól. 

PODAR: Potare. 

PÒLGA: pulce. 

PÒL VERA : In mod., assorbendo la quiescente, polvra. 

RAÌSA e RAISÉTA: radice e radichetta. 

RAMA: ramo. 

RASCA e RASCOS: tigna e tignoso. Di qui forse al 
raschèr, ( epentesi di radere promossa sul tema par- 
ticipiale rasus ) V idea del prurito che noi talvolta 
annettiamo al verbo, non che al nome rasch. 

RAT o RATON nelle due lingue di Francia è Sorcio 
o Ratto, cioè il rapido rapitore. Dalla voce nomi- 
nale escono le verbali Baiar e Batonar per rodere 
come fa il sorcio, donde Batadura e Batonàdura 
per rosura di sorcio. Si potrebbe supporre che il 
verbo occ. gratar fr. gratter, mod. graièr^ fosse 
fatto colP aggiunta di quella g d' efficacia che ci dà 
grapar da rapar fr. raper, grizza da rizza o riz- 
zata, gita per ita od andata ecc. e significasse ori- 
ginariamente rodere a maniera dei ratti. Sembra 
nullameno più verosimile che rotar o rattar sia 
pronuncia abbreviata degl' iterativi di radere, rasi- 
tare o raditare, che per aggiugnincapo intensivo 
diventa grattare. 

RESCOS: nascoso. Da rescondo per recondo. 

REZENSAR: fr. vincer, risciacquare. Noi sopprìmiamo 
P ausiliare, e, .per rendere la voce pronunciabile, 
aggiugniamo la a enfatica, e diciamo arzinzèr. 

RIGÒT: rigo di bordo, o piccol rigo, o regolo. 



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— 101 — 

RODA: ruota. 

ROMIAR : ruminare. 

ROSGAR: rosicare. 

RUSCA: scorza. Conforta il nostro rusch per lapazza- 
tura, o putamen. 

SABA: per succo, fr. seve. 

SABAT A : è Scarpa, zoccolo e ciabatta. Noi zavata, 
donde zavatèn quello che gli occitani dicevano sa- 
batter, ed i fr. savetier. Mutata V usanza della cal- 
zatura, sabato, rimase a significare scarpa ali 1 antica, 
e poi valse scarpa vecchia e sdruscita. Il sabatier 
non fu più il calzolajo, ma il rattoppatele dello 
Bcarpame, ed i verbi sàbatar fr. saveter, tose, ac- 
ciabattare, mod. azavatèr scesero a significare acciar- 
pare ed abborracciare. 

SADÒL: satollo. 

SALÀRI: salario. 

SANCA : alto zoccolo o coturno grossiero. Noi zànghett 
zancani, i trampoli e le gralle. 

SANGNAR: sanguinare. 

SANGLÒT: singhiozzo mod. sangiót. 

SÀUR: sauro. Noi, sciogliendoli dittongo, sóver. Gli 
Occitanici hanno saurar per far biondo o color 
d' oro. Sauro sarà dunque exaureus, e Saurar exaHr 
reare, e exaurare. 

SCRtJPEL: scrupolo. 

SEC-SEC: avv. di tratto, e di seguito. 

SEDA: seta. 

SEM: scemo, privo. 

SEMAR: scemare, privare. Noi, senza V ausiliare, smèr r 
come snéster per senestro o sinistro, sren per sereno,. 
stmdna per setmana o settimana. 

SENTAR: sedersi. Noi sentóre insieme cogli Spagnuolu 



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— 102 — 

che mostrano aggiungere ad una mozione di sedeo, 
come sarebbe seditare, quella stessa n epitettìca che 
da taco, nico, tnico, paco ec. fé' tango, ningo, mingo, 
pongo ecc. facendo uscire senditare, e per crasi sen- 
tare. 

SÉRA e SERRA: Serra e cima di monti. 

SERVIZI: Servizio. 

SÓZER e SÒZRA: suocero e suocera. 

SOLAR: solajo o suolo fattizio. In lai. la voce sola- 
rium poteva essere mozione, non tanto di Sol, quan- 
to di solum. 

SOMSIR: singhiozzare, puntualmente il nostro sumsir. 

SOPA: zuppa, in mod. più chiusamente suppa. 

STABLIR: stabilire, ristaurare. 

STOBLA: stoppia. La mutazione della i in o nella 
voce stipula, è dunque comune anche col neo-latino 
occitanico. 

STRANGLAR: strangolare. 

SUC: capo, testa: noi such. 

SUPERBIOS: superbo. 

T ABUSSAR: battere, percuotere. Noi, coli 9 intromissio- 
ne della nasale enfatica, tamìmssèr, e per maggior 
efficacia stambussèr. 

TACA : tacca. 

TAMIS: setaccio. 

TAVÀN: tafano. 

TECA: custodia, astuccio, gr. e lat. theca. 

TECHIR : avanzare, progredire. Confronta per avven- 
tura coir attecchire de' Toscani, spiegato dalla Cru- 
sca per venire avanti, acquistare, crescere, contrario 
di intristire. Noi, invece di tecchire usiamo tacchèr, 
e attacchèr. Siamo soliti cioè in discorso di piante, 
dire eh el tacchen ben o mèi, per dire che' provano, 



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— 103 — 

8' attengono e prosperano bene o male. Forse dal 
gr. &iya>, lat. foco, poi tago, e, per consueta epen- 
tesi, tango, intendendo che si congiungono bene col 
terreno, ed, accostandoselo, ne aTTantaggiano. Il 
nostro avv. attacchi risponderebbe talTolta alla frase: 
essere a tocca tocca, quasi attactum per attactim. 

TEMPORA: ciascuno de' quattro tempi di digiuno nel- 
P anno. 

TENDRET: tenerino, dal positivo tenére mod. tender, 
introducendo la d epitettica in tener. 

TERRATREMOL: terremoto. Si propone la voce Ter- 
ritremolo. 

TESTART: testardo. 

TETA: poppa, mammella. 

TTERA: seguito, continuazione, tirata. Noi téra in 
tera ed pan. 

TTGRA: tigre. 

TIRASSAR: tiracchiare fr. tirailìer mod. tiraccièr e 
stiraccièr iterativo di tirare. 

TOA: tua. Noi, spiccando in consonante il secondo u 
di tuus e suus, diciamo anche tova e sova; ed al- 
trettanto ci mostrano le antiche lapidi del buon 
tempo Romano. 

TORTRE: tortorella. In mod. tortra, e turtrena. 

TOS, TOSA, TOSET e TOSETA. Il lat. tondeo o tomo 
nel Romano rustico perdeva la n, cosicché la ten- 
sione di Catone rimaneva tosone, e valeva P insieme 
del vello o del capellizio che poteva tosarsi. Per- v 
ciò nelle nostre campagne si dice esser in tnsòn 
per essere in capillis, cioè senz' altro in capo che la 
naturale capellatura. Tosa, Tusetta risponde quindi 
a virgo in capittis, e per conseguenza a tosona o 
tosonetta o virgo intonsa: così Tos e Tuscia puer 



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— 104 — 

in capiate, cioè tosone o tosonetto, od intonsus, e 
valgono, dipendentemente dal premesso; giovinetto o 
giovinetta che hanno anche intatto tutto il loro 
tosone, ossia il loro tosabile. 

TRABUCAR: rovesciare., ed anche il fr. trébucher» 
Noi trabuckèr e strabuckèr. 

TRABUC: Trabocco, trabochetto e periglio in genere» 

TRASLUZER: trasparire, mod. straluser. 

TRAVEL: trivello. Noi, da ter eh ella minorativo di 
terebra, come cervello di cerebrum, trivell. 

TREP: ballonchio, tresca, 

TREPIAR: ballonchiare. 

TRESCA: danza. In mod. trescon è un noto balla 
contadinesco. 

TREZA: treccia. 

TRIDAR tritare, lat. tentare iterativo di terere ; don» 
de Trida, e noi tridla per tritolo. 

TRON e TRONAR: tnono e tonare. 

TROS: pezzo, per cui Trosar, mettere in pezzi. 

TRUC : urto, colpo, scontro. In. mod. truck è un giuoco- 
che si fa specialmente bocciando. Per cui quando 
diciamo; quest' è un bel truck-, a va a suzèder %m 
bel truck, è quanto dicessimo: questo è un bel colpo; 
ne va ad accadere una grossa. 

TURTAR: urtare, donde il nostro più spressiyo stur- 
lèr, quasi sturtular, e insturléres per urtare in, o 
contro, qualche cosa. 

TUST: urto. In mod. colla solita 8 di efficacia, stust y 
e per attraizione stuss. 

UCAR: Vedi Bucar. 

UNTAR: ungere, lat. ungitare. 

USS e USSÒL: uscio, e usciuolo. 

VANO A: Specie di nassa fatta di cannucce accostate 



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— 105 — 

cori da prestar passo ali 9 acqua non al pesce, che 
vi si può pigliare prestamente colle mani. In mod. 
Vanócia, dal lat. vannus o vanus, donde vanueula, 
vanitela e vanócia, come da panus, panucula, par 
nucla e panócia. 

VAZER: andare. Tadere è una pronuncia spiritosa 
di adire, come dndere od andare non ne è che una 
epentesi, la quale si manifesta negli andrones di 
VitruYio, cioè negli anderoni od anditi pe' quali 
itur de cubiculo ad cubiculum. Quan&o dunque noi 
diciamo; io vado, e noi andiamo, non confondiamo 
due yerbi, ma due forme loquelari del verbo stesso. 

VEDÉL e VEDELLA: vitello e vitella. 

VÉNEE per IHvenres; cioè per Venerdì. H nostro 
contado, impinguando la n, Vigner. 

VESC: vischio. 

V1PRA: vipera. 

ZUQUET: nuca. 



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PRINCIPALI PERMUTAZIONI 
DI LETTERE NEL DIALETTO MODENESE 

POSTO A CONFRONTO 

COLLA LINGUA LATINA SCRITTA 
« O COLLA TOSCANA. 



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Iniziale sostituisce per allitterazione qualsi- 
voglia altra vocale resti soppressa dopo la con- 
sonante che immediatamente le succede. A-m a-l 
gèssi, me lo diceste; A-mpiés, mi piace; A-rmor, 
rumore, A-csè, così; A-rvgnir, rivenire; A-s 
dis, si dice; A-t digh, ti dico; A-rfèr, rifare; 
A^ngotta, ne gutta (quidem) ; A-lchéra, lecchiera 
o leccarda; A-ldam, letame; A-w fa per me, 
no (ossia non) fa per me. - Anche senza allit- 
terazione può tener luogo d' altre vocali: p. e. 
della e. salghèr per selciare, o della i, sangiòtt 
per singhiozzo, o della o, scarpion per scorpio- 
ne, o della u, anzén per uncino - Si aggiunge 
per enfasi, ajér, jeri ; aschizz, schiccio o schiac- 
ciato - Si sopprime invece per aferesi: Onesa, 
Agnese ; Gujè e Gujadell per Agugliato, od A- 
guglione, Mendèr e Mendadura per Aramen- 



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— 110 — 

dare ed Ammendatura o Rammendo. Vena per 
Avena; Nadra, anitra; Nimèl, animale, Rènga r 
aringa; Resta, arista; Spères, asparago; Sper- 
glèn aspergolino ; Bajèr, quando vale abbagliare. 
Contadinescamente tien luogo della desinenza in 
et, la quale urbanamente è invece in e lungo 
quasi fossero due e (ee). Per ciò dove, in cam- 
bio di lei (in romano rustico liei), piei, miei, 
sei (in romano rustico siei); i cittadini dicono 
le, pè, me, sé, i campagnuoli per contrario la- 
sciano intendere Ha, pia, mia, sia. 

B 

Si pronuncia he, e quindi scusa la sua ausi- 
liare quando è breve. Bgon begon, Bghir beghir, 
Sbgazz sbegazz, Sbgazzèr sbegazzer, Bsijer be- 
sijer, Bvina bevina, bvinell bevinell. Vedi alle 
Lettere P e V per gli scambj colle medesime. 
Fa da intensiva germanica, come in blisgher; e 
rende vegeta la oscura pronuncia della m, come 
in ligamb per legame, cucombra per cucomra 
o cocomero. 



Si pronuncia ce e rusticamente ze. È schiac- 
ciata avanti e ed i, scolpita e di spirito aspro in- 
nanzi le altre vocali. Froda la o breve susse- 
guente fruscia fruscolo, everta coperta, everc 



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— Ili — 

coperchio. Si muta nella più rozza z, per cui 
zanz, zerc sono ciancie e cerchio : ed alle Volte 
per contrario la sostituisce talché cozzare di- 
venta cuccièr. Viene raddolcita mutandosi in g, 
e dgoll vale decollo o rompicollo, mégher macer. 
Scambia i servigi colla s: sòrbola con altra 
desinenza diventa curbèla come corbezzolo, suc- 
chiare diventa, non solo succèr, ma ciuccèr. 



D 



Si pronuncia de. Scusa la propria ausiliare; 
dsèved è desapido, fidlén Adelino, pedga pédeca 
o pedata. Raddolcisce la t, maddon ò mattone, 
perdga pertica, damand tamanto. Può mutarsi 
colla r e far uscire mrolla per midolla, arvsari 
per adversarius ; non che sostituire la v, per cui 
l'antica ervelia o ruvelia, diventa rudéa, È 
epittetica o diaframmatica come in zendra per 
cenere, tendra per tenera, mandegh per manegh o 
manico, mandga per manica. Nel romano volgare 
si commutava colla z per cui diabolus e diaconus 
erano insieme zàbolus e zaeonus, e noi pure 
abbiamo binda} e sbinzaj. Finalmente vien caso 
in cui, per facilità di pronuncia, tien luogo della 
C come in San Dsèr per San Cesario. 



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— 112 — 

E 

Come quiescente delle consonanti tien luogo 
della i toscana. Ha varii suoni, lato se sostitui- 
sce la a latina, stretto se la i. Talvolta ha suono 
rispondente al dittongo latino ae, come in Èsen 
Asino, Èter, Alter. Sostituendo la a non è però 
sempre lata per cui, invece di baco, diciamo bégh 
strettamente, e invece di mago diciamo mègh 
latamente. 



Si pronuncia fé, e quindi assorbe V ausiliare 
come in fregn ferrigno, fnil fenile, fruzna fer- 
rugina, cioè ferruginea. Può sopprimersi in prin- 
cipio, e si ha stuga per festuca. Viene sostituita 
da p 9 e dà soppi, suppier, suppiet per soffio, 
soffiare, soffietto; ed altre volte invece la sosti- 
tuisce, per cui figna, in luogo di pigna, nel si- 
gnificato di cose ammontate cosi da render figura 
di pina. Fa più vegeto il suono della v, per cui 
cubilire, divenuto cuvlir, fa cuflir, e ascuflirs. 



Si pronuncia gè. Fogna la vocale breve che 
gli succede, gmèra gomera, ruglett rugoletto o 
rigoletto. Fa le veci del v 9 gómit vomito, gmèra 
vomera, ed anche del e gubbia cubbia e final- 



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— 113 — 

mente del d, gir giva per dir diva, imperfetto 
di dire 9 giacché, diceva, è imperfetto di dicere. 
Impingua la w, gnanch neanche, gnàccher nac- 
chere, gnint niente, gnucca nuca, vègner ve- 
ner-di. Si muta in z, Zvan, Zugn, Znèver stan- 
no per Giovanni, Giugno, Ginepro. È iniziale di 
scolpimeli to, o di intensione, grizza e grizzól 
per rizza o rizzata e rizzuolo, gita per ita od 
andata. Fa le veci del gh, gièra, gianda per 
ghiaja, ghianda; e viceversa, quando gh è pro- 
nuncia pingue di e, può essere rudero di cum: 
cum me, cum te, cum se, divenuti mecum, 
tecum, secum 9 furono da noi ahhreviati in megh, 
tegh 9 segh. 



i 



Assottiglia la e: sfris e sfrisèr per sfregio e 
sfregiare. Quando è breve, si sopprime per ar- 
rivare più spigliatamente alla tonica : pgnól pi- 
gnuolo. Sostituisce la l liquida: clarus diventa 
darò e cièr, taflér diventa tafièr. 



Ha per ausiliare la e che talvolta si trala- 
scia: fulsell per fulesell o filugello. Si sopprime 
in principio come in lujadga lugliatica, che di- 
venta non solo ujadga ma jadga; ed in mezzo 
perchè liquida ed evanescente, come èter e vu>- 

Suggio ecc. 8 



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— IH — 

èter per altri e voi altri; quando è doppia si 
rammollisce al modo francese, e si ha moj per 
molle, puj per polli: così dicasi del gì; per cui 
abbiamo fcga per foglia, soj per soglio. Si ag- 
giunge in principio quasi articolo appiccicato a 
voci che in origine cominciano da vocale, fo- 
dria edera, lesca esca, linzèr inciare od incidere, 
languria anguria, lumid umido, lans ansia, 
laza accia. Sostituisce la n, lomina per nomina. 
La l e la r si scambian tra loro gli officj, sic- 
ché scarpell è scalpello, e per contrario scal- 
farolt è scarfarone o scarperone con desinenza 
minorativa di spregio; corcare è culghèr. Non 
è desinenza plurale di quelle voci ossitene che 
T hanno a desinenza in singolare, perciò fasól 
in plur. fa fasóo, ramài ramòo, fulsel fulsée, 
bel bée, e ciò accenna al nostro etnico gallicismo. 
Non è così nelle voci baritone, e quindi non gal- 
liche, come al biségoli i biségol, giacché in que- 
ste la desinenza resta immutabile ed i numeri 
sono distinti solo dagli articoli. 

M 

Ha per quiescente la e e può sopprimerla: 
msèda mesata, msèll messale, msòra messori^ 
mnèn menino o piccolo gatto. Sopprime anche 
altre vocali brevi che le succedano: msura mi- 
sura, mros moroso, amoroso. S' inserta per e- 
pentesi trambalèr per traballare, stumpèr per 
stoppare. 



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— 115 — 

N 

È ausiliata dalla e, e perciò talvolta l' assorbe 
zenra, tenra, Vènra sono cenere, tenera, Ve- 
nere. Si aggiunge in capo ed escono naranz 
per arancio, nébbi per ebbio. Si inserta in mezzo 
per epentesi e si ha ninzola per nocciuola, sten- 
chi e stenchir per stecchlo e stecchire, rang e 
ranger per ragghio e ragghiare. 

o 

Quando è breve viene facilmente elisa entro 
le voci; e quando è lunga, ove perda V accénto 
tonico per mozione della voce radicale, si assot- 
tiglia in u : Mròs allungandosi fa mrusèn, mru- 
sett, mruson, mrusazz ecc. Si oscura anche 
senz'altro in u come si vedrà a suo luogo. 



Si pronuncia pe, e per conseguenza Pdagn è 
pedagno, Plador pelatore, Pier pelare, Spladga 
spellatica. Afforza la labbiale b sostituendola, Pea- 
na beccheria, Pcon boccone, Pchèr beccare, Pton 
bottone. Vedi alla Lettera F per lo scambio colla 
medesima. 



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— 116 — 

R 

Si ausilia della e. Si pronuncia dunque indif- 
ferentemente Fora e Foren, Invern e Inveren, 
Corgh e Coregh, Inferri e Inferen. Si scam- 
bia colla d, di che vedi a suo luogo. Seguita da 
s, entro le parole si fogna o s' infrange proffe- 
rendola; cosi diciamo mursghèr e musghèr, 
pérsegh e pesgh. Altrettanto fanno i Toscani 
dicendo pesca per persica. Abbonda per rota- 
cismo, codione diventa cudron, vespa diventa 
vrespa 9 e per contrario può venir tralasciata per 
aferesi, per cui rosmarinus si pronuncia usma- 
rèn. 



Ha la e per quiescente. Di qui sdagn per 
setagno, sdaréna per setarina, sdazz per se- 
taccio. Per incontro della liquida sopprime la 
vocale breve intermedia, e bussola diventa bus- 
sla. Può sostituire la e, bès è bacio, asérb è 
acerbo, vasia è vacìa o vacua; a s al dsèm: 
ce lo diciamo. Una tale sostituzione è poi fre- 
quente nei verbi della terza, l'User lucere ecc. 
Dicasi altrettanto della d, per ciò abbiamo sfrus y 
sfrusèr per frodo e frodare. Iniziale delle voci, 
come rudero il più spesso del preverbio ex od 
ecs 9 è lettera di spirito, di efficacia e di scolpi- 
mento. Talvolta però si tralascia, come in cavezz 



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— 117 - 

per iscampolo di panno lino o lano, per tratto 
di strada, od altro, la cui nozione riescirebbe 
più evidente se si dicesse scavezz. 



Si pronuncia te, e così diciamo egualmente, 
quattr e quatter, mutria e mùteria. Pronun- 
ciamo poi tatra per tattera. È lettera diafram- 
matica Gome in in-t~la per nella od inetta, in- 
Uél per nelle od inelle, in-t-al per nello od 
inetto. Sostituisce la s, come in spatteggèr e 
spattègg per passeggiare e passeggio. 



u 



Tiene il luogo della o: Sfrus, Sfrusèr per 
frodo, frodare, mulsèn mollicino, grammustèn 
grano mostino, cucciar cozzare. 



Si pronuncia ve, e però vgnir è venire. Si 
permuta col b canoa, canabis, sbignersla e svi- 
gnersla; rèva rapa; ed anche col p zivolla ci- 
polla, everta coperta, pèver pepe, pevron pepe- 
rone e simili, Sostituisce similmente la f sicché 
reo è refe. 



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— 118 — 

z 



Aspreggia la C e la G, per cui zanza è cian- 
cia, zapell quasi ciappello o chiappello, zinch cin- 
que, zernisa cenerigia: e similmente zezla giug- 
giola, zov giogo, zobbia giobbia o giovedì, zotta 
ghiotta. È perversatila, per cui zavujèr perverte 
avujèr: come tale sembra rudero di ex. 



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GLOSSARLO 



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A 



A. 

Il nostro dialetto a fondo gallico fa riescir 
mute, per indole, le ausiliari delle consonanti. 
Una tale propensione, applicata alle prime sil- 
labe delle voci, le renderebbe spesso impronun- 
ciabili. Si ottiene 1* intento della loro pronun- 
ciabilità, sostituendo alla quiescente posposta, che 
si ommette, una a detta enfatica che si ante- 
pone. In tali casi la suddetta a può dirsi meglio 
iniziale che enfatica, giacché non aggiunge, ma 
soltanto fa 1* ufficio di una prepostera vocaliz- 
zazione. 

ABÀTER. Socchiudere: 

Siccome viene da battere a o ad, vale preci- 
samente ( qualora si tratti d' usci o finestre ) od 
accostarne le parti cosi che s' urtino insieme i 
due battenti, oppure spingere le imposte col loro 
battente al battitojo cavato nel muro, ma non 
chiuderle interamente. 



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— 122 — 

ABERTONÈR. Zucconare, scapitozzare, dal 
semplice Bertonèr. 

In antico Francese è un verbo che si trova 
variamente* scritto, cioè: bertauder, bertouder, 
bertourder, bretrauder, bestourder, bestoun- 
der, bestouser, e che viene spiegato: couper, 
tondre inégalment, bis tondere. La sua spiega- 
zione più precisa ci viene però data dal Du Cange 
alla voce Berta, ove si legge: Nostris olim 
bertauder, crines, more monachorum, inaequali 
tonsu desecare; e porta esempi ne' quali si legge: 

Bertauder fist et rouoignier 
Son chief e' avoit blont et polì, 

e altrove: 

Tout bertoudè et tout tondu. 

Il Dizionario Piemontese del Cavalier Sant* 
Albino ci avverte che in quel linguaggio subal- 
pino non si dice solamente bertone per lasciare 
in zucca rasa o per tagliare un* albero a corona, 
ma dicesi indifferentemente bertondè, il che ajuta 
la nozione della parola lasciando apparir meglio 
il tondere. Bertonèr sarebbe dunque uno scorcio 
di Bertondèr e verrebbe dal latino perlondere, 
se non si volesse da bis tondere o bes-tondere 
per male tondere. È da avvertire che i latini 
dissero pure tondere per potare, o come noi di- 
ciamo scalvare, ossia render calvi gli alberi le- 
vando loro la chioma. 



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— 123 — 

Relativamente poi allo spregiativo che annet- 
tiamo alla voce bertone, si può avvertire eh' essa 
può sonare come cattivo o schiavo, giacché sap- 
piamo che i vinti in guerra radevansi la chioma 
e la offrivano al vincitore. Così il cavallo od il 
cane bertone è quello cui si mozzan le orecchie, 
e bertoldo vien forse, con altra pronuncia, ad 
essere l'opposte di cornato o capelluto, cioè mozzo, 
o tosato. 

A BISSA-BOGÀ. A serpicella. 

Questo modo avverbiale dura forse in testimo- 
nio della stanza fra noi di popoli nordici. Noto 
è che bissa viene da beissen mordere, donde 
bus morso, e bissa pel rettile mordente e ter- 
ribile solo pel morso suo. Ora ci avverte il 
Wachter che V arco, la piega, la curvatura, 
non si disse sempre bogen, ma che neir antico 
Teutonico fu boga. Da ciò sì pare che p. e. andèr 
a bissa-boga, cioè ad arco-biscia, vale andare 
descrivendo quegli archi o tortuosità che la biscia 
strisciando segna sulla polvere. 

ABBONÈRS. Appaltarsi. 

Quando noi diciamo abbonarsi, p. e. ad un corso 
di rappresentazioni, intendiamo pagare a un tratto 
l 1 occorrente per ottenerne dall' Impresario il 
così detto Buono per entrare. Di qui abbonò per 
appaltato. 



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— 124 — 

A BRÀZZ. A braccia, o a braccio. 

Il braccio è una misura che si divide in dodici 
once, e però noi opponiamo avverbialmente a 
brazz, o a un tant al brazz, od a onz a onz, 
o a un tant' V onza. Il primo modo inchiude il 
concetto di indiligenza e improvvisazione, il se- 
condo inchiude V opposto. 

ACCAGIÈR. Accagliare, Coagulare, Rap- 
pigliare. 

Dicesi propriamente del latte che mediante il 
caglio o presame, da noi detto cag, si rappiglia 
e diviene cacio. Vedi alla voce Cag. Nel basso 
latino troviamo cagius per caseus, e cagiatus 
per coagulato o rappreso. Rer. Ital. Script. T. 
XII. col. 1184 = Surrexit volens videre si in 
calice esset sanguis, et vidit in calice sanguinem 
cagiatum =. 

ACCASÈRS. Accasarsi. 

Noi diciamo accasèrs o metter su cà per am- 
mogliarsi; nam, avverte Ottavio Ferrari nelle 
sue Origini, qui olim uxorem ducebant casam, 
idest tugurium, aedifìcabant 

ACCAVAZZÈR UN ÈLBER. Scappezzare, 
Svettare, Potare a capitozza. 

Scambiando il p in v noi diciamo cavazza, 
per capaccia, ossia capo grosso, al modo stesso 
che diciamo cavedoni i capifuoco che gli Aretini 



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— 125 — 

ed i Garfagnini chiamano capitoni. Ora la cep- 
pacela per noi è V opposto della zeppa, questa 
è il capo delle radici, quella il capo dei rami. Ac- 
cavazzèr risponde dunque ad accapacciare, ossia 
potar F albero cosi che, invece di levarsi in alto, 
si spanda lateralmente. 

A CIÀPA-CIÀPA: a ruffa raffa, a chi piglia 
piglia, od, a chi piglia leva. 

Dal verbo ciapèr per chiappare da vedersi 
qui sotto. 

ÀCCIAPÈR semplice CIAPÈR. Acchiap- 
pare, pigliare, tener stretto. 

Era in latino un antico verbo apere che va- 
leva alligare et vinculo neclere, dal quale, come 
ho altrove largamente osservato, uscì capere 
mediante V antefissione della e di efficacia. A 
capere, quando significa prendere od afferrare 
materialmente, noi mutammo conjugazione e ne 
ottenemmo captare, donde per ispostamento della 
vocale pinguescente, deducemmo ciapare. Dal 
verbo femmo il nome ciapa per quella parte 
carnosa del corpo la quale empie la mano che 
la prende, o per quel tratto di terreno, che al- 
trimenti diciamo presa, perchè si prende appunto 
a misurare da un impianto all'altro, o da uno 
ad altro fosso; femmo ciap e suoi derivati, sia 
pel capestro che prende il bue alle corna e lo 
rende maniero, sia per quelle estremità di nastri 
o fettucce che offrono presa, massime qualora si 



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— 126 — 

voglia o sciogliere un nodo od altramente di- 
sporne: femmo ciaparèna, quando per attacca- 
gnolo, quando per affibbiaglio; e femmo ciapòn 
per uncinello o gangetto. Avvertendo poi come 
dall' originario apere sia insita nel nostro verbo 
V idea, non solo di prendere, ma anche quella 
di tenere strettamente, ne viene che il suo con- 
trario ex-ciapare, cioè s~ciapèr, vale disgiun- 
gere, ed il più spesso disgiungere a forza ciò 
che era strettamente congiunto; che sciapa, (in 
basso latino sciapa) significa la parte o disgiunta 
od avulsa violentemente; che sciapèd son dette 
le spartecchie, ossia quegli spicchii di frutte spac- 
cate che sogliono sii graticci seccarsi al sole od 
al forno, per essere servite in inverno, onde è 
ch'esse occupano uno de' primi luoghi tra le sec- 
caticce quaresimali: finalmente che, in fatto di 
giuochi, è detto sciapa e sciapèn quel giocatore 
eh' rì in ciapa una, cioè che non piglia o coglie 
nessun destro modo di vincere. Ricordi però il 
lettore quanto abbiam detto alla voce ESSEPAR 
( face. 95. ) e scelga ciò che stimerà meglio. 

ACCUCIRS. Cucciare od Accucciarsi. 

Cuccia è letto, ma propriamente è il giaciglio 
de 1 cani; per cui ci serviamo di questo verbo 
comandando ai cani che giacciano. Noi poi pro- 
nunciamo accucir non accuccièr, perchè cuccièr 
vale nel nostro dialetto altra cosa come vedremo 
a suo luogo. 



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— 127 — 

A CIÒP. A gruppi, a branco, a coppie, con- 
trario di: ad uno ad uno. 

Dal lat. copula i Toscani trassero scolpita- 
mente coppia; noi trasportammo la e dopo la e, 
come in ciapèr da captare, e femmo, non copia, 
ma dopa, e ciòp, da vedersi a' luoghi loro. 

ACSÈ. Così. 

Per quella conversione che io ho avvertita e 
provata altrove ne' miei studj linguistici , dal- 
l' urbano si-c, il volgare fece c-sì , che dovè 
essere c~sè per noi che diciamo se non si, e che, 
per rendersi pronunciabile, s' aggiunse in capo la 
a enfatica e divenne acsè. 

ADERNÈR. Render dolenti le reni, Dilom- 
bare. 

Quello che i francesi odierni dicono ereinter 
veniva dagli antichi detto ora heriener, ora ar- 
rener ed adrener. Da questo ultimo, spiegato 
per ; renibus laborare, ed anche renes frangere 
dal Du Cange, viene, con facile trasponimelo, il 
nostro adernér. 

ADRÈE. Addietro. 

Prisciano in fine del 1. XIV scrive: re videtur 
a retro per apocopam factum, sicut et ipse sensus 
manifestat : Respicio, retro specio ; reverto, retro 
vertor ; recurro, retro curro. Vel ab hoc re na- 
tum est adverbium retro quomodo ab eco, extra. 



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— 128 — 

Gli Etimologisti accetteranno la seconda opi- 
nione di Prisciano, e diranno che il preverbio lo- 
quelare re era l'antico avverbio, che si magnificò 
in retro solo dappoi; e questi vedranno con piacere 
che i nostri volgari dialetti, conservando la voce 
arcaica, non hanno bisogno di svolgere il loro 
vocabolo col tristo inculcamento delle preposi- 
zioni ad-de-relro ; ma colla semplice compagine 
di ad-re per ad retro. 

AL. 

Sta per il art. masch. : al leon, al mond, al 
prossim per il leone, il mondo, il prossimo. Il 
nostro articolo è comune a molti linguaggi. Sul 
particolare è osservabile che an 9 od ar, od al, 
secondo i casi, fa nel Basso-bretone V ufficio di 
articolo definito ed indefinito senza alcuna av- 
vertenza a generi e numeri, ne' quali tutti rimane 
inalterato. 

AL. 

Sta per il od el, scorcio di ille od etile, quando, 
al modo gallico, è pronome masch. di persona 
terza, cioè egli o quel. Al viv, al mor, quegli 
vive, quegli muore. Coloro che nel latino non 
vogliono che tutto sia greco, vedono questo antico 
al in alrius, il quale serve puntualmente a de- 
notare la persona terza indefinita, ossia quella 
che è altra da me e da te. Infatti alius era 
anticamente atte, ed il popolo pronunciando al- 



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— 129 — 

quis non aliquis, come ho mostrato trattando 
dei saturati, lascia supporre che V is di al-is 
fosse od una iterazione pronominale, od una 
desinenza Albana introdottasi nel Lazio sotto il 
magistero degli Eolici. 

AL ALBASÉK A bacigno, a bacìo, a tra- 
montana, il contrario di, a solatìo. 

Pei Toscani bacigno o bacìo è un aggettivo 
che vale opaco contrario di aprico, cioè luogo, 
per la giacitura sua, poco o male visto dal sole. 
La genuina voce modenese dovrebbe essere al- 
tresì basén, non albasén, giacché mi avverte il 
eh. Monsig. Celestino Cavedoni aver noi nel 
Levizzanese una località detta Basinél perchè 
posta a bacìo di colli più alti. La sillaba al pre- 
fissa alla voce si spiegherebbe non difficilmente 
supponendo V adesione dell' articolo al alla pa- 
rola basén, appunto come facciamo in al-fér. 
Quanto poi sia air origine ài bacio, bacigno o 
basino, v' ha chi ama dedurla da opacinus, mo- 
zione di opacus, mediante aferesi e raddolcì- 
mento di enunciazione. Senza intenzione di con- 
trariare questa facile etimologia, mi permetto, 
per solo esercizio linguistico, di osservare che 
chiamando noi indifferentemente i luoghi posti 
a tramontana al basén, od arvérs, cioè bacigni 
o rovesci, veniamo a stabilire che il diritto o la 
faccia de' luoghi sia quella che vede il sole, cioè 
la. volta a mezzodì, e che il rovescio od il tergo 

Saggio ice, 9 



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— 130 — 

loro sia la parte opposta, cioè la rivolta a tra- 
montana. Posto ciò, i Glossar] dell' antico Teu- 
tonico c'insegneranno che back o bah o bas 
era: vox antiquissiraa cujus permulta super- 
sunt vestigia in omnibus dialectis, non domi 
tantum, sed etiam foris; e che questa valeva: 
tergum, pars corporis posteriori sicché a bahenu, 
od a bacenu, valeva a tergo. Ora, sarobbe per 
avventura possibile che da questo ceppo anti- 
chissimo fosse derivato anche il bacio de' To- 
scani, ed il basén dei Modenesi? 

A LA RANDA DAL SOL. All' occhio del 
Sole, sotto la sferza del sole. 

La voce Randello o Randanello ha forma 
minorativa la cui piana potrebbe essere Randa 
o Randa. In antico francese Ranctonnée è : action 
de frapper, ed il Roquefort ci avvisa che: Ran- 
donner est encor en usage en Picardie, et il 
signifie battre quelqu'-un, le maltraiter. Posto 
ciò, essere alla randa del sole, potrebbe valere 
essere sottoposto al randello, alle percosse, alla 
sferza del medesimo. E noi diamo proprio alla 
luce il verberare se chiamiamo riverbero l'ef- 
fetto della sua riflessione. 

ALBI. Truogolo, abbeveratojo, alveo ed an- 
che Albio. 

Si legge infatti nelle note alla Crusca del nostro 
Tassoni: Albio, Conca, vaso da bagnarsi e più pro- 
priamente in significato di truogolo, vaso da acqua 
od altro per polli, porci e simili. Dal latino alveurn* 



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— 131 — 

ALBIÒL DLA GABBIA. Abbeveratelo o 
Beccatojo. 

Si può vedere registrato dal Du Cange. Al- 
biolum per alveolum, cioè per: vas in quo aqua 
effunditur. 

ALCHÉRA. Ghiotta o Leccarda, 

Queir utensile di rame o terra o simile ad uso 
• di ricevere il grasso che scola dall' arrosto men- 
tr' e' si gira, detto da leccare per ghiottoneggiare. 
Noi, dicendo lecchiera e non leccarda, mutiamo 
solo la desinenza. Le Glosse antiche ci offrono 
leccator per turco» e leccare per lurcare. 

ALDAM. Letame, concio, concime, stabbio. 

Dal latino laetamen che, sebbene usato da 
buoni scrittori, pure era voce volgare. Isidoro 
ce ne avverte scrivendo: fimus, quod vulgo 
laetamen vocatur, eo quod, suo nutrimento, laeta 
faciat germina, reddatque pinguia arva et fae- 
cunda. 

ALDAMÈR: Letamare, concimare. 

Anche letaminare, deducendo il verbo dai casi 
obbliqui del retto laetamen, cioè da letamine, 
non da letame. Noi antichi Galli fogniamo sem- 
pre le desinenze. 

ALGERÉN. Monello, ladroncello, trafurello. 

La conquista d' Algeri, proposta e poi effet- 
tuata da Re Carlo X di Francia, avea resa po- 



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— 132 — 

polarmente obbrobriosa la pirateria degli Alge- 
rini. Si cominciò da allora tra noi a chiamare 
di questo nome in lingua furbesca i ladroncelli, 
non d' Africa, ma del paese , quasi che nuovi 
Algerini corseggiassero le terre dopo che i vecchi 
non potevano più fare altrettanto sul mare. 

ALÒCH. Allocco. 

I Glossografi ci rendono avvertiti che 1' ùlula 
de' nobili era V ulùcus o V alùcus de* campa- 
gnuoli, per cui da questi ultimi e dai soldati 
noi apprendemmo a dire alocco non ùlula. 

ALSÌA. Lissìo, Lisciva, Liscivio, Ranno. 

La voce è tutta latina, cioè da Lixivia o Li- 
ccivium che ha pari significazione. Essa è poi 
un aggettivo passato a significazione sostantiva, 
giacché come a prosa si sottintende ovatto, cosi 
a lixivius è da sottintendere cinis. Lix in opico 
valeva liquore, e quindi anche il liquore per ec- 
cellenza, cioè T acqua. Cinis lixivius era dunque 
cenere liquefatta o sciolta nelF acqua. 

ALVADÒR. Lievito, fermento. 

Noi da Alvèr, o Levare, deduciamo la voce 
aggiugnendovi la desinenza dei sostantivi at- 
tivi; ed i Toscani, dicendo Lievito, la traggono 
dalla prima persona del verbo iterativo lievitare 
come si fa in fermento, moschetto, progetto, 
andito, sdrucciolo e simili. Quando dunque essi 
Toscani dicono che il pane è ben lievito, per 



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— 133 — 

dirlo ben lievitato, ci presentano il participio 
del perduto verbo Mèvere, non quello del suo 
frequentativo lievitare. 

AMÀGUNÈR. Accorare, Rammaricare. 

Noi chiamiamo magòn il ventricolo o ventri- 
glio o stomaco degli animali, tuttoché ora lo 
applichiamo più specialmente agli uccelli. Questa 
parola è un attestato delle parziali nostre nor- 
diche origini. Sentiamo il Wachter nel suo Glos- 
sario Germanico: =: Magen: ventriculus. Anglo- 
Sax, maga, Belg. mag, Suec. mage, Angl. maio. 
Gloss. R. Mauri de part. hum. corp. Stomachus 
id est mago. Helvigio in Origintbus. dictionum 
Germanicarum venit a otopaXos per aphaeresin: at 
Peiskero a pàyeiqos coquus, quod ventriculus sit 
coquus et culina totius corporis =. Per estensione 
poi diciamo ancora magón all' insieme del cibo 
contenuto nello stomaco non ismaltito dal me- 
desimo, e quindi, dal reale passando al metaforico, 
indichiamo colla parola stessa quella piena di 
dolore o quel crepacuore che ci pesa suir animo 
quasi morbosamente, e che da taluni in Toscana 
dicesi gozzaja o saccaja. Il verbo poi che abbiamo 
per le mani si usa da noi nel solo senso traslato, 
e meglio che stomacare, significa accorare, ram- 
maricare. Finalmente la 'forma del ventricolo, 
che somiglia in qualche modo a un borsiglio, fa 
che noi diciamo, maghett al gruzzolo, per cui 
aver un bon maghett riesce alla significazione 
di aver buona borsa ed essere rifornito a denari. 



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— 134 — 

AMUNÌR. Ingorgare, Accecare. 

Le munizioni a difesa importano che gli aditi 
siano chiusi e protetti da opere che ne impedi- 
scano il libero ingresso ed egresso: è chiaro dunque 
che gli scoli, gli acquedotti, i doccioni e simili 
che debbono rimaner sempre liberi, aperti, di- 
simpediti, s'ingorgano per qualsivoglia improv- 
vida munizione si faccia ad accecarli od attra- 
versarli. 

ANCÓNA. Tavola da Altare. 

Chiamando noi Ancone soltanto i quadri grandi 
e da chiesa, dove le immagini dei Santi ponno 
vedersi dipinte in grandezza umana e di naturale, 
mostriamo che la voce, quantunque alterata, pure 
viene dirittamente da icon od icona, o vogliam 
dire da iconica imago. Così infatti si chiamava 
latinamente il ritratto, quando, non rappicciolito 
nelle dimensioni, era invece tutto simile al vero 
e al modello. Di ciò fanno fede Plinio e Svetonio. 

ANDÈR ARÀDEGH. Andare ratio. 

Erraticus è quanto errabundus, e pei noti 
scambj della e in a, della t in d, e della e in g, 
pronunciato prima gallicamente erratic, diventa 
poscia aradegh. I Toscani sulla stessa voce hanno 
altresì prima operato un' aferesi, e poi, schiac- 
ciando in io la desinenza icus, hanno fatto riu- 
scire ratio, appunto come da opacicus, paragoge 
di opacus, seppero ottenere bacìo. 



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— 135 — 

ANIMÈL. Porco, Majale. 

Il nostro suolo coperto da perpetui querceti 
alimentava un' immensa quantità di porci, anche 
al tempo della Romana dominazione, 3icchè tra 
le pecora minora il majale era il più abbon- 
dante e quello che forniva, fresco o salato, il cibo 
più consueto degli abitanti di questa parte di 
Gallia Cisalpina. Se ciò noi sapessimo dalla Storia 
lo sapremmo da una siffatta ardita antonomasia 
comune a molti dialetti Gallo-itali. Altresì an- 
tonomasticamente diciamo Razza la Scrofa, Smeft- 
ta o Semente la Porcelletta, e Ninnett il Por- 
cellino lattajuolo. 

ANGÒTTA. Nulla, niente. 

Sembra pacifica V origine di questa voce dal 
latino ne-gutta quidem. Plauto infatti nel Pseu- 
dolo A. 1. S. 1. fa che un servo compianga sé 
stesso, siccome quello: 

Quoi neque parala gutta certi constiti, 
Neque adeo argenti. 

ANGÙRIA e LANGÙRIA. Coccomero.* 

La nostra voce ci viene direttamente dalla 
Greca anguria, od angurion, di pari significa- 
zione. Languria poi non è che V applicazione 
dell' articolo femminile la alla parola: il che 
suole accadere non di rado nelle voci straniere, 
e sulla cui composizione il popolo che le riceve 



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— 136 — 

non ha avuto alcuna parte. I Glossarj della bassa 
Latinità registrano la voce Anguria nella pun- 
tuale nostra significazione. 

ANN DAL DIXIT. per: anno di lonta- 
nissima evenienza. 

È noto agli Etimologisti che i nostri proverbj 
semilatini, quando sono abbastanza antichi, si 
riferiscono il più spesso al narrato dall' Evangelio 
che comincia colla parola latina del proverbio 
medesimo. Premesso ciò, tanto 1' Evangelio del- 
l'ultima Domenica dopo Pentecoste, quanto quella 
della prima d' Avvento, cominciano colle parole : 
Bixit Jesus discipulis suis, ed hanno relazione 
alla fine del Mondo, ed al Giudizio finale, il che 
è quanto dire ad epoca lontanissima e fuor del 
secolo. Siccome però 1' Evangelio della Domenica 
vigesima prima dopo Pentecoste si riferisce in- 
dicatamente ai debitori non solventi, e comincia 
esso pure colle parole medesime, così è da cre- 
dere che, quando la frase ha tratto appunto ai 
debitori morosi, essa accenni piuttosto a quest* 
ultimo di quello che agli Evangelj prima ricordati. 

ANN DAL DÙ. Anno del due. Si usa 
altresì per dire queir anno che non verrà 
mai. 

Il popolo intende forse con ciò d' accennare 
all' epoca in cui si dovrebbe cominciare il com- 
puto degli anni, non dall' uno, ma dal due; ossia 



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— 137 — 

air anno 2000. Ora essendo nota la erronea 
sentenza volgare: mille e non più mille , con 
che si voleva ammettere il finimondo prima del 
secondo millenario, è anche chiaro che 1' anno- 
dei 2000 si avea per anno che non esisterebbe mai. 

ANQUÀNA, in senso proprio Sbilenco, Scian- 
cato, in senso metaforico Tentennone, fi- 
nalmente Azione indiretta colla quale si 
perviene tuttavia allo scopo voluto, ajuto 
di spalla o di fianco non di petto o di 
fronte. 

Dal greco angon, che non valse solo gomito, 
ma qualunque angolo o piegatura delle membra, 
i Latini trassero alquante voci, ed il basso la- 
tino, e con esso molti altri linguaggi, ebbero 
anco od ancone, anca, ancha od anqua, hance 
aspirato, ed, invece dell' aspirazione latina sosti- 
tuendo T italica, fianca e fianco. Ora Y anca od 
il fianco, ove non riceva incavigliato a dovere 
T osso della coscia, fa uscire quella mala costi- • 
tuzione di corpo che si dinota da sciancato o 
sbilenco. Ma gli sciancati ed ancacciuti cammi- 
nando, se han viziato un' anca sola si dicono 
andare ancajoni o ancajone, se le hanno viziate 
ammendue, sicché le dimenino come le anitre e 
dondolino ai lati, si dice che ancheggiano o ten- 
tennano* Premesso ciò, mi pare che noi da anca 
od anqua, abbiamo fatto il verbo paragogico 
ancanare od anquanare, nel significato appunto 



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— 1S8 — 

<li muoversi ancajoni come gli sciancati; che 
dalla terza persona del presente di esso verbo 
abbiamo dedotto il sostantivo anquàna per iscian- 
cato, e che poi, passando dal reale al metaforico, 
abbiamo nominato così o F uomo incerto ed ir- 
resoluto, cioè il tentennone, o F azione indiretta 
e a riprese, colla quale, sapendo altalenare e bar- 
•camenarla, si giunge finalmente a prender di 
fianco la difficoltà e superarla. 

ANTELUNI. Babbuasso pretenzioso, Bar- 
bassoro o Baccalare ridevole. 

Si potrebbe credere dedotto, mediante desinenza 
pedantesca e motteggevole , da quelF antelare 
per ante f erre, donde gli Spagnuoli ebbero an- 
telacion per anteriorità o preferenza. Sovvenen- 
domi però che gli Arcadi, i quali nella boria 
loro si credevano più antichi della Luna ( di 
che vedi Censorino De die natali e. 19. ) erano 
detti per istrazio Proselenae , Antelunares e 
Anteluna, vorrei stimare che il nostro Antelóni 
fosse quanto antelunio, e valesse scherzosamente 
ciò che i Toscani dicono nuovo pesce, e noi an- 
tediluviano. 

ÀNTÉN. Innestini, Annestini, Marze, Sor- 
coli. 

Suppone il verbo francese enler, annestare, 
donde ente, che noi conserviamo diminuendolo, 
e tenendo la pronuncia gallica non la scrittura 



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— 139 — 
ANZÈN. Uncino. 

Sostituendo la a alla u in Anzèn e in Anzi- 
nell siamo forse più Greci che Romani, giacché 
rasentiamo più àyxà>y ed àyxoiozQov che uncus, 
uncinus, ed uncinulus; i quali d'altra parte 
muovono da uyxtj ed oyx&os. 

APISLÈRS. Sonnecchiare, prendere un pic- 
ciol sonno. Si dice specialmente del Son- 
necchiare sedendo, non giacendo. 

L' arcaico peso divenne, mediante la consueta 
epentesi, penso, per tornare peso tra i neolatini, 
i quali attribuirono penso, con opportuna di- 
stinzione, al pesare intellettuale, e non al ma- 
teriale. Da questo peso, per penso o pendo, i 
Toscani fecero pésolo per pénsolo, penzolo o 
pèndolo, e pesolone per pensolone, penzolone o 
pendolonè. Noi, ponendo mente al capo pésolo o 
pèndolo di chi s' addormenta seduto, che, nel- 
1' accasciamento del sonno , non si regge, ma 
accenna ora innanzi ora ai lati, diciamo pìslèn, 
cioè sonno penzolo ò pésolo o pesolino, quel 
sonno fugace e intermittente che taluno prende 
seduto a momentaneo sollievo tra le occupazioni 
della giornata, e apislèrs quella maniera di 
sonnecchiare in pendente e furtivo, che non è 
il dormire adagiato e nelle ore da ciò. 



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— 140 — 

ARAGAJÌR. Arrocare, Affiocare — dal sem- 
plice RAGAJÌR. 

Da raucus i latini hanno raucire per raucus 
fio; ma i Toscani avendo arrocare, si vede che 
da raucus, le genti italiche dedussero anche 
rancare. Ora volendo ottenerne il frequentativo, 
come da zighèr feramo zigajèr, così da rauchèr 
avremo fatto raucajèr, e, prediligendo la desi- 
nenza più imitativa del primitivo raucire, rau- 
cajir, donde, per maggior facilità di pronuncia, il 
ragajir moderno. Come poi da berlèr, e berlajèr 
uscì per noi il sostantivo berloja, equivalente a 
berlaj, così da rancare, poi ragare, e ragajèr 
uscì il sostantivo ragoja per ragaja, cioè ro- 
caggine, raucedine, fiocaggine, dando, per maniera 
avviliti va, il finimento femminile alla desinenza 
ólium, nota sostantivante presso i Latini. 

ARANZINÈR. Auncinare, Uncinare, Adun- 
care, e, riferito a persone, Rannicchiare, 
Rattrappire, Raggricciare. 

Viene da anzèn, che noi diciamo invece del 
greco-latino uncino, cui s' antepone la r, sia per 
rendere in composizione la voce più efficace ed 
espressiva di quello che non sarebbe pronunciando 
Addanziner, sia per inducimento teutonico. Da 
renken, flectere, viene infatti rank, flexus, e di 
qui, non solo il nostro rancino, ma le voci ita- 
liche arrancare, arrancato, ecc. 



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— 141 — 

ARRAPÈRS. Aggrapparsi. 

La nostra voce ci indica che, se gli urbani 
dicevano arr epere: Rubetae arrepentes foribus 
Plin. Hist. Nat. 1. 11. e. 18., i rustici dicevano 
arrapere ed arrapare ; e già la voce rapax 
sembra rimanere ad indizio del semplice rapare. 
D'altra parte poi il basso latino ha adr apare, 
e per la mutazione del d in g ( che fa da diur- 
nus uscire giorno ) agrapare, e, per V attri- 
zione della r susseguente, arrapare. E già gli 
antichi francesi hanno arraper, e gli Spagnuoli 
arrapar a sempre nuovo testimonio che il Ro- 
mano rustico prediligeva questa uscita, e la dif- 
fondeva col linguaggio castrense. Ma come dal- 
l' arcaico rapo si era per epentesi fatto rumpo, 
cosi da rapare si fece rampare, ed iterativa- 
mente rampicare, donde il nostro rampighèr. 
Siccome poi per aggrapparsi, arraparsi od arram- 
parsi si adoprano le ugne de' pie e delle mani, 
e si fanno le dita adunche, a modo dell' arpe 
greco, il quale per alterazione potè divenire 
rapè e rampe, e quindi rampo, rampone, ram- 
pino, rampina, rampicone ecc, così è che, tanto 
il Caro potè dire rampe le zampe unghiate 
delle fiere, quanto militarmente sì ponno dir 
rampe le scarpe inclinate de' terrapieni, perchè 
chi vuol salirle bisogna che vi si arrampichi; 
e finalmente che noi possiamo chiamar ramp, o 
rampéd, i rami delle cordonate, giacché per sa- 
lirle bisogna che il pie faccia rampa, ossia ab- 
bracci incurvandosi il cordone delle medesime. 



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— 142 — 

ARBGHÉTT. Incubo, Pesarolo, Epilessia 
notturna. 

Questa penosa affezione che assale Y uomo 
durante il sonno, massime ove dorma supino, 
consiste o in un senso di oppressione indistinta 
con desiderio di mutar posizione ed assoluta im- 
possibilità di ciò fare, o di oppressione quasi di 
persona che vi sovrastia: in ogni modo, soppri- 
mendo temporaneamente le facoltà di muoversi 
e di articolare parole, prende Y improprio nome 
di epilessia notturna appunto dalla ravvisata tran- 
sitoria inofficiosità d' alquanti de' nostri organL 

Alp in Teutonico è demone in genere, ed in 
ispecie, daemon incubus, larva, faunus, ephialtes. 
Di qui ne viene che Alp, od Alf è dichiarato 
dal Somnero e dal Bensonio morbus quidam, 
43 che il Kaysler nelle sue Antichità Settentrio- 
nali a face. 500. aggiunge : = In superiore Ger- 
maniae tractu plebs eum morbum appellat den 
Alp, vel das Alp-drucken, aut a mole quam 
ipsis impositam sentiunt, ehm sanguis restagnat 
supine recumbentibus, auc a Sagis et Spectris 
montanis =. Si può inoltre vedere, ove piaccia, 
il Wachter alle voci Maere, Mar e Nachtmar, 
la qual ultima risponde al francese Cauchemar 
o Cochemar. Nella nostra voce arbghett io non 
vedrei però traccia di demone incubo o succubo, 
e, dovendo tentare di offrirne una probabile eti- 
mologia, ragionerei invece come segue. 

Il nome àqnayri in greco significò rampicone 



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— 143 — 

o raffio, ed il verbo àqnaCco valse anche capto e- 

celeriter comprehendo. Il latino hdrpago, od 

hàrpaga mosse da tali premesse, ma, stante la 

brevità della a nella seconda sua sillaba, sì trovò 

disposto a lasciar intendere tra il popolo harpgo 

ed harpga; per conseguenza il plautino harpa- 

gare doveva riescir facilmente harpgare ed ar- 

pgare, e far la via al patrio nostro arbghèr 

per erpicare, cioè mordere il terreno coi denti 

di quello strumento, che ebbe lo strano privilegio 

di trovarsi enunciato quando harpex, quando 

erpeoc, quando i?pecc, e quando hurpex. La stessa 

voce Harpyia, ossia la unghiata o la grifagna, 

essendo trisillaba, ed avvertendo Charisio tro- 

varvisi la i inserta come consonante, non come 

vocale, ut in jam et in major, ci permette la 

supposizione che dovesse venir pronunciata Ar- 

piga od Arpigia. Riesce dunque spontaneo il 

trovare che nell' antico francese arparde vale 

poignée, arraper ampere, saisir avec la main, 

in basso latino arrapare ( donde il nostro ar- 

rapers, e per epentesi arrampers ); V udire nel 

provenzale moderno arpi per saisir, empoigner, 

arpion per ongle, arpe^ev griffe; ed il leggero 

in Occitanico antico Arpa col valore di griffe come 

in Catalano, ed arpar con quello di happer, 

saisir, griffer. Dal quale arpar riuscendo il pa- 

ragogico arpagar od arpgar, già a noi noto, 

per saisir violemment, ne consegue che il nostro 

Arbghett non significa altra cosa da violent sai— 



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— 144 — 

fissemeli t. Ma e' è anche di più. In buon latino 
si disse Arpagius il colpito da morte immatura, 
il rapito violentemente alla vita, e nel latino 
dell' età sequiore, la stessa morte o immatura o 
improvvisa fu detta Arpqgus. Or dunque si può 
. credere ulteriormente che il nostro Arbghett sia 
piuttosto un minorativo di Arpagus, e valga 
un' apparente e passeggera morte improvvisa, e 
possa quindi, sotto la forma di arpaghetto, signi- 
ficar più di pesarolo, ed esibire una desiderabile 
distinzione all' incubo, che ora confusamente ac- 
coglie, sotto la propria, mitica appellazione, più 
maniere di notturna epilessia. Scelga dunque il 
lettore, tra il derivato da arpgar, ed il mino- 
rativo di Arpagus, quello che stimerà più op- 
portuno. 

ARBLÈR. Ritorcere, Rimboccare, Rivolgere. 

Viene da rebellare. I Latini lo dicevano di 
coloro che, vinti e giurata fede o tregua, si ri- 
facevano iniquamente sulle armi, o resistevano 
all' impero della legge; noi lo diciamo di quelle 
cose che riconvertonsi o rimboccansi contro la 
volontà dell' agente. 

ARÈNT. Accanto, appresso, a randa, rasente. 

Gli antichi Germani hanno un verbo reinen 
che significa tangere, ed adhaerere. In propo- 
sito del medesimo scrive il Wachter = ab hoc 
^erbo, quamvis extinto, Germani tìabent rand 



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— 145 — 

margo, rein margo agri, reinbaum arbor termi- 
nalis, et fortasse etiam grenze terminus. = Sem- 
bra dunque che il nostro a-reint, corrisponda 
ad a-randa, e provenga dalla stessa fonte teo- 
tisca, se ndn si voglia meglio da haerens-tis, e 
così scorcio di aderente, cioè adrént e, per fa- 
cilità di enunciazione, arént. 

ARFIÈ. Rimessiticcio o ritallo. 

Quando una radichetta o barbolina di una 
pianta si riconverte e rimonta su via su sino a 
provar 1' aria ed il sole, allora, quasi a mo' dei 
pesci che vengono a boccheggiare a fior d' acqua, 
boccheggia essa pure, riprende come il fiato della 
vita serena e diale, e butta su diritta un' astic- 
ciuola o verghetta che noi diciamo poeticamente 
rifiato, e prosaicamente arbutto o ributto, 

ARGHGNÈRS. Comporsi a un ghigno di- 
spettoso, Imbrunirsi, Imbronciarsi, quasi 
Àrcignarsi. 

Per noi ghigno non è il riso dispettoso o mor- 
dace, ma è piuttosto il visaccio che fa colui che 
ghigna, tanto che diciamo ghigna la faccia con- 
trafatta, o il viso rabbuffato e che promette male 
di sé. Arghgnèrs è dunque quanto ringhigndrsi 
o fare apparir sul viso quelle contorsioni che 
sogliono essere effetto esteriore d' ira interna o 
di mal talento. Di qui arghègn che risponde ad 
arcigno sostantivato. 

Saggio ecc. 10 



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— 146 — 

ARGUTÈRS. Arcuarsi. 

Per quanto alcune altre voci latine e francesi 
simili si presentino alla memoria, crederei nul- 
lameno che argutèr fosse sincope di arc-vouter, 
o voltare in arco, arcuare. Argute significa quindi 
arcuato, archivolto, cioè di sopra piegato colla 
schiena, e di sotto rattrappito e raggomitolato. 
Anche gli Occitanici ebbero arc-vout, ed are- 
voltut; e nelle Glosse di Isidoro alle Sante Scrit- 
ture si legge spiegato Fornicem triurnphalem 
con: Cameram, seu Arcum-volutum , che è 
quanto arcum voltatum. 

ARLÌA. In senso primitivo: malessere ed 
irrequietezza prodotti da morbosa pniri- 
gine; in senso traslato: rieadfa, noja, mo- 
lestia. 

Festo ci ha conservato un' antica voce che gli 
urbani dicevano reduvia o redivia, i rustici 
reluvia o relivia, la quale accennava a quello 
sbucciarsi o rialzarsi morbosamente della pelle 
intorno alle ugne, che, dopo un lungo fastidio, 
provoca finalmente la locale rinnovazione della 
pelle stessa. Tra i frammenti de' Poeti arcaici 
troviamo reduviosus per ruvido, riscontroso, 
scabbioso, e noi sappiamo che reduviosus am- 
mette T esistenza del men culto reliviosus, e che 
T uno e T altro lasciano supporre un verbo re- 
duviare o reliviare, che avrà significato prima- 
mente il rilevarsi o rialzarsi della pelle in pipite, 



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— 147 — 

e poscia sarà trascorso ad analoghe metaforiche 
significazioni. È noto che il nostro Ar iniziale 
rende pronunciabile la R cui si è soppressa la 
quiescente, e che perciò risponde a Re o Ri. 
L' attuale Arila sarebbe dunque la relima del 
latino rustico; il verbo arlièr per ammalazzare o 
molestare verrebbe da reliviare; ed arliós, prima 
ammalazzato o pruriginoso, poscia ricadioso ed 
uggioso, uscirebbe da reliviosus. 

ARMIÈR. Ruminare, Rugumare. 

In latino non si disse solo Ruma donde ru- 
mare, e rurnen donde ruminare, ma si disse 
arcaicamente rumis, donde il popolo trasse ru- 
mare. E da questo rumiare scorciato in rmiér 
esce, per la nota prevocalizzazione, il presente 
krmièr. 

ARNGHÈR. Ammorbare, soffocare. 

Nella nostra frase V è una puzza o una pe- 
sta eh' V arnéga, il verbo non è renegare, ma 
invece renecare, e quindi dirittamente la frase 
significa: un puzzo che ammorba, che soffoca. 
Sappiamo infatti che il proprio valere di necare 
era presso i Latini quello di far morire, non per 
ferite, ma per soffocazione, per veleno o per fame. 

ARPICLÈRS. Rifarsi in assetto. 

Il picciuolo de' Toscani colla sua forma mi- 
norativa dimostra V esistenza della forma piana 
piccio dedotta dal presente del verbo picciare, 



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- uà - 

che si manifesta nel suo opposto spicciare , nel 
composto impicciare e nei paragogici piccicare 
e appiccicare. Chi da picciuolo volesse trarre 
un verbo, avrebbe prima picciolare, poi appiccio- 
lare, indi rappicciolare. Volendo fare altrettanto 
nel nostro dialetto, nel quale picciuolo è piccai, 
il verbo che ne esce è piculèr, e per crasi pi- 
clèr , e da questo apiclèr, quasi paragoge del- 
l' arcaico apere, e arpiclèr. Arpiclèrs quindi 
vale rattaccarsi al picciuolo, e metaforicamente, 
rimettersi in forze, rifornirsi e ritornare in as- 
setto. Nello stesso senso si dice anche arpièrs 
per ripigliarsi, cioè rifarsi, riprender fiato, piede 
o simili, e arburdirs per rifar le penne o i bor- 
doni, tratto dai falconi ed altri uccelli prendi- 
tori che uscivano di muda riforniti e di nuovo 
potenti suir ale. 

ARQUÉST. Carnaggi di minor conto, ed 
anche Rilievi, Avanzumi. 

I nostri patrii Statuti alla rubrica 72 del 1. V, 
proibiscono ai Salcicciaj, Salsamentarj o Pizzica- 
gnoli il vendere carni recenti di porco o d' altre 
bestie: exceptis requaestis, quas possint impune 
vendere ad oculura et non ad pondus: ed a to- 
gliere ogni mala intelligenza, aggiungono: D«- 
clarantes eas esse requaestas, testas porcorum , 
pedes, gambuccios, ossa, codegas, interiora, ven- 
trem, budellas, sonzias, coradas, lunzias: quas 
requaestas vendi permittimus per dictos Salciccia- 



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— 149 — 

rios in beccariis et extra beccarias.... sine ulla 
contradictione. Di qui è chiaro che le arqueste 
dello Statuto sono o quelle parti raen mange- 
recce o que' sottigliumi di carnaggi che non co- 
stituiscono propriamente la derrata da vendersi 
a peso, perchè pure a peso il venditore ne ha 
pagato il dazio, ma costituiscono 1' arrota, o la 
giutìta che si baratta solo ad occhio, perchè nel 
dazio non è stata compresa. Infatti ordinano gli 
Statuti stessi che i Beccaj: non possint vendere 
vel vendi facere capita seu testas alicujus bestiae 
grossae vel minutae, vel* zampetas usque ad no- 
dum ginocchii, vel interiora seu intestina, ad 
pondus cum alia carne vel sine, sed tantum ea 
vendere possint ad oculum ultro et sponte pe- 
tenti, sub poena ec. Si dee dunque supporre che 
<jui T ar modenese non sia il re latino che vale 
denuo, ma il re che vale retro, e che ha in sé 
un intimo senso di inferiorità o di dispregio. 
Per conseguenza i nostri arquest, o le requeste 
degli Statuti, non indicano le parti delle carni 
richieste, ossia chieste replicatamente, ma le mal 
chieste o retro chieste, cioè le chieste soltanto 
o in difetto delle migliori od in difetto di mag- 
gior moneta nel compratore. Così quando diciamo 
artaj per ritaglio, non intendiamo il tagliato due 
volte, ma il poco ed insufficiente riraaso dietro 
il taglio; e quando diciamo arné non intendiamo 
il rinato, ma, in proposito di fanciulli, lo screato 
ossia il male e sconciamente nato. Se poi invece 



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— 150 — 

in Arquest non volessimo vedere le carni retro 
quesite, ma piuttosto il preverbio re di duplica- 
zione ed il sostantivo quaestus guadagno; allora 
la nostra voce indicherebbe il secondo guadagno, 
o come diremmo, il riguadagno che i Beccaj fanno 
con quelle carni secondarie appunto e non prin- 
cipali. In ogni modo poi la voce arquést si è 
presso noi spregiativamente generalizzata, e nelle 
carni crude vale il sottigliume di minor conto, 
e nelle cotte vale 1' avanzume o i rilievi. Per 
ultimo, trattovi dall' argomento, mi permetterò 
di aggiungere sul proposito degli arquèst e dei 
riguadagni, come questi, per le venditrici di polli 
apprestati, si riassumano quasi esclusivamente 
ne' fegatelli, giacché chi compra il pollo rinetto 
ne suol pagare tutto il valsente. Dipendente- 
mente da ciò i nostri lavoratori a giornata chia- 
mano fìgadèn quel piccolo lavoriero che riesce 
lor di eseguire nelle ore rimase libere per la 
colizione o pel pranzo, e che procura ai mede- 
simi un guadagno ulteriore sulla giornata già 
pattuita. 

ÀRSCÒDER. Riscotere o Riscuotere. 

Il comune riscotere o riscuotere ha due prin- 
cipali significati, T uno di esigere la quota o lo 
scotto dovuto, T altra di riscattarsi o redimersi : 
nel primo caso riscuotere è una iterazione di 
escuotere od escutere» nel secondo caso ( che si 
manifesta in riscatto e riscossa ) riscuotere in- 



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— 151 — 

chiude T idea di redenzione e ricupera, ossia non 
quella di uno scotto dovuto senza ritorno ed a 
sola perdita, ma di scotto offerto dietro ritorno 
o correspettivo. Le antiche voci Celto-Germaniche 
skot, skat e skut, da cui derivano le nostre so- 
pravvisate di scotto, e riscatto, e che hanno 
puntualmente il significato di symbola, di tributo 
e di quota, si prestano, confondendosi con al- 
cune radici latine, alla nozione del nostro sem- 
plice scader, e del composto arscóder, nel quale 
ultimo troviamo ambidue i sensi sopravvertiti: 
dicendo noi tanto arscóder i /Ut per riscuotere 
gli affitti o le pigioni: quanto an poss arscóder 
un braz, per non posso riacotere un braccio, al- 
lorché, a mo' d' esempio, sia stato introdotto 
in un luogo donde non possa venir estratto senza 
tale uno sforzo che superi l' impedimento. 

ÀRSÌRÀ per jeri sera. 

Pretto gallicismo, dicendosi nello stesso signi- 
ficato arsoir in lingua d' oil, e arser in lingua 
d' oc. Ar-sira risponde a Re o Retro-sera, cioè, 
al modo nostro: la sira indrè. 

ÀRSUJ. Rimasuglio, marame, sceltume. 

Impinguando la n di remanere, noi lo pro- 
nunciamo armdgner: arsùj non pare dunque un 
suo derivato, giacché da armès, rimaso, uscirebbe 
invece armsiij per rimasuglio. Se non vogliamo 
quindi ricorrere alla soppressione dell' oscura m, 



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— 152 — 

per cui dal veduto armsùj sia venuto arsitj, di- 
remo invece come segue: — Il Glossario della 
bassa Latinità ci avverte che dicevansi arswras, 
monetariorum et argentanorum scopaturas et 
rehquias rursus igni excoctas; e quindi il reli- 
quato o il bruciaticcio dei metalli arsi e riarsi. 
Noi avremmo generalizzato il significato della vose 
facendola equivalere a rimasuglio, e, mutandole 
la desinenza da futura in ispregiativa, avremmo 
reso arsuglio più vile di arsura, e così, toglien- 
dolo dall' avanzaticelo dei preziosi, si troverebbe 
reso suscettivo d' indicarci il sceltume d' ogni 
maniera. 

ARSURÈR o ARs'ORÈR. Risciorinare, dare 
o prender aria, refrigerare. 

Il dottissimo Salvini nelle Note alla Fiera del 
Bonarruoti, scrive sul proposito del verbo scio- 
rinare: « Si dice de' panni quando si pongono 
a rasciugare; da aura detta óra coir o aperto, 
e orina quasi auretta, e se che vale la prepo- 
sizione ew, quasi da un latino barbaro exauri- 
nare ». Anche gli Accademici della Crusca ave- 
vano fatto corrispondere a sciorinare, i verbi 
neolatini exaurare ed exaurinare; ma di quest* 
ultima forma paragogica non conosco esempi , 
mentre della prima piana se ne registra ne' Glos- 
sarj il seguente, tratto dal libro attribuito al- 
l' Imperatore Federigo II de Arte Venandi, ove 
al e. 54, in proposito di Falconi, si dice: consv.e- 



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— 153 — 

veruni namque Rapaces circa mediam diem 
sublime volare, praedpue in aestate et in diebus 
calidis, ad refrigerandum se in sublimi et 
exaureandum: ultima frase che si tradurrebbe 
puntualmente col modenese pr' arsurèrs, cioè per 
risciorinarsi, per prender aria. Il nostro verbo 
non sarebbe dunque il rozzo latino exaurare od 
exaureare, ma il composto ulteriore r exaurare, 
formatosi di aurare, pronunciato orare, per ven- 
tare, arieggiare, di ex che gli imprimerebbe moto 
ed efficacia quasi esteriore, facendo riuscire so- 
rare equivalente a sdorare forma piana dell' e- 
pentetica sciorinare, e della preposizione iterativa 
re, la quale, rimutandosi per maniera insita al 
nostro dialetto in ar , ci darebbe finalmente il 
voluto Arsurèr. E qui si può aggiungere che 
del verbo sorare ce ne offre esempio il linguag- 
gio de' falconieri, i quali lo usano per accennare 
appunto a quel volo eh' essi concedono agli uc- 
celli di rapina per refrigerarli, non per lanciarli 
dietro la preda. Sorare volendo dunque signifi- 
care refrigerare, passò da ultimo ad estendere 
la propria applicabilità, sino a portarla sui canali 
troppo pieni o, dirò così, ribollenti e bisognosi 
quindi di scarico e di refrigerio; dicemmo perciò 
canale soratore o risoratore il canale scarica- 
tore od il risciaquatojo, e gli Statuti nostri, non 
che quelli della Città di Milano, ci mostrano 
sorator e soratorium in questa precisa signifi- 
cazione. 



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— 154 — 

ARTSÀN. Artigiano. 

Noto questa voce solo per avvertire come tali 
desinenze in san o giano suppongano forse un 
sostantivo astratto in sia o già, dal quale de- 
rivino piuttostochè dal primitivo reale. Artsan 
dunque non verrebbe da Arte, ma da Artese per 
Artefice, dal quale uscirebbe Artesia astratto di 
Artese, parola offertaci dalla lingua Romanza., e 
perduta tra noi. Per conseguenza Cortigiano, 
Borghigiano e simili si dedurranno da Cortesia 
e da Borghesia, astratti di cortese e di borghese, 
non da Corte o da Borgo. Il Vallese poi e il 
Montese, ci permetterebbero di credere all' esi- 
stenza delle voci Vallesìa e Montesìa, dalle quali 
per ultimo escirebbono dirittamente, Valligiano 
e Montigiano. 

ARVÉRS. Rovescio, contrario. 

I vecchi Latini dissero arvorsum per advor- 
sum. Leggiamo nel Senato Consulto sui Bacca- 
nali: sei ques esent quei arvorsum ead fecissent. 
Se dunque si diceva arvorsum per advorsum, 
il popolo in seguito avrà detto arversum per 
adversum, ed ora con lingua ossitona dice arvérs 
per rovescio o contrario. 

ARVGNIR. Rinvenire, invincidire. 

Dicesi delle cose prima molli, poi rese secche 
al sole od al fuoco, le quali finalmente per umido 
accolto ritornano verso la prima mollizie. Noi, 



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— 155 — 

forse con maggiore proprietà, non diciamo Rin- 
venire ma. Rivenire sottintendendo molli. Arvgnù ■ 
poi è, al modo toscano, il rinvenuto o V invin- 
cidito. 

ARVSÀRI, propriamente Diavolo, metafori- 
camente fistolo, nabisso, serpentello. 

Le notissime parole di S. Pietro adversarius 
vester diàbolus, resero popolare tra le nazioni 
cristiane la sinonimia di avversario e di dia- 
volo, talché dicendosi da noi che un fanciullo è 
un arvsàri, intendiamo dire ch'esso è un tribolo, 
un frugolo, un facimale tempestoso e irrequieto. 
Le lingue di Francia dissero anche avversiere, 
ed avversiera, donde la versiera de' Toscani per 
diavolessa e befana. 

ARVÙJ. Ravvolgimento. 

Volvo era anche voluo, donde volumen, vo- 
luto, volutabrum. Si dee credere che voluo po- 
tesse essere della prima e non della terza come 
è volvo, perchè invogliare ed invoglia per in- 
volgere ed involtura, accennano al verbo voluare 
sinonimo di volutare. Da vogliare viene il no- 
stro vujèr, e col proverbio ad, avujèr, e colla 
particella iterativa, ravujèr rinvogliare, e per 
metatesi arvujèr, dalla cui prima persona del 
presente esce il sostantivo arvìtj, che è quanto 
ravitj, cioè ravvolgimento. Da arvujèr sembra 
che possa dedursi pure la nostra voce arvaróla 



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— 156 — 

come sincope di arvujaróla equivalente ad ar- 
vicola, significando essa appunto quel tenace 
sovattolo che, fermo al giogo, si ravvolge stret- 
tamente intorno le corna de' Buoi per atteggiarli 
al tiro. Anche il nostro verbo arvajèr, che pro- 
nunciamo indifferentemente per ravajèr o rav- 
vagliare, potrebbe accennare alla ripetuta volu- 
tazione del terreno, ed essere soltanto una più 
lata vocalizzazione di ravujèr. Vedi alla Voce 
Avujèr. 

ARZINZÈR od ÀRSINZÈR. Risciacquare, 
dicesi delle stoviglie; de' bicchieri, e più 
specialmente del bucato quando si vo- 
gliono ripurgare i panni lini dalla cene- 
rata, e dal rannaticcio. 

Da prima i Latini dissero mei sincerum per 
dirlo puro, defecato, sine cera. Donato infatti 
nelle sue Note a Terenzio scrive = Sincerum: 
purum, sine fuco et simplex, ut mei sine cera = 
Poscia dissero sincero il rinetto, il mondo, il 
risciacquato. Orazio perciò: Sincerum est nisi 
vas, quodcumque infundis, acescit. Da qui il volgo 
dedusse sincerare, per nettare, defecare, polire ; 
e poscia resincerare per rinettare, ripolire, ri- 
sciacquare. Di questi due verbi ne offre abbon- 
devoli esempj la bassi latinità. Premesso ciò, ed 
avvertito come noi diciamo sinzér per sincero, 
ne viene che Arsinzèr è quanto Resincare o 
Risincare sincope di Resincerare o Risincerare. 



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— 157 — 

La sincope nostra è poi minore di quella che si 
ode nel francese vincer di pari significazione. È 
però osservabile, massime pel significato attribuito 
alla voce e suoi derivati dalle lavandaie, che 
T alto Tedesco ha un verbo reinen spiegato per 
purgare, purificare, ed anche per aqua pro- 
fluente abluere, il cui frequentativo è reinigen, e 
che può essere dedotto da rin o rinn equivalente 
a rio, rivo, od acqua corrente. 

ARZNADÙRA. Trattandosi di botti, Capeg- 
gine, cioè quell' intaccatura delle doghe 
dentro alla quale si commettono i fondi. 

Il latino agger non era solo adger, ma, come 
si ha da Prisciano, arcaicamente arger. Noi ab- 
biamo conservata la vecchia pronuncia, e diciamo 
argine, ed, in questo caso, arginatura alle parti 
estreme delle doghe, le quali presentano un non 
so che di circonvallazione militare in cui la fossa 
è T intaccatura, e Y agger e è il rin toppo esterno 
che s* aggiungeva, oppure si lasciava in maggior 
grossezza nelle doghe per impedire le trapela- 
zioni del liquido inchiuso. I Toscani invece, di- 
cendo capruggine, mirano al corrugamento fat- 
tizio, che intaccando le doghe, si fa apparire nelle 
medesime. Caper are in Plauto vale corrugare; 
capruggine sembra dunque venire dall' epentetico 
caperugare. 



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— 158 — 

ÀSCHER e D' ÀSCHER. Prurito, e metaf. 
smania ed inquieto desiderio. 

Il eh. nostro Muratori nella Dissert. 33. a Ant. 
Med. jEv. scrive, alla voce Ascarezza od Ascaro: 
= Mutinensium, Bononiensium, Senensium alio- 
rumque populorum vox est, significans intimum 
desiderium personae alicujus, quae a nobis 
recessit, aut a qua recessimus. Atque hinc Ina- 
scarito, Inascarirsi, Aver Ascaro.... Sunt po- 
puli qui, voce Ascaro et Scarore, pruritum si- 
gnificali t. Anno 1579. Medicus quidam Ferrarien- 
sis scribebat: Avendo questa notte Sua Altezza 
scritto un pezzo nel letto, stando scoperto il 
braccio sempre, gli venne gran scarore al detto 
braccio. Tdest vehemens pruritus. Adhibita deinde 
videtur etiam vox Ascaro per translationem ad 
significandum urentem intus cupiditatem perso- 
nae absentis. Graecis jCcxclqIs, si ve Ascaris, genus 
vermium est vehementem pruritum in pueris 
maxime gignens. Inde fortassis Italica vox. Lu- 
censes Ascara dicunt. = ( V. la Voce Inascari). 

ASCHÌZZ. Schiacciato, Stiacciato. 

Una sola radice ci dà i verbi latini cudo, cutio, 
quatio, e caedo, tuttocchè significhino cose al- 
quanto diverse. Una consimile deve aver fornito 
ai Teutoni il verbo quetschen, ai Belgi quetsen, 
agli Angli squecze, presso i quali popoli le forme 
suddette hanno sempre lo stesso valore di colli- 
dere, contundere, e per metonimia, illividire e 



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— 159 — 

ferire. Anteponendo o la ex latina o la s bar- 
bara si avvalora il significato delle voci renden- 
done più vegeta e più spressiva la pronuncia. 
Da tale composizione riuscì excutere ed excutiare, 
riusci lo schezen o schizen dei Nordici, e riuscì 
lo schiacciare Toscano, e lo schizzar de' Mode- 
nesi. Schizz o, coir aggiunta dell' a enfatica, 
Aschizz fu nome, Schizzò od Aschizzè participio. 
Dal semplice Chizzèr uscirono poi le nostre voci 
Chizza per cocciutaggine e caponeria detta di 
chi si lascia piuttosto schiacciare che arrendersi 
air altrui opinione, e Chizzóla per Stiacciatola 
o Schiacciatina, cioè piccola focaccia. 

ÀSÌJ. Assillo, e metaforicamente o Ronzio 
o Prudore irresistibile. 

Noi, coi popoli Subalpini, diciamo bensì asij, 
T assillo, ma piuttosto nel senso metaforico o 
dell' irritazione ed inquietudine prodotta dalle 
punture del medesimo, o del ronzio pauroso che 
lo accompagna, di quello che nel proprio del triste 
insetto, che nominiamo invece tavàn, in prova 
di ciò che Seneca avvertiva, e Plinio confermava, 
cioè che alla voce asilus, antiquatasi, si venia 
sin da suoi dì sostituendo 1' altra tabanus. Da 
asij poi si compone il verbo asièr, il quale del 
pari ha il doppio senso o di ronzare o fremere 
intorno, o di irrequietamente commuoversi quasi 
si fosse punti dall' assillo. Vedi però alla Voce 
Vajón in fine. 



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— 160 — 

A-SPARÈCC, frase avverbiale che, unita a 
verbi di moto, vale pei nostri Contadini 
andare, o venire, con attaccato al carro 
un solo pajo di buoi. 

Par in latino unisce le idee di accoppiamento 
e di conformità, e può essere allungato in parilis 
equivalente a pareglio, pariglie* o parecchio. 
Quando noi in Città, sostantivando l'aggettivo, 
diciamo una pariglia, intendiamo un pajo di ca- 
valli, quando i nostri Contadini in villa dicono 
un parecchio, intendono un bajo di bovi. Vo- 
lendo poi rendere più espressiva la voce, come 
in sbinzaj, spiccajon ecc., dicono sparècc: andare 
dunque a sparècc significa andare a pariglia 
bovina, ossia con un parecchio solo attaccato al 
carro. Siccome però si dice sparèr per separare, 
la frase a sparècc potrebbe anche equivalere al- 
l' altra a separecchio, ossia non a tiro, cioè con 
più paja, ma a tiro separato, cioè con un pajo 
solo di bovi. Vedi Sparador. 

A SPICCAJON. Penzolone. 

Da pendere esce il verbo paragogico pendi- 
care, donde per crasi piccare, ed i relativi com- 
posti impendere ed impiccare. Dipendere viene 
pindaj e con più dolce pronuncia bindaj e binzqj 
o sbinzaj. Da piccare vengono piccaj epiccaja, 
e piccai per picciuolo, ossia per queir appicci- 
cagnolo a cui s' attengono e da cui spenzolano 



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— 161 — 

le frutta: viene finalmente la frase avverbiale 
a piccajón , o più spressivamente a spiccajón , 
per dire penzolone, od a pendolonè. 

ASTUDIÈRS e STUDIÈRS. Applicarsi in- 
defessamente, meglio che Affrettarsi. 

Significando il verbo, secondo la latina sua 
origine: incombere con diligenza, con amore ed 
indefessamente; ne viene che quando diciamo: 
astudièv a fèr la tèi cosa, comandiamo la fretta 
solo indirettamente, comandando invece diretta- 
mente il porvi intorno ogni studio, e il non 
cessare dall' opera. Di qui F uso che i nostri ru- 
stici fanno di studiare per custodire, dicendo at- 
tivamente: studiar al fèn per curare diligente- 
mente la buona riuscita di quel raccolto. 

ATTÀCH. Aderente e attaccato. 

La voce si può dedurre da taco antica forma 
di tango, e si può credere apocope di attactus 
nella significazione di attingens, essere a tocca 
tocca. Di qui, per gì' Inglesi, tack la borchia che 
attacca e congiunge, il tachetus della bassa la- 
tinità spiegato per: davi species, hispanice tachon, 
non che il nostro tach o tacco per 1* insieme 
di que' pezzi di cuojo che si attaccano al suolo 
delle scarpe per rialzar la persona. 

ATTACHÈR. Attaccare. 

Le mie qualsivogliano opinioni sull' origine di 
questo verbo si ponno dedurre dal premesso alla 

Saggio ecc. li 



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— 162 — 

voce Attach. Nullameno non ommetterò di av- 
vertire quanto sul proposito insinua il Wachter 
nel suo Glossario Teutonico: « E Saxonico fonte, 
sicut optime notavit Hickesius. Nam act Anglo- 
Saxonibus significat ad in multis compositis, tac- 
can vero capere. Islandi eodem sensu dicunt at 
taka, Angli to take; omnibus consentit Gr. tex o f* ai 
capto ». Anche di qui si vede che la nostra tacca 
equivale a presa o congiungimento, cioè signi- 
fica queir incisione così condotta da. poter pren- 
dere e trattenere materialmente le cose che vi 
aderiscono, o congiungere intenzionalmente al 
proprio segno, a modo di scrittura convenzionale, 
le cose di cui si vuol tener conto in appoggio e 
sostegno della memoria. 

ATTIMÈ. Azzimato, o reso atto. 

Noi diciamo Car attimo quel carrop coerto ' 
ornato, e reso soffice da fieno o da materassi' 
entro cui si fanno in villa gite festose, piacevoli 
e di sollazzo. Si può credere da aczimare per 
azziniare, attilare, ornare, apparare tanto che 
carro attimato, equivalga a carro azzimato, e 
ciò per lo scambio della z nella t Si potrebbe 
anche dire che da aptimus per aptissimus si 
deducesse attimato, come da optimus si dedusse 
ottimate, ed allora il carro attimato sarebbe 
quello che venisse reso il più idoneo possibile ai 
passatempi e ai festeggiamenti delle liete brigate. 
Forse che son pur mozioni di aptus Y italiano 
attilato, V occitano atthilhat, e il francese atti fé* 



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— 163 — 

AVANZÒN, usato assolutami. Avanzamento, 
usato relativam. Avanzagione o Parte. 

Quando i nostri Contadini dicono: quest'anno 
la tal biada o civaja non ha avanzone, intendono 
dire che, lungi dal prosperare, quel raccolto non 
si fa innanzi, e darà quindi poco prodotto; avan- 
zone si risolve perciò in avanzamento, progresso, 
rigoglio, spinta. Invece quando, a seconda della 
rotazione agraria o biennale o triennale, mostrano 
il podere partito in due o tre divisioni eh' essi 
nominano avanzoni, allora la voce avanzone 
viene usata relativamente, disegnando cioè o il 
terreno che avanza e supera il bisognevole per 
la seminagione del frumento, o quello che avanza 
e supera V occorrente pel grano turco e pei pro- 
dotti che s' affidano al suolo in primavera, o per 
le praterie naturali ed artificiali. Per conseguenza 
avanzone vale allora avanzagione , avanzo od 
avanzaticelo con rispettivo indirizzo di relazione 
o al frumento, o alle civaje, o ai foraggi, ed è 
equivalente a Parte assegnata, od a Divisione 
rimanente per uso determinato. 

AVYINCHÈR. Piegare a modo di vinco o 
di vimine. 

Dal positivo vimen uscirono viminculus, vin- 
culus e vinclus; da quest' ultimo noi abbiamo 
fatto vinco a significare quel frutice lento e pie- 
ghevole donde uscì il verbo vincio, se non anche 
T altro vinco. Per noi dunque vimine e vinco 



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— 164 — 

sono equivalenti: per la qual cosa, da vinco 
avendo tratto il verbo avvincare, questo ha per 
noi la significazione di piegare a modo di vimine, 
non di legare con esso vimine, il che sarebbe 
dato soltanto air altra forma più grammaticale 
avvincire. 

ÀVUJÈR. Invogliare per avvolgere. Sem- 
plice Vujèr. 

La voce Volumen mostra che non si diceva 
solo volvo ma anche voluo, e da questa forma 
esce T iterativo volutare divenuto voltare e ro- 
gliare. Da pari radice le lingue germaniche dis- 
sero altresì non solo velieri per volvere, circum- 
agere, ma vulen, ed adoprarono questa uscita 
quando il vogliarsi e volutarsi si riferì a un moto 
in luogo. Ora da quest' ultima profferenza, e con 
quest' ultimo preciso significato, venne il nostro 
vujèr, per invogliare od involgere, donde ar- 
vujèr, rinvogliare, o rin volgere, ed arviij rav- 
volgimento, ed avversativamente zavujèr per 
isconvolgere , e zavùj per isconvolgimento. Ar- 
vujèr potrebbe anche venire dirittamente dall' ar- 
caico ar per ad, sicché arvujèr fosse quanto 
advujèr o avvujèr senza alcuna particella ite- 
rativa. Agger infatti, prima d' essere adger, era 
arger, adveho era arveho; adcesso, arcesso, e 
adcire od accire era arcire. Vedi alla voce 
Arviy. 



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— 165 — 

AZÀCHÈR. Sdrajare, porre a giacere, dal 
semplice Zachèr. 

Noi abbiamo fatto attivo il neutro jacere, pas- 
sandolo dalla seconda alla prima conjugazione, 
quasi fosse jacare, donde giaccare, od aspra- 
mente zaccare, e col preverbio ad, aggiaccare. Gli 
antichi Toscani invece, confrontando colle due 
lingue di Francia, passarono il verbo alla quarta 
conjugazione, ed ebbero aggecchire per prostrare, 
umiliare, abbattere. Da zachèr attivo viene poi 
zdch per caduta prostrata. Nel Sagrificio Pasto- 
rale del toscanissimo Firenzuola, si legge: 

Indi aggiacciati sull' erbetta molle .... 
Ne scaccerem da noi V ingorda fame, 

o colle più moderne edizioni: Indi addiacciati. 
ecc. Comunque si legga, vediamo che esso pure 
usò il verbo aggiacciare od addiacciare invece 
di ad-jacere od aggiacere. 



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B 



BABBIÒN. Babbeo. 

I Romani avevano un cognome virile Babbius, 
che è spiegato: idem quod stultus. Da un suo 
accrescitivo, o spregiativo, esce la nostra voce. 

BACO. Bacchio. 

II greco póxvQoy, ed il latino bac-ulum lasciano 
supporre una radice bac o bacc che noi avremmo 
saputo conservare. I Toscani da baculo hanno fat- 
to bacchio, come da oculo, occhio. Dal positi- 
vo bacc abbiamo poi tratto, bacciarell, baccióc- 
eh, bacchetta ecc. 

BACHÈR. Imprimere il piede, o percuotere 
colla pianta del piede. 

Ho avuto ed avrò in seguito occasione molte 
volte di avvertire come prima di tango, pango, 
ningo ecc. erano tago, pago, nigo ecc., e come 



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— 167 — 

prima dell' introduzione della novizia ed infranta 
lettera g, gli stessi verbi erano taco, paco, nico 
ecc. — Premesso ciò e raccogliendoci sul verbo 
pango, osserveremo come il comune participio 
pacitus o pactus (impactus, depactus ecc./ ci 
rimanga a testimonio della primitiva pronuncia 
del verbo paco per ficcare, piantare , imprimere 
e simili. Il pacere, portatoci nel VI Secolo di 
Roma dai Coloni venuti ad abitare tra noi, si 
dovè poi venire mutando in bécere, ed anche in 
bacare, passando, secondo la nostra consuetudine, 
dalla terza alla prima conjugazione, e mutando 
il p in b per quel modo stesso secondo il quale la 
palla greca e la pila romana divennero baia, pa- 
tulus diventò batillus e badili il pappos greco ed 
il puppus romano bab e babbo. L'attuale bacchèr 
int-i pè varrebbe dunque ficcare, piantare od 
imprimere la pianta del proprio piede sul piede 
altrui, impingere pedem in pedibus; e da ba- 
cere potrebbe dedursiT iterativo bacicare per 
andarsi ficcando qua e là, aspreggiato poi dalla 
pronuncia in bazzighèr. Cosi noi quando diciamo 
che uno bazziga int un sit 9 esprimiamo quello 
stesso che vien significato dall' altra frase: al 
gh! va bacand, per dire : va imprimendovi talvolta 
il piede ed infiggendovi F orma sua. Una prova 
che bachèr viene da paco V abbiamo poi in ciò 
che, non diciamo baca, ma paca V impressione 
o T orma, e che nelle nostre campagne si dice 
pèca la pedata. Per tal maniera si vede sempre 



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— 168 — 

meglio come al verbo hacker siasi venuta ognor 
più restringendo V originaria generica significa- 
zione, sino a valere ristrettivamente il pestare 
o comprimere colla pianta del piede; per cui 
hacker adoss a un vuol dire montargli sopra 
fortemente col piede. Infatti anche anticamente 
la nota frase pangere versus trovava la propria 
origine nelle normali percosse del piede, che, 
descindendo il carme Saturnio, ne misuravano 
ancora le battute, ossiano le volute primitive 
tripódazioni. 

BACCHLÈVER. Orbacca, coccola d' alloro. 

La voce laurus, passando dalla lingua scritta 
alle parlate, ora contrasse il dittongo e fu lóro, 
e per enfasi alloro, e per aggiugnincapo minora- 
tivo mlòr, come vedremo a suo luogo; ora lo 
sciolse, e fu lavro, lécer e sottilmente léver- 
Bacchlèver significa dunque Bacca-di-lauro, ossia 
puntualmente il rovescio di orbacca, composta 
da ór, scorcio di lór o aliar, e da bacca. 

BACILLÈR. Vacillare. 

Il nostro popolo quando dice: al badila per: 
egli vacilla, conforta Y opinione di Nonio Mar- 
cello, che deduce il verbo vacillare: a baculo 
quo se lassi et infirmi sustentant. Noi lo usiamo 
però metaforicamente, cioè, non di chi è infermo 
del corpo, ma di chi è della mente. Anziché a 
baculo il nostro verbo verrebbe a bacillo, ver- 
ghetta lenta e pieghevole ad ogni vento. 



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— 169 — 

BACINA. Vaccina, vacca. 

Questa pronuncia de' nostri rustici trova fon- 
damento nel bacca del romano volgare per vacca, 
e risponde al bucula del romano scritto. Potrà 
vedere, chi '1 voglia, quanto sul proposito osser- 
vai nella mia Strenna Filologica per V Anno 
1863 a face. 73, 74. 

BADÈR. Badare. 

Sul vocabolo badèr per attendere coli' animo, 
si può dire che, memore delle sue greche origini, 
il verbo vado era anche bado e badizo, e che 
noi abbiam tenuto vado per vò col corpo, e bado 
per vò colla mente. Inoltre, movendo da bada e 
da badare, nel contado si dice stare alla bada- 
retta, invece di stare a bada, o tener d' occhio, 
e questa è desinenza frequentata con predilezione 
dal nostro volgare. 

BAGÀJ. Galuppo, peggiorativo di Ragazzo. 

Sembra il positivo del Toscano Bagaglione; 
ed a questa voce scrive il Ferrari nelle sue Ori- 
gini: =: Servi militum, lixae, calones, a portan- 
dis vasis, dicti =, cioè dal portare il bagaglio. 
Infatti baga in Teotisco valeva in genere sacco, 
valigia ecc. e da baga e bagata viene, come 
osserva il Ferrari stesso, bagatella per vasa 
minuta, cioè il piccolo bagaglio. Da Bagàj poi 
per bagaglio, ossia per vasa omnia, viene il 
nostro Sbagajèr per iscasare ed asportar altrove 
tutto il proprio bagaglio, o vogliam dir vasellame. 



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— 170 — 

BAGIÀN. Baggiano. Baccellone. 

Baga e Bagia in basso latino, da Vagina, 
valevano quapto in provenzale baga e bagues, 
in oytano baghe e bague, in anglico bag, cioè 
sacco, valigia, non che baccello ed in generale 
involucro. Di qui, come vedemmo, uscì bagaglio 
e di qui il Milanese bagiana per fava e pel 
baccello che la racchiude, ed il baginella regi- 
strato dal Du-Cange e spiegato Siliqua Graeca. 
Come i Toscani dunque, modificando il baceolum 
dei latini, dissero baccello, e baccellone per isto- 
lido e povero di senno, così noi diciamo bugiano 
e bagianone per vuoto ed inutile come un bac- 
cello od una siliqua. Il nostro Muratori alla voce 
Baja scrive = Mediolanensibus utique bagiana 
est faba,... e Bagiana eflormatum est bagia- 
nata, quo vocabulo tum Mediolanenses, tum Mu- 
tinenses, aliique Lombardi uti solent ad signifi- 
candum ridendum et inconcinnum commentimi, 
atque insulsum effatum, aut quodpiam impru- 
denter ac stulte peractum est opus = La nostra 
bagianèda risponderebbe dunque alla favata, alla 
faggiolata e simili della lingua scritta in senso 
spregiativo, quasi che, nominandosi una vivanda 
di poco pregio, si indicasse comparativamente 
un' azione sciocca e male avvisata. 

BAJÈR nel significato di abbagliare. 

Nella frase nostra V è un srèn eh' al baja, si 
riconosce che il semplice bajèr sta pel composte 



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— 171 — . 

abbagliare, e che quindi essa frase risponde alla 
comune: egli è un sereno che abbaglia. Quando 
invece Bajèr sta per abbajare, allora viene da ' 
baubajare iterativo di baubari. 

BAÌSA. Bargiglio o bargiglione. 

Dal greco ndxko, quatere, agitare, che talvolta 
scambia i servigi con jSaAA©, dovrebbe essere uscito . 
prima palo o paleo, poi polipo o palpo, final- 
mente palpito, come da movo o moveo uscirono 
prima moto, poscia motito. Da paleo s' origine- 
rebbero paleae pei mobili bargigli del gallo, e 
palear per la tremula pajolaja del bue. Da palpo 
(pàlpere e non palpare ) avremmo le pàlpebre 
mobilissime parti del viso, e da palpito, i palpiti o 
le coordinate e ripetute vibrazioni del cuore. Le 
paleae poi, rusticamente enunciate per paligiae o 
balisiae, ci lascierebbero intravedere donde, senza 
difficili scambj, potrebbero muovere le baglìse o 
bajse dei nostri contadini, e come allora queste 
significherebbero quanto pendule, ciondole o bal- 
latici. 

BÀLA. Ebbrietà, Ebbrezza. Ubbriacatura. 

Dalla terza persona del presente del verbo 
balèr ( ballare ) noi avremmo tratto un sostan- 
tivo baia, che ne significherebbe V astratto o 
T atto indipendente dalla volontà personale. Come 
canta per noi è canzone (oh la bela canta! la 
savìv tota chla canta? J così bàia varrebbe 



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— 172 — 

ballazione. Per conseguenza aver la bàia, ciap- 
pèr la bàia sarebbero da interpretarsi: avere la 
ballazione, trovarsi nello stato di ballamento, 
aver presa la malattia del ballonchio, o la bal- 
leria, essere stato morso dalla tarantola, o ta- 
rantolato dal gotto e dal boccale: ma tutto ciò lo 
diremmo per modo di figura con allusione a quello 
stato di ebbrezza che, rendendo l' uomo ciùschero 
e brillo, lo invita a ballare, e più oltre a trabal- 
lare, ciò che noi con espressiva epentesi pronun- 
ciamo trambalèr. Bàia dunque è voce patria che 
ora vale esclusivamente per metafora ebbrezza 
festiva, e che per diventare ubbriachezza casca- 
toja o maligna richiede epiteti che ne aggravino 
F originaria nozione. 

BAIA ( esser d } la ). Essere della cricca. 

Il giuoco della palla, fosse a corda od a ma- 
glio, e del pallone, era uno de' principali diver- 
timenti pubblici ne' passati tempi così in Francia 
come in Italia: v' erano strade e locali a ciò de- 
stinati, dicevasi pallajo quello che somministrava 
le palle di molte maniere ai giocatori opallerini, 
i quali componevano una Società o corporazione 
detta della Palla. Noi coi Francesi diciamo Baia 
la Palla, e come i primi dicono enfant de la 
balle, les enfant d' un Maitre de jeu de paume, 
e quindi i figli che seguono la professione del 
padre' e che però ne conoscono tutti gli artifizii 
e i segreti ; così noi dicevamo esser d' la baia 



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— 173 — 

per appartenere alla società dei pallerini, ed ora 
lo diciamo in genere per essere d' una cricca o 
di una consorteria qualsivoglia, e non rifiutarsi 
perciò ad eseguirne puntualmente tutti i già noti 
statuti suoi. 

BALAFER. Uomo vile e da nulla. 

Balafre in francese è sfregio fatto in sul viso 
a qualcuno. Noi, mediante trapasso dall' effetto 
alla persona degna del medesimo, applichiamo la 
voce al vigliacco e al dappoco, e per modo in- 
tensivo, e quindi anche più avvilente, sogliamo 
dire sbalàfer il meritevole di qualsivoglia effet- 
tivo dispregio. Con pari metonimia si dice cape- 
stro, forca, galera ecc. a chi si reputa degno 
dell' uno o delle altre. 

BALOS. Ballotte o succiole. 

Noi chiamiamo cosi le castagne allessate, ma 
la voce non è che un aggettivo sostantivato, 
come quando diciamo arrosti per dire castagne 
arrostite. Fatta questa avvertenza, e ricordato 
che noi pronunciamo baia invece di palla, si 
intende tosto come castagne balóse sieno chia- 
mate qui quelle che si gonfiano e s' arritondano 
bollendo in acqua, quasi si dicesse pallose o sfe- 
riche, e come baloso venga da baia al modo che 
angoloso da angolo, nodoso da nodo, e pastoso 
da pasta. Per la stessa ragione dunque che noi 
diciamo balós o castagne baliose, i Toscani di- 
cono, come vedemmo, ballotte o castagne ballotte. 



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— 174 — 

BALÒSS. Uomo dappoco, e le cui vanterie, 
poste al cimento, non provano. 

Tanto il Wachter quanto lo Schilter e' inse- 
gnano che bai in teutonico significa falso, talché 
baUfred vuol dire falsa pace, bal-mer falso 
principe, bal-munt falso tutore ecc. Se poi cer- 
chiamo ne' Glossarj loro la significazione di oss 
od os, ci diranno che: in nominibus propriis 
Alamannorum, videtur idem denotare quod Cam- 
bris hocth. e. excellens, praestans, egregius. Ora 
sarebbe possibile che la nostra voce fosse una 
composizione di bal-os, per denotare il pseudo 
eroe, il falso gagliardo, lo spavaldo e il buriasso 
solo a parole? 

BAMBASÒN. Sempliciotto, Scimunito. 

Da bambès, bambagia, si riesce alla significa- 
zione di uomo molle, senza nervi di volontà, e 
che non si regge per sé ma per altri. Così di- 
ciamo uomo di stoppa o di carta pesta per 
uomo da nulla. La desinenza on accresce con 
tinta di disprezzo, che viene più o meno caricata 
dalla pronuncia, come in pastizzòn, turtlòn e 
simili per uomo dolce di sale o di pasta dolce. 

BANCALÉTT dia fnèstra. Davanzale. 

Lo credo diminutivo di bancale o pancate, 
ossia di quel pancone od asse grossa che si spia- 
nava sullo spessore del muro per approntare 
T appoggiatojo nelle finestre, e che ora viene 



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— 175 — 

sostituito da lastre di marmo o di macigno, op- 
pure da acconcia murazione, sporgente, a mo' di 
tavola, dalla dirittura della facciata. 

BARÀCA. Baracca. 

Sappiamo da Vitruvio che Baruca era una 
specie di casa humilis et lata, una capanna cioè 
larga e bassa. Si può dunque credere che da 
baruca venga la presente baraca o con pro- 
nuncia più scolpita, Saracco, di eguale significa- 
zione. 

BARDÀSS. Ragazzo, enunciato spregiativa- 
mente. 

La voce è antica Teotisca, ed è composta delle 
due voci bard-leas o bard-eas, barba - vacuo 
o privo, cioè imberbis et impuber, sbarbatello 
(V. Wachter ad voc. BarL). Di qui bardassòn . 
per fanciullone, bardassèd per ragazzate e fan- 
ciullaggini, e finalmente bardassa per ragazzac- 
cia, non ricordando più 1' origine della voce, ma 
ritenendone solo la nozione spregiativa quando 
è applicata a maschio. 

BARISÉL. Bargello. 

Nei Capitolari Carolini si trovano nominati i 
Barigildi tra gli Officiali del Conte. La nozione 
della voce ricavasi da Bar uomo libero, e gildo 
prezzo, deducendone che il Barigildo era il Ba- 
rone che prestava mano forte all' esecuzione del 



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— 176 — 

mallo comitale, dietro una correspettiva e sta- 
bilita mercede. La fortuna della voce non è stata 
ascendente ma discendente, perciò essa ha per- 
duto T antico blasone. 

BAROZZ. Biroccio. 

Servono ad indizio della mutazione della i in 
a le voci barozz e barozza dedotte da vehicu- 
lum birotum, poi birotum, che diventa barro- 
tum, barrotium , barrota , e barocia nel latino 
medio da vedersi nel du Cange, e finalmente 
barozz e barozza nel nostro patrio dialetto. 

BATÀR. Una maniera di Carrozza chiusa, 
- Bastarda. 

Quando io era fanciullo, il così detto allora 
Regno d'Italia viveva a legge francese, e, sto 
per dire, parlava a foggia francese. La carrozza, 
ossia il pesante e massiccio legno chiuso a quat- 
tro o sei posti egualmente profondi divisi da 
sportelli equidistanti dalle pareti anteriore e po- 
steriore del cocchio, era quasi affatto mancato 
insieme colle mute a quattro od a sei cavalli 
che T uguaglianza republicana, e la conseguitane 
povertà, avevano fatto sparire. Per due soli ca- 
valli si volevano legni più leggeri e di passo più 
corto. Si ottenne ciò applicando il seggio del coc- 
chiere al cocchio, e limitando la capacità di questo 
col sostituire una panchina ai due o tre seggi 
profondi del davanti/ Ne usci una Carrozza che 



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— 177 — 

non offriva più gli agi dell' antica, ma che pure, 
essendo tuttavia capace almeno di quattro perso- 
ne, poteva dirsi Carrozza Bastarda. Nullameno, 
come avvertiva più sopra, tutto si nominava alla 
francese: Carrosse è mascolino in quella lingua, 
e perciò il nuovo legno dicendosi in Francia 
Carrosse bàtard, o solamente Bàtard, ne segui- 
tava che noi, riproducendone la pronuncia, no- 
minavamo allora Baiar , ciò che soltanto dappoi 
ci permettemmo di nominare Bastarda. 

BATÒCC. Serbatojo profondo per uso di 
contener acqua. 

Voce grecanica da pàdos profondità, e pà&is 
profondo. Dalla stessa radice viene la batioca di 
Plauto e delle Glosse per vaso profondo col quale 
si trasportava il vino dai cadi alle mense. Quei 
Modenesi che, in parlando, dicono batocchio, non 
riuscendo a far sentire la t semplice e non dop- 
pia, ingenerano una ridicola equivocazione. L' a- 
nalogìa e la etimologia permetterebbero forse 
meglio batioccio o batiocello per cisternino. 

BATTRÌA ;D CUSÉNA. Attrezzi e utensi- 
gli da cucina, e più specialmente quelli 
di rame battuto. 

È modo interamente francese. 



Saggio tee. 12 



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— 178 — 

BAVÉTTA. Storta o Distorsione violenta 
de' tendini o ligamenti delle articolazioni. 

I Dizionarj di nostra Lingua registrano la voce 
solo nel senso di sbavatura, dicendola: scabrosità 
o superfluità esteriore dei getti di metallo usciti 
dalla forma. Noi la usiamo ancora nel senso di 
rigonfiamento esteriore e annormale che si pre- 
senta sul corpo nostro come effetto di una vio- 
lenta distrazione dei tendini, e dall' effetto no- 
miniamo con facile traslato la causa del medesimo. 

BÀZEL. Baggiolo. 

II jota fu spesso da noi convertito in zeta, per 
cui Majus divenne Maz; pejus, péz. Cosi il 
bajulus latino fu bàjolo e baggiolo, e poi bàzel, 
e dinotò queir arnese che fa Y ufficio del facchi- 
no o del portatore, che porta insomma cannicci, 
stuoje, stecconate, o qualsivoglia altro in servigio 
rustico o domestico. Così chiamiam Servitore un 
arnese non molto differente che, a più comparti- 
menti, s 1 appressa alle mense e scusa V ufficio 
de' servi, ponendoci sotto le mani i piattelli da 
ricambio, le posate ecc. 

BÉGH. Baco. 

Quello che i Toscani dicono baco noi lo pro- 
nunciamo sottilmente bégh o bego, e, seguitando 
una pronuncia che si vuole persiana, siamo so- 
liti dirlo anche bgatt; voce resasi comune, non 
come begatto, ma come bigatto. Trattandosi poi 



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— 179 — 

de* bachi da seta, per uno speciale ipocorismo, li 
nominiamo bgattèn o bigattini. Premesso ciò, 
debbo aggiungere che diciamo bgón o begone, 
tanto al baco grosso, quanto allo scarafaggio, e 
bèga all' ape. Si vuole che il nostro bèga venga 
da un' aferesi di apecla od apecula, come la 
pecchia de' Toscani, e che chiamiamo bgón lo 
scarafaggio, perchè , a modo de' lombrici e de' 
vermi, cerca Tumido, gV immondezza^ , e vive 
per lo più ascoso sotterra. Quanto a me prefe- 
rirei di avvertire che i Greci chiamavano Bugo- 
nie, ossia Bue-genite, le Api perchè le credevano 
frutto di generazione spontanea, cioè nate da 
Buoi putrefatti, e che agli Scarabei si venne da 
taluno attribuendo una origine non molto diversa. 
Non sarebbe dunque difficile il supporre che le 
nostre voci bèga e bgón fossero memori di sif- 
fatte erronee credenze, contro le quali il Redi 
amò dissertare ampiamente, e che perciò, invece 
d' essere scambj popoleschi ed irrazionali, prove- 
nissero direttamente da P*s bue, e da yoveia fetura 
o generazione. Siccome poi le Api son battagliere 
e dannose a chi le stuzzica, bega vale presso 
noi metaforicamente rissa, per cui zerchèr bega 
vale cercar rissa o questione. Dipendentemente 
da ciò diciamo d' un rissoso ed incettatore di 
brighe eh' esso è una mala bega, appunto come 
applichiamo Y appellativo di vrespa o vespa ad 
una stizzosa. Per ultimo da bégh viene il verbo 
bghir bacare, e bghì bacato. 



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— 180 — 

BÉGRA. Loja, Melmetta. 

La pice latina era per noi pece e pegola, e, 
prediligendo questa profferenza, seguitavamo Y uso 
de' barbari, che quasi tutti pronunciarono la voce 
pinguescen temente pedi, peka, pekal ed anche 
beh o begh, Quest' ultima enunciazione era Fran- 
cica; per cui si potrebbe supporre che pècera e 
pekra, ovvero bégera e begra, fossero aggiun- 
tivi derivati à&pech o begh, e, significando quanto 
picea, indicassero poi, sostantivati, quella melma 
intrisa ed appiccaticcia che s' attacca, a mo' di 
pece, ai calzari ed alle vestimenta. 

BELLITÙ. Beltà, bellezza. 

Festo ci è in testimonio che Verrio scrisse 
bellitudinem sicut magnitudinem. La bellitù dei 
nostri rustici era dunque popolare in Roma sino 
nei migliori tempi della Romanità. 

BÉLS. Ciarpe. 

Muratori. Ant. Med. Aev. Dissert. XXV. = Certe 
apud vulgus ad corporis indumentum familiares 
tunc fuisse puto vulgares ovium, agnorum, arie- 
tum, ac vulpium pelles. Adhuc Mutinenses reti- 
nent vocabulum Belse quum ajunt: piglia le tue 
belse e va con Dio. Germanicae Linguae Beltz 
est pelliccia, idem quod Peltz a pellibus. Ab iis 
mutuati vocem Mutinenses olim, prò piglia i tuoi 
panni, dicebant piglia le tue belse, idest pelli- 
cias seu vestes tuas. = Conforterebbe questa 



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— 181 — 

etimologia il vedere che nella bassa latinità si 
diceva indifferentemente belliparius e pellipa- 
rius, e che il nostro verbo imbelsér può esser 
tradotto nel suo senso metaforico per implizzèr, 
cioè ingombrare con ciarpame. Per persuadersi 
come qui le pellicce erano V indumento invernale 
di tutte le classi dei cittadini è a vedersi il 
Fase. 6. Voi. 1° dei nostri Atti e Memorie di 
Storia Patria a face, xliii, che dee però porsi 
in fronte al Volume stesso. Dall' avvisata pro- 
nuncia Germanica beltz o peltz deriva poi che 
il nostro popolo dice anche béz per beh o ciar- 
pame. 

BERICÒCLA. Albicocca. 

Albicocco ed Albicocca sono parole, che, ad- 
dolcite dalla pronuncia, non rendono più ragione 
di sé. Non era forse così quando si dicevano Al- 
bercocco ed Albercocca, oppure Albercoccolo ed 
Alber coccola: allora nelle voci udivamo: Albero 
da coccole, o Coccola da albero, e quindi inten- 
devamo indicata una specie d' alberi fruttiferi, o 
di frutti d'albero, che avevano poi per varietà 
le coccole armeniache, le precoque oprecoquule, 
cioè le precoci, le rusticane, ecc. Riserbandoci a 
parlar delle armeniache al luogo suo, diremo che 
i Latini, come si può vedere anche da Marziale 
air ep. 46 del 1. XIII, chiamavano mala prae- 
coqua, o semplicemente praecoqua o praeco- 
quula le nostre betncocle, e mala rusticana i 



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— 182 — 

nostri ma-rusticàn. Se non si vuole dunque la 
voce modenese una corruzione di albercoccola > 
si può credere venuta direttamente e con leggere 
alterazioni dal latino praecoquula, e significare 
quanto la precoce o la primaticcia. Aggiungerò 
inoltre che in un vecchio Lessico, citato dai Glos- 
sografi, si legge peqèxoxxa, e la voce si spiega con 
pruna. 

BERLÉDA. Greto più o men cespuglioso. 

Ber lèda o Bar lèda sembra voce teutonica e 
forse gallica prisca composta da bar, denudato 
o scoverto, che in composizione diventa ber, e 
da led significante landa, ossia tratto di terreno, 
non solo incolto, ma non occupato. Ber-led vale 
dunque landa scoverta, incolta e pubblica. Wachter 
alle voci citate, così si esprime: = Bar, nudus t 
detectus, a baren denudare, detegere, ber- fot, 
nudi-pes =. Led, locus vacuus et desertus, ver- 
bale a laten (lassen) linquere, relinquere. Inde 
lede ager incultus et spinosus, relictus, codetum = 
Si vede dunque come a ragione i greti dei fiumi 
denudati dall' humus anteriore, e ne' quali, sco- 
pertesi le ghiaie, erano anche mancati i segni 
delle eventuali precedenti proprietà, venissero 
chiamati ber-lede, e perchè questi fossero anti- 
camente annoverati tra i così detti Pubblici. 

BERLÉNA. Berlina, Gogna. 

Noi abbiamo un verbo burlare che vale, anche 
presso Dante, rotolare, girare e quindi prendere 



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— 183 — 

in giro; si direbbe che affine a questo fosse Y altro 
berlare, dal quale venisse imberlare per piegare 
e sconvolgere, sberlare per togliere le piegature 
o le svolte, e berlója per cosa girevole e mal 
ferma. Berlina poi sarebbe stata detta la gogna 
in quanto che essa consisteva in origine in un 
palco, nel cui mezzo levavasi un palo girevole 
sul proprio asse, al quale legavasi il malfattore 
condannato ad essere mostrato al publico con un 
cartello sul capo che ne designava la reità, e che 
poteva esser letto da tutti i circostanti, perchè 
era mosso in giro insieme col palo ed il reo, e 
reso così visibile e cospicuo alla moltitudine. Da 
burlare verrebbero i burlenghi sorta di colla 
sottile e fritta, che si serve calda e rotolata come 
la cialda, e dall' altra pronuncia berlare verreb- 
bero i berlingacci e berlingozzi specie di gnoc- 
chi di pasta ravvolta che, cotta nell' acqua, si 
mangia condita al burro ed al cacio, e che noi 
chiamiamo ravioli o ravvigiuoli appunto dal 
ravvolgimento a cui vanno sottoposti. I Francesi 
dicono la berlina pilory, e questo viene così 
descritto dal Bourgueville nelle sue Antichità di 
Normandia = Ce Pilory estoit une grosse masse 
de bois, qui tournoit sur Y un des bouts d' un 
eschafaut ou estoient punis les criminels.... ceste 
punition estoit que lesdits criminels estoient at- 
tachez les pieds et mains en un cept, et les fai- 
soit-on tourner par certains tours pour estre 
veuz par le peuple circonstant, lesquels tours de 



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— 184 — 

Pilory les rendoient infames =. I nostri verbi 
pirlèr e prilèr, ed i molti loro derivati parrebbe 
che non dovessero rintracciare altrove la loro 
origine; sicché berlina sarebbe una pronuncia 
diversa di pirléna o priléna: ossa imberléda 
equivarrebbe ad assa prilla o prilèda, e cosi va 
dicendo. 

BERLÌCH. Farfarello. 

Noi chiamiamo così quel diavolo o spiritello, 
che nelle burlette o farse da marionette obbe- 
disce ai cenni del Mago, e si presenta visibile 
ad ogni sua richiesta. Ora berlich appunto in 
teutonico vale manifesto ed aperto. Se il nome 
fosse dedotto di là, sarebbe un aggettivo passato 
all' officio di sostantivo, e varrebbe: diavolo vi- 
sibile o personificato. Se invece provenisse da 
berlare o burlare per volgere in giro, berlich 
sarebbe voce fatta uscire per onomatopea nella 
desinenza che rifinge cose istantanee, come cricch, 
spricch e simili, e però accennerebbe all' impe- 
tuoso capitombolo con cui il diavoletto, appena 
chiamato dal Mago, gli si .fa innanzi. 

BERNÈRD. Bernardo, ed anche Scimunito. 

Osservando come il nome proprio Bernard 
venga tratto facilmente a significati avvilitivi, 
tanto che diciamo bernardén quel pezzo di mat- 
tone che s' adopera a turare i vani dell' ammat- 
tonatura senza arrivare a far testa, e quiudi la 



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— 185 — 

preda senza testa o che rì fa testa ; Bernard 
e Bernardon lo sciocco, e più quello che vuol 
passare per Dottore e porta occhiali maschj sul 
naso come il. Ballanzone de' Burattini, sicché 
giungiamo persino a nominar bernérd gli occhia- 
loni stessi; T etimologista può sovvenirsi di 
quanto segue. Può cioè ricordare che Bernheiter 
era notum convtcium apud Germanos, presso 
i quali poteva intendersi per Orsacchione: che 
gli antichi Inglesi avevano la voce Bernart o 
Bernarius per significazione di un ultimo mini- 
stero servile addetto alla custodia o caccia dei 
Bern od Orsi: che perciò il Charpentier aggiunge: 
bine olim apud nostros ( Francos ) male acce- 
ptum videtur nomen Bernart, quibus idem so- 
nabat quod stultus, hebes, ineptus: che il Ro- 
quefort nel suo Glossario della Lingua Romana, 
o Francese antica, spiega Bernart per sot, niais, 
nigaud; e cosi facilmente conchiudere che le 
nozioni peggiorative attribuite a questo nome, ci 
provengono da nordiche origini. 

BERVÈR, e ABERVÈR. Semicuocere. 

Sembra una metatesi del Germanico breicen, 
che si disse anche brawen e brauen per coquere. 
Di qui il Cambrico berwy, non che V Anglico 
brewed per coctus, ed il nostro bervèr e aber- 
vèr; il quale con desinenza romanizzata ha però 
un più ristretto significato, cioè, non vale ora 
per noi cuocere, ma solo cominciare, non finire, 
la cottura di checchessia. 



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— 186 — 
BERZÌGLA. Yerzigola. 

I Toscani chiamano Yerzigola o Verzicola, 
nel giuoco delle carte, il numero di tre carte 
andanti che si seguitano secondo V ordine e va- 
lore stabilito dalle regole del giuoco ( ciò che 
noi diciamo Napoletana); ed al giuoco delle 
palle o bocce, dicono aver verzigola per esserne 
tre più vicine ai lecco o grillo, cioè a quello che 
noi nominiamo pallino o boccino. Ora è appunta 
in quest' ultimo significato che in modenese si 
dice fèr berzigla, quando, accostate tutte tre 
le palle al pallino da un giocatore, questi segna 
sei punti a vantaggio proprio; e che diciamo 
berzigla ed bocc tutte insieme le bocce occor- 
renti al giuoco. È chiaro che le due voci berzi- 
gla e verzigola, varie solo nella pronuncia, sono 
elementarmente una voce sola, giacché è troppo 
noto così il facile scambio del v in b, come la 
soppressione della o breve nelle nostre parole 
dialettali. Si direbbe quindi che, da verzire o 
verzicare, pronuncia vegeta di verdire e ver- 
dicare, la voce verzigola o berzigola valesse 
quanto verzierino o giardinetto, e per conseguenza 
fosse voce generica, come cespo, corona, maz- 
zetto e simili, che vuol essere poi specializzata 
dal genitivo di qualità che la segue. Perciò, come 
diciamo giardinetto d' aghi per dire Y insieme 
degli aghi occorrenti al cucire, cosi diremmo 
berzigla ed bocc, quasi verzierino o giardinetto 



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— 187 — 

di bocce, per accennare al loro completo, sì ìd 
numero e sì in qualità, per potere convenevol- 
mente giocare. 

BESIÉR. Pungere, Appinzare, Frizzare. 

Il Teutonico Beissen significava pungere, ecce- 
dere, ed i Glossografi aggiungono: « dicitur apud 
Francos de omnibus rebus acutis » osservando 
ancora, come abbiano radice comune con questo- 
beissen, le parole pizen, o spizen, spiculum, 
spina, piquer,picar ecc., e come per conseguenza 
si debba riconoscere una tale radice in bis o 
bes, bics o becs, spics o specs ,.pics, o pecs 
secondo la varietà delle pronunce. Beissen poi 
in lingua Oytana si allungò e divenne besiller 
e valse blesser, come besil significò blessure. La 
media latinità ebbe da ciò besilamentum e be- 
silium* e forse besiliare, tuttocchè il verbo non 
si trovi finora posto a registro. Dietro le poche 
cose premesse si scorgerebbe come e perchè il 
nostro besièr valer possa appinzare, besìi o bsii 
pungiglione, besiadura puntura o punzecchiatura, 
e così va dicendo. 

BÈSLA. Mento. 

Bazia è spiegato nel Ducangio per vas, idem 
quod bacile et bacinus, donde bazillus diminu- 
tivus a Bazia, et baxella prò vaxella vasa, 
Gallice vaisselle, donde forse bazzecola per va- 
scicula, vasa minuta, o minuterie. Sembrerebbe 



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— 188 — 

dunque che dal noto scambio del v in b si po- 
tesse conchiudere che bazza è una mozione di 
bas o vas. Di qui i Toscani direbbero bazza il 
mento che sporge all' infuori, quasi che vedes- 
sero in quello il vaso che s' apre a ricevere gli 
alimenti. Da bazza poi essi hanno bazzina ap- 
plicato a donna eh' abbia un po' di mento, e 
bazzone per uomo che ha una gran bazza. Ora 
se da bazza o bazia facciamo bàzola ecco la 
nostra bèsla per mento, la bazzina riesce in 
basléna o balletta, e bazzone in baslón. Tutte 
poi le voci baslott, bazil, bèsla per catinella o 
per tafferia, riuscirebbero mozioni di vas o bas, 
cioè vasulus, vasculus, vasillus ecc. pronunciate 
basulus, basculus, basillus ecc. Bèsla sarebbe 
dunque detta. per figura la parte del corpo che 
è quasi il piccolo vase accoglitore de' cibi e delle 
bevande; e siccome bussola lo troveremmo spie- 
gato nello stesso Glossario della Latinità inferiore 
per: pyxis, arcula o cista qua colliguntur suffra- 
gia, oppure le elemosine, ne verrebbe ancora che 
diremmo biissla per bésla, perchè in essa pure 
s' infonderebbe quanto occorre per sostentarci. 
Togliendo la figura da un altro arnese casereccio, 
dei bimbi che s'atteggiano a piangere, diciamo 
eh' i fan mesclèn, cioè: eh' e' fanno il mescolino. 

BÈ VIA e BE VLÈTTA. Donnola e Donnoletta 

Forse è detta bavoletta dall' aver bianco il 
pelo sotto la gola, quasi si dicesse alla francese 



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— 189 — 

bavolée, cioè munita di bavette o bavaglio. Co- 
munque sia, il nostro appellativo rasenta assai 
più il francese belètte che i molti altri nomi a 
me noti, coi quali trovo designata la mustela 
vulgaris. 

BIÉS. Biagio. 

Noto questa voce, non come nome di persona r 
ma pel significato metaforico che noi le attri- 
buiamo d' uomo di buona pasta, tanto che desi- 
gnando uno pr un bon Biés, e meglio ancora 
pr un bon Biasón, intendiamo qualificarlo per 
blando, pacioso, piacevole, e buon compagnone, 
forse dall' antico: Bios idem ac stultus. — E su 
tale proposito dirò che a taluni altri nomi di 
persona, il nostro dialetto applica, secondo le 
varie uscite loro, nozioni affatto diverse. Per 
esempio tutti i minorativi di Antonio, cioè Tu~ 
gnin, Tugnett, Tugnóla ecc. sono puri appella- 
tivi personali, V accrescitivo Tugnón vale per 
contrario, non solo Antonione, ma minchione e 
di grosso ingegno — Giovanni o Zvan, pronun- 
ciato comunque, appella 1* uomo non altro, prò* 
nunciato alla francese Gian, e più se replicato 
così Gian-Gian, e più ancora se accresciuto in 
Gian-Gianón, rammenta i traslati avvilitivi di 
Francia, e significa nell' intellettuale quanto 
Tugnón, e nel fisico quanto ciondolone e mal 
reggentesi sulla persona — Michele è nome in- 
dividuale soltanto, Michilazz o Michelaccio vale 



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— 190 — 

invece scioperatacelo, fannullone, tanto che un 
nostro proverbio designa cosi la vita dell' uomo 
ozioso: Fèr la veta d Michilazz - Magnèr, 
òéver e andèr a spass — Finalmente Marc' 
Antonio, forse per tradizioni Romane, ha in sé 
per noi tale uno strascico di grandioso e di forte, 
che, senza differenza di sesso, diciamo : V è un 
belpezz ed' Mere' Antoni tanto ad una viragine, 
quanto ad un giovine di taglia avvantaggiata e 
bene compressa. 

BIGORDI. Trefolo. 

Il latino baculus, toscano bacchio, modenese 
bacc, accenna ad una radice bac o bag, donde, 
con mozione barbara, uscì bagordo per asta, ed 
indi per astiludio, e finalmente per la tempesta 
•e il frastuono che in tali ludi militari si udiva- 
no. Ora non si disse solo bagordo, ma ben anche 
òigordo, dal quale bigordare per: hasta ludere. 
Per noi bigordi è quanto bacchetta o verghetta, 
>ed accenna propriamente a que' lenti vettoni con 
che s' intrecciano i manichi delle ferze dei vet- 
turali, che sono appunto conserti a mo' di fané. 
Dagl' intrecci di vermene o di strambe si passò 
■a quelli di filato, e ne uscirono le funi ed 1 ca- 
napi; ma anche per questi mantenemmo l'antica 
voce, e chiamammo bigordi i trefoli o le cordi- 
cine che a più o a meno capi li compongono. I 
Provenzali pure dissero beiort e beort, ed i 
Francesi behourt all' asticciuola. Chi volesse fare 



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— 191 — 

altra via potrebbe avvertire che i popoli celtici 
nominarono gorde e gorden la fune, e gor il 
cordone o trefolo, per cui ne' Dizionarj Bretoni 
• si legge: Gor menue corde, qui sert à en faire 
une plus grosse: ur gorden a tri gor, une corde 
à trois cordon. Non gli sarebbe difficile allora il 
supporre che besgorde valesse cordicella, come 
bestor valse torricella. 

BIGÒT. Bigotto, santocchio, baciapile, graf- 
fiasanti. 

Riferisco quanto in proposito scrive il Wachter 
nel suo Glossario Teutonico: = Bei-Gott. per 
Deum. Vetusjurandi formula cui similis illa qua 
usus est Rollo primus Normannorum Dux. Qui 
cum pedem Regis Francorum osculari nollet, 
hortantibus, ut id faceret, lingua anglica respon- 
disse fertur: ne se bi Got, hoc est, non ita per 
Deum. Num se Anglosaxonibus idem est quod 
Francis so ita. Benson. in voc. anglosax. ne se 
haud ita — • Quod notandum contra Schilterum 
qui huic formulae alium sensum tribuit. Interim 
haec vox Rolloni contemptum Regis et aulicorum 
conciliavit, ut deinceps per ludibrium vocaretur 
BigoL Gallis bigot hodie est superstitiose reli- 
giosus, non certe a juramento bi got per Deum, 
sed potius ab anglosax. bigan colere =. Da ciò 
insomma può rilevarsi che furono detti bigotti 
coloro che, avendo ad ogni tratto il santo nome 
di Dio sulle labbra, mostravano al di fuori e a 



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— 192 — 

parole quella santimonia, che forse con avevano 
internamente, o non sapevano mostrare coi fatti. 

BÌO. Patina, intriso o colore nericante. 

Dal Greco q><uos, enunciato, alla Macedonica ed 
alla Latina, beos, per: fuscus, subniger, qui medio 
est inter candidum et nigrum colorem; ossia 
bigio o biso, pare derivato il nostro aggettivo 
sostantivato bio per qualsivoglia colore od intriso 
fosco o bigio cupo. Non so bene se da questa 
radice, o dall'altra Bu, profferta alla Gallica 
Bioou o Biou, ( Bue o Bove ), possa discendere 
T altra nostra voce rustica bióba, non che binda 
per buina,*bovina o vaccina, cioè per isterco bo- 
vino, detto tra noi buaza, ossia buacia invece di 
buacina stercora. Da biuda poi esce il conta- 
dinesco verbo imbiudèr per coprire checchessia 
con un intriso di sterco boacino diluto, o d' altra 
materia nerastra e vischiosa. Su di che facendo 
avvertenza come gli arricchiti Dizionarj di nostra 
lingua registrino le parole biuta per empiastro 
di materie grasse, biutare, biutoso, imbiutare ecc., 
potrò io esimermi da indagini ulteriori, trattan- 
dosi di voci passate da gran tempo nel dominio 
della lingua comune, e delle quali hanno ad oc- 
cuparsi gli etimologisti della medesima. Dall'av- 
vertito nostro vocabolo biòba viene poi per me- 
tatesi bòbia senza alcuna diversità di significa- 
zione. 



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— 193 — 

BIÒBS. Nudo e solo. 

Bloss e Blot valevano in antico Tedesco nudus, 
spoliatus. I Franchi portarono il vocabolo nelle 
Gallie ed altrove, e la media Latinità ne ebbe 
il verbo Mutare per privare, spoliare, ed i Fran- 
cesi mantennero le voci bluter e blutoir per 
stacciare e staccio, cioè per 1* arnese che spoglia 
la farina dalla crusca. Da Blot i Veneti ed i 
Piemontesi ebbero bióto e biót per nudo e mero; 
noi da bloss, schiacciando la liquida, femmo bioss. 
Anche presso i Provenzali troviamo blos colla 
stessa nozione, t Ferraresi, insieme, con noi, usano 
bioss e biossa, anche per solo, schietto, senza 
giunta alcuna o addizione: sicché magnèr dal 
pan bioss, vale mangiar pane e non altro che 
pane, cioè pane senza companatico. 

BIRÒK Zaffo, tappo. 

I Latini ebbero tir per virilitas o virilia, ed 
ebbero vironem per virum, come homonem per 
hominem. Noi, col noto scambio del v in b, ne 
deducemmo forse birone quasi gxxMos. Dalla stessa 
radice uscirebbe birucc pel torzolo o stampone 
del maiz o grano turco. 

BISÉGOL. Lustrino, o Bussetto. 

È voce di calzoleria, e significa al presente un 
arnesetto tutto di bosso che s' impugna, il quale, 
dove riesce fuora, fa cocca per ambe parti, e così 
serve a lisciare in costa il grosso suolo delle 

Saggio tee. i3 



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— 194 — 

calzature. Sarebbe a credere che in origine il 
dente medio tra le due cocche fosse fatto da 
una lama metallica inserta e tagliente ad ambi 
i lati, la quale lisciasse in piano, e profilasse in 
taglio le sbavature del cuojo battuto, tanto che 
da bis e da seco, fosse chiamato bisecula o bi- 
seculum V arnese in questione. La composizione 
della voce troverebbe poi gli opportuni confronti 
in bipenne, in bisacuto, in bistorto e simili. 

BLACH. Ciarpe. 

BXag, latino blax, valeva: ignavus, stupidus, 
vel quasi vilis beta (fato») abjiciendum, il nostro 
bietolone. Noto è che blax era quanto blacs. Di 
qui dunque la nostra voce avvilitiva blac, o blach. 
Avendola noi poscia applicata quasi unicamente 
alle vestimenta, doveva accadere che, sostanti- 
vandola, valesse quanto bietolerie, atraccerie, 
robbe da scarto e da rifiuto, e che blacchént e 
blacchenta significassero 1' uomo o la donna che 
si cuopre di tali ciarpe. 

BLÉDEGH. Solletico. 

Lieo o lica valeva liquore, e quindi il liquido 
per eccellenza, cioè V acqua. Da ciò nei verbi 
liquere e licere si racchiudeva V idea dello scor- 
revole, dello scivolante spontaneo e che sdruc- 
ciola, scende liberamente e si presenta quasi da 
sé. Colla voce licei si assentiva, e coir altra &- 
centia si accennava allo smodato trascorso. Da 



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— 195 — 

questo licere o lecere, piuttostochè da lacio r 
sembrano coraporsi i verbi adlicio, perlicio, su- 
bitelo, oblicio, delirio, elido, ne' quali primeggia 
sempre un' idea di moto, non un' idea di stato, 
di arresto o di legamento, quale appare negli 
usi che del verbo lacio fa il fllarcaico Lucrezio. 
Da ledo o lido escono poi gì' iterativi ledo e 
lectico, ai quali, ove si anteponessero i preverbj 
sopravvisati, uscirebbero i verbi allettare ed al- 
leticare, pellettare e pelleticare, sollettare e sol- 
leticare, obiettare ed obleticare, dilettare e di- 
leticare, eiettare ed eleticare, alquanti de' quali, 
essendoci noti, fanno a noi fede sulla possibile 
esistenza dei rimanenti. Ora in questi Iettare e 
leticare, trasparirebbe un concetto di liquidità e 
di scorrevolezza che farebbe sdrucciolare il verbo 
composto verso quella direzione che i preverbj 
designerebbono. Da Iettare, o con altra pronun- 
cia letiare o lezzare (donde escono forse lezia, 
lezio e lezioso) verrebbe la nostra voce lezza 
per fango sdrucciolevole e intriso: da leticare 
verrebbe letica o lédga, che vale per noi fan- 
ghiglia cosi inzuppata e leggera che il pie vi 
smuccia sopra senza potervisi reggere. Lédga 
dunque sarebbe la belletta de' Toscani, la quale 
verrebbe dal composto pellettare accennato di 
sopra. Né diremmo solo lédga sostantivamente, 
ma avremmo Y aggettivo lédegh per esprimere, 
in genere il viscido o visciolo, il quale si sostan- 
tiverebbe alla sua volta dicendo noi, p. e. del 



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— 196 — 

vino: eh' e' comincia a prendere al lédegh, quando, 
guastandosi, si volta all' oleoso perdendo il raz- 
zente. Da lédegh poi aggettivo e da molle ( che 
noi possiamo far sentire mul y come ci avverte 
mulsèn per mollicino ) otterremmo smulédegh, 
quasi smolle tico, smolliccico, tramolliccio. Ma se 
da pellettare viene il Toscano belletta , da pel- 
leticare verranno dunque le nostre belleiiche che 
pronunciamo scortatamele blédegh, per signifi- 
car quello appunto che i Toscani, da solleticare, 
dicono solletico; ossia quello scorrere leggero 
delle dita sulle parti del corpo meno use ai 
contatti, che produce una sensazione convulsiva, 
che noi con parola gallica, da vedersi a suo 
luogo, diciamo anche gattiizzel; piacendoci cosi 
di terminare osservando come noi Gallo-Romani 
esprimiamo la stessa idea del solletico con due 
voci distinte, V una Romano-rustica, V altra Gallo- 
Franca, le quali servono a render fede della dop- 
pia nostra etnica origine. 

BLÌCTRI - per Cosa di niun valore. 

La vilis beta, ossia la bietola non mangereccia 
ed inutile, si disse dai Greci pMtoy,e blitum da 
Plauto, il quale usò anche bliteus per fatuus e 
nullius praetii. Da ciò , siccome avverte Paolo 
abbreviatore di Festo, essi Greci fecero ptez V Qi 9 
equivalente del latino titivillitium 9 e l'applicarono 
alle cose di niun valore. Da questo blityri, scende 
senza alcun dubbio la storpiata voce blitri o 



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blictriy che noi Modenesi usiamo nello stesso 
significato. 

BLISGHÈR. Sdrucciolare, Scivolare, Stri- 
sciare, Smucciare. 

In greco Xmòs, kaoij valeva il nostro liscio, 
liscia e si trovava anche scritto fifoni). Per con- 
seguenza, o direttamente dal fonte greco, o da 
un ibridismo greco-germanico, cioè dall' aggiunta 
dell' intensiva germanica he all' aggiuntivo greco 
lisso, uscì il verbo blissare, reso più imitativo 
in blisciare, fatto iterativo in blisigare, e final- 
mente contratto in blisgare, cioè blisghèr secondo 
il nostro modo di pronunciare. Da blisghèr ven- 
nero blisghèda sdrucciolata, blìsgh sbriscio o 
scivolo, che si modifica o si accresce in blisgótt 
e in blisgón, finalmente blisg arala per sbriscia 
o sdrucciolo, cioè per quel: lubricum in glacie 
congelata, che, secondo il Wachter, pueri Suevo- 
rum etiammun vocant schleife, od intensivamente 
beschlaife. 

BORDA. Lamia, Larva, Befana, Versiera, 

Ottavio Ferrari, dopo aver avvertito come in 
basso latino Burdo significò la grossa canna 
degli organi, non che il bombo grave o la bassa 
nota che ne esce ; e quindi anche il pecchione o 
calabrone ( bourdon ) pel rumoroso fremito 
(bourdonnement) che lo accompagna, aggiunge: 
= Vulgus Insubrum Bordolo et Bordo larvane 



— 198 — 

puerorum terriculamentum, vocat, quod per bom- 
bum quendam raucum, et terrificum ac gravius 
murmur, manu ad os apposita, effingunt =-. 
Dalle cose premesse vedremo che la nostra Borda, 
cioè la Saga reboante, od il Bau o Biliorsa, che 
serve di triste spaventacchio a' fanciulli , trae il 
suo appellativo, come il Bordolo degl' Insubri, 
dal grosso vocione che le viene scioccamente at- 
tribuito. 

BOZZ. Cesto cupo e rotondo. 

Da buta o butta, che nella Grecità e Latinità 
media valeva cupa, dolium, V odierna botte, uscì 
buza che fu vas vinarium, ma che passata, come 
bouSy nell'antico francese, significò anche cesto 
o cavagno. Per ciò nell' Istoria delle Crociate 
citata dal Ducangio, si legge: = et si portoient 
tiere en paniers et en bous =, e sì portavano 
terra in panieri ed in bozzi; facendo apparire 
così il positivo del minorativo bozzolo. La nostra 
voce bozz ò dunque antica Romano- rustica , e 
potrebbe per avventura venir accolta nella lingua 
comune da scrittori destri e avvisati. 

BRAGHÉRA. Dottoressa. 

Noi diciamo bragóna la donna che vuol por- 
tare le braghe non la gonnella, cioè quella che 
vuol comandare in casa, non obbedire. Di qui il 
verbo bragunèr applicato alle imperiose viragini ; 
e di qui anche Erogherà, Braghirèr e Sbra- 



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— 199 — 

ffhirèr, non solo per ciarliera e ciarlare, ma 
insieme per significar quella donna che, in par- 
lando, vuole sempre il disopra, e non cessa per 
rimostranze, ma vuol maggioreggiare colla lingua 
e portar i calzoni della parola. 

BBÀJA. Prato o Campo suburbano. 

Secondo Varrone ed Ulpiano pratum è uno 
scorcio di paratum, e vien detto così perchè, senza 
bisogno di cultura, di seminagione o d' altro, è 
pronto ad esibire il suo frutto. Quando V Europa 
«ra selvaggia e deserta, il terreno dai primi oc- 
cupanti si sarà principalmente diviso in boschi 
ed in prati. Ai primi sarà stato proprio ed at- 
tribuito T opaco e T impedimentoso, ai secondi 
1' aprico e Y aperto. Alla voce pratum o para- 
tum si veniva quindi spontaneamente a congiun- 
gere T idea di lato e di spazioso. Ciò premesso 
sentiamo il Washter nel suo Glossario germa- 
nico = Breit latus, spatiosus. Gallice braid. An- 
glosax. brad, Frane, et Alam. breit, preit. Belg. 
et Suec. breed Angl. broad. Island. brei-dur = 
Nella Latinità media troviamo Bradia, Braida, 
Bragida e Braja per: Campus vél ager subur- 
banus. Sembra però che l' idea di spazioso ed 
aperto non sia disgiunta dalla significazione della 
voce, leggendo nel Monaco Padovano 1. 1. Chron. 
e. 1. =. Factum est praelium equestre maximum 
in Braida Veronensi = luogo detto Brà tutto- 
giorno. E nel Memoriale dei Podestà di Reggio 



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— 200 — 

sotto T anno 1217: = Et $o anno prima facta 
fuit Fera ( Ja Fiera ) in Braida Domini Episcopi 
extra portam, juxta Burgum Sancti Petri mi- 
cosi dicasi in Padova del Prà, detto poi della 
Valle, e chiuso in seguito entro le mura ; e così 
in Milano del Brera, su di che Ottavio Ferrari 
scrive: = Mediolani templura et aedes in quibus 
est Gymnasium Societatis Jesu, Brera dicitur, 
Latine Brayda, et Collegium Braydense =: e 
prima aveva detto : == Breda in Gallia Cisalpina, 
praecipue Brisciae, appellatur ager suburbanus =. 
Non crederei quindi improbabile che la nostra 
voce Braja avesse un antico rapporto con Prata, 
e che quando si trattava di luogo presso le Città 
od i Fortilizii, come la Braja appo Vignola, e la 
Braida presso Sassuolo, significasse una specie 
di Campo Marzio, o vogliam dir di Spianata; e 
valesse invece ronco, divelto, sboscato od aperto 
quando si trattava di tenimento coltivato e lon- 
tano dalle Città o dai Castelli. 

BRASCA. Bruscolo. 

Come i Toscani dicono fruscoli e bruscoli, 
noi diciamo frasch e brasch, e brasca, proba- 
bilmente dal germanico brecken rompere, spez- 
zare, vale frantume. Da brechen viene forse 
r enfatico nostro sbraghèr, come da brasca viene 
brascajèr e brascajèda per nevicare leggermente 
o nevicata di fruscoli di neve che poca dura sul 
terreno. V. a Sbraghèr. 



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— 201 — 

BRICCADÉLL. Una coppia di pani di forma 
speciale. 

Tra noi i pani caserecci sono grossi e paffuti, 
al contrario quelli di fior di farina e di lusso 
per ambe parti si assottigliano e rialzano pre- 
sentando due punte rin torte a maniera di corna 
di becco. E come noi diciamo bricco al montone, 
e briccadell al montoncino, cosi usiamo di que- 
st' ultimo appellativo per denotare il pane a 
corna, o come sogliam dire, a curnett, e più 
specialmente l' unione di due di tali pani, i quali 
accoppiati ponno raffigurare il cozzo di due mon- 
toncini. 

BRlSÀ. Mica, e poi Afforzativo di negazione. 

Ecco quanto scrive il Wachter al proposito 
nostro: =. Brose, mica, broeslein parva mica. 
Italis brtccia, bricciola. Anglo Saxonibus brysan 
et brittan est conterere, friare. Gallis briser 
comminuere, idemque Anglis to bruise. Et ha- 
ctenus brose est mica friando vel attritu facta. 
A brose rursus fit broeslen in micas friare =. 
La voce barbara doveva quindi esser nota anche 
alla bassa latinità, nella quale vediamo brisare, 
Irritare, brisatus e brisatic per frangere, in- 
fractus ed infractio. È poi spontaneo che la no- 
stra brisa facesse anche gli uffici afforzativi di 
negazione proprii della voce mica; e però come 
diciamo: non ne ho mica, cioè non ne ho nep- 



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— 202 — 

pure una mica , così dicessimo an rì ho brisa 
nel puntuale identico significato. Finalmente come 
possiam rispondere: non e' è mica ad uno che 
c f interroga se il tale è in casa, non solo per 
dire : non e 1 è, ma per aggiungere che di lui non 
e' è in casa neppure una mica, così possiam ri- 
spondere an gh' è brisa; e per ultimo attribuire 
a brisa, isolatamente preso, un valore piti che 
negativo quasi si dicesse: no no: no punto, non 
affatto, no del tutto. Non ommetterò poi di in- 
sinuare che il verbo brisare non era forse ignoto 
così ai Greci come ai Latini, secondo si può de- 
durre dair Etimologico Vossiano alla voce Brisa. 

BROCH - nel significato d' Uomo da nulla. 

Broch o brocco era il punto saliente nel mezzo 
del berzaglio, donde imbruchèr per dar nel brocco 
o nel segno. Da ciò parrebbe che noi fossimo 
soliti chiamar broch Y uomo, che, pari alla Quin- 
tana o al Saracino di piazza, non è buono ad 
altro che a servir di scopo alla destrezza o ma- 
lignità altrui. Se poi^T origine sembra meno 
spontanea, verrà dal teutonico broch ( brechen 
è frangere ) che significa quanto frustum vel 
fragmentum cvjuscumque rei; per cui, quando 
diciamo d' un uomo incaschitosi , che esso è ri- 
dotto un pover broch, sarà come se lo dicessimo 
una reliquia, un resto, un rimasuglio soltanto 
dell' uomo antico. 



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— 203 — 
BRÒJ. Broglio. 

Si legge nella Venezia descritta dal Sanso- 
vino, L. 1. in discorso di S. Maria in Broglio: 
= Al capo della piazza publica, per fianco alla 
Chiesa di S. Geminiano, è posta la Chiesa di S. 
Maria in Broglio o Bruolo; perciocché era tutto 
quello spazio, sul quale sono fabricati gli edificii 
della predetta piazza, chiamato Brolo, che vuol 
dire Giardino.... Dalla qual voce Brolo nacque 
quell'altra di Broglio o Brogio significativa di 
quelle cerimonie, e di quelle istanti preghiere e 
somme3sioni, che fanno i Nobili l'uno con l'altro,, 
quando ricercano di ottenere qualche Magistrato 
nella Republica. Perciocché stando ne' tempi an- 
tichi, air usanza dei Candidati Romani, in piazza 
chiamata Broglio, per ricercar del suffragio suo 
chi passava, quell'atto si nominò dal luogo, e 
si disse far brojo =. Ma, né in Venezia sola 
erano i Broli o Broletti, né in questi si conve- 
niva solo per ambire e sollecitare i voti de' Cit- 
tadini. Brolium, voce Franco-Galla, valeva ne- 
mus et sylva, ma più specialmente hortus con- 
situs, e quindi Parco o Barco. Nei poveri tempi 
delle nostre Città ridivenute povere, queste non 
avendo più portici, logge o basiliche, si conten- 
tavano di avere, od entro le mura o presso le 
stesse, un prato fitto d' alberi opportunamente 
disposti sotto le cui ombre potessero i cittadini 
raccogliersi per trattare i negozj d* ogni maniera. 



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— 204 — 

Erano i Broli insomma il Campo Vaccino sosti- 
tuito al Foro Romano. Se il Brolo o Broletto si 
trovava entro la città, lo vediamo spiegato cosi: 
Platea, locus publicus, qui arboribus est consitus, 
unde nomen: se fuori, troviamo invece: Broila 
prope urbes Italiae loci erant ubi populus con- 
veniebat. Le Città che conservano tuttora il nome 
Broletto applicato a talune località loro, riscon- 
treranno le lontane origini dell' appellazione nelle 
cose premesse. Le due Lingue di Francia ave- 
vano, come è ben da credere, la voce Franca, e 
questa ammettendo spesso nelle svariate sue 
uscite due l, dava luogo a rammollirne Y enun- 
ciazione, facendoci ottenere broglio nella lingua 
comune, e broj nel dialetto nostro. Posto dunque 
che il Broglio o Brojo era il centro delle nego- 
ziazioni urbane, le Logge dei Mercanti, o vogliam 
dire la Borsa del Medio Evo, diventava spontaneo 
che ne discendessero i nostri brój e imbrój, 
brujèr e imbrujèr, brujón e tmbrujón, e che 
queste voci venissero prendendo un significato 
tanto men favorevole, quanto più s' oscurava col 
tempo la genuina sorgente della loro nozione. 

BRUGNÒCLÀ. Bernoccio, Bernoccolo. 

Si direbbe che, chiamando noi brugna la pruna 
o susina, chiamassimo pure brugnócla, o picciola 
pruna , il cosso o V enfiato che sorge segnata- 
mente al capo per percossa ricevutavi, e ciò, sia 
per la sua figura, sia anche pel color livido che 



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— 205 — 

suole manifestarsi sul bozzo o tumore. Nullameno 
1* avvertenza che noi, non diciamo soltanto bru- 
gnócla, ma anche bergnócla, confrontando col 
toscano bernoccola, fa venire alla mente il fran- 
cese bemicles per baje o cose da scherzo, qua- 
siché quegli enfiati fossero detti tumori burleschi, 
che ratto vengono e ratto vanno, non apostemi 
od ascessi temibili e chiedenti una lunga cura. 

BÙBEL. Fantoccello, fantoccino, bambolo. 

Un 9 antica voce Celtica registrata dal dotto 
Schilter è bube, e questa valse e vale tuttavia 
in Germania pupus o puerulus; bùbel equivale 
dunque zpupulus, ossia a fanticello o fantoc- 
cello, con una leggera tinta di spregio. Di qui 
bubalèd e biibel per bambolinaggini, fanciullag- 
gini, o bubbole. Vedi però alla voce Pupulla. 

BUDÉLL. Budello, intestino. 

La voce è del Romano parlato, nel quale bo- 
tulus e botellus avevano lo stesso significato; e 
se la lingua scritta designava così la salciccia, 
la lucanica, ed altre maniere di farciti, era ap- 
punto perchè que' farciti s 9 imbudellavano, ossia 
non erano altra cosa da intestini ripieni. 

BUDÉNFI. Straordinariamente enfiato, tra- 
gonfio. 

I Vocabolaristi latini, togliendo da Festo, scri- 
vono: = Bu, p* f particulam solebant Graeci ma- 



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— 206 — 

gnis et amplis rebus praeponere, a magnitudine 
scilicet Bovis. Hinc bupaedas magnos pueros r 
bupodas magnos pedes, bulimum magnam fa- 
mem dixerunt =. Come i Toscani dicono gonfio 
per gonfiato, noi diciamo enfio per enfiato. Bu - 
enfio vale quindi molto gonfio, grosso a modo di 
bue. La d interserta è la solita lettera diafram- 
matica per togliere lo iato che produrrebbero le 
due vocali, ed impedir la sineresi. La Rana, che 
gonfiandosi credeva pareggiare il bue in gros- 
sezza, voleva duuque farsi budenfia; ed è per 
ciò che la botta era detta bufo dai latini: a par- 
ticula bu, quae magnitudinem signat. 

BÙFEL. Bufalo e Bufolo. 

Piuttostochè da bubalus, si direbbe venisse 
dalla pronuncia grecanica bupalus, giacché si 
converte in f meglio la p che la b. Anche i 
Tedeschi lo pronunciarono Buffet, e Buffle i 
Francesi. 

BUFFA. Vassoja, Botola, o specie di mezza 
imposta sporgente che, applicata al basso 
delle finestre ne' Conventi o nelle Pri- 
gioni, toglie loro la vista della strada; ed 
anche Cappotta o Soffietto ne' carrozzini. 

La voce buff presenta una onomatopea imita- 
trice il gonfiarsi delle gote per espellerne il fiato 
raccoltovi, per ciò quel colpo di fiato si dice 
buffo, e sbuffare V azione di emetterlo, e bufo 



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— 207 — 

dissero i Latini il rospo e la botta che si gonfia 
appunto e s' abbotta soffiando. I Francesi ne 
trassero i verbi bouffer e bouffir, e per essi le 
voci bouffant, bouffi e bouflissure furono in- 
formate dell' idea di risalto, sporto, gonfiezza che 
si solleva e sbalza air infuori. Da queste appel- 
lazioni francesi venne la nostra buffa per «Vn- 
posta buffante, e che sbalza fuori come un bozzo 
o un enfiato dal pie dritto o dal filo dell' edificio. 
Inoltre pei Francesi medesimi bouffoir è una 
specie di soffietto, e per ciò stesso noi diciamo 
buffa o soffietto a quel cielo di cuojo fermo su 
arconcelli girevoli ai pernii, che s'alza e s' ab- 
bassa come un màntaco nei carrozzini per co- 
prirli a mezzo, e che rende figura di una vela 
gonfiata. 

BUGHÈDA. Bucato. 

Leggiamo nella 33/ Dissertazione del nostro 
eh. Muratori alla voce Bucato: = Animadvertas 
velina, Mathia Crame.ro teste, Germanicae Linguae 
esse Bauchen significans fare il bucato. Inde 
confectum videtur Bocato, Bucato. Ita et apud 
Schilterum antiqui Germani dixere Bucheri prò 
lavare, quod in Linguam Italicam inflexum dat 
Bucare et inde Bucato =. Comunque sia della 
origine, certo è che molti con noi pronunciarono 
Bugada non Bucato. In Occitanico vedemmo già 
negli Estratti premessi a questo Glossario che 
Bugada valeva Ranno; in Ispagnuolo Bugada 



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— 208 ~ 

viene spiegata da quei Signori Accademici: La 
lexia, ó, colàda de la ropa bianca; in Piemontese 
Bugà è Lessia, ed altresì Bugada in Veneto, in 
Ferrarese ed in altri dialetti. Leggiamo perciò 
nella nuova edizione del Glossario Mediae et In- 
fimae Latinitatis = Bugada, vox hispanica, Li- 
ccivium. Gali. Lessive. Comput. ann. 1363. ex 
Tabul. S. Vict. Massill: Pro quatuor bugadis 
albarum et maparum florenos iùj. Charta ann. 
1414 in Reg. 3. Armor. gener. part. 2. pag. 14: 
Faciebant in fonte, sive riva de FinieU, bu- 
gadas suas. Hinc Bugaderius ad lixivium per- 
tinens - Bugadein lixivio abluere - Bugadieyra, 
Mulier quae lixivio abluit, purgat =. 

BULL. Bravaccio, Spavaldo, Spaccone. 

Noi ora diamo alla voce solo questo significato, 
i dialetti però Piemontese, Veneziano, Bolognese 
ed altri, le conservano anche la sua primitiva 
nozione di ganzo o ganza, di galante e sfarzoso 
amator delle mode. Sembra pacifico che abbia 
fonte germanica, giacché in teotisco Bui vale 
amasio, bulen procari, in senso vituperativo, per 
cui si legge in que' Glossarj : = beela amoribus 
irretire; similiter et Suecis boia est scortari, 
botare scortator, bolery stuprum, fornicatio. Inde 
Luthero bulerin pravo significatu. Sir. IX 3. = 
Si dee pure avvertire che, Bull è : taurus, prae- 
cipue communis, et initor gregis, a bulen scor- 
tari. Inde Poli et Boll scortator, concubinus, ama- 



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— 209 — 

sius. Di qui si vedrà perchè i bolognesi chiamino 
bulle le loro grisettes, e si riconoscerà altresì la 
cagione perchè noi diciamo bullèd le bravate dette 
o fatte bensì da gioventù spericolata, ma però 
quasi sempre per amorazzi, o per cagione di donne. 

BÙLA colla u lata. Pula. 

Per attraizione della liquida noi la diciamo da 
bulga, che gli antichi Romani enunciavano così 
in luogo di vulva o follicolo, come lo attesta 
Lucilio presso Nonio; e quindi buia, o più scol- 
pitamele putta e pullón , sono V involucro e 
quasi la matrice dei semi o delle biade. 

BUR. Buro e bujo. 

Buro non era equivalente di uro. Bustum 
perciò non era ustum: il primo inchiudeva anche 
l'idea della sepoltura, del sotterraneo cupo e 
religioso, il secondo valeva solo bruciato, talché 
altro era bustum, altro ustrinà. Per conseguenza 
buro, verbo elettivamente sepolcrale, doveva es- 
sere pregno della nozione di atro, nericante, in- 
fero, e per dir così gramaglioso; e come da furo 
verbo si fece 1' aggettivo furo che Dante mutò 
in fuio, posi da esso verbo buro, noi femmo bur 
o buro aggettivo, che poscia si fé' liquido nel 
bujo de' Toscani. 

BURÀCIA. Sorta di vaso, per lo più, vinario. 

Dove Pesto, alla voce Burrus, scrive : = pari 
modo, rubens cibo ac potione ex prandio, burrus 

Saggio eoe. 14 



— 210 — 

appellatur z=, Scaligero annota: = Quod verbum 
in eodem sensu retinet Hispanica lingua, Burac- 
ceos enim vocat ebriosos, et vas vinarium Bo- 
racceam. = Lo stesso Festo inoltre, ponendo 
in serie l'altra voce Burranicum, la spiega: 
genus vasis. Quand' anche dunque non si vo- 
lesse supporre V antica esistenza di burracea, noi 
cogli Spagnuoli Y avremmo potuta trarre per fa- 
cile crasi da una mozione di burranicum, cioè 
da burranicea. 

BURÀZ. Canavaccio o Canovaccio, e poi 
Fregone. 

Il Vossio, registrando la voce Surra, dice 
questa: prò vili veste accipi; quod ostendunt 
versus hi Eucheriae in Epigrammatis antiquis: 

Nobilis horribili jungatur purpura burrae, 
Nectatur plumbo fulgida gemma gravi, 

e forse, invece di: prò vili veste, poteva dire: prò 
vili panno accipi; giacché burra, od altrimenti 
bura, valeva la nostra borra, cioè il rimasuglio 
de' peli, od il rifiuto de' filati. Di qui il Basso 
Latino aveva = Burallus - panni spissioris spe- 
cies. Gallice Boureau =, e = Bouratium tela 
crassior, Gallice Bourras; quae ex stupis can- 
nabinis conficitur = recando tra gli altri il se- 
guente esempio « uno ipsorum secum deferente 
quemdam sacum, et altero quoddam dictum Bur- 
raz prò pisces portando » — Leggesi inoltre nel 



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- 211 — 

Glossario Romano del Roquefort = Bure, bu- 
rate, buratin, bureau, burél> burete, buriau, 
burreau. Grosse étoffe en laine de couleur rousse 
cu grisàtre, dont s' habillent ordinairement les 
ramoneurs. Cette étoffe est faite de laine de brebis 
noire et brune, sans aucune teinture: burellus, 
en bas Bret burett, en Prov. burel. = Ritenuto 
quindi che burro, o bura veniva denominata la 
borra cosi della lana, come della canapa, pare 
potersi dedurre dalle surreferite autorità che 
burello dicevasi il panno lano grossiero e fosco, 
e burazio o burazzo la tela canepina di stoppe 
od il canavaccio: donde per ultimo discenderebbe 
F appellar noi ora buraz quella quadra appunto 
di canavaccio, cbe o serve di fregone a rinettar 
stoviglie, mobili ed altro, o vale in cucina a cuo- 
prir carni e far grembiuli pe' guatteri. 

BURDIGHÈR. Frugacciare mediante fu- 
scello od altro. 

La voce occitanica bordi, le francesi bour- 
dillon, bourdon, bourdonnet, le toscane bordare 
per bastonare e bordone pel bastone de' pelle- 
grini ^accennano all'antica voce bord o borda 
per verga, donde usci il bordato e bordatino 
per vergato, la bordaglia per raduno d'uomini 
da verghe o da bastone, ed uscirono le voci mo- 
denesi burdighétt per verghetta o fuscello, e 
burdighèr per tentare col fuscello o colla tasta, 
cioè col bourdonnet de' Francesi. 



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— 212 — 

BURGH. Cesto chiuso entro cui, per una 
sola apertura, si raccolgono a covare i 
Colombi. 

Si oda il Wachter da noi citato spesse volte: 
= Burg, quatenus derivatur a bergeri , de fen- 
dere, munire, significat quantum potest muni- 
tionem, locum munitum, et synecdochice locum 
hàbitandi utcumque munitum = Queste parole, 
offrendoci la spiegazione di burgh, illuminano 
insieme le altre nostre patrie, voci burghi e ber- 
gol significanti del pari munizioni fatte ad arte 
con legname, fascine e sassi contro V impeto 
delle correnti, mostrandocele cioè derivate dal 
teotisco bergeri, munire o defendere, che ci diede 
pure borgo, usbergo, ecc. 

BURLANDÒT. Gabelliere, Stradiere. 

Nel Dizionario Veneziano del Boerio si legge: 
= Burlandolo lo stesso che Sgarafón =, e 
sotto questa voce è detto: = Sgarafón Scara- 
faldone, Stradiere. Quello che attende ai contrab- 
bandi e gli arresta =. Pare termine di spregio 
sia dal burlare eh' essi fanno i contrabbandieri , 
sia dall' essere a vicenda burlati dai medesimi. 
Potrebbe anche dedursi da burlare per bollare 
come si usurpava anticamente. In ogni modo noi 
abbiamo avuto la voce dai Veneti. 



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BURNISA. Cinigia. 

I Latini chiamavano pruno, il vivus carbo, o 
la bragia. Se noi ne chiediamo la nozione agli 
etimologisti , questi ci risponderanno che pruno, 
viene ano t« uvqos, sive a nvqSv ignitum esse, ut 
dicatur quasi purina. Seguitando questa deriva- 
zione pruno sarebbe una metatesi od un tra- 
sponimene del grecanico purno; per cui noi 
modenesi, nominando burniso il frantume di brage 
e la cenere calda, ciò che latinamente sarebbesi 
potuto dire prunicio, siamo più greci che ro- 
mani, e stiamo contenti a raddolcire il p. in b. 
come spesso nelle voci pervenuteci da fonte el- 
lenica. 

BURRIR. Lo Slanciarsi del cane di guardia 
contro T estraneo che sopravviene. 

II grido con cui noi incitiamo il cane contro 
qualcuno è bur bur\ basterebbe ciò per render 
ragione del verbo soprannotato. Non voglio però 
ommettere di avvertire che Apulejo ha il verbo 
burrire nel tratto seguente. Metam. 1. Vili. 
= cujus in ipso carioso stipite, inhabitantium 
formicarum nidificia burriebant, et ultro citroque 
commeabant multijuga scaturigine =, in cui il 
burrire è per così dire il sobollire, il saltar fuori 
quasi a ricorsojo di que' vispi animaletti, ma 
non è mai verbo imitativo il suono delle for- 
miche, come vorrebbero i grammatici, giacché 
per verità imprenderebbe una troppo difficile ono- 



- 214 — 

matopèa quegli che volesse imitare il suono di 
chi non suona. Da questo burrir ne viene poi 
che diciamo burrida 9 ed accrescitivamente bur- 
ridón, il lancio preso dal cane, o la corsa eh' 
esso fa contro F estraneo per impedirgli che s' av- 
vanzi. Ma siccome per lo più il cane da guardia 
è legato, e F uomo, prima pauroso, ha di che 
rassicurarsi vedendolo arrestato dalla catena e 
risoluti i morsi minacciati in latrati ed in sopras- 
salti; così avviene che noi siamo soliti di chia- 
mare burridón quelle minacce che non son seguite 
dai fatti, o quelle intimidazioni che sono incusse 
per secondo fine o da scherzo. Burrir o Burir fece 
probabilmente anche burèr, e da burare per para- 
goge fu dedotto burulare e burlare, donde burla 
per impeto o motivo scherzoso, che, rafforzandosi • 
colla solita s di efficacia e magnificandosi pro- 
dusse finalmente il nostro sburlón per urtone 
ed il conseguente verbo sburlunèr. 

BUSÀNCA. Pedignone. 

Non si avrà che a leggere tra le Antichità del 
Medio Evo la Dissertazione vigesimaquinta del 
nostro eh. Muratori per vedervi ( coli. 429. 430. ) 
come zancha, o tzanca, o tzanga era un genere 
di calzari che dovevano riuscire impacciosi e gros- 
sieri, se nel Codice Teodosiano, parlandosi del- 
l' abito da usarsi intra urbem , viene proibito 
entro la stessa F uso tzangarum atque braccha- 
rum come barbaro e non romano, e permesso 



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— 215 — 

quindi solo extra urbeni. Cotali zanche, o grossi 
stivaloni, proibiti ai cittadini e tollerati solo in 
campagna, e de' quali toccano Acrone e le Vec- 
chie Glosse, fecero poi sì che noi chiamammo e 
chiamiamo villan zancic, o villano zancuto, il 
rustico rozzo ed in zoccoli, e che nominiamo zang 
o zanghen i trampoli e le gralle - Ma zanca 
non valse solo il calzerone, ma valse anche il 
piede e la gamba che ne potean esser calzati, e 
più precisamente V unione dell' uno all' altra e 
r angolosità che ne risulta : per cui zanca e in- 
zancadura son voci d' arte che valgono piega- 
tura, gomito; e inzanchèr è far riuscire una 
zanca, ripiegando ciò che prima era un'asta diritta. 
Ora zanca, per 1' estremo del piede ove s'unisce 
alla gamba, è voce Dantesca abbastanza nota, la 
quale però, memore del primo suo significato, 
ha una intenzione avviliti va, quasi si dicesse 
zampa. Esposte queste poche cose, non avremo 
più che a ricordarci di quanto dicemmo, alla voce 
Budénfi, sul valore del preverbio bu , per rico- 
noscere prestamente che le Bu- sanche o bu- 
zanche, equivalendo a bu-podas, significano 
grossi piedi, ossia riescono puntualmente a 
pedignoni. La sola differenza sarà quindi di col- 
locazione, cioè 1' aumento presso noi sarà iniziale 
alla greca, laddove in pedi-gnoni sarà finale alla 
toscana. Ambedue però le voci magnificate ac- 
cenneranno a que' geloni che, alterando le nor- 
mali proporzioni de' piedi e specialmente dei tal- 



— 216 — 

Ioni, ci ingrossano morbosamente le zanche, o 
le inzancature. 

BUSCHÈR. Nel senso di prender delle busse. 

Dall' antico Germanico Buse e Busch per bosco, 
cioè foresta ove si poteva buscare e buscherare, 
cioè Ugna caedere, venne busca che valse prima 
caudex focarius ed iiì genere legname da fuoco, 
poi si restrinse alle parti minime d' esso legname. 
Andare in busca valeva quindi in origine: an- 
dare al bosco per legna, poi scese sino al nostro: 
andare a stecchi o a seccumi. Siccome però è in 
ciò un modo di guadagnare ed approvvigionarsi 
di quel che manca, buscare dovè inchiudere 
T idea di guadagnare, lucrare. Ora noi, memori 
del primo significato di buscare, diciamo furbe- 
scamente d' uno che ha tocco delle busse e spe- 
cialmente delle legnate , eh* esso ha buscato, il 
che è quanto dire che, andato in procaccio al 
bosco, veramente legne ( cioè , legnate ) ne ha 
riportato. 

BUSGÀTT. Porco. 

Da bus, buco o bugio, facciamo busèr o basir, 
busighèr e busigattèr per bucare, bucicare, e 
bucacchiare, ossia andar bucando o bucherando. 
Si può credere che anche i Toscani avessero 
bugigattare , e che da questo venisse il loro 
bugigattolo, per bucheratolo o bucherattola. 
Udendosi in talune nostre campagne dire, insieme 



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coi Ferraresi, busgdtt per porco, sorge il sup- 
posto che venga denominato così, dal suo con- 
tinuo bucacchiare il terreno col grifo per estrarne 
radici, tartufi, vermi ecc. — Busgdtt verrebbe 
allora da busigattèr o busgattèr come buratt da 
burattar. Dirò di più che la voce bugigatto per 
bugigattolo ha nella Crusca un solo esempio 
tratto dal Pataffio, e che, in leggendolo senza 
avere il testo sott' occhio, sorge il dubbio che là 
pure bugigatto sia in significato di majale, e non 
in quello di bucherattolo. 

BTJSINÈR. Bucinare. 

Hanno già i Grammatici Toscani avvertito 
quanto buccinare sia diverso da bucinare, e 
come significando il primo pubblicare quasi a 
suon di buccina o di tromba, valga invece il se- 
condo, andar dicendo sommessamente e con ri- 
guardo, od, al modo neutro passivo, valga: es- 
serne fuori qualche boce o sentore. Si può cre- 
dere dunque che, al pari di bociare uscito da 
boce o voce, bocinare provenga da boema mi- 
norativo di voce, che può riescire bucina per 
oscurarsi e significare un suono meno intelligibile, 
donde bucinare. Cosi noi abbiamo bensì il posi- 
tivo vos per voce, ma ajutiamo gli effetti udi- 
bili della mozione minorativa, permutando anche 
in principio la vocale lata nella chiusa e faccia- 
mo intendere vuséna o vusléna. Da vuséna 
verrebbe poi businèr, solo che da una parte si 



— 218 — 



ammetta qui pure lo scambio del v in b 9 che da 
vaccina ci dà bacina, e dall'altra si pensi che 
i dittonghi mobili si dimagrano ed accettano una 
sola tra le vocali che li compongono, appena 
T accento tonico, pel prolungamento della parola, 
passi oltre il dittongo stesso. Businèr varrebbe 
dunque quanto vusinèr o vuslinèr. La permu- 
tazione poi nei minorativi della vocale lata dei 
positivi nella oscura, è si può dire di regola co- 
stante: per ciò da nos viene nuséna, da spos 
spuslén, da sposa spusléna, da eros cruséna, da 
cog cughin e cugkett, da botta buttséna, ecc. 

BUSÒN. Uomo che a parole promette più 
di quello mantenga a fatti. 

Bustone si diceva nei tempi di mezzo quella 
specie di Aquila o d' Avoltojo, che, sebbene ab- 
bia grandi forme, pure si lascia battere anche 
dal Corvo. Essa era grecamente detta pereno- 
ptero od oripelargo. Ecco quanto ne scrive il 
Du Cange « Busto. Aquilae species timidior vel 
ineptior, nostris Buse, quo nomine lentioris vel 
nullius mentis homines vulgo appellamus. Vetus 
Charta apud Perardum in Burgundicis pag. 201. 
Beraldus, quem cognominabant Busionem, et 
quern revera busionem esse constarei » 

BUTGHÈR. Pizzicagnolo, Salsamentario. 

Apotheca valeva magazzino, repositorio e spe- 
cialmente di beveraggi e di cose mangerecce. 
Nelle nostre povere ville erano necessari! il forno, 



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— 219 — 

T osteria, e la bottega; nel primo il Fornajo co- 
ceva il pane, nella seconda V Oste allestiva le 
vivande e dava a bere vino, nella terza il Bot- 
tegajo, oltre le droghe, conservava con diligenza 
salato, crudo o comunque acconcio, ciò di che i 
piccoli privati non avean agio o mezzi di rifor- 
nirsi, e lo vendea loro a minuto. Di qui è ve* 
nuto che per noi, sebbene col tempo butéga ab- 
bia accettato la generica significazione della to- 
scana bottega, pure butghèr si sia mantenuto 
nella speciale nozione di pizzicagnolo, aromatario. 

BVÌNA. Pevera. 

Quel benemerito filologo che fu il Cav. Parenti 
scrive « Bevina e Bevinello, forse metaforica- 
mente da Bere, sono chiamati nel dialetto no- 
stro due strumenti da cantina, il primo che serve 
per imbottare il vino od altro liquore, il secondo 
per meglio versarlo ne' fiaschi o simili recipienti. 
Non essendo così ovvia la corrispondenza di que- 
sti termini con quelli della lingua sovrana, giovi 
notare che la scrittura non comporta se non 
Pevera ed Imbuto » Osservando quindi come 
bevina venga da bévere, potremmo credere che 
anche la pévera de' Toscani, la quale non rende 
troppa ragione etimologica di sé medesima, pro- 
venisse dalla stessa fonte, e fosse per ciò da te- 
nersi per una scolpita pronuncia di bàvera. Am- 
messo ciò, la voce modenese bevina e la toscana 
bécera diverrebbero sorelle e non sarebbero più 
strane tra loro. 



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— 220 — 



e 



CÀDNANZ. Catenaccio. 

Che in antico si chiudessero le porte mediante 
catena, ce lo dice Giuvenale Sat. III. v. 302. 

Nec tamen baec tantum metuas: nani qui spoliet 
Non deerit, clausis doinibus, postquam omnis ubique 
Fixa catenatae siluit compago tabernae. 

Al che il vecchio Scoliaste : Quia catenas gran- 
des ferreas per singulos axes inducunt =: e lo 
Sckrevel: Quia catenas grandes ferreas per sin- 
gulos asseres inducebant adversus expilatores. 
La nostra voce sembra poi aver forma di par- 
ticipio attivo del verbo catenare per catena Ugo 
od incateno, come sarebbe catenans-catenantis, e 
valere quanto pessulus catenans. 

CALÀSTRA. Calastra. 

= A Graeco /oda© demitto, depono, calastra 
appellantur trabes et phalangae per quas in 
cryptas vinarias dolia et vegetes demittuntur; ex 
quo etiam tigna, queis dolia in cellis fulciuntur 
calastra sunt appellata =. Così il Ferrari nelle 
sue Origini Italiche. Dal verbo calare si direb- 



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— 221 — 

bono insomma spregiativamente travi calastre 
quelle sulle quali inclinate si calerebbono le botti 
dai carri al piano, dal piano alla cantina sotter- 
ranea; e seguiterebbono a nominarsi così anche 
quando fossero sottopposte alle botti in essa can- 
tina dopo aver servito a calarvele. 

CALSELA per Scrinatura, Discriminatura, 
Dirizzatura. 

Da callis strada battuta ed albicante, che pres- 
so Nonio si trova come usata da Livio Andro- 
nico in femminino, esce callicula e catticetta per 
stradicella o viottolino. Noi la applichiamo a si- 
gnificare quel rigo bianco che la cute lascia ap- 
parire nel mezzo del capo per lo spartimento 
artifizioso de' capelli. 

CALZÉDER. Calcedro, secchio, 

Il eh. nostro Cav. Parenti in proposito di que- 
sta voce scriveva: •=: Calcedro e Calcidro in 
alcune parti del nostro territorio, e più ancora 
nel limitrofo bolognese, è denominato un vaso 
di rame, a guisa di pajuolo, per attignere ed 
anche per serbar V acqua. Il termine in sé rac- 
coglie il suono e la forza delle due greche voci 
Xatefov (vaso di rame), e yfyia (vaso da acqua) =. 
Invece di Xahciov prendendo Xafaos, si avreb- 
be nel composto calcoidria o calcidria il pre- 
ciso valore di idria di rame. 



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CAMBRÈRS. Rapprendersi. 

Sente il francese se cambrer, per se vouter, 
concamerati, ed accenna a quella volta leggera 
che sul liquido sottopposto fa la parte somma del 
medesimo che si rappiglia. 

CANTÉR. Cantiere. 

Canterina o cantherius valeva in latino il 
cavallo castrato, poi il ronzino o il cavallo da 
soma, sicché confondeva i proprj offici coli* asino 
e col mulo. Da ciò si nominarono canterii an- 
che: tigna tedi oblonga a culmine ad inzum 
tectum ducta, perchè portano il peso del tetto; 
appunto come noi siamo soliti a chiamare talune 
travi sopportatici, quando cavalli, quando asi- 
nàrj. Infatti le Glosse Latino-greche di Filosseno 
spiegano canterius per cavallo meccanico, onde 
distinguerlo dal cavallo animale. 

CAPÒDEGH. Marchiano, capitale. 

Da càpot, pronuncia vasta laziare di caput, 
viene capoticus per capitale, principale e simili; 
donde capódegh, come póndegh da ponticus y 

CARÀT. Carato. 

Così nominavansi i grani della Caroba o Ca- 
ruha o Carruba, che noi Modenesi chiamiamo 
Fava Egiziana. Dal servir essi come peso minuto 
si scambiarono con detto peso, come appunto 
grano, scrupolo e simili. 



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— 223 — 

CARATÉLL. Caratello. 

In antico dicevasi Carratam vini quella quan- 
tità di vino che, dentro adatto recipiente, poteva 
essere trasportata in un carro: noi diciamo ca- 
ratello, il vaso minore o la mezza carrata di 
esso vino. 

CARCIÒFEN. Carciofo, Articiocco. 

Noi abbiamo questa voce come Galli cisalpini, 
giacché nell'antico franzese si legge cardo fé spie- 
gato per artichaut, chardon. Tutto poi viene 
dall' Arabo, come avverte il Dizionario Spagnuolo 
dell' Accademia alla voce Alcachofa, nelle se- 
guenti parole = Voz Arabe de Kurxufa segun 
el P. Alcalà, y anadido el articulo Al se formò 
AI-Kurocufa, y de aqui se vino corrompiendo, 
y se dixo Alcarchófa, y ultimamente Alcachófa, 
por ser sa pronunciación mas facil, quitada la r. 
= La desinenza in n lascierebbe sospettare che 
Carciofeti fosse un aggettivo sostantivato, come 
sarebbe carduus carciofinus. Infatti nel contado, 
non si dice carciófen, ma scarcióf * 

CARTATUCCIA. Cartoccio che contiene la 
carica di un arma da fuoco. 

Un Filologo di cara ed onorata memoria, ri- 
ferendo questa voce, scrive : = E perchè questa 
ridicola epentesi nella schietta voce cartuccia, 
volendo significare il viluppo dov' è preparata la 
carica del fucile? Ne farebbe forse bel sentire 



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— 224 — 

sostituito Cariatocelo a Cartoccio ? Non è già 
passato pel capo a' Francesi di sprolungare si 
fattamente cartouche. = A noi poveri istorici 
del patrio dialetto sia lecito il dire, che carta- 
tuccia non è un ridevole diminutivo di carta, 
ma di cartata per incartata o per cartoccio, sic- 
ché cartatuccia vuol dir cartoccino, incartatine 
ma non può mai voler dir cartolina, e che V e- 
sempio tratto dal francese non calza interamente, 
perchè cartouche in quella lingua, cosi militar- 
mente come archittetonicamente, vale appunto 
cartoccio, non potendovisi confondere carte e pa- 
pier. Infatti il nostro diminutivo cartuccia si tra- 
duce dai Vocabolaristi Francesi: petit morceau 
de papier, e non mai cartouche. 

CAKZÒL. Garzuolo, ed anche Pennecchio. 

Dal carduus o cardus sylvestris presero no- 
me di cardi, al dire di Papia, ferrei pectines 
quibus homines laniantur, e quindi quei pettini, 
ferrei similmente, coi quali si carminava o petti- 
nava la lana, il lino e la canapa. Di qui cardare 
spiegato per : carduo lanam seu pilos pannorum 
extrahere, da cui usciva il frequentativo cardas- 
sare o cardazzare reso più intensivo colla ag- 
giunta della s, che dava scardassar o scardaz- 
zèr, e più scolpito mutando il d in t, e facendo 
scartazzèr. Ma non tanto dicevasi cardare, 
quanto garzare per: pannos carminare et ten- 
dere, come ci avvertono gli antichi Statuti delle 



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— 225 — 

nostre Città dell'alta Italia; donde poi prende- 
vano nome di Sgarzerie quelle strade in cui abi- 
tavano i cardatori o garzatori di panni lani. Da 
questo carzare o garzare per pettinare col car- 
do, da noi detto sghèrz, esce finalmente la voce 
carzól per indicare una manata di lino o canapa 
pettinata ed acconcia a divenir pennecchio, o 
roccata. 

CASÈLL. Cascina, Caseificio. 

I Latini, non dissero solo casearia, ma ben- 
anche caseale, la località ove si premeva ed af- 
fumicava il caseum o cacio. Da caseale crederei 
venuto il nostro casèll come msèll da missale, 
quando non si volesse un minorativo di casa 
passato ad altro genere, come pnéll, rudéll, ti- 
néll da penna, roda. Una, ed indicante quella 
casella o capanno separato entro cui soglionsi 
compiere le operazioni cascinali. Di qui Casèr 
( Casaro ) nel nostro dialetto è il cascinaio, come 
Cag è il gaglio o presame, donde cagièr per 
quagliare. Cag sarebbe poi da coagium primitivo 
di coagulum. 

CASS. Casso. 

Nux cassa era pei rustici romani quanto 
inanis et sine medulla, et vas cassum quello 
che humorem in se non continet et est vacuum, 
e la voce è rimasa identica e neir identico signi- 
ficato in molti volgari, non che nel nostro. Alla 

Saggio ecc. 1$ 



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- 226 — 

nux cassa i nostri rustici oppongono la nòs 
ciunta, di che alla voce Ciunt. 

CASTAGNÒLI. Nacchere, Castagnette, ed 
anche una maniera di fuoco artifiziato. 

Le Nacchere, impinguando la n iniziale, sono 
da noi dette Gnàcchere o Gnàccher, dalla voce 
Nacre o Madreperla, come osserva il Redi nelle 
Annotazioni al suo Ditirambo, giacché in taluni 
luoghi servivansi anche di cosiffatti o di altret- 
tali nicchj per crotali. Le diciamo però anche 
castagnòli perchè i nostri montanari usano in- 
vece per lo più due pezzetti di legno di castagno 
che vispamente percuotono insieme. Per simi- 
glianza poi cogli scoppj e balzi fatti dalle casta- 
gne non castrate o fesse nel cuocersi, diamo nome 
di castagnòla ad un piccolo fuoco lavorato, che 
scoppia e balzella altresì a più riprese, e che 
serve ordinariamente di incomodo trastullo ai 
monelli. 

CATTÈR e ACCATTÈR. Trovare, o Rin- 
venire finalmente. 

Ecco sul proposito quanto scrive Ottavio Fer- 
rari nelle sue origini = Capere est etiam in- 
venire. Terent. Heaut. Rationem cepi, ut ncque 
tu egeres, neque haec posset perdere. Capere 
consilium apud Ciceronem est invenire, ut No- 
nius. A capere, captare, nam captare est quae- 
rere. Captare feras. Horat. Captai et apponzt. 



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— 227 — 

Sive quod amissum est recipere. Etrusci raccat- 
tare prò reperire sive recuperare, quod est re- 
oeptare: Cattarsi un padrone, trovar padrone. 
Carolus Calvus Tit. xv. cap. 13. Quod Deus 
UH cupierit, et ad alium Senior em ( un altro 
Signore ) accaptare potuerit, pacifice habeat 
<Cinus: CK io per me non accatto, Come più 
viver possa a nessun patto. Non ergo est vox 
peregrina =. 

Al riferito di sopra potremo aggiungere che 
Cattèr sta per trovare finalmente, rinvenire dopo 
lunghe ricerche: che captare, frequentativo di 
copio, valeva dare operam ut capias: e che 
similmente per noi cattèr ammette tutta V opera 
preventiva per riuscir neir intento, ed esclude il 
fortuito attribuito a truvèr. 

CAVÀGN. Cesto di vermene o di vimini 
manicato, e che serve specialmente per 
la vendemmia. 

Dal sost. cavum o cavus si trasse 1' aggiun- 
tivo cavanus, come da pieve, pievano; da monte, 
montano. Rendendo pinguescente la pronuncia e 
sostantivando il qualificativo, come da loca mon- 
tana o montanea femmo montagna, così da crates 
cavana o cavanea femmo cavagna e cavagn. 
I Provenzali ebbero gavanhar e gavaignar per 
andar cavando. Il ringavagna di Dante suppor- 
rebbe il verbo ingavagnare per mettere nel ca- 
vagno o gavagno cioè cogliere, donde ringava- 
gnare per ricogliere o coglier di nuovo. 



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— 228 — 

CAYAJÒN. Bica. 

Sappiamo da Filargirio, nel suo Commento 
sopra Virgilio: che: fasces culmorum spicas ha- 
bentium, quas metentes brachiis sinistris com- 
plectuntur, quidam cavos dicunt — Tra cotali 
quidam siam noi che diciamo cóv, e coi Toscani 
covoni, precisamente al fascio de' manipoli. L' u- 
nione poi di tutti i cóvi, o cavi come si enun- 
ciava in antico, viene detta con forma magnifi- 
ca tiva cavajón, ossia il cavo grande e che tutti 
li rappresenta. La nostra voce riesce importante, 
in quanto assicura la lezione cavos che presso 
Filargirio era controversa. 

CAYÉZZ. Scampolo. 

Cavazzèr, cavzèr, e scavzèr valgono scapez- 
zare o scavezzare, cioè tagliare il capo, o cori 
altra mozione lo. -Gavazza o la cavezza a chec- 
chessia. Cavé$z o Scavézz vale dunque un tronco 
senza capo; ed, applicato alle stoffe, un resto, un 
avanzo, una coda di drappo a cui manca F oc- 
corrente per tagliarvi entro un vestito. 

€AYZÈL. Capezzale. 

Da pulvinus capitalis o cuscino che sottopo- 
nevasi al capo, la bassa latinità fece capitale 
sostantivo, e da quest' ultimo noi femmo cavez- 
zale, come cavezza da capicia, càvra da capra, 
cavdén da capitino, ossia da capezzolo, cavdón 



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da capitone, tanto per alare, quanto per argine 
traversagno che intesta acque scolatizie e le rat- 
tiene, cavddgna per capezzagna, cioè per la 
viottola traversa in cui metton capo* i solchi, e 
si operano le volte o versure dell' aratro, ope- 
razione detta da noi scavdagnèr. 

CAZZÒLA. Cazzuola. 

Pare abbia la stessa origine di cazzotto da 
cazzare per cacciare, perchè con quella s' in- 
zaffano gì' interstizii delle spianate e si usa spes- 
so con impeto, cacciando l' intriso della calce, 
piuttostochè posandolo leggermente. 

CHEGAPÙJ. Carpine suffrutice o Spino 
bianco. 

La nostra voce si mostra apparentemente com- 
posta, e la sua composizione varrebbe Cacca- 
polli. Per verità lo spino bianco fa certe coccole 
rosse a maniera di lazzeruolo salvatico, alle quali 
si attribuisce una facoltà, lassativa, e delle quali 
i polli son cosi ghiotti, che ove, si seminino, bi- 
sogna far buona guardia perchè non vengano 
tosto razzolate e inghiottite dal pollame. Non 
«o se ciò basti per ottenere una probabile spie- 
gazione dello strano appellativo. Ove si deside- 
rasse di più, potrei aggiungere come nelle Glosse 
Peziane si trovi che il carpine da siepe era detto 
in antico Tedesco haganpuocha, mentre altrove 
lo vedo scritto hageribuche. Sarebbe possibile 



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— 230 — 

die una pronuncia scolpita della h iniziale ci 
avesse tramandato il nostro rusticano chegapùjì 

CHE LÙ. Lui qui. 

Noi da hic, invertendo le lettere, caviamo, 
non chi, ma con pronuncia rusticana che: per 
conseguenza che lù vale lui o costui o questa 
qui, giacché nel nostro dialetto lui fa anche i 
servigi di nominativo o di soggetto. 

CHERSÈNTA. Pasta di farina di frumento, 
acqua , strutto e sale , ben maneggiata y 
spianata, tagliata a lozanghe, fritta e ser- 
vita calda. 

Siccome questa pasta cresce straordinariamente 
entro la padella e si solleva, cosi fu detta pasta 
crescente, donde per brevità, sostantivando l'ag- 
gettivo e dandogli la desinenza femminina di 
pasta, noi, con una consueta metatesi, da cre- 
scente ne cavammo chersenta. 

CHIZZÀ, quando s' applica a Persona stiz- 
zosa e testereccia. 

Noi abbiamo molte parole comuni coi Veneti,, 
stantechè per secoli l' emporio di questa parte 
superiore d'Italia fu Venezia, per giungere alla 
quale si aprivano a grandi spese navigli, essendo 
ornai chiaro che le vie d'acqua furono nel Me- 
dio Evo le vie ferrate d* oggidì. Non mi sarà 
perciò grave di riferir qui le seguenti parole del 



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— 231 — 

Ferrari nelle sue Origini Italiche più volte ci- 
tate : = Chizza Veneti vocant canem foeminam, 
praecipue cum in venerem prarit, quod Latini 
catulire dixerunt, marem quaerere: Catulitia, 
Chizza. Postea prò qualibet cane dici coepit = 
Chizza dunque pei Veneti sarebbe Cuccia posi- 
tivo di Cucdola, e non sarebbe impossibile che 
noi , applicassimo la voce metaforicamente alla 
persona così irosa e caparbia come le cucciolo 
prudenti. Vedi però alla Voce Aschizz. 

CIAPÒT, per Miscuglio o Mescolanza ignota. 

Sembra un peggiorativo tratto dal verbo eia- 
per, prendere alla rinfusa, e risponde in qual- 
che modo air inteso dalla frase ciàpa-ciàpa. Non 
crederei quindi che si dovesse dedurre da cata- 
potium, vocabolo medico equivalente a pillola o 
boccone, e che esce da **t<mivuv deglutire. 

CICCH. Micino avverbio, e Piccino aggiun- 
tivo. 

Ciccum presso i latini anche più antichi, va- 
leva quanto y?v pei greci, la nostra cria, cioè 
una cosa minima e di nessun valore. I Lessico- 
grafi vogliono significasse quella tenue membrana 
che nella melograna ne distermina le granella, 
ma io credo piuttosto valesse un granello isola- 
tamente preso, perchè la nostra lingua ha con- 
servato chicco in quest' ultimo significato, ed i 
linguaggi posteriori, nei casi dubbj, sono i mi- 



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— 232 — 

gliori commentatori degl' idiomi antiquati. Ed 
infatti T antico Glossario Latino -Italico che il 
dotto Henschel ha inserito nella sua nuova edi- 
zione delle fatiche del Du-Cange, registra la voce 
Cicum, e la spiega: Lo granello del pomo gra- 
nato. Da questo ciccum noi femmo dunque, al 
nostro modo tronco, un cicch per dire una mica, 
una briciola, un micino. Ma qui non ci arrestammo, 
e la voce divenne per noi aggettiva e valse pic- 
colo o piccino, talché un om cicch, una dona 
cicca valsero un uomo piccolo, una donna pic- 
cina; e non paghi anche a ciò da cicch e cicca 
femmo cicchin e cicchina, diminuendone sempre 
più la significanza, appunto come in Piccolino e 
piccolina, e finalmente per sincope cin e dna 
nella medesima significazione. Non è però da 
tacersi che il latino arcaico ebbe putus e pusus 
per puer o puerulus, e che le Iscrizioni Cristiane 
raccolte dal eh. De-Rossi ci presentano pitinnus 
per puttino, e pisinnus per piccino. Una facile 
aferesi di quest' ultima voce ci darebbe sinnus 
o cinnus, e quindi il cin e cinén nostro per 
piccin o piccinén. Da cinnus verrebbe poi cin- 
nitulus e cinnitula, e per sincope citulus e ci- 
tala, donde citto e citta, citello o zitello, e ci- 
tella o zitella. 

CIÒLD. Chiodo. 

Da claudere o clodere fatto clodus in senso 
di clavus, noi per metatesi ne femmo coldus, e 



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— 233 — 

cold, ed ausiliando la e, per consueto ricordo 
della liquida, ciold. Così clavis divenne cièca > 
clarus dèr, clamare damèr, e simili. 

CIUCCHÈR. Scoppiare, Scoppiettare. 

Verbo tratto dalle voci imitative cicch, dacch, 
ciocca. I Francesi con choquer, meglio che al- 
l' effetto del suono, indicano alla causa che per 
lo più suole produrlo, e però intendono: urtare, 
dar contro. Dalla differente misura poi di que- 
st' urto, o dalla varia qualità delle cose urtate , 
esce il ciacch o il cicch o il ciocch. 

CIÙNT. Complesso, sodo, benfatto, compito. 

Festo ed Asconio volevano che cunctus fosse 
crasi di conjunctus, e Scaligero, contradicendo 
loro, vedeva cunctus in cuctus da coago, che 
riesciva cunctus per quella inserzione della n 
che da cosul e cojux offriva consul e conjux. 
Per altra via il dotto grammatico otteneva una 
non diversa significazione, giacché se cunctus non 
valeva congiunto, valeva poi compatto e com- 
presso. Ponendo mente al raddolcimento della e 
in ciapèr e dopa da capiare e da copula, non 
che alla costante soppressione della e nel et la- 
tino, si direbbe che il nostro dunt potesse deri- 
vare da fonti consimili. Infatti quando diciamo: 
F è un om ciunt, non intendiamo accennare ad 
un obeso, ma ad un tarchiato e ben complesso 
in tutte le sue membra; e quando diciamo che 



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— 234 — 

una vivanda V è ritinta, non vogliam dire eh' essa 
è unta o grassa, ma che è soda, condita e ben- 
fatta, tale insomma da gradire allo stomaco e 
saziar l'appetito. Ove però si volesse ricorrere 
ad attre fonti, i Glossografi Teutonici ci avver- 
tirebbero che klunt valse anticamente massa 
concreta, donde klunter per pieno, compatto, 
coerente. Dal ci latino, come in clarus, clavis, 
noi femmo ci, e però rièr e deva, se ammettes- 
simo altrettanto pel hi teutonico, klunt diventa 
ciunt senza alterare la sua originaria nozione. 
Cosi i Ferraresi dicono cioss per tondo e paffuto, 
e nei saddetti Glossarj troviamo kloss, corpus 
rotundum, fortasse a lat. glóbus per syncopen 
litterae b, vel a Graeco xìcù&c» circumvolvo. Forse 
che la voce fiorentina rionta per percossa allude 
più air effetto passivo dell' ammaccamento e com- 
pressione che ne consegue, di quello che all'ef- 
fetto attivo del percuotere ; e 1* altra riotto po- 
sitivo di ciottolo accenna a quel cuctusococtus che 
Scaligero faceva uscire da coago, come vedemmo 
superiormente, ed ha origine comune col kloss 
dei Germani. 

CMÒD. Come. 

Sapendosi che nel nostro dialetto la e froda 
la o breve susseguente, ne viene che il contralto 
emòd è r intero comód, cioè il quo-modo la- 
tino. Così diciamo amód per: a modo, a misura. 
Fèr una cosa amód, significa farla bene, am- 
modatamente e appunto come si conviene. 



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— 285 — 

CÒCH per Cucca o Beniamino. 

I Greci dissero *o**»fa> tanto pel cantare del 
curalo quanto per quello del gallo, giacché avis 
elamans *ó*xv si poteva dir del pari anche que- 
st' ultimo. Infatti il gallo fu per ciò detto coq 
dai Francesi, e noi diciamo còca o cuchina la 
gallina cioè la chioccia de* Toscani. Tra gì* ipo- 
corismi e le blandizie degli amanti, usarono i 
Latini pvUlus e gallina. Infatti, presso Svetonio 
in Caligola, il popolo chiamava questo Impera- 
tore nel suo primo ingresso in Roma pullum 
suum, e presso Plauto Asinaria A. III. S. Ili, il 
servo Leonida, appellato occhio mio, mia rosa ed 
animuccia dalla meretrice Filenio, le risponder 

Die igitur me tuum pauerculum* gallinam, coturnicem.... 
Atqui poi hodie non fere*, ni genua confricanlur. 

Noi riproduciamo questi amorosi nomignoli 
dicendo al me còch, o la me còca o cuchina- 
Dal cocolio poi del gallo intorno la gallina fac- 
ciamo scendere cuclèr o coccolare, meglio che 
chiocciare, per accarezzare e blandire, e cuclèn o 
coccolici per blandimenti; e unendo il zirlo al 
coccolio, diamo nome di ziricuclèn alle minute 
carezze, ai vezzi e moine che tra loro si fanno 
gli amanti. 



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— 236 — 

CÒCCIA e CÒZA. Guscio. 

I Francesi dicono cosse il guscio e il baccello, 
e figuratamente cossu anche 1* uomo di grossa 
buccia. La plebe Toscana chiama per istrazio 
coccia la testa, per cui aver la coccia dura, 
vale aver dura la testa; donde cocciuto, e per 
noi cucciù equivale a testardo, testereccio, e ca- 
pocciuto. Coza da cochlea significa in modenese 
anche il guscio marino, per cui nelle nostre 
Croniche troviamo che il popolo, volendo festeg- 
giare ai Rangoni, illustre famiglia che ha una 
; conchiglia sullo scudo, gridava coza, coza, come 
i Fiorentini, seguendo la parte dei Medici, face- 
vano intendere palle, palle - Vedranno i Signori 
Accademici Fiorentini se nelle Pistole di Seneca 
sia da leggere Coccia dove essi lessero Croccia. 

COMPÒNDER. Comporre. 

Festo avverte che spondere antea ponebatur 
prò dicere, unde et respondere adhuc manet. 
S - pondere era dunque ex-ponere colla giunta 
della d epentettica frequente presso i Latini. Da 
spondere i Toscani, togliendo V epentesi, fecero 
per crasi sporre; i nostri rustici, mantenendola, 
adi pondere iperponere, fecero col preverbio cum, 
compónder per comporre. 

CONTRADE. Specie di Bipenne o di Bisa- 
cuto che da un lato ha V accetta o la 



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— 237 — 

scure, e dall' altra il marre tto o zappone 
reso però tagliente esso pure, e che serve 
massimamente per atterrar alberi, e così, 
con un solo stromento, ottenere il doppio 
intento di scavare la terra e di tagliare 
le radici. 

È forse quanto dire il contradioso od il con- 
tr odiato, da contradio per contrario, e ciò pe' due 
ferri od utensigli messi in contradio V uno dell* 
altro ed inserti in un sol manico. Si potrebbe 
anche supporre che, siccome dar contro vale 
opporsi, contrade fosse quanto contra-dato y os- 
sia avente due ferri opposti e dati contro l'uno 
all' altro come si disse superiormente. 

CÒBJB. Curvo, arcato, dicesi specialmente 
de' Cavalli che non hanno ritte le gambe 
dinnanzi. 

Isidoro nelle Origini alla parola corbis (che 
è la corba nostra ) ci mostra come rusticamente 
non si dicesse curvus, ma corvus e corbus, 
giacché esso la spiega così: Cor bes ita dicti quia 
curvatis virgis contexuntur — Noi dunque nella 
voce dialettale manteniamo, non solo la vaàta 
pronuncia laziare, ma ben anche V antico scam- 
bio del v in b. 

CÒY. Covone. 

Riferimmo già alla voce Cavajón il seguente 
tratto di Filargirio nel suo commento sopra Vir- 



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gilio = Fasoes culmorum spicas habentium, quas 
metentes brachiis sinistris complectuntur, qui- 
dam cavos dicunt =. Ora aggiungeremo che 
Varrone nel L 4. de LL. ci avverte come presso 
i rustici covum era il cavum in aratro sub jugo 
medio, quo bura extrema immittitur , a cavo 
dictum. Da questa rustica profferenza anche i 
cavi delle spiche, saranno stati enunciati covi 
da coloro che ci hanno trasmesso il volgare lin- 
guaggio. Covone non è poi da prendersi qui per 
un accrescitivo di covo, ma per desinenza tratta 
dalla terza declinazione imparissillaba, che fu la 
prediletta dai Gallo-Romani, come sarebbe Covo- 
Covonis. Io credo di aver dimostrato ciò ampia- 
mente a face. 23-27 della mia Lezione sulle uti- 
lità che ponno ricavarsi dall' antica Lingua d' oilz 
•per la storia dei linguaggi volgari d' Italia. 

CRÈCCÀ. Roccia, gromma, lordura, sudi- 
ciume, catarzo. 

La voce è, non solamente nostra, ma Ferra- 
rese, Bolognese, Reggiana e forse d' altri dia- 
letti della Gallia Cisalpina. Il Mazzoni Toselli la 
deriva da Cracz che in Basso Bretone vale ap- 
punto sudiciume, donde il Francese Crasse in 
pari significato, ovvero dal Basco Craca crosta, 
pustula. Cròcea sarebbe una voce celtica rimasa 
tra noi, assottigliando la vocale originaria, giusta 
il consueto. Infatti marcia per noi è mèrza; 
sarta, sérta; caria chèrta e così dicasi. 



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— 289 — 

CRÉNA. Dente, Tacca, incisione che pone 
alcune parti della cosa incisa in rilievo. 

Il buon latino offrendoci crenae, crenarum 
nel medesimo significato, ci autorizza anche a 
ritenere V esistenza del singolare crena. Di qui 
venne che i Francesi dissero muri o torri ere- 
nettate, le merlate o pinnate, che noi potremmo 
dire dentellate, e che crenellus in basso latino, 
ed in vecchio francese valse merlo o pinna. 

CRÌA. Briciola, mica. 

Un' antica voce Celto-Germanica è grtes o cries 
che vale calculus, arena, sabulum, e questa 
viene da un verbo del pari antichissimo grusen 
o crisen significante conterere, comminuere; 
donde esce per avventura il nostro grisól per 
quella nebbia gelata che si spande in terra a 
modo di un bianco seminìo di arena rotonda. Da 
questo verbo derivano le voci Belgiche ed An- 
glosassoni grit e grut che propriamente signi- 
ficano pars minima ex attritu, per cui il Wachter 
conchiude: Gallos inde babere écraser satis ma- 
nifestine. Omnibus consentit Heb. garasch, con- 
tudiU trivit. Da grisen o crisen sbriciolare, po- 
trebbe dunque venire la nostra romanizzata voce 
cria per briciola. Ma per chi non la voglia de- 
rivare dal settentrione, 1' abbia dalla Grecia. 
Heclierici Lexicon rr: Tqv vel yqv vox porcorum 
grunnientium. ovàh yqv anwqlvta^a^ ne gry quidem 



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— 240 — 

respondere, Le. ne minimam quidem voculam 
ad respondendum proferre: hinc ovfà y$v ne tan- 
tillum quidem, de re qualibet, non solum de 
sermone =. Quando dunque noi diciamo in ge- 
nere a negh n ho gnanch una cria, per dire 
ne tantillum quidem, parliamo grecamente scol- 
pendo soltanto più la pronuncia, e romanizzando 
il vocabolo. 

È anche sul proposito da avvertire che presso 
i vecchi Glossografi si legge: Gri; sordes sub 
unguibus: item res minima quaelibet. E quel 
primo significato vale appunto il minimo nelle 
nostre volgari misure di estensione; giacché quan- 
do vogliamo designare la minima delle lunghezze, 
sì il facciamo dicendola un négher d' ungia. 

CRÒI pronunciato coli' o chiuso. Cercine. 

Può supporsi un gallicismo rimaso tra il po- 
polo a testimonio della sua origine. Il ravvolto 
di panno che si posa sul capo da chi v' impone 
dei pesi, serve al doppio scopo di minorare 1' of- 
fesa della cosa pesante, e di offrirle a base una 
superficie piana. Per ciò il cercine è concavo o 
sottocavo per accogliere lo sferico della testa. Lo 
credo dunque da crèux, aggettivo passato agli 
uffici di sostantivo, come chi dicesse il cavo, il 
concavo, per dire il ritortolo cavo, il cerchiello 
concavo, torque crèux, bourlet crèuco. Su questa 
proposito diremo che nelle antiche edizipni di 
Festo si legge: = Cesticillus - appellatur cir- 



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— 241 — 

culus, quem superponit capiti qui aliquid est 
laturus in capite = Nelle meno antiche si regi- 
strano alcune varianti, leggendovisi : Cestillus, 
cesticulus, e circitUlus. Le prime offrono lo 
scambio della i di cista nella e, donde cesta, 
cesto, cestino ecc ; 1' ultima presenta una mino- 
razione di circinus, e circillus e quindi, dato 
lo scambio avvertito, ne esce il cercine, ed il 
cerchiello de' Toscani. 

CRÒYER. Covrire, coprire. 

Cróvo è metatesi di covro, come tróso di 
torso. La metatesi poi, richiamando a sé V ac- 
cento tonico della voce, fa naturalmente passare 
il verbo dalla quarta conjugazione lunga alla 
terza breve. Non è però che V indefinibile istinto 
linguistico non faccia dire spesso ai fanciulli ed 
ai rustici cruvir invece di cróver. La trasposi- 
zione poi che si verifica nel verbo, non ha luogo 
nei nomi, dicendo noi evèrta, everter, evertàza 
per coperta, copertojo, copertaccia. Aggiungerò 
per ultimo che 1' alterazione cruvir per cuvrir 
ricorda V altra di chervèr per chevrèr, che si 
manifesta nel patrio archervèr per archevrèr, 
cioè recuperare, dal francese recouvrer; e ciò 
nel significato di rifare, quando vale ripetere 
nel nipote il nome dell' avo. 

CRUDÈR. Cadere, piombare. 

Il verbo composto ingruo ci lascia vedere il 
semplice gruo dimenticato dalle nobili scritture, 

Saggio ecc. i6 



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ma non dai volgari neolatini. L' antico francese 
ha appunto gruier e grouer per cader dall'alto, 
e piombare. Ascoltiamo il Meaagio nelle Eti- 
mologie. = En Normandie on dit le grou pour 
dire les pommes tombées la nuit : Et ramasser 
les pommes grouées, pour dire, ramasser les 
pommes tombées par le vent: Et ce vent fera 
bien grouer des pommes pour dire, ce vent 
fera bien tomber des pommes = Ora noi non 
avremo che a mutare grouer in crudér, e 
grouées in crude per riconoscere che il modo 
normanno, è appunto il modo nostro, tranne 
qualche leggera differenza che può essere spiegata, 
dicendo che cruere deve essere più antico di 
giacere, in quanto che la g, è nella scrittura 
latina un carattere novizio, a confronto della e, 
la quale ultima era d' altronde lettera iniziale 
d' efficacia e di scolpimento, che afforzava spesso 
la significazione senza alterarla come ho dimo- 
strato altrove; e che crudèr o crudare a con- 
fronto di cruóre, non è che l'iterativo eruttare, 
come dictare di dicere, itare di ire, hdbitare 
di habere. Se poi da crudare fosse invalso cru- 
dulare potremmo sospettare che di là derivasse 
il crollare Toscano, quando non vi si scorgesse 
una sincope di crotalare. 

CTÀLÉR. Render cotale quale deve di- 
ventare. 

Ho cercato mostrare altrove come le particelle 



— 243 — 

o le mozioni suffisse nel latino diventassero 
antefisse nei volgari neolatini. Per conseguenza 
F Eolico tàhxos, od il talis-cumque delle scrit- 
ture diventava il co-tale delle lingue parlate, 
cioè un relativo di quella qualità qualunque che 
avrebbe poi individuato il quale espresso o sot- 
tinteso a cui doveva almeno intenzionalmente 
sempre associarsi. 1/ astratto della latita, rife- 
rito come nome ad una sottintesa qualità, ce lo 
offre il jus Talionis, sostituito alla poena Re- 
ciproci, od al Contrappasso ossia Contraria 
Passio; giacché in tanto si nominava Talione, 
in quanto : aliquis tale pati debebat, quale fecit. 
L' astratto invece della cotalità riferito come 
verbo ad una qualità d' azione di cui si ignora 
o non si rammenta in presenza la individua si- 
gnificazione, ci viene offerto dai Rustici dell'alto 
Modenese col verbo cotalare. Essi diranno p. e. 
d' esser intenti a ctalèr el nòs per ismallarle, 
a ctalèr la seva per rassettarla, a ctalèr la 
cànva per macciullarla, e cosi va dicendo, vo- 
lendo alla presta significare che agiscono nel- 
l' intento di render la cosa, cui sono intorno, 
cotale appunto quale, secondo le buone pratiche 
agricole, essa deve diventare. Una tale generica 
significazione 1' ho udita in alcune parti d' Italia 
attribuire al verbo cosare ; il nostro ctalèr però, 
per la sua astrattezza, mi sembra degnò di os- 
servazione. 



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— 244 — 

CUBIA quando significa: Pariglia di Cavalli. 

Il latino parlato avrà avuto cubium per cubile, 
e ce ne rende testimonianza il nostro cubi per 
covo, e per ciò che i Sabini dissero cuba. Il 
Romano cubare diveniva quindi cubièr e acu- 
bièrs, accovacciarsi. Or come da ràdio si fece 
nidiata, cosi da cubi noi femmo cubièda per 
l'insieme delle bestiuole nate a un portato e 
che si trovano tutte raccolte nel covo. Cubia 
poi è T astratto di cubièda, e come i nati a un 
portato sogliono esser tra loro pari di fattezze 
esteriori non che di età, così diciamo di una 
pariglia di cavalli egualissimi di età, di forma 
e di mantello: oh la bela cubia! per indicare 
che la perfetta conformità di que' due cavalli li 
farebbe sembrare affatto gemelli. 

CUCCH. Galla, 

Quando noi diciamo Cucch alla galla, siamo 
più Grecheschi che Romaneschi, giacché i Greci 
chiamano *y*fc la gallozzola o lo spurio frutto 
della quercia, e xóxxoe in genere il granello, il 
chicco, e la pillola. 

CUFLÌRS, SCUFLÌRS, e ASCUFLÌRS. 
Accovacciarsi. 

Da cubo viene covo per cubile, e da cubile 
il Rustico Romano trasse cubilire. Da questo 
noi femmo, secondo usanza, cuvlir, ed aspra- 
mente cuflir, che divenne cuflirs o più spres- 



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_ 245 — 

sivamente scuftìrs e ascuflirs, facendosi neutro 
passivo, con significazione di mettersi al covo, 
e quindi di rannicchiarsi e raccosciarsi come 
fanno le bestie ramminghe quando si accovac- 
ciano. La nostra voce ascuflirs tiene dunque 
più del rustico Romano / adcubilire se ) di 
quello noi faccia la corrispondente Toscana ac- 
covacciarsi. 

CULMÈGNÀ.ComignolOjed anche Colmigno. 

Culmen era detto il tetto, od il colmo e fa- 
stigio del tetto: a culmis, hoc est frumenti ca- 
lamis, quia veteres culmis aedifìcia tegebant. 
Astratto di culmen era culmineus, per cui l' o- 
dierna culmègna è quasi trabs culminea. Cosi 
talune olive, dalla forma loro, erano dette olea 
culminia o culminea. Non è poi da credere che 
il nostro popolo, per sua speciale rozzezza, abbia 
sostituito la e alla i facendo riuscire una sgra- 
ziata enunciazione della voce. Questa stessa 
pingue pronuncia era la Romana antica, e ci fu 
appresa dai Coloni venuti qui a maestri di ro- 
manità. Infatti Velio Longo nella sua Ortografia 
dice : Antiquum sermonem plenioris sonus fuisse 
et, ut ait Cicero, rusticanum... Nos vero, post- 
quam exilitas sermonis delectare coepit, usque, 
i litera, castigamus illam pinguitudinem. E Var- 
rone ci avverte che i rustici al suo tempo fa- 
cevano intender vèa per via, e velia per villa, 
confrontando con Paolo abbreviatore di Festo, 



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— 246 — 

il quale ci è in testimonio come : ab antiquis 
ameci, et amecae per e literam efferebantur. Si 
potranno vedere suir argomento Gellio L*X e. 
XXIV, Quintiliano 1. 1. e. IV e VII, e Donato 
in Phormione Act 1. s. 1. 

Nelle Lapidi Gruteriane e Reinesiane leggia- 
mo poi, tra i molti esempj consimili, Bedua per 
Vidua, Benemeretus per Benemeritus , Cives 
per Civis, Fecet per Fecit, Sorore per Soron, 
Vertutem per Virtutem, Ver per Vir, Mener- 
va per Minerva ecc, 

CUMÀZZ. Capitombolo, cimbottolo. 

Se non si vuole ricorrere al greco xvppotxoe 
per cernuus, ci basterà 1' osservare come il ca- 
pitombolo venga anche detto mazzaculo, per ve- 
dere tosto invertita la composizione nella nostra 
voce, la quale con cuUmazzo significherà quel 
tombolo o quel cimbottolo nel quale si finisce 
battendo il sedére in terra a mò di mazza, o di 
mazzuolo. La l di cui, seguitando la pronuncia 
gallica, sarebbe stata soppressa per far sparire 
la saldatura de' due vocaboli. Da cumazz esce 
poi il minorativo cumazzén che noi sogliamo il 
più spesso applicare ai capitomboli che i monelli 
fanno avvertitamente e da giuoco: e colla solita 
giunta della s intensiva escono da ultimo con 
più efficacia scumàzz e scumazzén. 

CUNCÒN. Cocchiume, 

Nel nuovo Du Cange si legge = Conconus 



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— 247 — 

diminut. ab Italico Cocco Ovum unde leg. Coc- 
conus, a forma spherica sic dictum lignum de 
quo in Cbron. Tarvis. apud Murator. 1. 19. Script. 
Ital. col. 754: Et obtuso for amine ilio cum con- 
cono uno ligneo intra ( bombardam ) calcato, 
etc. = Crederei però che Conconus non deri- 
vasse da Cocco ma da Concus o conicus voce 
apparente nella media Latinità, e che valeva 
conico, rastremato, e quindi angolo, il Francese 
coin. Il Concone o Conicone sarebbe così quel 
tappo di forma conica tronca col quale' si turano 
in alto le botti. Non è però da tacere come nel 
rozzo latino questo tappo venga anche detto 
cochionem, cochonum, o coconum. 

CUN-CON, Usato nel num. del più: Yizio 
di compitazione, e metaf. Indugi. 

Chi impara a sillabare e malamente compita, 
qualora la parola sia lunga, non appena avrà 
rilevata la prima sillaba, V andrà per lo più ri- 
petendo invece di proseguire. Supposto quindi 
ch'abbia a leggere una lunga parola incipiente 
da con, comincerà esso a tartagliare, e per con- 
seguenza a ripetere con-con, e più il maestro 
gli dirà: avanti, su via, e più il discente bal- 
betterà, e impuntandosi farà, come suol dirsi, la 
chioccia. — . Ora noi diciamo appunto con-con 
o cuncon questo vizio di incompleta compitazio- 
ne, e cuncunér V esserne inviziato. Per figura 
poi cun-con si estende ad ogni indugio nojoso 



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— 248 — 

.di parole, e cuncunér a qualunque non risolver- 
si, e non espedirsi. Avvisando a questa tautolo- 
gia, o vizio di compitazione, Plauto nel Persiano 
A. 2. s. 1. scherzando al modo suo, ma insieme 
rivelandoci alquante particolarità del Romano 
popolare, fa dire ad un 9 ancella : 

interim, credo, 
Cucus si in ludum irei, potuisset jam fieri ut probe liUeras teiret. 

cioè avrebbe imparato a sillabare ed a non fare 
sempre Cu-Cu. Dal che possiamo apprendere due 
cose, cioè che pei Romani cacare rispondeva 
forse al nostro cuncunér, e che quando diciamo 
ad uno che non impara mai nulla: tè al gran 
cuch, ossia : sei il gran cucco, prendiamo a tipo 
d' ignoranza queir animale stesso che era preso 
per tale in Roma sino dai tempi di Plauto. 

CUPPRÒL ED GIANDA. Calzuolo, calice 
della ghianda. 

I Reggiani lo enunciano caprài, cioè caperuo- 
lo da capere, noi, dicendo cuppról, ricordiamo 
in diminutivo la cuppa di Nevio per coppa o 
bicchiere, e per conseguenza è quanto dicessimo 
calicino, bicchierino. 

CURBÈLA. Sórbola. 

La e e la s si scambiano tra loro facilmente 
i servigi, come mostrammo trattando della Per- 
mutazione delle lettere; e nei Cenni preliminari 



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— 249 — 

toccammo la proprietà delle lingue gallicizzanti 
di gravare l' accento sull' ultima o sulla penulti- 
ma, ma non sull' antepenultima sillaba. Per que- 
ste ragioni la Sórbola toscana, divenuta Sorbe- 
la, poteva passare tra noi a pronunciarsi Cor- 
bela e chiusamente Curbéla, per quel modo 
istesso che il verbo Succhiare poteva venir pro- 
nunciato Ciucciar. 

CURNÉCCIA e SCURNÉCCIA. Baccello. 

Viene detta cosi perchè colla figura sua per 
lo più inflessa e appuntita : inflexum corniculum 
referti Cuméccia è dunque cornicula 9 ossia sili- 
qua comicula. 

CVACCIÈRS. Accovacciarsi, Nascondersi. 

Sappiamo da Festo che i Sabini nominavano 
cuba il letto; e noi possiamo credere, come si 
avverti altrove, che il Romano volgare ne traesse 
cubium f se ne è rimaso tra noi cubi per covo 
e acubièrs per accovarsi od accovacciarsi. Mino- 
rativo di cubium poteva essere cubicium e eu- 
tocia, donde per crasi cuccia. Cubile e cubicium 
o cubiculum originavano covile e coviglio, cu- 
bare covare, e cubatio covazione. Mozione scritta 
di cubare è cubitare, mozione parlata si può 
dedurre a posteriori fosse cubieiare. Da cubi- 
tare o cubatare, divenuto cuvatare o cvatare, 
uscivano quattare acquattarsi quattato, e con- 
trattamente quatto, e acquattato. Da cubieiare 



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o cubacciare divenuto cuvacciare e cvaceiare* 
uscivano pei Toscani covacciare, accovacciarsi e 
covacciato e accovacciato, e pei Modenesi cvacctèr* 
e cvaccièrs cvacciè e contrattamente cvàcc, non 
che acvàcie per acquattato. La nostra frase 
tgnirs cvàcc, risponde dunque con altra mo- 
zione alla Toscana tenersi quatto, e risolve me- 
glio la contrazione Francese se tenir coi. 

CVÈL. Cavelle o Covelle, 

Noto è che vel in latino è sincope di .velts 
(vuoi questo vuoi quello, per o questo o quello) , 
per ciò il nostro cvél, quando sta per: qualche 
cosa, non è da scrivere quel da qualis, ma cvel 
da quae velis o quid veli* ( quel e' a vii ), in 
somma il toscano cavelle o covelle ( quod velis, 
aliquid ). Che poi in questo caso sia da scrivere 
cvèl lo dimostra il minorativo chevlèn ( qual 
vuoi piccola cosa ) che certo nessuno scrivereb- 
be quelèn* Se ciò può dirsi quanto alla scrittura, 
non ommetterò, quanto all'origine, di avvertire 
che altri ha voluto vedere nella voce una epen- 
tesi od una semplice produzione del neutro quale, 
scritto all'antica cuale, nel senso assoluto, non 
relativo, di aliquid o di qualecumque. 



— 251 — 



D 



DAMAND av. di comparazione. Come, Co- 
mente. 

Tamanto è un aggettivo noto ai classici /no- 
stri, e che nella sua composizione vale: tanto 
grande, siffatto, altrettale tam magnus, ovvero 
coir antico franzese tan-maint, tanto molto. Que- 
sta voce ci può mettere sulla via per supporre 
che il nostro damànd avverbio di comparazione 
sia esso pure composto, e significhi tamquam, 
tamquammet, tam ut, oppure, ricordando il com- 
ment francese ed i nostri coniente, quasimente, 
ecc. sia semplice mozione avverbiale di tam e 
risponda a tamente pronunciato alla francese 
taman o tàmant. Infatti leggiamo nel gran Di- 
zionario dell' Accademia Spagnuola: — Tama- 
namente - adv. de modo. Tan grandemente comò 
otra cosa con que se compara = Quando dun- 
que diciamo : me d' statura a son damand vò, 



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— 252 — 

è quanto dicessimo: la mia statura, comparata 
colla vostra, è altrettanto grande od altresì grande. 
L' idiotismo nostro in questa voce starebbe dun- 
que principalmente nell' avere, col raddolcimento 
delle due t, oscurata alquanto l'origine della 
medesima, e presa la desinenza fonetica francese 
piuttosto che la latina. Il raddolcimento del t in 
d, non è però senza esempio, giacché negli an- 
tichi Romanzi francesi della Tavola Rotonda si 
trova domment nel significato di quomodo; cioè 
puntualmente nel nostro. 

DARDÉLA. Mnèr la dardéla. Esser garru- 
lo, loquace, avere una gran parlantina. 

Sembra diminutivo di dardo, applicato a lin- 
gua vibrata colla velocità e mobilità del serpente, 
per che si. dice lingua serpentina e frizzante. Di 
qui dardlèr, quasi dardeggiare colla lingua. 

DECÒTT per Fallito. 

Decoquere era assai più di coquere, giacché 
valeva consumare o scemare cuocendo. Volta la 
significazione del verbo al patrimonio, decoquere 
era quanto: rem familiarem absumere, e però il 
decoctor era colui che: patrimonio absumpto, ad 
inopiam redactus est. La nostra voce è per con- 
seguenza tutta latina. Così dicevansi decoeU fru- 
ctus le frutta marce e smaccate. — Trattovi 
dall' assonanza, più che dall' argomento, mi per- 
metterò di aggiungere che presso i Romani le 



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— 253 — 

vesti di lana erano dette viUosae o mallotae 
quando conservavano lunghi i velli od i peli 
come i nostri molletoni , pexae quando la lanu- 
gine villosa era breve e azzimata e si può dir 
pettinata. Ora alle prime si opponevano le de- 
ftoccatae, ed alle seconde le tritae o decotes 
quasi sine cute. Se non avessimo quindi il verbo 
decoquere, si potrebbe inferire dalle suddette 
vestes decotes, che homo decotis, varrebbe quanto 
lo scuojato, ed a cui non rimane neppur la pelle. 

DELTA DAL POZZ. Puteale, 

Io credo che la nostra voce, la quale ora de- 
signa il puteale od il parapetto elevato intorno 
al pozzo, in antico designasse soltanto le due 
travi inclinate a riscontro divaricate da pie, e 
congiunte al sommo, che servivano per sostenere 
la carrucola alla quale s' avvolgeva la fune del 
secchio con cui s' attingeva V acqua. Le due travi 
davano la figura della lettera greca di questo 
nome, e servivano insieme d' indizio al vano del 
pozzo, perchè non vi pericolassero le persone. 

D-LUNGH. Di lungo. 

Si può. andare in lungo ed in largo, e si può 
andare di lungo o di seguito, ed arrestarsi. Per 
ciò se tino dimanda se ha da voltare, ed io gli 
rispondo: tira d-lungh, gli dico che seguiti la 
via in lunghezza, non in banda o da lato; se 
mi dimanda se ha da fermarsi , ed io seguito a 



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— 254 — 

rispondergli: tira d-lungh, lo spingo ad andar 
più lunge di quello eh' esso supponeva. In que- 
sto caso noi possiamo anche racchiudere l' espres- 
sione della nostra volontà nella parola via; giac- 
ché dicendo: tira via, rispondiamo strada e viaggio 
a chi chiedeva stazione e fermata. D-lungh dun- 
que non significa presto, se non in quanto proi- 
bisce le deviazioni od i soprasta menti. 

DÈMA. Usanza o Costume di speciali lo- 
calità o genti. 

Festo riferisce che : Demae apud Atticos sunt, 
ut apud nos, Pagi. Queste Deme, o, secondo noi 
ora diremmo, Comunelli, rimangono nel dialetto 
patrio, non come divisioni politiche o territoriali, 
ma come riferimento a specialità proprie di ta- 
lune località, e quindi significano usanze o co- 
stumi speciali, inflessioni, inclinazioni attribuibili 
a distinte consorterìe. Tor su una dèma equi- 
vale ad appropriarsi un' usanza di vestire , una 
inflessione di voce, od altro, non universale, ma 
speciale di alcuni luoghi o di alcune persone. 

DESDÉTTA. Disdetta. 

In discorso di un ornamento che, a parere 
della persona interrogata, non orna né aggiugne, 
questa spiega il modo suo di vedere colla frase 
assoluta: a n dis gnint, o colla relativa: a 
n' egh dis, cioè: non dice niente , oppure: non 
gli, o le dice sottintendi nulla, relativamente 



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alla cosa voluta ornare, quasiché la paròla sia 
tutta la vita esteriore, dovendosi dir col Filo- 
sofo parla perch' io ti vegga, e la mutolezza 
sia la morte e il disabbellimento d' ogni più vi- 
stosa apparenza. Un ornamento dunque muto 
assolutamente o relativamente si ha per un'in- 
trusione impacciosa e di sopraccaricò, non van- 
taggiosa e di buon evento» Dirsi quindi con al- 
cuno o con alcuna cosa, od altrimenti non dirsi, 
suppone T aggiunta di bene o di male, e perciò 
confarsi bene o male, il che per altro modo si- 
gnifichiamo con addirsi o non addirsi, inten- 
dendo chiusamente che il parlar insieme indichi 
amicizia e concordia, il non parlare e star muto 
indichi contrarietà e discrepanza. Dietro tali in- 
tendimenti e modi ellittici di esprimersi vien 
chiaro perchè i Toscani abbiano la frase essere 
in detta con alcuno per esser d' accordo con 
lui, giacché ài detta assoluto si sottintende buo- 
na, e quindi vale in buoni termini di discorso 
e di compagnevolezza: e vien chiaro altresì come, 
per essi Toscani, detta valga bene-detta, bene- 
dizione o buona fortuna, cosicché essere in detta 
significhi, massime nel giuoco, che la fortuna 
dice bene al giocatore, ossia lo benedice e lo 
favoreggia, mentre disdetta, od essere in dis- 
detta significa invece che la fortuna dice male 
al giocatore stesso, cioè lo maledice e lo avversa. 
Des per noi risponde all' avversativa dis, per 
cui desgrazia, despiasér despétt sono disgrazia, 



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— 256 — 

dispiacere, dispetto; la nostra desdétta risponde 
dunque puntualmente alla toscana disdetta. — 
Seguitando poi il nòto adagio che il dir fa dire, 
mi permetterò di aggiungere che dire sta anche 
per nominare, e che per conseguenza Détta f 
quando vale Ditta, suppone la voce Società o 
Compagnia, cioè: Società detta o nominata p. e. 
Gilli e Compagni, indicando così che quella So- 
cietà commerciale istituitasi ò nominativa e non 
anonima, e corre in commercio sotto quel nome 
o sotto quella dizione. Finalmente le frasi no- 
stre: el gami), i occ, od altro, i n' em dtsen 
più vera, sono un modo coperto di accennare 
alla fallacia o manchevolezza del rispettivo loro 
officio, sicché, sia per malattia sia per età, quelle 
membra riescono in pratica a gambe false, o ad 
occhi falsi. Conchiuderò Y articolo osservando 
che i suddetti usi effrenati del verbo dire ci pa- 
lesano T uomo per animale così naturalmente 
conversevole da abborrire la mutolezza, e da at- 
tribuire a tutto la parola per non essere mai 
solitario. 

DESNNÙM. Smorfie, leziosaggini, schifiltà. 

La desinenza in urne è awilitiva, per ciò si 
direbbe che la nostra voce, risolvibile in dissen- 
nami, avvilisce V altra dissennatezze, attribuen- 
dola soltanto ad inconvenienze degne di spregio. 
Così fiorume è avvilitivo di fiorame, vagliume 
di vagliarne, lattume (toscano lattàme) di lat- 



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— 257 — 

fame ecc. Non posso ommettere che nelle vec- 
chie Glosse si legge Sennumia interpretato per 
tristitia, e che la nostra voce munita di prever- 
rò detrattivo, conforta le Glosse stesse accennan- 
do alle piccole tristizie e malignità di certi fan- 
ciulli che, lungi dal potersi chiamar coi Toscani 
j Sennini, meriterebbero l'appellativo di Dissennati. 

DGÒLL. rompicollo, fiaccacollo. 

Abbiamo avvertito che le ausiliari vengono 
assorbite nella pronuncia, e che il e viene mu- 
tato spesse volte in g: per conseguenza dgoll 
sarà decollo sostantivo dedotto dalla prima per- 
sona del presente del verbo decollare, ossia una 
località alla quale chi vuol scendere, risica di 
perdervi il collo, od una trappoleria che riesce 
ad un impiccatolo, o ad un fiaccacollo. 

DIMÒNDI. molto. 

La nostra frase avverbiale di-mondi equivale 
a dei mondi, ed è in apparenza la plurale esag- 
gerazione del Francese du monde. La desinenza 
però in i è di avverbio, come in difàti, infàti 
ecc. non di plurale, giacché il numero del più fi- 
nisce in tronco, e farebbe di mond. 

DIAZ e DIAZÀZ. nelle frasi U èlter diaz, 
V èlter diazaz, alquanti dì fa, molti dì fa. 

Il celebre motto di Otacilio su chi fu Console 
un giorno solo: solent esse Flamines Diales, 

Saggio ecc. 17 



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— 258 — 

modo et Consides diales habemus, mostra che 
dialis, a die, poteva anche valere giornaliero, 
od avente la durata di un giorno. Forse da prima 
diu valse quello che noi Modenesi diciamo da 
una lus a V èltra , diutius il tempo di più di, 
diutissime il tempo di moltissimi dì. Se però 
dies, preso come misura determinata di tempo, 
comprendeva la durata di 24 ore, ossia racchiu- 
deva il giorno e la notte, diurnus indicò più 
specialmente, con opposizione a nocturnus, la 
parte splendida del medesimo ( dies perdius ), e 
quindi giorno, uscito da diurnus, valse bensì il 
di e la notte, ma intese la notte soltanto come 
normale separazione da Y un dì air altro, a quel 
modo che il sonno intendesi separare gli atti 
della vita o intercalare la vita attiva degli uo- 
mini. Da diutius si formò poi diutinus e diu- 
turnus che valsero in origine di più e più di , 
siccome diutissimus e diuturnissimus varrebbero 
di tanti dì quanti bastano per rendersi imme- 
morabili — Vedute così alcune tra le molte mo- 
zioni di dies ammesse dai Romani è ora da ag- 
giungere che i nostri Rustici, massime dell'alto 
contado, una ve ne indussero affatto sgraziata, 
ma pur molto spacciati va, ed ecco quale — Il 
latino aveva fieri, ma, come voleva indicare jer- 
laltro, o l' altro jeri, o vogliam dire il secondo 
jeri, compendiando la frase nunc dies tertius est, 
scriveva nudius tertius, e volendo arretrarsi di 
più, scriveva nudius quartus, nudius quintus, 



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— 259 — 

etc. e così via via, ottenendo bensì una preci- 
sione invidiabile, ma insieme costringendo a con- 
teggi che non sempre si possono o pur si vo- 
gliono fare discorrendo. Ora i nostri Rustici, in- 
vece di jeri dicono coli' aggiunta dell' a enfatica 
ajér, invece di l'altro jeri, V élter de, e dovendosi 
arretrare ulteriormente colle indicazioni di tempo, 
se vogliono la precisione dicono: quater, o zinch, 
o sèe, o ec. de fa, non volendola, ma preferendo 
stare sulF indeterminato, allungano la voce dì 
con successivi peggiorativi, sicché V èlter diaz 
vuol dire : or fanno alquanti dì, e /' èlter dia- 
zaz significa or fanno molti dì. Diaccio dunque 
o giornaccio vale di morto e trapassato, dia- 
ciaccio o giornaciaccio vale dì morto e sepolto 
e più che trapassato sì che non se ne ha ferma 
alcuna ricordanza. Per modo conforme nelle Carte 
topografiche antiche del nostro basso territorio, 
vedremo indicati come Poazzo, Panarazzo e 
Renazzo i rami morti di Po, di Panaro e di 
Reno, volendo il patrio dialetto con tali spigliati 
spregiativi qualificarli come ex-Po, ex-Panaro, 
ed ex-Reno, cioè per cavi disutili e senza vita 
attuale, e quindi immeritevoli di conservare la 
prima loro positiva denominazione. Così in talune 
parti di Toscana dove uguanno vale quesf anno, 
s' ode uguannaccio per Y anno scorso. 

DSÉVED. Insipido. 

Chi rammenterà come in certi luoghi del Ve- 



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— 260 — 

neto il popolo dice desavio per insipido, rileverà 
anche subito che il nostro dséved viene da de- 
sapidus, che in composizione assottigliandosi può 
divenire tanto desepidus quanto desipidus. 

DSÈSI. Disagio. 

Dicendo adèsi per adagio, si vede che per noi 
èst è agio, per cui dsè$i è disagio ; Pronun- 
ciando poi i Francesi la voce agio appunto come 
facciamo noi, ciò conforta il gallicismo del nostro 
dialetto. 

D' SCUNDÒN. Di nascosto, di nascoso, asco- 
samente. 

Da condere e da abs-condere noi abbiamo 
ascónder o scénder per nascondere, e ascòs o 
scòs per nascoso o nascosto. Quest' ultima vo- 
ce ci lascia credere che il latino arcaico volga- 
re non avesse condidi e conditus ma consi e 
consus o cosus; il che può far sospettare che 
1' antico Dio Conso di Romolo, a cui sub ter- 
ra in Circo maximo ara dedicata est, non fosse 
nominato da Consulo, ut ostenderetur Consilia 
tecta esse debere, ma fosse il Dio nascoso, od 
ignoto, per conoscere il quale accorrevano i cu- 
riosi Sabini, e vi perdevano le figliuole. Segui- 
tando poi il modo consueto di trarre le frasi 
avverbiali dall' ablativo della terza declinazione 
imparisillaba noi diciamo d'scundón per di na- 
scosto od ascosamente. 



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DÒICH. Dolce. 

Non mancai di avvertire, toccando della per- 
mutazione delle lettere, che alla liquida l tal- 
volta il nostro dialetto sostituisce la i. Non sem- 
brerà dunque strano che i nostri rustici dicano 
doich, foichy soich per dolce, folto, solco e simili. 
Usano poi doich specialmente a designare la sta- 
gione umida e sciroccale, ed hanno in ciò buon 
compagno Fazio degli Uberti che nel Dittamondo 
scrive : 

Luceva il Sole, ed era il tempo dolco, 
Come si vede nella Primavera, 
E rose e fior parean per ogni solco. 

Ma se tale è la pronuncia contadinesca, l'ur- 
bana è dolz e dolza, che nel ducento fu comune 
con molti poeti anche toscani, i quali, seguitando 
i Provenzali, che hanno dolz,. dolzor, dolzament, 
arrozzirono similmente la loro soave enunciazio- 
ne. E su questo proposito dirò come noi usiamo 
dolz anche per tenero, distinguendo p. e. le le- 
gna in dolci ed in forti, cioè in tenere ed in dure, 
ossia dì tiglio meno o più serrato e reggente, per 
cui trascorriamo sino a chiamare pè dolz o piedi 
dolci, que' piedi i quali, perdendo la loro valida 
costituzione, mal reggono il peso della persona, 
e risentono con dolore ogni esterna impressione, 
quasiché fossero divenuti teneri e pastosi. 



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— 262 — 

DU. Due. 

Il nostro dialetto distingue i generi, non solo 
nel nome numerale uno, dicendo un, e una; ma 
nel due, dicendo du e do, du orn, do donn; ed 
anche nel tre, dicendo tri e tré, tri om tré donn. 
Anticamente i Latini dicevano dua per duo, e 
treis o tria per tres. Nelle nostre Campagne 
durano tuttora queste varie enunciazioni appunto 
perchè antiche. — Sul proposito di due aggiun- 
gerò che la frase patria tòr sic un du per an- 
darsene, risponde eliacamente air altra comune 
alle lingue neolatine tòr sii el so' do gamb nel 
identico significato di partirsene. 

DTJGHÈR. Acquidotto, Fossa che deduce 
1' acqua. 

Ducere era anche ducare, come lo attestano 
ducalis, ducatus ecc. e si pronunciava col g in- 
vece del e, e ne son testimonio Duge o Doge 
per Duca. Dughèr è dunque ducarius o duga- 
rius per canalis ducarius o ducitorius. Nelle 
Carte della mezza Età, troviamo anche Sduga- 
rius per exducarius o deduttorio. Dicendosi poi 
non solo Duge o Doge, ma Duse possiamo cre- 
dere che ducere fosse insieme ducire e dusire, 
donde il nostro dusil per doccióne, e dugaról 
pel sorvegliatore dei dugàri o delle deduzioni 
d' acqua. 



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DUZZENA. Dozzina. 

Le cose grandi, o costose abbastanza per essere 
apprezzate capo per capo, si vendono solitarie, al 
contrario le picciole e di , minor conto si vendono 
a coppia, a mazzo, a ventine, e tra noi il più 
spesso a dozzine. Di qui le frasi essere un uo- 
mo, od una cosa dozzinale o da dozzéna, per 
dire che non ha valore individuale; di qui stér 
a dozzéna, per vivere a mazzo colla famiglia, 
non con vitto o trattamento a parte. La voce 
poi duzzéna ci può fare testimonianza che tra 
noi si pronunciava il dodici alla francese. 

DZERNÌR. Cernire, Cernere, Discernere. 

I Latini da cerno, metatesi di creno da 
xqìvg), non avevano solo creius , ma cérnitus. 
Su bocche galliche ossitone il dattilo doveva 
sparire, e da esso cérnitus, pronunciato cernìtus, 
usciva zerni, e quindi il verbo zernir in luogo 
di cernere. Per conseguenza il latino decernere 
diventava spontaneamente dzernìr. 

DZIPPÈR. Succhiare il buono, levar la bam- 
bagia dal farsetto. 

Zepp, o zeppo, è pieno, fitto, infarcito ; dzippér 
per contrario, cioè dizeppare, sottrae o detrae 
la pienezza e Y infarcimento. Zepp poi diviene 
zipp per F assottigliamento delle vocali solito 




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— 264 — 



ad accadere in composizione. Usiamo però anche 
zipp fuori di composizione quando al soprag- 
gitto diamo nome di zippadura, cioè di punto 
zeppo o fitto. 



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E 



ÈNDES. Endice, Guardanidio. 

Così chiamiamo, insiem coi Toscani, V uovo 
che si lascia nel nidio delle galline, quasi a di- 
mostrar loro dov' esse hanno a far F uova. Esso 
è insomma V indice o V indizio del nido, e perciò 
dai Francesi vien detto nichét Abbiamo veduto 
altrove che il Romano rustico o contadinesco 
preferiva la e pingue alla i sottile, per conse- 
guenza si può supporre che questa voce villana 
ci sia venuta coir antica villana pronuncia, e che 
perciò anche in antico, nel significato attuale, i 
coloni Romani pronunciassero endex non index. 

ÈRB^S. Erpice. 

Dall' irpex od urpex od hurpex de' latini, 
che i rustici proferivano erpex, noi traemmo la 
nostra voce con leggere mutazioni loquelari. E 
però da avvertire che il greco enuncia arpax 
non irpex, per cui quando dal nome traemmo 
il verbo, non femmo erbghér od erpicare coi 
Toscani, ma coi Greci arpicare, che noi con- 
trattamente pronunciamo arbghèr. Vedi alla voce 
Arbghétt 



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— 266 — 



F 



FACHÌN. Facchino. 

Fascium valeva pondo, peso, e quello per lo 
più che si legava od acconciava in modo da po- 
ter essere portato dall' uomo. Le lingue Romanze 
hanno faisch, o fais in questa costante signifi- 
cazione. I nostri Antichi mantennero alla voce 
la suddetta nozione, e fra gli altri il Petrarca 
quando scrisse: 

Io son sì stanco sotto il fascio antico 
Delle mie colpe e dell* usanza ria. 

Da fascium, o fasces, o fascius, venne fasci- 
culus, e da questo fascicularius , spiegato nei 
Glossarj per Bajulus, fardellarius, gallice Porte- 
faix: e dal francese faix o faics venne fachinus, 
altresì spiegato dai Du Cangio per bajulus o 
gerulus, e fachart, e forse facheuoc, per onerosus. 

FAÌNA. Donnola. 

I Murilegi si dividevano nel Medio Evo in 
Catti e in Mustele, e quest' ultime in mustela 



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— 267 — 

martula o martura o mdrturella, in mustela 
foetens o putacia o putens o putiola, ed in 
mustela sylvestris o dumosa detta anche fagina 
e faina. Prevalendo i nomi speciali ai generici^ 
si adottarono le appellazioni di gatt> di martu- 
rell, di pùzla, e di faina. Quanto poi sia alla 
voce faina si può aggiungere che foia nella 
bassa latinità, non solo valeva faggio, ma selva 
in genere, per cui faina corrisponde puntual- 
mente a sylvestris o silvester. 

FARFUTLÈR. Borbottare. 

Noi diciamo così di chi borbotta parole mi- 
nacciose e indistinte, e lo diciamo corrompendo- 
il tedesco pronunciato ferfluchen maledire, e 
ferflucht maledetto, che odesi spesso in bocca dei 
soldati di quella nazione non intesi dai nostri 
nelle loro inchieste. Trattandosi poi di corrom- 
pere una parola straniera e frantesa, accade che- 
i risultati non sono tra noi sempre identici, e- 
però dove s' intende farfutlèr, e dove zarfutlèr r 
o zerfutlèr. 

FALÌSTRA. Favilla, scintilla. 

In Greco q>a<o era luceo, splendeo, fulgeo, mico : 
(paXós o yùXtos splendido o bianco, yaXaQÓs bian- 
cheggiante, e di qui erano dette phalerae gli 
splendidi ed appariscenti ornamenti de' cavalli T 
(pàlaiva r insetto che di notte vola al lume e vi 
si arde. In latino Flamen falacer sembrò essere 



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— 268 — 

il Flamen dialisi fctiae erano torri dictae, secondo 
Festo, ab altitudine, a falanto, quod apud He- 
truscos est caelum, ossia V empireo: falaricae 
erano ardentes hastae, al dire di Tacito nel IV 
delle Istorie, che, adactae tormentis, servivano ad 
offendere ed insieme ad incendiare crates vinea- 
sque dei nemici — Per conseguenza le nostre 
voci falistra, falò e simili hanno piena radice 
nei linguaggi itali antichi, Etrusco, Eolico, e La- 
tino arcaico. 

FERLÉN. Matassina per lo più di seta. 

=:Fra noi è rimasta la denominazione di Ferlino 
a certe matassine di una quantità determinata 
di seta, o simile, che ne' tempi andati costavano 
un ferlino, sorta di moneta germanica rispon- 
dente ai quarto di danajo =. Cosi scriveva il 
compianto nostro eh. Parenti. 

FÈRIA. Gruccia e Chiavarda. 

A proposito di questa voce stampava il eh. 
Cav. Parenti = Feria è voce deL nostro e di 
qualche altro dialetto preso da Ferula, derivato 
di Fero; siccome Gerla da Gerula, e questa da 
Gero. Noi dinotiamo per essa tanto il Bastone 
che regge sotto le ascelle chi è impedito delle 
gambe; quanto un Chiodo assai grosso e lungo 
più degli altri, forse perchè atto a sostegno ed 
a fermezza di materie pesanti, e più verisimil- 
mente per certa somiglianza di forma con quel 



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— 269 — 

bastone; onde alcuni de' nostri vicini, con ri- 
guardo di proporzione, chiamano si fatto chiodo 
soltanto ferìetta. Secondo i vocaboli ricevuti dalla 
Crusca, a tal voce corrisponde, nei primo senso 
Gruccia o Stampella, e nei secondo Chiavarda.— 
Al che potremo aggiungere che feria, quando 
sta per clavus trabalis, può venire da ferula in 
significato di verga, sottinteso ferrea, in quanto 
che quel lungo chiodo può dirsi appunto una 
mazzuola o bacchettina di ferro. 

FIACCH sost. Frattura, Rotta, e metafori- 
cam. Appariscenza urtante e smodata. 

Noto è che frango era in antico frago e fra- 
co, ed una tra le uscite dell' arcaico fraco do- 
veva essere fracare, come lo attesta il presente 
raddolcito fiaccare. Fraco infatti divenne prima 
fiacco e flacceo, e poscia fiacco, come flatus 
divenne fiato, fiamma fiamma, floccus fiocco. 
Originato quindi da frangere, il nostro sostan- 
tivo fiàcch valse infrangimento, rottura, per cui 
diciamo d' un albero che si scavezzi di tratto 
V ha fatt sol un fiacch; e nominiamo fiacca quel 
flagello de' castagneti che sopravien loro da neve 
primaticcia, la quale, caricandone i rami innanzi 
la caduta delle foglie, li aggrava cosi da fiac- 
carli. Per metafora ardita diciamo poi roba da 
fiacch, culor da fiacch, le robbe o i colori che 
strillano, che saltano agli occhi, e per così dire 
smagliano la vista e rompono col consueto. Cosi 



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— 270 — 

i Romani, in tali casi, dicono robbe o colori 
screpanti, per denotare gagliardamente eh' e' 
crepan fuori dalla modestia e diventano urtanti 
per la troppa loro appariscenza e vistosità. — 
Usiam dire ancora che è caduto un fiacch d' a- 
cqua per significare che è piovuto a rotta, o a 
dirotto, quasi un rotto d'acqua. E se a taluno 
•è toccato un buon carpicelo di bastonate, dicia- 
mo: a gh' è tucchè un bon fiacch d' algnèd, 
che è quanto dire una rotta, un flagello, un 
fraccassio. Ed in questo caso, per rendere più 
spressiva la voce, la revochiamo all' origine sua 
da frangere, e diciamo il più spesso, non un 
bon fiacch, ma bensì un bonfracch d* algnèd. 

FIÀP. Floscio, soppasso. 

Come da flaccus femmo fiach, così da fiabus 
o flabilis femmo per maggiore scolpimento, non 
fiab, ma fiap, nel senso di cosa, la quale, non 
avendo consistenza, è mobile ad ogni fiato di 
vento. Di qui esce il paragogico fiaplènt o sfìa- 
plént che mantiene la soppravvertita significa- 
zione: così macilentus modifica, non altera, il 
valore del primitivo macius, o macidus, o 
macilis. 

FliSTER e FIÀSTRA. Figliastro, e Fi- 
gliastra. 

Molte antiche iscrizioni cristiane, e quindi scrit- 
te verbis quotidianis, ci mostrano filiaster e 



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— 271 — 

fìliastra, invece di privignus eprivigna, a pro- 
varci che altrimenti parlava il popolo, altrimenti 
i letterati ed i nobili. Fiàster poi esce da fio 
per filius spegnendo la liquida e facendo fiius. 

FICCHÉT. Propriamente è una specie di 
Crocchio od atto sconcio fatto sul viso 
ad alcuno: impropriamente vale Ghermi- 
nella o sfuggita inattesa ; per cui ne' giuo- 
chi in cui, correndo, Y uno fa a prender 
T altro, ficchèt vale come Ganghero o 
gomito. 

Il ticchetto si fa applicando sul viso il pollice 
e il medio, e coir indice premendo la punta del 
naso all'insultato. Ficcare, anche tutto solo, 
vale quanto schernire, per cui: questa non me 
la ficchi equivale a non me la pianti ; cioè, non 
son terreno da ficcarvi o piantarvi le tue carote 
o pastinache, il che è come dire, da essere scher- 
nito da te. L' uomo poi che al corso sta per 
esser preso dal sopravegnente, e tutt' a un tratto, 
buttandosi da lato, gli sfugge di sotto, e, al modo 
del lepre accaneggiato, gli dà un ganghero e 
sbietta in banda, schernisce il suo competitore, 
e gli applica come un ficchetto morale. Di qui il 
senso traslato in che ordinariamente viene usur- 
pata la nostra voce. 

FIDLÉN. Vermicellini. 

Fides non è solo cetra o lira, ma è, greca- 
mente ancora, corda o budello sonoro. Fidelino 



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— 272 — 

è dunque budellino o cordoncino, appunto come 
mostra essere la pasta in questione. 

FILATELA. Filatessa, e Brocca. 

Noi usiamo filatela primamente nel senso di 
Filatessa, cioè fila lunga di parole, e però di- 
ciamo al prinzipiò una filatela ed ciàccher che 
en finiven piò; poi chiamiamo di tal nome la 
Brocca, cioè la Canna o Pertica lunga a cui da 
un capo si lega un legnetto sbiecato cosi da far 
gancio e poter con esso uncicare i grappoli del- 
l' uva pel picciuolo e strappameli; poi finalmente 
per simiglianza colla mazzuola vendemmiatrice, 
diciamo d* un uomo lungo e magro oh che fila- 
téla! per dire oh. che pertichino! Lucrezio disse 
filatim per: a.mo' di filo; e à&filatus potrebbe 
venire filatilis, come da umbra e da umbratus 
viene umbratilis, ed in ciò non sarebbe difficile 
il riscontrare la radice di filatela, quasi pertica 
filatilis, ossia lunga e sottile. Ricorderò nulla- 
meno come al dotto Scaligero sembrasse che 
mustela venisse da mus e da t^Xb longe* signi- 
ficando sorcio lungo: or perchè filatela non po- 
trebbe venire composta altresì e valere fila lunga, 
o filo lungo, e per somiglianza canna lunga? 
Certo che in protelare si vede accordata alla 
4 voce greca la cittadinanza romana, dichiarando 
Eesto: Protelare, longe propellere, ex Graeco 
videlicet, quod est z^te, et significai longe. 



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— 273 — 

FÌLZA. Cartella. 

Per non ismarrire le ricevute, le cedole, e in 
genere gli scaccoli di carta scritta interessanti , 
s' aveano de' fili di ferro lunghi circa due spanne 
fermati da pie nel centro di un'assicella, e ri- 
curvi in capo ed appuntiti così da forar le carte 
che vi s' infilzavano per ordine di data e si am- 
montavano lungo i medesimi. Que'fili di ferro ac- 
conci per tal maniera erano allora precisamente le 
vere filze od infilze: invece quelle doppie custodie 
di cartone che ravvolte da un'accia guarentiscono 
ora le scritture, non meritano più questo nome 
e sono da chiamarsi piuttosto cartelle, guarda- 
carte o cartolari. 

FLÈNGA. Cartaccia, ossia, nel giuoco alle 
carte, carta di poco valore. 

Come Flipp per noi è Filippo, fnestra finestra, 
fnil fenile, così flenga può essere stata felenga 
o felinga, e dedursi da fel e da felen; verbum, 
come dicono i Glossografi Germanici, defectus, 
erroris, et frustrationis, Lat. falli, Gali, faillir, 
Belg. feilen, ItaL fallire e fallare. La nota de- 
sinenza teutonica in ing aggettiverebbe la voce, 
per cui carta felinga, ne' giuochi de' Lanzi o 
Lanzichinecchi , varrebbe quanto faglia o carta 
fallace, di poco valore ed ingannevole, perchè, do- 
ve si attendeva buona, riusciva in fatto da nulla, 
cioè riusciva una cartaccia. 

Saggio ecc. 18 



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— 27* — 

FLÌPPA e FLÌPP. Pronuba e Pronubo. 

Noto è che Filippo grecamente vale: equorum 
amans , et qui agitandis equis delectatur. V ha 
chi da queste dotte origini vuol trarre argomento 
per togliere il velo ad una appellazione che forse 
deriva da cause più volgari e meno latenti. Ad 
ogni modo sembra accennare a g>tXéa> amicus 
sum, ed il pronubo e la pronuba si dicon per 
avventura Filippo e Filippa per dar loro quel 
nome che meglio s'accosta a yihxos, rj, amato- 
rius, amatoria, ed a tpdéyapos, nuptiar*um con- 
ciliandarum studiosus. 

FLÒSS. Floscio, Fievole. 

Viene da fluxus mutata la u in 0, come da 
pluvia, piova, da fluctus fiotto. Quando Tacito 
disse corpora fiuxa, disse puntualmente quello 
che noi intendiamo con corp floss, giacché la x 
si risolve spesso nel doppio s. 

FORCA BUNÈLA (fèr la ). Reggersi sulle 
mani, e tener le gambe levate ed aperte, 

A questo proposito ho udito raccontare che 
fu un tempo un villano di grossa pasta, al quale 
per ciò era stato imposto il nomignolo di Bo- 
netto. Un di, tra V altre melonaggini di che gii 
gonfiavano lo smilzo comprendonio, per istrazio 
gli fu persuaso eh' esso poteva mandare alle for- 
che il diavolo, sol che il volesse, e così liberare 
T umanità dall' avversario. Gli vennero quindi 



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— 275 — 

spiegando che le forche su cui mandare a morte 
il diavolo erano le gambe di lui, le levasse dun- 
que in alto, e camminasse sulle mani sino alla 
Pievanìa, e il diavolo vi rimarrebbe per fermo 
impeso nel mezzo. II buon uomo dette nella 
grossa ragna, e tutto il dì si brandiva, e ten- 
tava di far cammino a capo fitto, ma dopo un 
tratto s' arrovesciava, e il diavolo pur ci viveva 
e ci visse. Perchè poi di qui corse sulle bocche 
un motto che diceva: 

Far le forche di Bonella 

Che ne* piedi avea il cervello. 

FRÀB. Fabbro. 

Esempio di metatesi, che nel contado si esten- 
de anche al verbo, per cui vi si dice frabichèr 
e fràbica, invece di fabbricare e di fabbrica. Per 
lo scambio del b in p, si ode anche frap per 
frab. Una tale metatesi ha però antichi confron- 
ti. Gli uomini di Fabrateria nel Lazio venivano 
detti tanto Fabr aterni quanto FrabaternL Inol- 
tre T usar noi la voce, insiem coi Toscani, per 
designare specialmente il fabbro ferrajo ha ra- 
dice assai alta. Anche i Latini, sebbene avessero 
facber o faber da facere, come mulciber da 
mulcere, e però con nozione universale e che 
abbracciava coloro che fanno, cioè ogni arte- 
fice, pur nullameno nominavano il faber fer- 
rarius anche solitariamente faber, fabrica la 
sua officina, e fabricenses i fabbricatori delle 



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— 276 — 

armi od armajuoli. Dirò anzi che il lavorio del 
ferro così si venne unendo al fabbro , che nelle 
nostre campagne si potè chiamar frap o frab 
quello che ferra le bestie od il manescalco, e 
che possiamo trovare presso i nostri buoni scrit- 
tori usato Ferratore tanto nel senso di mane- 
scalco, quanto in quello di fabbro ferraio. 

FRASÈR. Rasentare. 

Da rasus femmo rasare e rasente, da per- 
rasus o prasus, prasare e frasare per condurre 
rasente affatto ed in modo che possa combaciare 
colla cosa opposta. Così i Francesi dicono friser 
anche per toucher superficiellement. 

FRAZÈR. Talora significa Putire, talora il 
Cadere di quel nevischio granuloso che è 
. come un frantume di gragnuola. 

Nel primo caso viene da fracère, positivo di 
fracescere, donde fraces e fracidas, ed allora 
il sostantivo fràza, tratto dalla terza persona 
del presente del verbo frdzèr, vale puzzo di cosa 
fracida: nel secondo caso viene da frageo, po- 
sitivo di fragesco, donde fragium e fragilis, ed 
allora fràza, dedotta dal plurale di fragium, vale 
rottame e fratturarne. I nostri Rustici, in di- 
scorso del bestiame, usano poi frazèr per abor- 
tire, e precisamente dello sporre che fanno le 
bestie V aborto, non solo morto, ma fradicio e 
puzzolente. 



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— 277 — 

FREGN. Ferrigno. 

Noi per sincope diciamo frér per ferrare, e 
quindi frégn al ferrigna, od a ciò che tiene na- 
tura ferrea o simile al ferro, come son certi mat- 
toni, i quali, dal trovarsi troppo presso all'ar- 
dore della fornace, acquistano una straordinaria 
durezza. Tali mattoni ferrigni vengono dunque 
qui denominati préd frègni. Da ciò forse diciamo 
fiùzna, o ferruginea, la faccia scura, chiusa e 
che non lascia trasparire i moti dell' animo. 

FRÌS. Fregio. 

Filandro, registrando la voce Fregia, usata 
volgarmente in luogo di Zoofori, dice che cosi 
venivano detti : nempe a Phrygionibus ; e Plinio 
ci avverte che: acu facere Idaei Phryges inve- 
nerunt, ideoque Phrygiones ( ricamatori ) ap- 
pellati sunt. Noi dunque pronunciando fris, non 
fregio, vogliamo ricordata meglio la Frisia o 
Frigia donde l'arte del ricamo prese nobile na- 
scimento. 

FRISSÒRI. Pena grave, tormento morale. 

Da frixare per frigere, e da frixus per /ri- 
ctus, voci registrate da' moderni Vocabolaristi 
latini, viene il nostro aggettivo sostantivato fris- 
sari per dolor friccorius. Così diciamo a son 
fritt per dire: son rovinato, e: caschèr d' in-Ula 
padéla in-Uel brès, nel senso di fuggire un male 



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— 278 — 

e incontrarne uno maggiore, cioè passare dal- 
l' essere fritto all' esser bruciato. 

FRITÉLA. Fritella. 

Frittila e Frictilla a frigo, era latinamente 
un genus pultis ricordato da Arnobio, e Plinio 
lo dice usato ne' sagrificii, e ne' giorni natalizii. 
Anche oggidì le fritelle servonsi, specialmente nel 
contado, nei giorni di sagra o di allegria. L' ul- 
timo giovedì di Carnevale, altrimenti detto la 
Zóbia grassa od il Giovedì grasso, viene anche 
denominato tra il popolo il Giovedì delle fritelle. 

FRÙST. agg. Domo, ed usato tanto da potersi 
dire abusato. 

Frustum e frustulum erano in buon latino 
pezzo e pezzettino, e frustare valeva in frusta 
concidere ossia tagliare o mettere in pezzi. Cor- 
rendo i tempi ed antiquandosi la voce, questa ha 
perduto alquanto del primitivo valore, sicché 
s'accontenta a valere tra noi, non lacero, ma 
ciò che è presto a lacerarsi. 

FUDRÈR, e per metatesi* FRUDÈR. Fo- 
derare. 

Ecco al proposito nostro come si esprime il 
Wachter nel suo Glossario Germanico alla voce 
=: Futtern: tegere, munire panno, pellibus, cono, 
v«l alia quacumque materia, Latino-barbaris fo- 
derare apud Casanovam, Italis fodrare Belg. 



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— 279 — 

voederen, Gallis fourrer, quod imitantur Angli 
in io furr. Dicitur in derivatis de operimento 
externo et interno. Ad priorem classem spectat 
vox Gothica fodr vagina, unde Italis fodro della 
spada eodem sensu. Anglo Saxonica fodder theca, 
Germanica futter theca, capsa ecc. Ad secundam 
classem spectant rursus Germanica futter pannus 
vestis interior, et quidquid vice panni adhibetur; 
unter futter subtegmen: unde Latino - barbaris 
fodratura pellitium quo vestis ornatur apud 
Cangium. = Fudrèr o Frudèr, fodra o froda, 
fudretta o frudetta, foder o fród, fudradura o 
frudadura, sarebbero quindi voci di origine ger- 
manica. 

FUJÈTTA. Foglietta. 

In Francese moderno feuillette de vin, ed in 
antico Franzese fillette 9 e fouillette era una pic- 
cola misura di vino, che rispondeva e risponde 
tuttavia in circa, alla fujétta di noi Galli cisalpini. 

FTJFFÌGNA. Inganno, Baratteria. 

Noi diciamo fuffia, e per paragoge fuffigna, 
da fuffièr, paragogo fuffignèr, nel significato del 
francese suffler quando vale: portar via con de- 
strezza. Questo suffler diventava prima buffer, 
per cui noi, giocando a dama, diciamo buffer 
una pdéna per ciò appunto che i Francesi di- 
cono suffler une dame, e diciamo buff e buffèda 
al soffio e alla soffiata; poscia con più scolpita 



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— 280 — 

pronuncia il buffer si mutava in puffèr, da ve- 
dersi alla voce Puff; finalmente per attraizióne 
ajutata dalla onomatopea, il puffèr si assotti- 
gliava in fuffèr o fuffièr, pel noto scambio del 
p in f che ci dà suppièr e suffièr, sappi e sóffi, 
suppiét e sufflét, sempre colla nozione di soffiar 
via, far sparire, al modo de' giocolieri che, sof- 
fiando sul bossolo, mostrano far sparire ciò ch'esso 
copre. Fuffìgna dunque o fuffgnèda sono un'altra 
pronuncia di soffigna o soffignata, ossia di ac- 
corta soffiata, intesa nel senso di soffio o buffo 
atto a far volar via e a tor di luogo quello su 
cui si dirige. 

FURCASTRÉLL. Cavezzuola o Capestruzzo. 

È il furctfer de' Latini. Da furca , si fece 
prima Forca poi furcastro per uomo spregevole 
e degno di forca, e minorandone lo spregio con 
una forma diminutiva, si ottenne furcastréll per 
furfantello, trafurello e simili, come, accrescendolo 
con forma aumentativa, si ottenne furcastrón. 

FURMÉTTA. Formajo. 

Nel nominare così P artefice che fa le forme 
delle scarpe e degli stivali, facciam uso di quei 
traslato medesimo, che, nelle voci trombetta , 
staffetta e simili, non ci dà un minorativo di 
tromba e di staffa, ma ci fa indicar P uomo che 
ha sempre la tromba a bocca, od il piede in 
istaffa. 



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— 281 — 

FUSTINÈLA. Galloria. 

Come vedremo alla voce Gabbartela derivata 
da Gabbare, si può credere che Fustinèla derivi 
da Fustire per ristecchirsi, drizzarsi sul fusto, 
levarsi in petto ed in persona, sentire il ruzzo 
di fare il bel fusto od il bellimbusto. Noi diciamo 
métters in fustinèla massime in parlando de' vec- 
chi tocchi dal ticchio di giovaneggiare, che pren- 
dono baldezza di far galloria, ringalluzzolandosi 
e ringagliardendosi. 



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— 282 — 



G 



GABBANÉLA. Buontempo, Tempone, Va- 
canza. 

Cicerone Acad. 4. e. 20. usò il semplice ca- 
pere pel composto decipere dicendo: sapientis 
est cavere, ne capiatur, cioè: il sapiente usa 
cautela per non esser gabbato. Dal capere di 
Cicerone è da supporre che il popolo traesse ca- 
ptare, donde gì* Italiani, i Francesi ed i Proven- 
zali dedussero i loro gabbare, gaber, gabar e 
gabeyar. La nostra Gabbartela sembra dunque 
una semplice mozione di Gabbo, per cui come 
da ghermire vien gherminella, da trescare tre- 
schinella, da fustire, per istecchirsi, fustinella, 
da gabbare verrebbe gabbanella, e noi useremmo 
la voce il più spesso per designare quel tempo 
in che si gabbano gli studj o i negozii, e perciò 
si ozia e si scherza. Aver gabbanéla, o tòrs 
j/abbanéla, varrebbero quindi prendersi buon- 
tempo, procurarsi vacanza, e buttarsi allegramente 
dopo le spalle le fatiche e i gravi pensieri. 



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— 283 — 

GÀIDA. Gherone. 

Da un antico Glossario Longobardico conser- 
vato nella Vaticana impariamo che in quella 
lingua Gaida valeva il ferro della saetta. Da 
un altro Glossario Latino-Italo edito a* suoi luo- 
ghi dal Du-Cangio, vediamo che Gaides vi si 
spiegano per: Ghede o liste delle camise di donna 
o d' altri suoi sottanelli, le quali sono strette 
di sopra e larghe a basso, e servono per al- 
largare le fìmbrie delle camise et delle soltane 
e guarnaccie = Negli scrittori delle cose Ita- 
liane del nostro Muratori T. 6. col. 1001. tro- 
viamo Ottone Morena che nella Hist. Rer. Lau- 
dunensium, scrive: = Sed qui tunc vidissent 
mulieres parvulorum suorum alium in collo, alium 
in brachiis suis deferentes, aliosque ad gaidas 
vestium suarum se tenentes, ecc. = Possiamo dun- 
que conchiudere che la voce gaida, viva qua e 
là in Italia, è un reliquato longobardo, e che 
si applica al gherone delle vesti per la somi- 
glianza di forma eh' essa ha colla ghiera o ferro 
della saetta, a quel modo che noi, sempre dalla 
parità di forma, diciamo saetta o saettile il can- 
delliere dove si pongono le quindici candele al 
tempo dei mesti uffici nella Settimana Santa. 

GAJÒFA spregiativo furbesco di Ventrico- 
lo, e per similitudine, Tasca. 

Abbiamo i verbi ingojare e ingoffare: da que- 
sti, per dispregio, in lingua furbesca, si è fatto 



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— 284 — 

ffajófa, traendola dall' epentetico ingojoffare. 
Gajófa è detto dunque perchè ingoja od ingoffa 
quanto vi si pone entro, quasi fosse aferesi di 
Ingajoffa. 

GALA VERNA. Calaverno. 

Galla, gallozza , gallozzola, o gallozzoletta, dal 
lat. galla, vien detto dai Toscani il frutto non 
legittimo di alcuni alberi ghiandiferi, le bollicine 
o sonagli, ed in genere que' piccioli enfiati che 
preternaturalmente scoppiano sulla pelle. I Fran- 
cesi, abbandonando insieme con noi una l, chia- 
mano gale, non solo le pustole della scabbia, ma 
anche i licheni e la rogna che ricrescono sulle 
piante. Sarebbe possibile che noi Gallo-Romani 
avessimo chiamato gala-zverna o rogna inve?*- 
nale, la nebbia diacciatasi sui rami delle piante, 
il ver-glas insomma invertito, e quindi vocaliz- 
zato, che vi si appiccica e spenzola intorno in- 
torno alle medesime? Mi permetto questa sup- 
posizione perchè non mi pare che Gala-verna 
sia da spiegare per ornamento o pompa inver- 
nale, giacché attribuendo noi alla voce un si- 
gnificato tutt' altro che piacevole, siam soliti a 
ritrarne piuttosto brividi e timori, che appaga- 
menti o motivi di buon augurio. Infatti leggiamo 
nel Chron. Foroliv. edito dal nostro Muratori 
nel Voi. 19. de' suoi Script. Rer. Ital. al col. 
904. = Eodem anno ( 1432 ), et fuit de mense 
Januario, descendit ita magna galaverna, quod 



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— 285 — 

desiccavit arborea ficus, olivas, lauros, poma gra- 
nata ecc. = Il Fanfani nel suo recente Diziona- 
rio ci avvisa che sulla montagna Pistojese ai 
diaccioli che si vedono pendenti dagli alberi o dai 
tetti si dà nome di Calavemo. Non crederei che 
vi si dovesse intravedere calare per abbassare o 
mandar giù, ma piuttosto che fosse a sentirvisi 
una più vegeta e scolpita pronuncia della patria 
nostra voce. Sulla quale mi concederò finalmente 
di aggiungere che il maestrale o vento maestro 
è detto in francese galerne, vent de galerne, e 
che questi è il Caurus o Corus de' Latini. Detto 
ciò ecco che verranno spontaneamente alla me- 
moria di molti i seguenti versi di Virgilio Geor. 
1. in. v. 354. inn. ove si descrivono i paesi set- 
tentrionali: 

Sed jacet oggeribus niveis informis, et alto 
Terra gelu late, septemquo assurgit hi ulnas, 
Semper byems, se m per spiranles frigora Cauri.... 
Stiriaque impexis induruit horrida barbis . . 

e potrà forse dai medesimi ammettersi la suppo- 
sizione che dal vento Galerno semper spirans 
frigora, siano detti per epentesi galaverne gli 
effetti suoi, cioè le barbae impexae che le stille 
inorridentisi pel gelo accumulano intorno sia alle 
piante, sia alle prominenze qualsivogliano. 

GALAVRÉNA. Scacciapensieri. 

Noto è che questo nome si applica ad un pic- 
colo arnese di ferro fatto a modo di cetra colle 



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■ — 286 — 

corna avvicinate, in mezzo delle quali si fa stor- 
mire, appoggiandola contro i denti, una linguetta 
sottile pure di ferro. Il monotono ronzìo che ne 
esce ricorda in diminutivo lo strido della zam- 
pogna, che nei nostri paesi vengono a farci in- 
tendere unicamente i Calabresi. La Calabria si 
diceva indifferentemente in antico Calavria e per 
dolcezza Galavria. Ora come nominammo Mun- 
frèna la danza Monferratese, si può supporre che 
abbiamo nominato Oalavréna lo stormento che 
ricordava la monotona zolfa dei Calàbrini o dei 
Calabresi. 

GAMÈLLA. Gamella. 

Dirittamente dal latino camelia, che era pure 
una specie di vaso capace di liquido, per cui Ovi- 
. dio nei Fasti: 

Dum licet, apposita, veluti cratere, camelia 
Lac niveum poles, purpureamque sopara. 

GARANDÉLA nelle frasi: Calzétt o Brègh 
a garandéla: Calze o Braghe a campa- 
nile, a campanella, a bracaloni, od a ca- 
cajuola. 

I Francesi dicono lenir en garanl per tener 
sospeso ed impedir ad un carico attaccato ad una 
corda di precipitare, ciò che da noi si direbbe 
tgnir in tirèr. Ove si supponga che garandéla, 
apparente diminutivo di garant, diminuisca an- 
cora il valore della primitiva significazione, te- 



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— 287 — 

nere in garandella od a garandella, varrebbe 
tenere debolmente o malamente sospeso, cosicché 
il carico accennerebbe sempre di cadere a terra. 
Si può anche osservare che il teotisco romaniz- 
zato garandare valeva accerchiare, circondare, 
per cui calze o brache a garandella potrebber 
valere: calze o brache non tirate giuste alla 
gamba, ma cascatoje a rughe ed a cerchietti. 

GARAPÉNA. Cispa. 

Si dice tra noi grapa, la gromma o le escre- 
scenze granulose che s' aggrappano ed insorgono 
sii che che sia: e ciò con qualche ricordo di 
consimili usi francesi. Garapéna non è altra cosa 
da un diminutivo di grapa che, per maggior 
vocalizzazione, prenunzia la a tonica susseguente. 
In occitanico grapar vale grattare, per cui grapa 
è tanto ciò che gratta, come ciò che è grattata 
via. 

GARBÙI. Garbuglio. 

Garbejare in basso latino valeva mettere le 
spiche mietute in garbe o gerbe, cioè in fastelli 
o covoni, ciò che in ispagnuolo dicesi garbear r 
in provenzale garbejar, ed in francese engerber. 
Ora come affastellare vale anche in genere unire 
confusamente, mettere a mazzo o fascio, cosi 
garbej, sostantivo dedotto dalla prima persona 
del verbo, varrà esso pure in genere fastello, od 
unione confusa. Da garbej poi noi avremmo fatto 



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— 288 — 
garbiij adottando, invece della sottile e, la vo- 
cale u come più cupa e più spregiativa. Di qui 
i verbi Ingarbujèr e Sgarbujèr. 

GARGÀM. Scanalatura. 

Alla voce scarcajér si vedrà che da una pa- 
rola greca la quale significa ugola e gola, ven- 
nero gargarizare e gargarismo, come vennero • 
le toscane gargatta e gargozza, non che le oc- 
citane gargamela o gargamella sempre per gola. 
Gargàm è dunque quanto golame, ossia quel- 
T incavo o quella gola che son fatti per accogliere 
a combaciamento quanto di mobile adatto vi si 
vuole inserire. Siccome poi la scanalatura non 
lascia scorrere Y insertovi se non che per un 
verso, e per gli altri lo rattiene, così in Modenese 
si dice ingargamèr e ingargamè di cosa appunto 
inserta e che non si può riprendere coli' usata 
facilità. 

GARÙ. Nucleo, Ganglio. 

Come da Nux si fece nucleus, così da carios 
alla greca per noce, si fece caricleus, o cariolus, 
donde cariglio o ganglio, caruglio o garuglio, o 
garullo, secondo la varia pronunzia che davasi al 
v greco. Anche gli Spagnuoli hanno garullo per 
nocciolo. 

GARUFANÈR metaf. Percuotere colle mani. 

In lingua furbesca la mano si chiama gami- 
fanén da zinch foj, accennando alle sue cinque 



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— 289 — . 

dita: perciò, sempre furbescamente, garufanèr 
un vale percuoterlo colle mani, sieno queste a- 
perte o sien chiuse. 

GATT. Usato in plurale per quei Fiori a 
fiocco, od a modo di grosse ciniglie, che 
pendono dai noci o da altri alberi, ed 
anche per quei Rotolini di peli e bruscoli 
intrecciati che si formano sotto le mo- 
biglie ove si scopa di rado. 

I Francesi dicono chais in plurale a quei foU 
les fleurs de certains arbres, comme les no- 
yers etc. che nominano ancora chatons, à cause, 
spiegano i Vocabolaristi, de leur ressemblance 
avec la queue d' un chat Noi Galli cisalpini 
diciamo puntualmente lo stesso, come si avvertì 
superiormente, a nuova prova delle antiche no- 
stre origini. Quegli intrecci poi di lanugine e 
pulviscoli cui applichiamo lo stesso nome sono 
anche detti (per essere gatti fattizii e non na- 
turali) a modo di distinzione, gaitii o gattigli, 
dai quali, ponendo mente all' inestricabile viluppo 
loro, si compongono i verbi ingattièr e desgat- 
tièr, per avviluppare, intricare e confondere, ed 
air opposto per isviluppare, districare e riporre 
in assetto. Non voglio però ommettere di qui 
. aggiungere le seguenti parole del valentissimo 
nostro Parenti colle quali egli fa derivare i sud- 
detti verbi direttamente da gatto animale: = 
Noi Lombardi abbiamo Ingattigliare e Ingattiare 

Saggio ecc. 19 



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— 290 — 

nel senso di scompigliare o malamente avvolgere 
•ed aggroppare, e diremo p. e. una matassa in- 
gattigliata, con viva metafora, esprimente V a- 
zione di un gatto che vi avesse giucato per entra 
coir ugne. Per converso il Disgattigliare o Sgat- 
tigliare è per noi fl ricomporre la cosa per tal 
modo disordinata, il trovarne il bandolo smar- 
rito, il trarne fuori ciò Ghe v'era stretto, at- 
tortigliato, confuso. = 

GATT MGNÒN. fandèr in). Andar gattone 
o in gattone, porre in terra le mani e 
camminar lento su quattro. 

De* Gatti ne ha due maniere, de' salvatici cioè 
e de' domestici, e questi ultimi, per ipocorismo, 
si dicono mignoni, dai Francesi minons, e da 
noi mgnón. Andèr in gatt mgnón vale dunque 
andar carpone lento e badato, come fa il gatto 
inucio o casereccio quando Tuoi sorprendere il 
sorcio. 

GATTÙZZEL. Solletico. 

I Francesi, prendendo motivo dai molti frega- 
menti e dalle moine e ripassate del gatto, dicono 
gattugliare, o ckatouitter, ciò che i Vocabolaristi 
spiegano = causer en certàines parties du corps, 
par un attouchement léger, un mouvement in- 
volofitaire, un treasaillement qui provoque ordi- 
nairement à rire, solleticare, fare il solletico = 
"Noi Galli Cisalpini, per render meglio la legge- 



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— 291 — 

rezza dei toccamente, moviamo non da gatto, ma 
dal vezzeggiativo gattuccio o gattuzz, e ne de- 
duciamo il verbo gattucciolare o gattuzzlèr, per 
cui gattùzzel sono le gattucce, ossia le moine 
gattesche che ci rappresentano i destri soffrega- 
menti delle nostre dita. Fèr el gattùzzel risponde 
quindi a fare U solletico, ed a ciò che in alcuni 
luoghi del Veneto si dice, fare le gattarigole. 

GAZÒ. Morbilli. 

La nostra gazza o gazzera è la pica varia; 
e, come appunto dalla varietà o dal bicolora- 
mento in genere, deducemmo i varò o vajuoli, 
così del pari dalla gaza variata femmo gazò 
per quella eruzione cutanea o vajuolo spurio che 
bicolora la nostra pelle. Il verbo gatèr si ma- 
nifesta tra noi nelle varie appellazioni con che i 
Triganieri qualificano i colombi di due colori: e 
si può ricordare ohe i Veneziani chiamano ga- 
zartela il tordo maggiore, da noi detto sturdéga 
e stordélo dai Veronesi, precisamente dall' aver 
picchiettate o vajolate le piume. Anche in fran- 
cese il verbo agacer può avere il significato di 
picoter. 

GETÒN. Marca, quarteruolo, brincolo. 

Voce interamente francese: Jeton. 

GIAGÈR. Gioire. 

Gau era un' antica voce opica conservataci da 
Ennio, la quale colla desinenza albana divenne 



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— 292 — 

Gaujum, e colla dentale diaframmatica Gaudium. 
Dal plurale gauja venne per sineresi goja, e per 
ischiacciamento gioja. Lasciando invece intendere 
la vocale prevalente del dittongo uscì V aggiun- 
tivo gajus per gaudiosus. Da questo doppio modo 
di enunciare i dittonghi latini la lingua occita- 
nica trasse indifferentemente Joi e Jai, ossia 
Gioì e Giai per Gioja, dalla quale ultima enun- 
ciazione Giai, come i Veneti da Gioì fecero zogza, 
noi femmo giagia, donde giagèr quasi giogiare 
o giojare o gioire, per esprimere meglio colla 
vocale lata la grassa gioja. 

GIANDÉNA. Mandorletta o Ghianda da 
muschio. 

Detta così da noi perchè, tra i ninnoli e le 
bazzecole del piccolo commercio di galanterie, si 
vendevano certe scatolette ad ovolo con entro 
ghiande gentilmente lavorate al tornio, le quali 
racchiudevano spugnette o muschiate o rese odo- 
rifere da altre essenze. Di qui la frase: al per, 
o, la per una giandéna per qualificare un uomo 
od una donna che s' inzibettino e si carichino di 
estratti odorosi. 

GIUTTÒN. Gitterone o Gittajone. 

Piuttostochè da mozione del latino gith pas- 
sato alla terza imparissillaba, si direbbe che noi 
chiamiamo la nigella romana, giuttón quasi 
ghiottone, dallo smungere che essa fa il terreno, 
a danno del vero biado, cioè del buon seme. 



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— 293 — 

GMÉRA. Vomere. 

Che la nostra gmèra venga dal vomer latino 
si sente da tutti; come venga spetta il dirlo alla 
linguistica comparata, la quale, in attesa di me- 
glio, potrà dir come segue. Il v latino si mutò 
spesso sulle bocche dei Gallo -franchi, in w e 
poscia in g. Per ciò noi Modenesi, non diciamo 
vomito, ma gómit. Ora sappiamo da Varrone che 
vomer viene da vomo, quod vomit terra, cioè, 
secondo noi, perchè al gomita la terra. Premesso 
ciò avvertiremo come un modo di magnificare 
nei nostri dialetti, sia quello di passare la voce 
dal genere maschile al femminile, talché per noi 
póndga vale più dipóndegh, sorga più di sòregh, 
pala più del maschile che ha solo palott; Vo- 
me^a dunque per noi magnificava il vomero 
latino, di quanto V aratro gallico a carruccio 
sorpassava V aratro romano manesco. Ma accet- 
tata la desinenza femminile in a, questa non po- 
teva essere fognata come la maschile in o, perciò 
noi potevamo ben dire gómit da gómito, non 
potevamo dire gómer da gémerà. Avrebbe dun- 
que bisognato che noi dicessimo tutto intero gó- 
mera, se ce lo avesse concesso il fondo gallico 
dei nostri dialetti su cui veniva ad influire il 
linguaggio Romano. Ora ciò non ci poteva esser 
permesso, perchè, com' è noto, le lingue galliche 
sono ossitone, non baritone, cioè non permettono 
che T accento tonico si arretri oltre la penulti- 
ma. Bisognava dunque che noi Galli cisalpini pro- 



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— 294 — 

nunciassimo goméra non gòmera sdrucciolo. Po- 
sto ciò, ecco tosto la o di goméra divenire im- 
pacciosa per salire all' arsi tonica, e quindi es- 
sere fognata dai parlatori espediti, e far riuscire 
spontaneamente la gméra soprallegata. 

GMISCÉLL. Gomitolo. 

Dal latino glomus uscivano glomulus e glo- 
mitulus, che, per facilità di pronuncia, perdeva 
tra i Toscani la liquida, e diventava gomitolo. 
Ma le Lingue Romanze non s' arrestavano ne' 
minorativi, e però come domnus stendevasi in 
domnicellus, così glomus in glomicellus, donde 
gmiscéll; e per dolcezza misceli. Gmiscéll poi 
gettava altresì la liquida, come èter e ètra per 
altro ed altra, e fognava la vocale breve iniziale 
come gméra per goméra. 

GNÀGNRA. Febbricciatola di poco rilievo, 
ma che vuol essere crogiolata in letto per- 
chè non immaligni. 

Solo che noi ricordiamo come nel dialetto pa- 
trio la g si applichi alla n per renderne pin- 
guescente la pronuncia ( gnacra, gnint, gnanch, 
pagri, gnucca, ecc.) e come essa n possa scu- 
sare la propria ausiliare e {canoa ecc.), vedremo 
prontamente riuscire dall' arruffata nostra voce, 
la più gentile riarmerà, la quale accennerà con 
bel modo a quella inqualificata indisposizione che 
suol meglio curarsi col far la nanna, e coli' an- 



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— 295 — 

dare a nanna,, di quello che' con rioaedj incerti 
e presi a casa, e ciò almeno sinché si venga spie- 
gando la natura dell' incommoda malsanìa. In- 
vece di Gnàgnra diciamo anche Gnagnétta. 

GNÌNT. Niente. 

Era uso volgare latino il rendere pinguescente 
la pronuncia della n iniziale, dicevasi quindi gna- 
tus, gnosco, gnobilis, gnarus, gnavus, gnotus 
invece di natus % nosco, nobilis, narus % navus, 
notus. Per conseguenza il ne ens quidem, col 
sostituire la caratteristica, propria dei regimi, alla 
sibilante, propria del soggetto, non solo diven- 
tava neent, o ne ente* ma diventava gnént, e 
per più sottili enunciatori, gnìnt. 

GNÒLÀ. Miagolo, e per similitudine, Pia- 
gnistèo lungo e nojoso. 

Il miào de' Toscani è per noi gnào, e quindi 
il loro miagolare è il nostro gnaulèr, o gnulèr, 
o gnolèr. Come da miagolare esce miàgolo, cosi 
da gnolèr esce gnòla. Gnóla, dunque è propria- 
mente il nojoso e sguajato gnào-gnào dei gatti, 
come piòta è V insistente pio-pio dei pulcini. 

GÒINA. Gozzaja* 

I nostri contadini nominano così quella goz- 
zaja morbosa ed acquajuola che viene alla gola 
delle pecore per mala pastura, e specialmente 
per terra ingojata menandole al pascolo dopo 
un' acqua battente, eh' abbia fatto risalir sull' 



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— 296 — 

erba il terriccio prima polveroso e riarso. Góina 
è una delle molte varietà con che indichiamo la 
gola, o la gorga, o la gorgia, o la gargozza o 
il gorgozzule, che fu pur gogna e valse perciò a 
significare il collare che si metteva al collo o 
alla gogna dei delinquenti. Da questa góina o 
gógnia o gogna venne ingugnèr per ingollare. 

GRAMMUSTÉN. Vinacciolo. 

Dal vinaceum latino nasceva vinaceolum, don- 
de il vinacciolo Toscano, e il Modenese vinazzóL 
Vinaceum era però un aggettivo sostantivato, 
e che si compieva dicendo: granulum o granum 
vinaceum. Noi, mantenendo la composizione, ed 
osservando che il detto granello è cosa piuttosto 
del mosto che del vino, lo chiamiamo grano- 
mostino, e, per attraizione della m susseguente, 
gr ammostino, come chi dicesse: granum mu- 
steum. 

GRANFI. Granchio. 

Romanizzando il teotisco krampf non usciva 
cramfìus, ma- cramfi, per quel modo antico che 
ci mostra Mùmmi, Pompili, Papi invece di 
Mummius, Pompilius, Papius, ecc. 

GRAPP. Grappolo. 

Pare dal Germanico krapp, uncus, harpago, 
donde krappen il nostro aggrappare o grap- 
pare o graffiare, per dire, applicato ai frutti, 



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— 297 — 

quanto si può carpire a un tratto colla mano 
adunca, o con altro istrumento da ciò. Così di- 
ciamo, presa, pizzico, pugno ecc. per ciò che si 
prende, pizzica od impugna. 

GRÌNGA. Gronda, Sponda - Gringa dal fossi 
Labbro estremo verso il cupo del fosso. 

I nostri Rustici mutano facilmente il d in g, 
tanto che ne escono strane voci, come giàngla 
per glandola, giva per dsiva o diceva, ingiù- 
strtaiper industria, gestrezza per destrezza. Grin- 
ga è dunque una sottile enunciazione di grunda, 
voce, non solo conservataci dai Glossografi, ma 
attestata come vivente ai buoni tempi della La- 
tinità da subgrunda, suggrunda, suggrundium, 
grundilis ecc. Vale essa per conseguenza gronda 
o grondaja, ciglio o sopraciglio del fosso, o d' al- 
tro. Dall' avvertito scambio del d in g si vede 
come dal latino grundire noi abbiamo fatto gru- 
gnir. Vezzeggiativo poi di gringa è gringola, 
quasi grundula, e V usiamo nelle frasi muntèr 
in gringola, andèr in gringola per divenir al- 
ticcio, andar col cervello su pei tetti, cioè ral- 
legrarsi col vino od altre bevande spiritose, mon- 
tar in gloria. Questa gringola per grundula, 
od in genere per sommità, altezza, la vediamo 
nel verbo francese degringoler, che vale appunto 
precipitarsi dall' alto al basso, come fa V acqua 
dalle grondaje. 



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— 298 — 

GRÌNTÀ. Grossa sporcizia, o Gromma schi- 
fosa alla pelle. 

La credo da grind o grint, che in tedesco vale 
tigna, scabbia, rogna o schianze purulenti alla 
pelle, per cui grindig è tignoso, scabbioso e co- 
perto di croste. Di qui V aggettivo nostro grint 
per isporco e sudicio, e la frase brutta grinta, 
per dire visaggio o faccia torva e schifosa. 

GRÌPP. Greppo. 

Registro la voce solo per avvertire come nelle 
vecchie Glosse si legga Grippus interpretato per 
Superbus, e per dedurne che forse tale signi- 
ficazione dipendeva dal nostro vocabolo indicante 
quelle altezze superbe per aggiunger le quali bi- 
sognava aggrapparsi, sicché grippus aggettivato 
poteva riuscir anche alla nozione di altezzoso, 
altiero e simili. 

GRÌZZA. Specie di muro a secco fatto con 
mattoni levati dalla fornace e disposti 
ritti T uno accanto all' altro, e non a 
spianate. 

Seguitando il Palmerio e Giulio Cesare Sca- 
ligero, io ho mostrato altrove ne' miei Studj 
linguistici, come la e e la g fossero talvolta let- 
tere intensive e di scolpimento che si antepone- 
vano alle voci per renderne più vegeta V enun- 
ciazione. Or qui pure mi sembra che la regola 
possa trovare applicazione. Grizza sarebbe dun- 



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— 299 — 

que quanto Rizza o rizzata, ossia un insieme 
di mattoni rizzati, non ispianati. E questa spiega- 
zione si conforterebbe avvisando che noi diciamo 
grizzól a quel tratto inferiore delle aperture 
ne' fabbricati, in cui i mattoni appunto, non si 
spianano^ma si pongon ritti per regger meglio 
o allo scalpiccio dei passanti, od ai fregamenti 
delle imposte. 

OKÒSS. Grosso. 

Ne piglio nota solo per avvertire che la voce 
è antica. Infatti il vecchio Scoliaste d' Orazio 
dice ad Ep. 11. 1. 1: = Poenula, grossa vestis 
in aestate inutilis, propter spissitudinem =. 

GIJAJÙM. Guaime, dicesi del fieno o (T altro 
di secondo raccolto. 

Noi abbiamo la voce guaime dal volgarizza- 
tore del Bolognese Pier Crescenzi, il qual tra- 
duttore, essendo toscano, ha mutato la desinenza 
in urne assottigliandola, come da lattume tosca*- 
namente si è fatto lattime. Resta però sempre 
la voce appartenente ali* Alta Italia, e corrispon- 
dente alla francese regain o riguadagno, che è 
il raccolto interposto tra il primo guadagno, ed 
il gagnage o guadagnaggio che è il pascolo. 
La voce dunque sembra avere in vista, in que' 
primi tempi di coltivazione poco artificiale, le 
praterie secche o non irrigate, nelle quali un 
secondo taglio d' erbe, dipendendo da piogge for- 



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— 300 — 

tuite, poteva prender nome di guadagnume, ossia 
di incerto e non sicuro guadagno. Guaignare e 
guaigno erano francescamente guadagnare e 
guadagno, e perciò guaignume o guajùme un 
guadagno di poco pregio e di non riflessibile im- 
portanza. Così la lana di secondo taglio e quindi 
di minore guadagno, noi la diciamo lana gua- 
jiima. Ma c'è di più: impariamo dal Roquefort 
che Guayn veniva detto in antico francese: 
L' Automne, saison du guaing, ou 1' on cueille 
les fruits; donde uscivano gayèn, gayeng, guayen, 
ed il nostro guajùm per autunnale. Fén guajùm r 
lana guajùma è dunque quanto dire, fieno o 
lana che viene nella stagione de' guadagni, ossia 
neir Autunno. 

GÙCCIA e AGÙCCIA. Ago, Agocchia. 

Da acucula minorativo di acus, con o senza 
aferesi. 

GUCCIARÒ. Vecchioni. Anseri. Castagne 
bislessate col guscio ed affumate perchè 
si prosciughino alquanto, e si conservino 
per mangiarle senza altra cottura. 

Il eh. M. A. Parenti avverte che hassi a dire 
Gusciaroli e che allora tutto è spiegato. Insi- 
stendo su tale opinione si potrebbe aggiungere 
che marroni gusciaroli varrebbe quanto : mar- 
roni affumati che prendon nome dal vendersi 
gusciati, e non sgusciati come le castagne secche. 



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— • 301 — 

È però vero che, pronunciando noi gussa, per 
guscio, dovremmo anche dire gussaró non guc- 
ciaró, per cui bisognerà attribuire la pronuncia 
gucciarò ad enunciazione montanina, non nostra, 
secondo la quale si possa dire più scolpitamente 
guccia la gassa. 

GUDIÒL. Spasso, Gaudio. 

È il gaudìolum o godiolum latino che, per- 
dendo la desinenza, da baritono diventa ossitono, 
come faséolus diventa fasól. 

GUIDÀZZ e GUIDÀZZA. Compare e Co- 
mare. 

Se non si vuole che la desinenza peggiorativa 
accenni a guida non data da natura, potremo 
pensare che guidagium, o guidaggio, era nel 
medio evo V azione del guidare, e che però la 
nostra voce, aspreggiandone la pronuncia, può 
chiamare guidazz questi cotali parenti pattizii o 
religiosi appunto per dirli guidaggi o guidajuoli, 
ossia precorritori e maestri nel buon cammino 
della vita. 

GULTÙ: nel num. del più, Orecchioni, Go- 
toni ed anche Gattoni. 

Nel Dizionario del dialetto Ferrarese leggo 
Gullun invece di GuUù, pronuncia che avvicina 
più la voce al comune gotoni, o false gote. Si 
direbbe però che noi, insieme coi Ferraresi, no- 



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— 302 — 

minassimo gli orecchioni, non da gota (antica 
gauta e gatta , la quale dà gattoni e gattoni), 
ma da gula o guttur, cioè gulutur, gultur e 
guttur. Gultù equivalendo a gultuti, come sbattù 
equivale a sbattuti, suppone un verbo gulutere 
o gultere, che non varrebbe V altro gulutire o 
gultire, donde per metatesi glutire, e deglutire, 
inglutire ecc., ma varrebbe quanto noi potremmo 
dire gozzare o far grossa gola, avere insomma 
la malattia che dalla bassa Latinità fu nominata 
gutturna o gutturnia. Seguitando questo corso 
di idee i Gultoni dei Ferraresi, ed i Gultuti o 
Gulututi nostri, essendo quegli ingrossamenti che 
vengono alla gola sotto il pendulo delle orecchie, 
prenderebbono nome, come si disse, da una mo- 
zione di gula, piuttostochè da altre o di gota o 
di orecchio. Non è però da ommettere dal pa- 
ziente Glossografo una proprietà del nostro dia- 
letto, cioè la facoltà di inserire in mezzo alle 
voci una l epentetica, che permette al popolo di 
pronunciare silt, non sit, per sito. Dietro una 
siffatta avvertenza Gultù potrebbe essere quanto 
Gutùy e confondersi onninamente con Gotoni. 

GÙSSA. Guscio. 

Ricordiamo il nostro etnico gallicismo, e di- 
ciamo, coi Francesi, gousse. 



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— 303 — 



JÀDGÀ. Lugliatica, lugliola ( agg. di uva ). 

Dicesi dell' uva primaticcia e che si denomina 
dal mese in che matura. Ausiliando la d, pro- 
nuncia molle della t, e schiacciando la j, ini- 
ziale, jadga riesce gliatica, ed è esempio di afe- 
resi secondo la quale la pronuncia sopprime la 
prima sillaba, come in basén per bambagino, stùga 
per festuca, Gnesa per Agnese, spéres per aspa- 
rago, nddra per anitra. Aferesi più notevole si 
ode nel saluto torsuò, in cui sono invece sop- 
presse tutte le due prime sillabe, servi-tor suo. 
Esempi invece di apocope li abbiamo in incó per 
in hoc die, od in hodie, nel quale vediamo la 
voce hodie raccogliersi ito co o eoo mutando lo 
spirito in iscolpimento come facciamo pronun- 
ciando nihil, in tecc per tect-um f ove si rad- 
doppia la e per attraizione della prima conso- 
nante, al contrario della lingua comune che da- 



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— 304 — 

rebbe tett per attraizione della seconda; in me 
per me-us o mio; in mò per mo-do, ora o tosto, 
e così va dicendo. 

IMBIBÌ. Imbevuto. 

Dal latino imbibitus, che porta innanzi V ac- 
cento tonico, sia per indizio del troncamento sof- 
ferto, sia per effetto del passaggio che il verbo 
fi dalla terza conjugazione breve alla quarta 
lunga, pronunciando noi imbibir, non imbévere. 

IMPANNÈDA. Impannata. 

Dopo che T uso generalizzato del vetro e del 
cristallo ha relegato solo ai tugurii V impiego 
degli altri diafani imperfetti, noi confondiamo in- 
sieme T impannata e V incartata. Non era cosi 
anticamente; questa era un telajo coperto di 
carta, quella era un telajo altresì, ma coperto 
di panno, cioè di pannolino o di tela. 

IMPANTALÈ. Impiantato, fermo sui pie o 
sulle piante. 

Viene da inplantalare od implantalare verbo 
epentetico che prolunga implantare, come ciac- 
carlèr prolunga ciaccarèr e simili. La fogna- 
tura della liquida è cosa consueta. Infatti da 
planca si fa panca e banca, da oricla urècia. 
Ponendo poi mente a quanto diremo in fine della 
voce Pata, si vedrà insieme il perchè noi a questa 
voce uniamo la idea di essere bensì fermo sui 
pie, ma colle gambe aperte o divaricate. 



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— 305 — 

IMPIÈR e IMPIZÈR. Accendere. 

Voci grecaniche, dalle quali, per facilità di 
profferenza, è stata espulsa la r, ed assottigliata 
la vocale iniziale ' EpnvQov, ed E/invQtSa> valgono 
appunto, incendo, infiammo. 

IMPIPÈRSLA. Infischiarsene. 

Compendia la frase: fumarsi i guai nella pipa. 

INASCARÌ. Inuzzolito. 

Ascarida-dae vien detto una maniera di ver- 
micciuolo o pelliccilo che, ove tocchi l' uomo, gli , 
pone intorno un prudore insoffribile. In Francese 
ascaride. ( Vedi : Addenda Lexicis Latinis del 
Quicherat ). Di qui abbiamo la voce Ascher o 
Dascher per ismania, ciò che altrimenti noi di- 
remmo sbriisia o cociore, e di qui il verbo ina- 
scarìr per entrare in frega o in prurito: avoir 
demangeaison. V. Ascher. 

INCIÒVA. Acciuga, Alice. 

I Latini chiamarono questo piccolo pesce, halec, 
halecis, donde per assottigliamento usci alice. Al 
contrario i Francesi lo dissero anchoix od aw- 
chois , gli Spagnuoli anchiova , gì' Inglesi an- 
chovy, ed andava i Genovesi, che nel Medio 
Evo ne fecero ampio commercio. Nella nuova 
edizione Parigina del Glossario del Du Cange, 
sotto la voce Anclua, si riferisce il seguente 
esempio tratto dagli Statuti Montis-Regal p. 318. 

Saggio ecc. 20 



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— 306 — 

= Item prò quahbet barile sardenarum, vel an- 
cluarum solvat octo denarios =. Da questa an~ 
clua, sostituendo lo schiacciamento alla liquida, 
veniva anciùa e per attraizione acciùa, e da 
questa V acciuga d' oggiddi. Se noi, invece di 
ancióva diciamo il più spesso incióva, credo che 
ciò sia per queir assottigliamento che ci fa pro- 
nunciare incora invece di ancóra, ingrossa per 
angoscia, inguélla per anguilla ecc. 

IN CO. Oggi. 

Ho altrove mostrato che co, o schiacciatamente 
, ciò, qui, qua sono il rovesciamento consueto di 
hoc, hic hac: per conseguenza incò, è quanto 
in-hoc, sottinteso die. Vedi alla Voce Jàdga. 

INDÉVES dicesi della Persona svogliata e 
che non appetisce verun cibo. 

Devescere, come devorare, era il mangiar 
tutto, indevescere doveva per contrario signifi- 
care il mangiar poco di tutto e di mala voglia. 
Si direbbe dunque che la nostra voce venisse da 
Indevescens. 

INGHERLÌR, INGARLÌR e INGURLÌR. 
Intormentire , indolenzire , aggranchiare, 
istupidire. 

Risponde all' occitanico engordir, ed all' oyta- 
nico engourdir, i quali hanno puntualmente tutte 
le sopravvisate significazioni. Quintiliano ci av- 



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— 307 — 

verte che Gurdus o Gordus era una voce ispa- 
nica, che introdottasi nella Latinità valeva ori- 
ginariamente obeso, e per traslato stupido e 
inofficioso. Da gurdus usciva dunque ingurdire 
per istupidire, e da gurdulus poteva uscire w- 
gurdulire, e per crasi ingurlire, donde poi la 
varietà più. o men lata delle enunciazioni che il 
verbo ottiene tra noi. 

INGUÀNGUEL. Gangoloso, malaticcio, ma- 
lescio. 

Dal greco yayyUov si otteneva ganglio, e, voca- 
lizzando la voce, gangolo o gangola per glan- 
dola, struma, ed in genere tubercolo e tumore. 
Il nostro Ingudnguel equivale dunque ad Ingàn- 
golo per ingangliato od ingangolato, e quindi 
per pieno di ganglii e di nojosi malori. Di qui 
si intravede come, coli* aggiunta della s d' effi- 
cacia, possa uscire presso noi la Cumpagnia dia 
Sgàngla per la Compagnia dei male in gambe, 
e metaforicamente dei mal provveduti ed immi- 
seriti. Alla voce Sgdngla proporrò nullameno 
un' altra possibile interpretazione, tra le quali 
vorrà poi scegliere l'erudito lettore. 

INGUGNÈR. Ingojare. 

Se golare e goleggiare sono spiegati dalla 
Crusca per appetire, agognare o agugnare, cioè 
averne gola, segno è che gola ( la quale, non 
solo fu golia e goja, donde goliare e ingojare 



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— 308 - 

per porre in gola, non solo fu golia, donde tn- 
golfare, non solo fu gorga e gorgia donde in- 
gorgare, ingorgiare e gorgione per ingorgatore, 
non solo fu gorgozza e gorgozzule e gozza, 
donde ingozzare) fu pur anche gonga, e per 
metatesi, gogna e gugna, donde 1' agugnare di 
Dante per appetire e goleggiare, e V ingugnare 
de' Modenesi per ingojare o ingollare, e rangu- 
gnèr, o ringognare, pel grido rauco che si lascia 
intendere in gola specialmente dai cani, cioè pel 
ringhiare donde abbiam fatto rangugnòn per 
brontolone. 

INPÉ. Invece. 

Suol dirsi: se io fossi ne* vostri piedi, farei 
ecc. per significare: s' io fossi voi. Noi ne ab- 
biamo tratto F avverbio inpé per in piede, o 
ne 9 piedi: sicché, p. e. vgnìr inpé d 9 un èter si- 
gnifica non venire sui piedi proprj, ma figura- 
tamente sui piedi altrui, e quindi è un venire 
sostituendo 1' assente ed un farne le veci, quasi 
spedito per un alter ego dall' assente stesso. 

INSÉDA. Innesto, Pianta innestata. 

Se insero faceva nelle scritture insevi ed in- 
situm, e non insatura dal satum del positivo 
sero, si dee credere che nella lingua parlata, non 
solo facesse inserui ed insertum, ma anche in- 
setum. Lo provano la nostra inséda per inne- 
stata, ed il verbo toscano insetare per innestare. 



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— 309 — 

Come poi da inserere femmo inserire, così da 
insetare, od insdèr, femrao insetire, od insdir, 
fognando la quiescente della s per raggiungere 
più prontamente la vocale tonica. 

INTAJÈRSEN. Accorgersene od avveder- 
sene. 

Farsene la tacca o il taglio nella tessera in- 
tellettiva, tenerne conto per dedurne le conse- 
guenze opportune, farne rimarco. Frase tratta 
dai tagli che si fanno sulle tessere o stecche 
memoriali da chi non sa scrivere, e p. e. da chi 
va col latte alla cascina comune, e così conteg- 
gia col cascinajo. 

INTRÀMPEL. Vecchio cascatojo, e in ge- 
nere Uomo irresoluto. 

Trampolo è notò strumento che s' adatta sotto 
i piedi per alzar la persona, ma che insieme la 
rende mal destra, ed in prossimo pericolo di 
traboccare. Sul proposito scrive il Davanzàti 
z=z I piaceri sono monti di diaccio, dove i gio- 
vani corrono alla china, aggiungovi, in tram- 
poli. = Essere in trampoli, correre in trampoli, 
stare in trampoli, e così di, è dunque la frase 
ricevuta, e da questa noi abbiamo composta la 
voce intràmpel, e V applichiamo od ai vecchi 
cascaticci, od ai giovani disadatti ed irresoluti, 
non che in genere ai tentennoni impacciosi, sui 
quali non è a far fondamento di pronta ed effi- 
cace determinazione. 



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— 310 — 



LAMA. Mallo. Scorza mala (cioè cattiva) 
delle Noci. 

Lama è metatesi di Mala che noi pure usiamo 
indifferentemente, per cui 1' opera di levare il 
mallo alle noci vien detta tanto slamèr, quanto 
smalèr el nòs. A testimonio poi che la diritta 
voce è mala non lama, sta il fatto che la noce 
screata viene detta mallón, non lamón. Mala 
dunque è mala corteco, e smalèr el nos vale 
toglierne il malo e lasciarvi il buono. Vedi an- 
che alla voce Mala. 

LAMBRÉCCIA. Pianella. 

Dal francese lambris, donde lambrisser, lam- 
berctèr. Noi abbiamo ristretto il significato della 
voce a quella maniera di mattoni lati, lunghi e 
sottili che scusano le tavole nei soppalchi, o nel 
coperto dei tetti. 



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— 311 — 

LANS. Ànsia, Affanno. 

Se al verbo anxiare od anxare, ed alle voci 
anxitudo ed anxietas togliamo le mozioni ed i 
finimenti, rimane la radicale anx, ancs, od ans 
che deve significare affanno. Questa radicale la 
intravediamo nella parola composta anxifer , e 
la vediamo nella nostra semplice lans per affanno 
o lena affannata, la quale non è che la primitiva 
ans, a cui si è prefissa la l per proprietà loquelare 
del nostro dialetto, come in languria, lùmid, lam 
per amo ecc. Da lans poi esce il verbo lansèr 
per ansare, anelare, alenare affannosamente, 
siccome da ans sono pure le voci più compite 
e baritono ansa od ansia, ansare, ansioso ecc.: 
Suir ultima delle quali potrò avvertire che que' 
che pronunciano anzioso, trovano nelF antios, 
ricordato da Festo, quanto occorre per prestar 
fondamento air antiosus dai medesimi prediletto. 

LASÉNA. Ascella, Ditella. 

Isidoro 1. XI. e. 1. deduce il sostantivo Latus, 
a latendo, quia lateat condaturque sub axillis. 
Dietro tale avvertenza si potrebbe credere la 
nostra lasina detta essa pure a latescendo, quasi 
latescina, conciossiachè essa rimanga altresì la- 
tescente e nascosa sotto le braccia. Questa voce, 
che abbiamo in comune coi Ferraresi, è antica 
abbastanza, leggendosi nelle nostre Croniche di 
Giovanni da Bazano Murat. Rer. Ital. Script. 



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— 312 — 

T. 15. col. 613, in proposito della Canzia rite- 
nuta complice principale nella morte di Andrea 
d'Ungheria, e che sofferse in Napoli estreme 
torture: dimiserunt ipsara in mari usque ad la- 
senas absque confessione, quae, cum tot tormenta 
ferre non valeret, horribilia fuit confessa. • — Chi 
però volesse vedere un rapporto tra el làch del 
gamb, che per noi sono le cavità opposte ai gi- 
nocchi, e el lasèn di braz, cavità opposte alle 
spalle, quasiché queste fossero un diminutivo di 
quelle, potrebbe in lacus, lacunar, lagena ecc., 
derivati da una voce greca che vale fossa, tro- 
var fondamento per arguire che i due vocaboli 
accennino insieme alle cavità ed alle concavità 
maggiori o minori che si presentano nel corpo 
nostro. Vedi alla Voce Léga. 

LATT. Fèr gnìr i latt ai znòcc. Far cascar 
le budella, annojare all' estremo. 

Lactes presso i Latini si nominavano i pingui 
intestini anche umani — propter mollitiem et 
lacteum colorem; per cui Celso 1. 4. scrive: := 
lactes dicuntur graciliora intestina, per quae la- 
bitur cibus, quae tria sunt, tenue, jejunum, py- 
luros — Per esprimere dunque enfaticamente 
che un discorso, un racconto vi riesce nojoso, 
fastidioso, indigesto, diciamo figuratamente che 
esso vi sposta gì' intestini, e vi rende erniosa 
per modo da farvi sbonzolar sulle ginocchia, non 
solo gli estremi intestini, ma ben anche i supe- 



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— 313 — 

riori e più vicini al ventricolo, cioè i latti. Plauto 
nel Cureulione 2. 3. 40. facendo parlare il Pa- 
rassita, gli pone in bocca: 

Os amarum habeo, dentes plenos, lippiunt fauces fame, 
Ita cibi vacivitale venio laxis lactibus. 

Noi ammettiamo i latti molto più rilassati del 
possibile, e vinciamo Plauto nell' iperbole. Chi 
non ricorda queste poche cose, crede correggere 
il motto: fèr gnìr i latt ai znòcc, far venire i 
latti alle ginocchia, dicendo : fer gnìr al latt ai 
znocc, far venire il latte alle ginocchia, e in- 
vece lo perturba, sia facendo singolare il plu- 
rale appellativo di certi intestini, sia lasciando 
credere che qui si tratti di latte (lac), dove in- 
vece si tratta di latti (lactes). 

LAVÀCC. Guazzo o fango molle, intriso ed 
acquoso. 

Da lavèr femmo V iterativo lavaccèr o sia- 
vaccèr, e da questo lavdcc per quella fanghiglia 
guazzosa in che si van lavando, più che impian- 
tando, gli stivali. Vedemmo già come la Lingua 
d'oc aveva Lavaci. 

LEÀ.NDER. Rhododendros o Rosa arborea. 

Plinio ci dice che il Rododendro non aveva 
proprio nome in latino; per ciò conservava la 
greca appellazione, o mutavala in altre o la cor- 
rompeva. Di tali corruzioni ne offre Isidoro nelle 
Origini un' opportuna testimonianza scrivendo : 



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— 314 — 

Rhododendron, quod corrupte vulgo Lorandeum 
vocant. Si può supporre che vi si possa leggere 
Lorandrum non Lorandeum, e che il nostro 
Leandro venga da quel antichissimo storpio. 

LÉGA colla e lata. Legamento, Aderenza, 
Condensamento, ed anche quella Cresta 
di terreno che V aratro solleva dal solco. 

Le frasi de' nostri contadini tgnir la léga, o 
fèr la léga si usano in discorso del terreno u- 
mido che, in arandolo od in vangandolo, si tien 
unito, splendidamente compatto e non si sbri- 
ciola. Se léga non è una pronuncia lata di lega 
per legata o legamento, potrebbe avere le sue 
lontane radici nel perduto lacare, positivo di 
lacunare, e che varrebbe alzarsi in isponde ca- 
paci a contenere specialmente de' liquidi. Un' idea 
di aderente continuità l'avremmo ancora nelle 
Lagane ricordate da Acrone ne' suoi scholii ad 
Orazio, e che son le madri delle odierne nostre 
lasagne. Vedranno gli Etimologisti Italiani se 
nel verbo lacare, ricordato di sopra, si possa ri- 
scontrare T origine di lacca. 

LÈV. Polmone. 

Aggettivo sostantivato. Vtscus leve, cioè il 
viscere lieve, cosi pei suo ufficio aereo o pneu- 
matico, come per la maggior sua specifica leg- 
gerezza a confronto del cuore e del fegato. 



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— 315 — 

LIGÀMB. Tratto di fune lungo circa due 
metri, col quale i nostri contadini legano 
i covoni. 

Da lìgamen doveva uscire ligàm, essendone 
uscito ligamb stimo che la b finale sia da at- 
tribuirsi a quella epentesi che nelle lingue o 
galliche o gallicizzanti suol verificarsi dopo la m f 
e che fa uscire chambre da camera, flamber da 
fiamma ecc: per cui credo ligamb pronuncia 
gallica di ligàm. 

LÌMM. Legumi. 

Noi sappiamo da Varrone che si diceva legu- 
men, quicquid ex terrae 3atis in siliquis nascitur, 
a legendo, quod manu legatur — Così i nostri 
villici traducono limm in roba da scurnécc, o 
in roba negra, cioè semi in baccello o neri a 
confronto del frumento. Limm sembra dunque, 
piuttostochè di legumen, scorcio di legimen o 
ligimen, che diventa rusticamente ligmen, e poi 
limm per attraizione e per apocope. Lego si mo- 
stra Ugo in composizione, come in colligo, se- 
ligo, deligo, eligo ecc., e d' altra parte la nostra 
pronuncia della i in limm è oscura, e sente tanto 
la e quanto la t. 

LINZÈR. Incidere, aprire. 

Secondo i Glossarj Germanici lenten in teotisco 
era solvere o laxare, donde Lenz per Ver od 
Aprilis, quia hiems adstricta solvitur adventu 



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— 316 — 

veris: di qui tentare per lavare. Letzen o Lez- 
zen era invece scindere, secare, ed anche vio- 
lare seu damnum inferre quocumque modo. 
Si potrebbe supporre da Lezzen uscito per epen- 
tesi il nostro lenzare, che ha appunto tutte le 
ultime vedute significazioni. Un ricordo V avrem- 
mo nella voce zeda, da vedersi a suo luogo, per 
caedita o tagliata, o cesale, che presuppone una 
pronuncia del caedo latino che dia zeere o zeare: 
allora inciare od inzèr equivarrebbe ad incide- 
re, e linzèr uscirebbe da quello stesso aggiu- 
gnincapo che ci fornì lansèr per ansare, lazza 
per accia, languria per anguria, lam per amo 
lumid per umido; ed il non lontano torrente 
Enza, che si trova scritto indifferen temente an- 
che Lenza, varrebbe ad un bel circa quanto Sicla 
o Secula, l'odierna Secchia, ossia prenderebbe 
origine da una barbara pronuncia di incidere, 
come T altro la trarrebbe dal verbo secare — 
Lenz poi nel nostro dialetto risponde a linzè, e 
significa aperto, inciso, o tagliato. 

LÌSPA. Vespina, Viperina. 

Lo diciamo di fanciulla che ad una precoce 
furberia aggiunga un personale gracile e min- 
gherlino. La voce è interamente greca dicendosi 
in quella lingua Uano* tanto il callidus, quanto 
il macilentus ed attritus. 

LÒCCH. Lolla, loppa, pula. 

La voce si direbbe grecanica, e dedotta da 



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— 317 — 

%èff, donde Xoxsia purgamento* in utero post 
partum reliqua. Il nostro locch sarebbe insomma 
il luogo natale del grano, ossia F ovo o il fol- 
licolo che naturalmente F involve e lo custodisce. 
Qui accennerebbero i loci, o loca locorum, de' 
Latini. 

LÓGHER. Podere. 

Dobbiamo ricordarci che i Coloni Romani ve- 
nuti tra noi parlavano il linguaggio di Nevio e 
di Pacuvio, per cui sapendo che: olim locus idem 
erat ac fundus vel ager, donde locuples per 
possidente terre , troveremo consentaneo colla 
storia dei linguaggi che nel nostro dialetto lógher 
valga fondo, podere, e lugrétt poderetto. L' al- 
terazione poi della forma lógh nelF altra lógher 
sembra dipendere dalla desinenza neutrale iin- 
parissillaba, che, prediletta massime nel plurale, 
ci diede luogora, pratora, gradora, tempora e 
simili. Lógher sarebbe dunque lógre, scorcio 
dell' ablativo singolare lócore o lógore, con quel 
solito trasponimento finale che da vetro, pietro, 
onagro ecc., non fa uscire vedre, pedre, mègre, 
ma bensì veder, péder, mègher ecc. 

LÒRGNA in senso metaf. Melanconia, ta- 
citurnità, preoccupazion d' animo- 
Forse dal francese lorgner, guardar sottecchi 
e di traverso, non palesemente ed in faccia, 
avremmo fatto lorgna per la guardatura di chi 



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— 316 — 

va a capo basso, e mira le persone come suol 
dirsi a mezza vita. Di qui poi per traslato lorgna 
varrebbe la preoccupazione morale che ha per 
effetto il lorgner e non il regarder. 

LOT ed terra. Zolla, Ghiova. 

Lot in genere per porzione, divisione, scom- 
partimento, e quindi anche per que T grumoli in 
che il terreno sommosso si divide, è voce inte- 
ramente francese, e che può attestare la nostra 
gallica origine. 

LOV. Lupo. 

Come si disse Jupiter e Jovis, cosi si disse 
Lupus e Lovus, e da questa vasta e rusticana 
pronunzia uscì il nostro lov. I latini nominarono 
fraenum lupatum, ed anche solo lupalus, il 
morso aspro: a lupinis dentibus, qui inaequales 
sunt, unde etiam eorura morsus vehementer o- 
best. Noi diciamo lov e luvett la trappola o la 
gherminella a scatto, che tra denti ferrei at- 
trappa gli animali e li mette in preda. Per ap- 
prossimazione diciamo anche lov e lov a ad un 
cerchio di ferro guernito di ganci pendenti per 
ghermire in fondo ai pozzi il manico de'secchj 
che vi fossero caduti sfuggendo dalla molletta 
allentata. 

LUMÀDEGH. Mucido, Stantfo. 

Limus o lumus, forse memore di ciò che in 
greco valeva luogo umido, significava in latino: 



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— 319 — 

coenum illud mollius quod ab aquis deferri so- 
let. Da ciò limaceus e limarius per umido e 
fangoso, da ciò limaces o lumaces dicevansi le 
lumacce o le lumache perchè in limo delite- 
scunt. Premesse queste poche avvertenze si ve- 
drà che quando nói nominiamo liimàdegh quel 
sito o sentore che acquistano le cose stando lun- 
gamente in luogo umido, o lumid (secondo pro- 
nunciasi dai campagnuoli ), noi formiamo la voce 
sii un antecedente lumaticus, il quale non è 
diverso dai classici limaceus e limarius soprav- 
visati, e che vale però limaccioso, ed, attribuito 
ad odore, ci rappresenta quello appunto che sen- 
tesi in luoghi umidi e chiusi. Insistendo sempre 
su queste origini, diremo ancora che i Romani 
chiamavano luma, un genere d' erba che nasceva 
spontanea in locis uliginosis, lumetum o lume- 
ctum, queste tali località, e lumarius tutto ciò 
che ad lumas pertinebat. 

LUNGAGNÒN. Procrastinatore. 

Da lungare per allungare o mandare in lunga, 
non solo viene lunga, per istriscia o fettuccia 
lunga, e lungón per molto lungo, ma da longa- 
neus viene lungàgna in genere per uomo o cosa 
lunga, e lungagnón paragoge di lungón. Dell' 
uomo pieno di lungherie, e che oppone lunga- 
gnole allo spaccio de' negozii, o che dà lunghiere 
invece di risoluzioni, sogliam quindi dire eh' esso 
è una vera lungàgna od un lungagnón. 



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— 320 — 

LUNZA colla z dolce. Costereccio. 

Da lumbitia caro, ossia dai lombi o lumbuli 
de' porci o de' vitelli. 

LUSNÈR. Lampeggiare. 

Invece di lucere noi diciamo lùser, la cui for- 
ma intermittente è lusinèr, per andar lucendo, 
che per sincope fa lusnèr, proprio della luce che 
illumina solo di tanto in tanto, cioè del lampo. 
Dalla terza persona del presente del verbo, ab- 
biamo poi, secondo usanza, lósna, per esso lampo. 
Inoltre per similitudine il nostro dialetto chiama 
lósen le monete, per lo più erose, le quali pel 
lungo attrito hanno ismarrito i rilievi, e, dive- 
nute così liscie e spianate, specchieggiano e la- 
sciano sì e no intravedere lo stampo che prima 
le distingueva. 

LUZERNÉN. Dado cavo entro cui girano 
i pernii senza scostarsi. 

Lo diciamo lucemmo dalla sua forma cupa 
e che lo fa confrontare in diminutivo con una 
lucerna ad olio. 



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— 321 — 



M 



MAGARI. Magari e Magari Dio. Dio vo- 
lesse. 

Ecco cosa ne scrive Ottavio Ferrari nelle 0- 
rigini = Apud Venetos, vox optantis. Maxd^ioi, 
utScalig. ad fragmenta Berosi: Maydp corru- 
ptum ex MaxdQoi. Sic Hispanicum oxalla, Ara- 
bicum est: si velit Deus. Magari, beaium 
essem si hoc eveniret, Fronte. Beatus, qui a- 
pud Graecos MaxdQios est = Ed il Menagio al- 
tresì nelle Origini = Lo Scaligero sopra i Fram- 
menti di Beroso Babilonio: Quidam Itali usur- 
parti magari prò utinam. Idiotismi Graeci est 
payaQi, corruptum ex paxdQioi. Sic Hispanicum 
oxala idem est quod magari; purum putum 
Arabicum, quod est: si velit Deus. Maxd^i 
l'hanno anche oggi le Glose Greco-Barbare, e 
Suida. Vedi il Glossario del Meursio. Magari è 
voce Veneziana e Siciliana, ma i Siciliani più 

Saggio eco. Si 



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— 322 — 

allo spesso dicono magari diu; cioè: uiinam 
Deus =. Anche nel Glossario Greco-Barbaro del 
Du-Cange si legge: Maydqt. Utinam. È dunque 
voce bizantina venuta a noi o dall' Esarcato, o 
per interposizione dei Veneti. I Ferraresi V hanno 
egualmente, non che i Piemontesi, i quali pro- 
nunciano magara, come fa talvolta il nostro 
popolo, per, me beato, pur beato, e ciò per at- 
trizione delle a antecedenti. 

MALA. Mallo. 

I Latini dicevano mallo mallonis la corteccia 
esteriore non mangereccia delle cipolle. È da 
supporre che dicessero così pur anche a quella 
delle noci. Noi poi diciamo mallòn quelle noci 
bacate e imbozzachite, che non avendo condotta 
a termine la maturazione dei gherigli, o nuclei, 
son tutte mallo. V. alla Voce Lama. 

MALLÒCH. Grumetto, battuffolo. 

Sappiamo che i Latini dicevano mallones, anche 
ai tumori morbosi che si manifestavano nelle ar- 
ticolazioni de' giumenti. Da mallo poteva uscire 
il minorativo malloculus come da puteus puti- 
culus ecc. donde il mallóch attuale per piccolo 
grumo o glandola. Da mallóch abbiamo poi il 
verbo maluchèr e amaluchèr, non che il suo 
contrario smalucchèr, così per aggrumare come 
per isgrumare. 



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— 323 — 

MALTJSSÉN. Mezzano d' infima classe, Coz- 
zone. 

Come si dice Cozzone di cavalli, così noi di- 
ciamo Malussèn da cavaj, e comprendiamo nella 
voce il cumulo delle furberie, de' nascondimenti, 
e delle traveggole che in simili contrattazioni 
sono costretti a subire i compratori. Nel Glos- 
sario della Media Latinità troviamo = Malugi- 
nosus KaxeviQcxfa Subdolus. In Glossis Graec. 
Lat. Adde ex Castigat. in utrumque Glossar. 
Germ. Malignosus =. Se dunque Maluginosus 
era una metatesi di Malignosus, anche malugi- 
nus sarà altresì una alterazione epentetica di 
Malignus, e vedremo nella sua derivazione da 
malignità, la cagione del dispregio in che è caduto 
il vocabolo. 

MANÉYEL. Manoso, morbido. 

La nostra voce accenna al romano rustico ma- 
nibilis per maneggiabile. 

MANÉZZ. Manicotto. 

I Toscani, dicendo manicotto, lasciano inten. 
dere una mozione di manica ; noi, dicendo ma- 
nézz, sostantiviamo Y aggettivo maniceus, che 
per sé attenderebbe il suo sostantivo, come sa- 
rebbe pellis manicea o da mano. Infatti anti- 
camente si udiva meglio manézza che manézz, 
anche perchè si trattava di un' intera pelle di 



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— 324 — 

animale conciata e sciolta, non di più pelli cucite* 
in tondo a maniera di manica. Cosi è della no- 
stra plizza o pelliccia, la quale riesce del pari 
a vestis pellicea. 

MANGÒDEN. Denari, bezzi. 

H eh. Monsignor Celestino Cavedoni mi av- 
verte che la voce deriva dall' Ebraico -Caldaico 
Mangoth plurale di Mangàh che significa in 
senso stretto obolo, e in genere bezzi o denari? 
ed aggiunge che V ng di Mangoden rappresenta la 
pronuncia odierna dell* ain ebraico, e che il ih 
o sia Tau ebraico dagli attuali Ebrei d' Italia 
si pronuncia per d. 

MAPÈL. Trambusto, Disordine, Confusione, 
Trammestìo, Baccano. 

La voce è più Reggiana che Modenese, ed i 
nostri vicini V enunciano colla e vasta in modo 
da lasciarla intendere quasi MapàL È vocabolo- 
interessante perchè serve colla sua odierna si- 
gnificazione ad illuminare un antico traslato che 
riusciva abbastanza oscuro. Mapalia erano dette 
le capanne, o le tende de' pastori nomadi in lin- 
gua punica, e dall' essere mobili e costrutte più 
o meno tumultùariattienie, Fésto ci avverte che, 
secondo l' uso latino volgare, solet id vocabu- 
lum solute viventibus obijci, e quindi Seneca, 
per dire che tutto era stato fatto confusamente, 
senz'ordine e all'arrabbiata, scrisse: vos vera 



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-r 325 — , 

mapalia feci&tis, volo servette disciplinam cur- 
riap. Ora se Seneca diceva mapalia le indisci- 
plinatezze, noi diciamo mapèl la confusione e il 
disordine, e quindi il romore indistinto e villano. 
Così è di burdéll che valendo, per nordica ori- 
gine, casipola vile e spartata, passò a significare, 
non che altro, quel baccano sconveniente che vi 
si pud fare. 

MARANGÒN. Falegname, Marangone. 

U mergo o smergo lo troviamo latinamente 
con varie mozioni: prima è mergus dal som- 
mergersi eh' e* fa neir acqua per prendere il 
pesce; poi è mergulus, poscia mergo, mergonis. 
Ora un antico Glossario riferito nelle Giunte al 
Du-Cange ci avverte che dice vasi mergone tanto 
1' uccello surricordato, quanto Y uomo qui se 
mergit in aquis. Invece di Mergone o Corvo 
marino, o Cormoran, sembra che si dicesse an- 
cora Mar-rnergone, e che di qui uscisse la voce 
corrotta marangone con che i Dizionarii di no- 
stra lingua ci mostrano indicati gli Smerghi an- 
che dai migliori scrittori Toscani. Posto ciò, per 
similitudine, si dissero marangoni i palombari, 
e massime coloro che si tuffano per racconciare 
le rotture subacquee delle navi. Pei nostri po- 
poli navigatori divennero quindi i marangoni som- 
mamente necessarj, e però nelle Istorie del Sa- 
lando leggiamo 1. 11. p. 4. e. 20. = Expecjit 
quod in qualibet praedictarum g&learura foret 



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— 326 — 

semper unus marangonus, et unus similiter ca- 
lefatus = e nei Documenti del da Barberino: 

Marangoni e Calafai, 
Se li lassi, male fai. 

Dal principale loro impiego marittimo, si ven- 
nero poi dicendo Marangones lignaminis, ed 
anche semplicemente Marangones, i Fabri li~ 
gnarii in genere, sicché nello stesso dialetto Ve- 
neziano troviamo Marangon spiegato dal Boerio 
per Falegname o Legnajuolo cosi genericamente, 
e quindi senza più alcun riferimento alla specia- 
lità dell'impiego che aveva loro attribuito una 
tale appellazione. Né solo noi avemmo dai Veneti 
la voce in questione in quest' ultima lata signi- 
ficazione, che l'ebbero persino i Bizantini, leg- 
gendosi nel Glossario della Media ed Infima Gre- 
cità fiaqayxos spiegato per: Tignarius, Faber fo- 
gnari us: ex Italico marangone. 

MÀRÀZZ. specie di Potatojo o Zappetto. 

Aggettivo sostantivato da marratius o mar- 
raceus, come sarebbe falcula marracea, cioè: 
falcetto a modo di marra, 

MARMAJA. Marmaglia. 

Dal francese marmaille che spregiativamente 
vale una truppa o quantità di fanciulli. Quando 
noi con pari dispregio vogliamo dire di un ra- 
gazzo eh' esso è un bamboccio da non contarsi 
ancora tra gli uomini, diciamo eh' esso è uno 



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scimiotto; ora io credo che la voce francese venga 
da marmot, in celtico marni e marmous y equi- 
valente a scimia o scimiotto. Marmaglia dun- 
que da scimia, come canaglia da cane, sarebbero 
termini collettivi di spregio anche perchè, dedotti 
da bestie, vengono applicati ad esseri ragione- 
voli. Vedi però alla voce Maróca. 

MARÓCA. Neve sciolta, e metaforicamente; 
Marame, Sceltume. 

Da mar, che non solo significa mare, ma che, 
prolungato in mar a, in marayda, o in marais, 
valse: palus, stagnum, locus palustris, marese, 
noi abbiamo i verbi smarinèr, smarajèr e sma- 
ruchèr per sciogliersi in acqua, impaludare, im- 
pantanarsi. Maróca quindi è la poltiglia che pro- 
duce e lascia la neve squagliandosi, e per ap- 
prossimazione il marame o rimasuglio d' ogni 
maniera. Quest 1 ultima voce "ha un antico riscon- 
tro leggendosi nelle Constitut. Frederici Regis 
Siciliae e. 116. = Item quod procurent immun- 
ditias terrarum, maragmatum et vinatium re-, 
ferri et ejici intra civitatem praedictam, ut est 
hactenus consuetum =. Forse non hanno origini 
molto diverse marógna per le schiume e i ri- 
fiuti delle ferriere, marmdja per feccia vile e 
bordaglia (V. però a questa voce), ed i nostri 
mariicch per ciò che di spregevole rimane nelle 
spiche o panocchie del grano turco, cioè i tor- 
zoli o gli stamponi. Oltrecciò in lingua furbesca 




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— 328 — 

noi diciamo fèr màrdja per far la spia, ciò che 
i Toscani dicono marachella, e forse sempre, 
così gli uni come gli altri, avendo in vista il 
concetto spregiativo di che s' informa la radice 
mar o mara 9 pozzanghera, palude, ficcatoja. E 
qui non ommetterò di avvertire che nelle Terre 
basse del Vignolese, le quali sono lenti guadagni 
fatti suir antico greto del fiume Panaro, vi sono 
località denominate tuttavia Marmagne, e Mar- 
magliele, da interpretarsi probabilmente per ma- 
rae più o meno magnae, cioè per vecchi paduli 
o marazzi, o stagni, bonificati poi in seguito e 
resi feraci mediante successive artificiali alluvioni. 

MASTINÈR. Sciupare, spiegazzare. 

Mastigia non solo era grecamente /labrum, 
ù flagellum, ma con ispeciate significazione era 
quel cingolo con cui i Monaci stringevansi alle 
reni le tuniche od i mantelli riducendone così 
l'ampiezza in molte pieghe sin che le vesti di- 
venissero aderenti e giuste alla persona. Papia 
infatti spiega Mastigia per : corrigia qua man- 
tellum conglutinatur. Da questo ma&tigiale vin- 
culum potrebbe venire il verbo mastigiare, o 
mastigare, donde 1* epentetico mastiginare dal 
quale finalmente per sincope il mattinare nostro 
per istringere fortemente un panno così da in- 
durvi molte pieghe. Con tutto ciò, qualora una 
tale etimologia sembrasse chiamata troppo da 
lunge, si potrebbe vedere in mas-tinèr un com- 



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— 329 — 

posto simile all' altro mas-turbare, e però nei 
caso nostro una compagine di manu, e di tenere 
nel senso dì stringere, e di palpare, per cui ma- 
stinèr varrebbe palpare e stringere colle mani 
ciò cui si vorrebbe soprascritto guardatemi e 
non toccatemi. 

MERLETTA o MARLÉTTA. Saliscendi. 

Il Merlo o la Merla è uccello maniero e do- 
mestico che ha voce di grossezza d* istinti, tanto 
che il nome suo s' applica agli stolidi. Ora a chi 
pon mente al saliscendo, che, imperniato entro 
T imposta, stridendo s'alza e s'abbassa sul na- 
sello, quasi vi bezzichi, potrà parere eh' esso ab- 
bia in qualche modo figura d' uccello, di eui la 
staffetta mostri essere le ali. Sovvenendosi allora 
come i Francesi dicono in termine blasonico Mer- 
lette un petit oiseau representé sans pieds et 
sans bec, non avrà troppa difficoltà a supporre 
che di là ci venga il nome, se non la precisa 
applicazione del medesimo. Vedi alla voce TJca- 
rélla. 

MESDÈR. Mescere e Mescidare. 

Come mescer col e scolpito, quasi mesciare, 
per mischiare, viene da miscere passato dalla 
seconda alla prima conjugazione, così mesdèr 
viene da miscitare o mescitare iterativo di mi- 
scere. 



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MÉSTER. Maestro. 

Dall' Umbro mes, pari all' Osco mais, Latino 
mage o magis, usciva mestre o mestru per ma- 
gester, magister o major; come da men, La- 
tino menus o minus, usciva menester, o mne- 
ster, per minister o minor. La nostra voce per- 
tanto méster vale maggiore, come minéster vale 
minore, con pronuncia italica antichissima. Al- 
trettanto dicasi di mestér per magistero, che 
noi confondiamo spesso col suo opposto, cioè con 
ministero. 

MICHILÀZ. Michelaccio. 

Si può chiedere perchè questa voce, peggio- 
rativa in apparenza di un nome proprio perso- 
nale, valga quanto fannullone, cosicché fèr la 
veta d' Michilàz vuol dire per noi far la vita 
del signore ozioso. Si può rispondere colle paro- 
le del Wachter: = A Michel, magnus, in omni- 
bus veterum dialectis, quamvis diverso labiorum 
sono, fit michilon, mikilan, miclian, magnifi- 
care =. Da tali teutoniche origini Michilazz 
varrebbe dunque, non il vero Signore, ma il peg- 
giorativo del Signore, il Signoraccio, che nella 
propria ignorante grandezza non vede che 1' oc- 
casione d' oziare. E forse è similmente da attri- 
buirsi ad origine Franco-Germanica l'altro nostro 
modo fèr a la Carlona per fare senza intelligen- 
za, giacché kerl è tuttavia in tedesco un avvilitivo 
d' uomo, e quindi vale uomo dappoco. Fèr el 



— 331 — 

còs a la Carlona significa dunque farle con dap- 
pocaggine, alla sbadata, alla plebea, e, con forma 
avverbiale, all' ignorantona, o alla villanzona. 

MLÒR. Alloro. 

Mlòr è il lauro minore che non fa bacche man- 
gerecce, ma solo coccoline a mo' di semi. Invece 
il lauro baccato o lauro ceraso noi lo diciamo 
bacchlèver insieme alle bacche sue. (V. a questa 
voce). Mlòr è quindi probabilmente mi-lauro, 
o mi-lòro cioè mezzo alloro, come miluogo è 
mezzo luogo, ossia luogo di mezzo. Così in fran- 
cese si dice: mi-còte, mi-denier, mi-lieu, mi- 
douaire ecc. 

MNÈN o MENÈN. Gattino, murino. 

É un ipocorismo o blandimento con cui le no- 
stre donne sogliono chiamare il gatto, o la mu- 
oia. La voce sembra derivare da fonte germanica 
ed equivalere ad amico, amabile, piccolo amor 
mio. Ecco quanto si deduce sul proposito dal 
Glossario Germanico del Wachter = Minnen, 
amare, minne amor. Obsoleta sed Francis et Ala- 
mannis olim usitatissima... plura e veterum penu 
congesta vide apud Schilterum in Gloss... Inde 
Gallis vocabula blandientia, mignon, mignard, 
mignardise, quorum significatio satis nota =. 
Si può vedere il Redi nelle Annotazioni al suo 
Ditirambo. 



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— . 382 ■«- 

MOSC eoi e schiacciato. Mosto. 

Il nostro popolo dice più volentieri mosc che 

most, e preferendo questa pronuncia tiene più 

al greco che al latino. Dice il Vossio neU' Etik 

mologico = Est autem mustum sive mostum 

a [aooxos, id est, tener, novellus. Vinum igitur 

mustum, quomodo Cato loquitur, idem est qupd 
vinum novum oìvos poaxtòtos. 

MQZZ. Mozzo. 

L' Osco mutil, il Latino albano mutilus, il suo 
equivalente muticus, e forse Mutius pronunciato 
laziarmente Motius, ci mostrano la origine di 
mozz, e accennano ad un verbo, donde uscireb- 
bero, sdbondo la varietà delle pronunce, muzzèr, 
e mozzare. Di qui la frase arstèr mòcch per 
rimanere scornato. 

MÙO colla e schiacciata. Zitto. 

La sillabica mu, mu, o mut, mut rappresenta 
la voce inarticolata dei muti che da questa pren- 
dono nome; non mu facere equivaleva pei La- 
tini al nostro non zittire^ ed altrettanto appunto 
la frase di Apulejo : mut mut non facere audet. 
Da mut esce mutire e muttire, e da mu me- 
gere o mugire, che anticamente fecero Miicere 
e Mucire. Ora V imperativo di Miicere k ap- 
punto Muo y cioè quella voce colla quale co- 
mandiamo ad altri che non articoli parola al- 
cuna distinta, urli, se vuole, ma non parli. 



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MJCHÈ& Smoccolare. 

Come abbiamo avuto più volte occasione di 
osservare, prima di tango, frango e simili, non 
"solo 'si diceva tago e frugo, ma taco e fraco t 
quando i grammatici non aveano anche intro- 
dotta la lettera g a diminuire i troppi servigi 
della e. Per conseguenza mungo era stato e ri- 
maneva tra il popolo, muco o muceo. Miicere 
o Mucére valeva dunque mungere, e >se si av- 
verte al modo^primitiro di mungersi il naso colle 
dita, o di intìngere pur colle dita la candela 
per estrarne il moccio, od il fungo dello stop- 
pino, cioè il moccolo, troveremo che mucére, 
non avea mestieri che di passare alla prima con- 
jugazione diventando mucare per riuscire al mw- 
chèr dei nostri dialetti, che, essendo gallici, a- 
mano di avvicinarlo nella pronuncia al francese 
moucher. 

MUCHÉTTA.Smoccolatojo, e Berta o Burla. 

Voce che abbiamo comune coi Francesi, i quali 
dicono pluralmente mouchettes quello che noi 
diciamo altresì el muchétt. Dall' altro verbo fran- 
cese se moquer, noi pure sogliam dire dèr la 
muchétta a quelchidun per dargli la berta, bur- 
larsi di lui, e destramente canzonarlo. 




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MUCÌGLIÀ. Zaino, Sacco o Bisaccia entro 
cui i soldati tengono le provvigioni spe- 
cialmente da bocca. 

Ricordo degli Spagnuoli che per tanto tempo 
saccheggiarono l' Italia. In quella lingua mochila 
è appunto 1* havre-sac soldatesco, od il zaino. 

MUCÌNÀ. Gattina, Muccina. 

Ed è anche voce colla quale, ripetendola, so- 
gliamo chiamar la gatta. È vocabolo italico an- 
tico imparando dai Glossografi Latini, come i 
rustici dicevano musium o musio, il gatto eo 
quod muribus infestus sit 

MUCLÒN. Moccio, muco. 

I Latini dicevano mucus e muccus, od humor 
mucius o muceus, la narium humiditas et cras- 
sior pituita, ora il moccio, passando dall' astratto 
al concreto, cioè volendolo designato nell'appa- 
rente parte sua escrementizia, si disse moccolo, 
e per accrescimento moccolone. Dove poi al modo 
primitivo di mungersi le nari colle dita, si so- 
stituì quello di soffiarne fuori la pituita entro 
una pezzuola, al muchèr si sostituì il suffièr, 
e s' introdusse il moccichino, derivato dall' equi- 
valente latino muccinium (che noi, dall' apporsi 
alla faccia, diciamo fazzulétt) ed il mouchoir 
de' Francesi. 




— 335 — 

MUFFÌ. Amniuffato, ammuffito. 

Si legge nel Glossario Germanico del Wachter 
= Muffìg foetidus ex situ, humiditate vel cor- 
ruptione. A subst. Belgico Muf putor, quod vi- 
detur truncatum ex mephitis, vocabulo a Syris 
ex lingua Aramea ad Hetruscos delato, secun- 
dum Scaligerum in Varr. = 

MULÈTTA. Arrotino. 

Vero è che mola è macina, ma non bisogna 
pensare solo alle attuali nostre grandi macine 
mosse dall' acqua o dal vapore, uopo è ricor- 
darsi delle piccole e da mano che ne' luoghi so- 
linghi e lontani dagli opificj, entravano a far 
parte della domestica masserizia. Per simiglianza 
con queste piccole mole manuali o trusatili, noi 
diciamo anche mola la cote imperniata e gire- 
vole a mo' di rota, alla quale s' arrotano ed af- 
filano . gli arnesi da taglio. Diciamo poi da essa 
mola Mulatta V arrotino, come da staffa diciamo 
Staffetta, da corno Cornetta, da tromba Trom- 
betta e simili. 

MULSÉNA (mettr in). Mettere in borsa. 
Raggruzzolare. 

Mulsèn è mollicino: le borse erano e sono 
presso i rustici di pelli rese manose; per ciò la 
frase riesce a un modo furbesco e coperto di 
esprimere V imborsare ed il risparmiare per op- 
posizione al gittar via ed allo spendere. 




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• — S36 — 

MTTNIÈGA. Meliaca. 

Come da Lugliatica o Lujatica, mediante a- 
feresi della prima sillaba, femmo Jddga; così 
da mala Armeniaca, e poi da Armeniaca, femmo 
Armeniàca e, con noti scambj, Munièga. Noto 
è che cosi i Greci come i Romani chiamavano 
malum Armeniacum il melo venuto loro dall' 
Armenia, e ne distinguevano i frutti in armeniaca 
e praecocia, di che vedi alla voce Bericócla» 

MURKÉN. .Morbino, allegria, galloria. 

,Era un proverbio che diceva in circa così: 
» Spesso il mal di San Martino — Non è morbo, 
ma è morbino. — Ora il Mal di San Martino 9 
era, secondo spiega il Ducangio = Ebrietas, pro- 
pter vina quae in feriis seu nundinis vinariis 
circa festum S. Martini, distrahuntur = Quando 
noi diciamo adunque ad uno eh' esso ha il mor- 
bino, è come se gli dicessimo eh' esso è alticcio, 
brillo, ciùschero, e che ha insomma l'allegria 
propria di chi ha ben mangiato e meglio bevuto, 
e viene dal paese di Bengodi. 

MURTADÈLA. Una maniera di grosso Sa- 
lame. 

Ecco quanto ne scrive il eh. Ottavio Ferrari 
= Genus farciminis, murtatum, quod olim mur- 
ti, sive myrti, baccae inderentur. Varrò IV. de 
L. L. Quod in eoctis dicitur nunc prosectum 



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om 



murtatum a murta ( sic et Cato prò myrto ) 
quod eo large fartum intestinum crassum. Plin. 
libr. XV. 29. Et alius tcsus baccae futi apud 
antiquos, antequam piper reperiretur, illius 
obtinens vicem, quodam etiam generosi obsonii 
nomine inde tracio, quod etiam nunc murta- 
tum vocatur =, e che pur tuttora dicesi mwr- 
tatella o mortadella, sebbene da tanti secoli il 
pepe e gli aromi siansi sostituiti alle bacche di 
mirto. 

MUSTÀZZ. Volto grasso, faccia piena, e 
dicesi per lo più de' bimbi. 

Come vedemmo alla voce Mosc, non solo mw- 
stus, ma anche musteus, e mustaceus erano ag- 
gettivi latini, che, prima di sostantivarsi arre- 
standosi a speciali nozioni, significavano novello, 
recente, tenero e molle. Nonio infatti scriveva: 
= Mustum, non solum vinum, verum novellum 
quidquid est, recte dicitur =: perciò si diceva 
virgo musta la vergine in tenera età, agna mu- 
sta V agnella, pira mustea le pera mature e 
sugose, caseus musteus il formaggio fresco, pi- 
per musteum il pepe verde e tenero, e persino 
liber musteus il libro uscito appena appena dalle 
mani dell' autore e non corretto. Quello che si 
dice di mustus e di musteus deve applicarsi an- 
che a mustaceus, il quale, se ci fu conservato 
come sostantivo a significare i mostaccioli, non 
però dovette rimaner escluso dalla sua generica 

Saggi* ecc. 22 




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— 338 — 

aggettiva significazione ; e quindi si può credere 
che il popolo appellasse mustaceus, cioè tenero 
e fresco, il viso pienotto de' bamboli, e che fi- 
nalmente chiamasse mostaccio il volto grasso 
e le guance carnose e paffute. L' aggettivo si è 
poi sostantivato da noi secondo il consueto. 

MUSÒN. Topolino campestre. 

Musone per noi è il piccolo sorcio campagnuolo 
che danneggia massimamente i bulbi e le radici 
ortensi. Appare un minorativo alla greca di pvs 
o mus, tanto che musón è quanto dire musculus 
o topolino. 

MUTLÈR. Mugire, Mugliare, Mugolare. 

Il verbo mugire soffrì varie mozioni che si 
palesano nei varii dialetti italici. Mugio divenne 
prima Miigito e poi Mugitulo. Da questo mw- 
gitulare deriva per crasi il nostro mutlare. 

MÙTRIA. Uomo burbero e silenzioso. 

Astratto di mutire e di mutus, qnasi materia 
per muterìa o mutolezza, soppressa l' ausiliare 
della t ed arretrato V accento. Lo applichiamo 
a quei visi cupi e severi che parlano poco e vuon- 
no essere intesi più a cenni che a parole. 



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— 339 — 



N 



NARÀNZ. Melarancia, Arancio. 

Si legge nelle Etimologie del eh. Ferrari molte 
volte citato = Marsilius Cagnatus, Variarum 
L. IV. Cap. XII, non ab aurantio seu inaurantio 
deductum putat, sed esse antiquam vocem Ne- 
rantio, cuius mentio in scholiis ad Alex. Nicandr. 

Earl (ffi xo yt,r\$htov fATjXov, o €tnl tò Neqayt^iov Est 

medicum malum, quod est Nerantium. =: 

NAVSÉLA. Navicella. 

Solo per avvertire come nelle Note Tironiane 
abbiamo, non solo navicella, ma anche naucéla, 
o navcéla, per navicula. 

NÉ E SPUDÉ, Si ode nella sola frase V è 
tutt lù né e spudè, cioè: è tutto lui pretto 
maniato, gli somiglia perfettamente. 

Nelle Etimologie Francesi del Menagio, leg- 
giamo: = On a dit cracker pour ressembler. 
Pathelin dans sa farce de Pathelin: 



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— 340 — 

Onq enfant ne ressembla mieux 
À pére — Quel menton fourché? 
Vrayment, e' estes vous tout poche: ( 
Et, qui diroit à vostre mère 
Que n' estes fils de vostre pére, 
Il auroit grand faina de tancer. 
Car quoy? qui vous auroit craché 
Tous deux encontre le paroy, 
D- une manière et d' un arroy 
Estes vous et sans différence. 

Il paroit, par ces mots de Pathelin, que cracker, 
en la signification de ressembler, a été à cause 
de la ressemblance que les crachats ont les una 
aux autres. Trippault a eu une pensée sur cette 
facon de parler: e 9 est lui tout craché, qui est 
forte ingenieuse, et qui morite d' étre ici rap- 
portóe: il dit que ce craché a été fait de grar- 
phicus, comme qui diroit craché, graphice ex- 
pressus, descriptus z=z Dopo aver riferito quanta 
sopra mi permetterò di aggiungere, forzatovi 
dall' argomento, come già anni domini le nu- 
drici solevan dire a' fanciulli, i quali, vedendo a 
un tratto crescere la famiglia, chiedevano donde 
fosse uscito il fratellino? che mamma lo avea 
sputato. La qual cosa, forte ad intendersi, pro- 
vocando nuove interrogazioni, spiegavan esse di- 
cendo che quando papà voleva aver figliuoli, 
baciava con intenzione la mamma, ed in quel 
bacio raccogliendo sé stesso, avveniva che dopo 
certo tempo la mamma, sputando, sponea fuori 



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un piccolo papà od una piccola mamma secondo 
che Dio voleva. Si direbbe per ciò che la sconcia 
e popolesca frase fosse uscita di questo onesto, 
tutto che grosso, copertojo. 

BERCIA. Liscia o lisciatoja de' Calzolaj 7 
Mazzuola di bosso un po' curva con che 
si dà nerbo e pelle al sottosuolo delle 
calzature. 

Ner era Vir, e molti popoli italici da questa 
antichissima radice trassero alquante parole, come 
Heria per Virtus o Fortezza moglie divina di 
Marte, detta Nersia altrove e Neriene, Nero, 
-e Nevio per robusto ed eccellente in fortezza, 
Nervo per vinculum et firmamentum membro- 
rum. Si può credere che la nostra voce nercia, 
sia quanto nericia, e valendo, come si disse, la 
grossa liscia che robustamente maneggiata dà 
nervo e forza al suolo della scarpa, provenga 
ancora da così lontane radici. Il dirla nercia 
sarebbe quanto un dirla gagliarda, e ricorde- 
rebbe quel Canto carnascialesco, nel quale si di- 
chiara che, volendo spianar bene il cuojo, 

Non e* è poi miglior modo 

Che aver liscia gagliarda e frugar sodo. 

UÉZZ. Livido, mortificato. 

Nèxvs era in greco equivalente a r«x(>oV, e si- 
gnificavano ambidue tanto animale morto e ca- 
davere, quanto aggettivamente, morto e cadaverico. 



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— 342 — 

Dalla prima voce i Latini fecero nex necis, dalla 
seconda forse nigrus o niger. Da nece si pu& 
dedurre necius nel significato qualificativo del 
greco vhvs, e poi nell' altro di morticino, e final- 
mente nel prossimo di avente sembianza e colore 
di cadavere, e quindi di livido, mortificato e ne- 
gricante. Da queste origini supporrei movesse il 
nostro nézz, e per conseguente il verbo nizzir* 
od annizzir, e nizzadura e nizzént Di qui pure- 
prenderebbe cagione la nostra frase mettr in 
nézza detta di quei semi che verdi s' ammontano 
perchè provino quel grado di fermentazione che 
si crede opportuno; ond' è poi eh' essi di verdi 
diventan lividi, poi nereggiano, e da ultimo si 
scompongono. 

NIÉL. Neo. 

I Toscani da naevus, noi da nigellum. 

NINNÉTT. Porcellino da latte. 

In Greco Nvwios o Mvvtxr era: cantilena nu— 
tricis ad sopiendum infantem, la ninna o la nin- 
nar élla de' Toscani, o la nostra ninna-nanna. 
Di qui il verbo ninnare per cullare, il ninnius 
di Mecenate per hinnulus o cavallino lattante, 
la ninna del Buonarruoti per fanciulletta o bam- 
bina, e finalmente il ninnètt de' nostri contadini 
per porcelletto o porcellino, quasi si dicesse nin- 
nolo o nannerino, cioè animaletto da cullare, 
ricordando quanto si disse alla Voce AnimèL 



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— 343 — 

Offertasi 1' occasione, mi permetterò di aggiun- 
gere, che, avendo io letto nelle Instit. Orat. di 
Quintiliano 1. l.c. 10. = Chrysippus etiam nu- 
tricum, quae adhibentur infantibus allactationi , 
suum quoddam Carmen assignat =, fui pago di 
trovare questo carme, cioè la nanna o nenia delle 
nudrici Romane, riportato dall' antico Scoliaste 
di Persio Sat. 3. v. 18 nelle seguenti parole: 
Nutrices infantibus ut dormiant, solent dicere 
saepe: latta latta, latta, aut dormi, aut lacta; 
che ridotte ritmicamente, per ottenere il carme 
accennato da Crisippo, mi diedero due trocaici 
dimetri brachicatalettici, cioè due ottonarj tronchi 
così alla cesura come al fine, riuscendo, secondo 
il linguaggio artistico ogni dipodia colura, ossia 
tronca alla coda, per cui le posi in nota coi .suoi 
accenti od arsi, come segue: 

Làlla-là, Làlla-là 
Àut dor-mi, Àut lac-tà. 

La nostra nanna attuale si compone invece di 
settenarii tronchi così alla cesura come alla coda, 
per conseguenza riesce più scossa, e si mostra in 
apparenti quinarii, così: 

Fa ninàn — piipù 
Végnirà '1 — papà, 
Porterà '1 — bonbon, 
Fa ninàn — pùpu. 

E qui vedrà ognuno che le nudrici nostre, chia- 
mando pupù Y infante, parlano romanamente , ft 



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— 344 — 

ricorderà il tratto Varroniano riferito da Nonio 
= Mammana lactis sugentem pascere pupum =±. 

NINNIGÀTA. Dondolo, altalena, oscillo. 

Mozione paragogica di ninnare per cullare è 
ninnicare, o ninnigare, che si accresce iteran- 
dosi, e facendo ninnicatare, o ninnigatare, donde 
esce la nostra voce sostantiva tratta, secondo 
usanza, dalla terza persona singolare del presente. 
Quelli tra noi che pronunciano minigata, allun- 
gano invece e frequentano il verbo menare per 
dimenare, anziché il premesso ninnare. Una pro- 
gressione paragogica conforme V abbiamo in bu- 
sèr, busighèr e busigatèr donde busigatt o 
busgatt da vedersi al suo luogo. 

NÒNA: come appellativo di reverenza. 

È saluto di reverenza. Si legge in Papia = Non- 
nos vocamus majores ob reverentiam, nam in- 
telligitur paterna reverentia = Come ora ai Sa- 
cerdoti regolari, diciamo Padre, e Fra, o Frate, 
ai fratelli laici, e Madre alle Suore Capitolari, 
così si diceva in antico Nonno e Nonna. Di qui 
fèr nonna o nòna, applicato segnatamente ai 
bambini, quando si comanda loro che riveriscano 
come Avo od Ava un maggiore di loro, e spe- 
cialmente una Santa Immagine, alla quale sia 
applicabile una prefazione di rispetto e d 1 onore. 



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— 345 — 

NOV-NUVÉNT. Nuovo fiammante, novis- 
simo, non incignato. 

Aggettivo accompagnato dal suo participio co- 
gnato di tempo presente per duplicarne V espres- 
sione, come sarebbe a dire nuovo che noveggia 
o noveggiante, cioè che mostra da sé senz' altro 
la propria novità, e ne comanda altrui la per- 
suasione. Così è di fogh fughént o stizz fughént, 
il quale non è solo infocato, ma che focheggia 
od è focheggiante, ossia getta scintille ed è atto 
ad infocare altre cose. Vivezza di espressione da 
paragonarsi alla selva selvaggia di Dante. 



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— 346 — 



o 



OCC. Occhio. 

Noi sopprimiamo talvolta le mozioni delle voci, 
e ci contentiamo di enunciarle per la sola radice. 
Oculus od Oclus diventa perciò Oc od Occ schiac- 
ciato, come Dominus o Domnus diventa Dom o 
Don; come Coagulum o Coaglum, o Caglum 
diventa Cag; come Positus o Postus diventa 
Post; come Masculus o Masclus diventa Masc 
sempre schiacciato, e così di. 

ÒI. Si sì, sì appunto, sì certamente. 

Modo affermativo che noi teniamo dai Fran- 
cesi, arretrando soltanto la sede dell' accento, e 
che sembra venire da oillud est, come 1' affer- 
mativa provenzale verrebbe da hoc est, e V ita- 
lica da sic est. 

ORA. colla o lata, Ombra, Rezzo. 

Come da Aurus e da Aurata avemmo Oro 
ed Orata, così da Aura avemmo óra. Ma ciò 
non sarebbe nulla se avessimo conservato alla 
voce Ora il significato di venticello e di lieve 
fiato, come fecero i buoni scrittori; noi Modenesi 
andammo più oltre, e scambiammo la frescura 
che si gode ali' ombra, coir ombra stessa, per cui 
siamo soliti in tempo d' estate ad invitar le per- 



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— 347 — 

sone a torsi dal soleggiato e passare alV óra, 
intendendo tutt' insieme air ombra ed air aura 
fresca che vi si gode. Né diversamente fanno i 
Toscani colla voce Rezzo, aferesi di orezzo, cioè 
orezzamento od aureggiamento, alito d' auretta, 
che può venire da una forma grechesca data al 
verbo aureggiare, cavandone orezzare e rezzare, 
stantechè la voce aura è di ellenica origine. Il 
nostro Castelvetro nelle sue note ai Petrarca, 
aveva già detto: = Rezzo viene da aurezzo; e 
si prende per ombra, siccome ancora prendiamo 
óra per ombra, che all' ombra suole spirare 
1' aura. = 

ORIFÉZI. Modo pedantesco di nominare 
irrisoriamente un arnese di cui s' ignori 
il nome. 

Orificium era in latino quella bocca o quel- 
1* apertura qualunque fattizia cui, per essere priva 
di nome proprio, s' imponeva una tale generica 
appellazione. In seguito il popolo la sentiva ap- 
plicata dai medici a certe parti del corpo che il 
tacere è bello: accomodandola dunque a modo 
suo ne fece egli una voce pedantesca, colla quale 
credè poter designare copertamente tutto quel 
fattizio nuovo o strano che gli veniva sottocchio. 
Per conseguenza, ove ad esempio gli si presenti 
una nuova forma di cappello, il popolo dirà: 
cos' è mò ste bel orifèzi, e con ciò intenderà 
dire velatamente : cos' è mò questa nuova busche- 
rata. 



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848 



PÀBL Panico erbaceo o peloso. 

Da pabium positivo di pabulum, e ciò dai 
molti suoi semi di che si pascono gli uccelli. 

PACCIÀNA. Botta. 

Da abbottare per gonfiare, i Toscani chiamano 
botta quel rospo panciuto, che noi diciamo pac- 
ciana, in luogo di panciana o panciuta o pan- 
ciosa, per quella attraizione istessa che permette 
ai Fiorentini il dire sottilfnente peccia per pan- 
cia. Pancia, da pansus nel senso di incurvo, 
vale appunto, non il ventre piano, ma la peccia 
convessa e in risalto. Cosi siamo soliti a dire 
paccièr per panciare od empier la pancia, cioè 
mangiare ingordamente, e paccièda per panciata, 
od appariscente alzata di fianco. Anche i Toscani 
levano la n epentetica quando dicono spaso in- 
vece di spanso o spanto, seguendo i Latini che 
avevano pansus e passus epatulus j>er pandu- 
lus o panlulus. E già pando in greco non mo- 



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— 849 — 

strava la n, e forse 1' Eridano od il Pò era detto 
Padus, quasi Pandus, avvisando ai larghi suoi 
spagliamene che gli creavano intorno quei vasti 
paduli che preser nome di Padicsia o Padusa* 
Così il nostro patàn può essere quanto panda- 
nus, mozione di pansus, cioè con larghi piedi e 
che cammina aperto e cascante, non ritto, spi- 
gliato e impettito. Vedi però alle Voci Paccèr 
e Pàta. 

PACCÈR. Pacchiare. 

Dal paopac che fa intendere il porco chiusa 
per r ingrasso quando con ingordigia caccia il 
grifo nel beverone che gli appresta la massaja, 
e T ingozza a colpi spessi e riottosi, noi, con altri 
dialetti, abbiamo per onomatopea fatto il verba 
paccèr più spressivo e stiacciato del vegeto pac- 
chiare enunciato dai Toscani. — Come da man- 
dere uscì manducare per andar mangiando, così 
da paccèr si fèpacciucare opacciughèr f e valse 
prima andar pacciando, poi, dopo aver detto per 
affinità pàccra e pacciaréna il beverone più 
o meno liquido, valse dimenarsi nel pacchiume 
o nella polta fosse anche non mangereccia, che 
prese nome di pacciiigh dall' iterativo pacciu- 
gkèr. Di qui poi 1' uomo, e più il fanciullo, che 
ben pacchiando s' ingrassi ed arritondi le gote, 
viene con ipocorismo e blandizia da nudrici qua- 
lificato per pacciughìn , pacciugótt, pacciiiga , 
pacción, pacciugón e simili. 



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— 350 — 

PÀDÌR. Patire , digerire, smaltire, concuo- 
cere. 

Dante ha patire pel nostro padir> e ciò per 
quella affinità tra t e d che faceva ai Latini dire 
Patavium e Padua. Padì viene poi da patio 
come da patior viene pass; per cui quando di- 
ciamo di alcuna cosa eh' essa è padida 9 inten- 
diamo che la medesima ha patito o sofferto V a- 
zione dell' agente quanto appunto era mestieri 
per non doverla patire ulteriormente. 

PÀJÒL. Soggolo, Soggiogaia, giogaja. 

Da palo, per palor, errare in qua e in là , 
sembra che fossero detti paleae i mobili bargi- 
glioni del gallo, e palearia la pajolaja de* buoi 
perchè pelle appunto spenzola e cascante, e quindi 
erratica e non reggente. Da tali origini uscirebbe 
paleum e paleolum , dal qual ultimo avremmo 
fatto, pagliài e pajól. 

PAN. Pane, nel significato di Grumo, go- 
mitolo, globo. 

Panus in latino era tumore, era fuso coperto 
di filo, era escrescenza in genere. È dunque modo 
latino il dir nostro pan ed laza per gomitolo 
d' accia; pan ed zuccher per pane di zucchero. 
Soltanto la pronuncia ossitona propria del dialetto 
nostro, sopprimendo le desinenze, confonde panus 
e panis. Diminutivi di panus erano panuclus e 
panucla, V odierna panocchia. 



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— 351 — 

PANARÉZ. Patereccio, Panereccio. 

Se non si vuole corruzione di naQ&rvxta, diremo 
che la nostra voce è gallica. I Francesi infatti 
dicono panaria, e gli Occitanici dicevano pana- 
rici. Noi abbiamo altresì il verbo apanèr, il quale, 
se prima vale il coprirsi di una cosa, lucida per 
sé, come di un panno o di un velo, per cui védr 
apanè è V offuscato dal flato o da altro, ór apané 
V opaco o non brunito, passa a valere pronta- 
mente marcire: asm' apàna un di, mi mar- 
cisce un dito, appunto dalla marcia che, sotto- 
ponendosi alla cute, le fa perdere la lucida tra- 
sparenza. Così diciamo pana la crema od il 
capolatte che offusca il latte munto sovrastan- 
dovi, come i Toscani dicono panno ciò che gal- 
leggia sul vino imbottato. Alle quali cose tutte 
ponendo mente, e ricordando insieme come il 
nostro fiume Scultenna perdeva in antico il nome, 
solo al di sotto dell' aggere della Via Emilia, 
dove cioè cominciava ad impaludare, può sorgere 
la supposizione che il nuovo nome che vi acqui- 
stava di Panerà o Panaro, gli fosse attribuito 
dai marcidi stagni o lagoni ne' quali veniva ad 
imputridirsi. Da panér poi, nel senso di marcire, 
viene, coir aggiunta della s intensiva, il nostro 
spanézz per più che marcio. Si dee avvertire 
però che spesso il verbo spanizzèr avversa il 
concetto significato con panus, cioè vale disfare 
e struggere il pane, o la cosa prima conglobata. 



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PANIGÒN. Poltrone, uomo corpulento e su 
male gambe. 

Il Panico, è genus frugis a paniculis sic di- 
etimi, cacumine languido fiutante, paulatim 
estenuato pene in surculum. Per questo suo es- 
sere panocchiuto e languido, pare che noi da 
panìgh abbiamo fatto pardgón applicato spregia- 
tivamente ad uomo; come da zucca abbiamo 
tratto zuccón, e da fasól, fasulón e cosi via via. 

PANÒCCIA. Panocchia. 

Viene, come dicemmo, dalla latina panicula di 
pari significazione, la quale essendo un diminu- 
tivo di panus, si trova scritta anche panucula 
e pannala. 

PARLETTA. Caldaja, Pajuolo. 

Alla voce Parai avvertirò come questa al pre- 
sente nel nostro dialetto non risponda più alla 
toscana pajuolo, la quale essendo spiegata: 
— Vaso di metallo rotondo con manico di ferro 
arcato; strumento da cucina, e serve per bol- 
lirvi entro checchessia =, risponde invece pun- 
tualmente a parletta. Con tutto ciò amo credere 
che, nella povertà dell' antico tempo, anche fra 
noi pardi fosse il positivo di parletta, e quindi 
non servisse esclusivamente per attingere e con- 
servar l'acqua, al che doveva prestarsi la men 
dispendiosa secchia di legno — Passando ora 
all' origine della voce, posso supporta venuta a 



— 353 — 

noi per mediazione celtica, giacché leggiamo nel 
Dizionario Bretone del Le Pelletier: = Pair 
lebes, cacabus, ahenum. Hébr. parur, qui signi- 
fie le vaisseau ou 1' on fait cuire les viandes 
dans T eau. Paret cuit, en latin coctus. Paredi, 
cuire, lat. parare, qui est cuire et assaisonner, 
quand il s' agit de donner à manger =: Visto il 
valore del radicale Pair o Paire, s' intende me- 
glio come, nelle Carte del Medio Evo, la voce 
Paironal possa interpretarsi per V odierno nostro 
Focatico, e come il Roquefort, nel suo Glossario 
della Lingua Romana, spieghi Payre per: = cer- 
tame redevance sur chaque maison, qui se payoit 
avec une poéle ou chaudron, ou leur valeur en 
argent ~ Nel basso Latino poi si trova Payro- 
lus, Payrolius, Payrollus, Payrolla, Payrolia, 
Payrola 9 oppure colla i latina invece della greca 
y, e sempre nella significazione di lebes, vas 
aereum, non che Payrolerius per aerarius fa- 
ber. A testimonio ulteriore della sua celtica de- 
rivazione, vediamo finalmente tra gli Occitanici 
conservarsi Pairol e Peirol col valore di caldaja, 
e tradursi Peiroìier con lebetum artifex; e tra 
gli Oytani, ossia nel vecchio franzese, incontrarsi 
Pairol e Pairole, per ciò eh' ora dicesi chaudron 
e chaudière. Per conseguenza T opinione che 
registrerò a suo luogo sul veriverbio della voce 
paról, la credo più ingegnosa che vera. 



Saggio ecc. 23 



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— 354: — 

PARÒL. Secchio, Calcedro. 

Osservando come per noi par 61 sia il secchio 
di rame da attinger acqua, e quindi non il.pa- 
juólo de' Toscani che è lo strumento di metallo 
da bollirvi entro checchessia, ossia la nostra par- 
letta, parve a taluno che, usandosi in antico di 
attinger acqua dai pozzi mediante due secchj 
fermi agli estremi d' una catena o d' un canapo 
volti su una girella, cosicché, mentre V uno dei 
secchj montava pieno, V altro s' attuffava, ne ve- 
nisse a tali secchj il nome di paról> che accen- 
nava all' essere V uno appajato air altro, e che 
poi il nome si mantenesse loro anche dopo che 
s' adoprarono scompagnati. Senza voler discutere 
T opinione del proponente, io ho già manifestata 
la mia alla voce Parletta. 

PARPÀJA. Farfalla. 

Si trova che nell* antica lor lingua i Latini 
dicevano, non solo pappus, ma eolicamente par- 
pus, quella volante lanugine, e quei leggeri floc- 
chi che si staccano da certe erbe e son rapiti a 
volontà di vento. Per «imilitudine si può credere 
che da pappus traessero il vezzeggiativo papilio 
che rimase nella lingua colta e scritta, e da 
parpus il popolo, tenace mantenitore delle ar- 
caiche profferenze, traesse parpalius o parpalia, 
per dire vermis parpalius o musca parpalia 
quel leggero insetto volante che poteva ricordare 



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— 355 — 

i leggerissimi pappi od i parpi. Siccome poi il 
vento sperde questi parpi lungi dallo stelo donde 
si dono schiusi, ne escirébbe il verbo sparpajèr 
per diffondersi al modo loro a caso non a disegno. 

PASSA: avv. rispondente a Più. 

Nel verbo passare noi abbiamo preso la terza 
persona singolare del presente, e ne abbiamo 
fatto un avverbio che amplifica la significazione 
di ciò a cui si applica. Quando diciamo: trenta 
e passa, un ann e passa, è come se dicessimo: 
trenta e più, un anno e più, cioè trenta e più 
che' trenta, un anno e più che un anno. Questo 
modo è dell' antico francese, colla sola differenza 
«he in lingua d' ozi, la voce passe si applica in 
principio delle voci a modo di preposizione o 
piteverbio, significando oltre, tra: gioja e pas- 
scegioia in quel linguaggio vale gioja e tragioja ; 
ed io, traducendo le Croniche dì Maestro Martino 
da Canale, mi son permesso di mantener la frase 
laiche in lingua di si: e Passerose era il grazioso 
nomignolo con cui i contemporanei chiamarono 
la bellissima Cecilia del Balzo seconda moglie di 
Amedeo IV Conte di Savoja, per dirla: più che 
rosa, od Oltre rosa. Non è però che V attuale 
idioma di Francia rifiuti interamente questa ma- 
ltiera, offrendone ricordo nelle voci passe -dice, 
passe-droit, passe-vogue e simili. 



— 356 — 

PASSÉT. Fioretto o Spada di marra. 

Spada non da vero passo d' arme, ma da 
passetto, ossia da giuoco d' arme, e quindi spada 
cortese col bottone o fioretto in punta; come la 
lancia detta cortese aveva negli esperimenti dr 
sola prova il fiorone, o giglio, invece del ferro 
arrotato. 

PÀTA. Brachessa. Parte del calzone che 
s' alza e s' abbassa sullo sparato dinnanzi. 

Viene evidentemente dal verbo patere, che 
popolarmente dalla seconda passava alla prima 
conjugazione, diventando patare, donde le anti- 
che voci patalis , patagium , e la meno antica 
del Codice Teodosiano patamen yerpatens aditus 
et egressus. Dallo stesso verbo potare prendono 
nome le inferiori parti della camicia, cioè i lembi 
d'innanzi e di dietro della stessa a cominciare 
dagli sparati laterali patenti, e a proseguire sino 
al termine loro, e che perciò tra noi sono detti 
patàj. Da questi lembi patenti diciamo poi per 
estensione pataja tutta la camicia ; la quale in- 
vece si compone di tre parti distinte, cioè delle 
maniche, del corpo o sacco chiuso, e delle due 
pataglie, o lembi estremi non cuciti insieme e 
quindi patdli o patenti. Finalmente per paragoge 
diciamo patanaj qualunque cencio di vestito che, 
non riuscendo a coprir la persona la lascia oltre 
il convenevole scoperta e palese. 



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- 357 — 

E qui si può aggiungere che badare è pro- 
nuncia molle di patere o patare, donde badac- 
cèr e sbadaccèr per aprire la bocca o sbadigliare, 

- òadanèr, e, per epentesi, bandanèr e sbandanèr 
mozioni di badare per aprire; verbi che pro- 
nunciati scolpitamente tornano patanèr, e span- 
tanar, dai quali patàn e spant, V uno per badau, 
niais , musard, che sta a bocca aperta ed è molle 
«e abbiosciato, V altro per ismaccato o sfritellato. 

• Nota poi essendo V elasticità de' verbi sulle bocche 
del popolo, dalla voce patócch, che vedremo a 
suo luogo, apprenderemo che patare poteva di- 
venire anche patoccare. 

PATÀCA. Voce usata nella frase: I! an 
vèl una patàca per dire: non vale un 
bajocco. 

Pataca e Pataco era presso i Provenzali, ed 
anche nel Delfinato ed in Linguadoca, minutìoris 
monetae genus, per cui si legge in Villon: 

Ce Limousin, e' est chose vraye, 
Qu* il n' avoit vaillant un patac, 

per ciò che in seguito si direbbe in Francia un 
Hard, e tra noi un sesino. La voce Patacca o 
Patacco aveva pure in Toscana la medesima si- 
gnificazione, e viene spiegata dalla Crusca per: 
Moneta vile, e talvolta si prende generalmente 
per danaro. Diciamo anche Patàca alla macchia 
rotonda e vistosa che taluno si fa sulle vesti, 



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_ 358 - 

somigliandola cosi ad una moneta arosa o ad ur> 
denajo, per quel modo stesso che fa dine ai To- 
scani danajo la macchia, ed iridano} ato per mac- 
chiato, come è ad esempio la pelle del Pardo o 
della Pantera. 

PATÒCCH. Si usa nella frase: Mèrz patocck 
per dire: Marcio del tutto. 

Come pitócch da peto significa più che pezzente 
o pezzente , cosi patócch da paleo vale più che 
patente: per conseguenza è secondo il diritto di- 
scorso che mèrz-patócch abbia il valore di più 
che patentemente marcio, ossia di marcio fradicio 
e spappolato. 

PATÙRNIA. Tristezza. 

Dal greco na&os morbus animi, aegritudo, avem- 
mo, non solo la greca voce patèma, ma dal de- 
rivato latino patior femmo patiurrda epatumia* 

PAV ARÉNA. Erba acquajola detta Lente 
o lenticchia acquatica, od Erba anitrina r 
o Paperina. 

Quest' erba è il pascolo gradito delle anitre, 
e delle oche, massime delle oche giovani che i 
Toscani dicono Paperi, e noi dicevamo paverz 
come oe fanno fede i Glossarti della Media La- 
tinità alla voce Paverus. Pavaréna è dunque 
un aggiuntivo sostantivato, e vale erba da pa- 
peri. Di qui la nostra frase stèr in pavaréna , 



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— 359 — 

per istar grasso e ben pasciuto, è facilmente 
spiegabile osservando come le oche si allevino 
appunto per essere ingrassate, e quindi si dia 
loro un pasto forzato. La frase toscana stare o 
tenere <rìla paperina per dir lautamente , cre- 
derei che fosse sorella della nostra, e derivasse 
da papero, non Adi papa come vorrebbero i Vo- 
cabolaristi. Da pàpero viene poi senza dubbio il 
nostro aggettivo pàver o pavarén che si dà ai 
pie dinnanzi de' cavalli e de* buoi spianati e non 
ritti suir arto ultimo, al modo appunto dell' a- 
nitre e delle oche. 

PAVÈRA. Sala, Buda, Pappea, Scarda, 
Stiancia od Ulva. 

Da papyrus nel basso latino si fece paverzus, 
« paveria $erjunci speeies. I Francesi ne tras- 
sero pavée, i Provenzali pabel, noi pavèra. 

PAZZE. Poco fa. 

Questo modo avverbiale contadinesco risponde 
puntualmente a. poco è; Infatti riesce indifferente 
ai nostri rustici il dire: V era che pazze , op- 
pure : V era che eh' V è poch. Osservammo altre 
yolte che i dittonghi latini si risolvevano o in 
un suono misto, o in quello della vocale preva- 
lente. Per conseguenza paucum est in latino 
volgare tanto si poteva pronunciare pocum est 
quanto paveum est, e sii bocche galliche poc' è 
o pave' é. Arrozzendo la e, pave' è diventava. 



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— 360 — 

pavz' è, e per attraizione, voluta da più facile 
pronunciabilità, pazze. 

PCUGNA. Imbeccata. Guadagno, e denaro. 

Per noi beccare, dopo aver perduta la quie- 
scente ed esser divenuto bchèr, accetta una pro- 
nuncia più scolpita e fa pchèr. Come da beccare 
si ottiene per paragoge beccheggiare e becchi- 
gnare, così da, pchèr noi facciamo pcugnèr, dalla 
cui terza persona singolare del presente passata 
a sostantivo esce pcugna per becchigno o bec- 
camelo. La nostra frase dunque correr a la 
pcugna, tolta dall' aja ove i polli corrono a bec- 
care i semi gittati dalla massaja, e portata ad 
altro, significa correre al guadagno, andare a 
caccia di imbandigioni, non curare altro che 
T interesse e simili. È però vero che talvolta 
pcugna non è altro se non che pronuncia pingue 
di pecunia, e correr alla pcugna è quanto: pe- 
cuniam inhiare. 

PDÀGN. Panchetta passatoja, Trave peda- 
gna, Asse pedagne 

È un aggettivo sostantivato, dovendosi sottin- 
tendere ponte, giacché si dice di quella trave o 
di quel pancone posti sopra un corso d' acqua in 
servigio dei soli pedoni. 



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— 361 — 
PÉD. Uberi, Poccie propriamente delle vacche. 

L* usare una tal voce in questo significato può 
aversi in testimonio della nostra gallica origine. 
Infatti se è noto che pis in vecchio francese valse 
petto in genere, ed in ispecie le poppe delle ca- 
pre e delle vacche ; è noto altresì V altro pro- 
verbio volgare in Francia, e che si applica a chi 
ha mezzi di pagar le spese di un processo: la 
vache a bonpied, per dire ciò che noi esprimiamo 
coir altra frase aver i rugnon grass. Ed a que- 
sto pied, piuttosto che al più vecchio pis, con- 
fronta puntualmente il pèd de' nostri rustici. 
D' altra parte pèd ricorda come alcuni dicano 
petto alle poppe. 

PÉDGA. Pedata. 

Peda era al dire di Festo vèsttgium pedis, 
pedata: ora da peda il Romano rustico trasse 
r iterativo pedica per indicare pedate, ossia le 
orme continuate de 1 piedi, vestigia pedum; e noi 
da pedica cavammo pédga, come mèdga e lédga 
de medica e leltica 9 e l'appropriammo tanto alle 
orme de' piedi dell' uomo quanto a quelle degli 
animali. Da pédga, uscì poi pedghèr, quasi pe- 
ditare o pedicare, ossia mettere piede innanzi 
a pie, e che principalmente applichiamo a quegli 
uccelli, i quali, come ad esempio il quaglio, pe- 
dinano per buon tratto prima d'alzarsi a volo. 



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— 862 — 

PEBSÉN. Pellicino. 

€kwne i Toscani mutano in pelliccilo il pedi- 
cello de' latini , così mutano in pellicino il mo- 
denese pedsén o pedieino. E veramente la nostra 
pronuncia sembra più conforme a ciò che pre- 
senta il fondo di un sacco pieno, nel quale gli 
angoli delle cuciture sporgono lateralmente ap- 
punto come due piccoli piedi. Sul proposito si 
può inoltre avvertire che la nostra voce ricorda 
il controverso pedicùms di Catone RR. e. 18, e 
col valore dalla medesima mantenuto conferma 
l'opinione che colà valga il piede degli alberi 
del pressojo tirato per arte a forma tale da in- 
serirsi destramente e con fermezza nei fori la- 
sciati per ciò nella fondazione. 

PELA per: Mucchio o catasta. Pila. 

Si sa che pila latinamente equivale in di grosso 
a coliumna; ora si potrebbe chiedere perchè di- 
ciamo noi una pila <M carte, una pila di libri, 
e non una colonna di carte o di libri? Si può 
rispondere perchè columna era di un pezzo solo, 
pila era di mattoni in calce posti gli uni sugli 
altri. 

PEÒDEK Pizzi o Favoriti. 

Tolgo dall' Appendice al Saggio di Osservazioni 
sulle Medaglie di Famiglie Romane del eh. no- 
stro Monsignor Celestino Cavedoni le seguenti 



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parole: = Non voglio omettere di notare che la 
voce Pizzi è forse men propria a denotare la 
barba delle guance dell' altra Peodeni che ai usa 
nel volgar nostro Modenese, ed è senza meno 
derivata dall' ebraico peod, in significato di an- 
goli, e particolarmente degli Angoli delia barba, 
pe' quali essa va a congiungersi colla chioma. E 
la voce è antica almeno fin dai tempi di Mosè, 
che da parte di Dio vietò al popolo eletto di 
radersi quella parte della barba ( Levit. XIX. 27.) 
per allontanarlo dalle superstizioni di una ge- 
nerazione d' Arabi., che usavano quella rasura 
ad onore di un falso nume, probabilmente Bacco. 
( Ackermwm. Archaeol, JBibl §. 124 ) ^z. 

PERCÀNTEL, voce intesa ordinariamente 
nel numero del più. Proemj inutili e no- 
josi, Filastroccole, Tantafere. 

I Romani appellavano praecantatio quel carme 
mag ico che i praecantatores o le praecaniatrices 
facevano precedere alle loro mediche operazioni. 
Siccome poi queste risolvevansi in imposture, 
così praecantatio* o praecantus, o praeoanhulus 
dovettero passare a poco a poco, massime dopo la 
luce portata dalle dottrine evangeliche, a significa- 
re ciance vane ed impudenti preamboli trovati a 
disegno da chi vuol evitare il sodo o l' impor- 
tante della questione. Offrendoci poi la stessa 
Latinità esempj di percantatrix invece di prae- 
cantatriw, si può anche credere che non sia no- 



— 364 — 

vizia la metatesi che da praecantulus fece uscire 
percantulus, in plurale percantuli, donde pun- 
tualmente i popoleschi nostri percàntel. 

PÉRS. Perso, o perduto. 

Registro questa voce soltanto per avvertire 
che per è particella di tale complemento da 
riuscire, quando è proverbio, ad effrenare la si- 
gnificazione del verbo sino a queir eccesso che 
esclude ogni restrizione. Per-eo vuol dunque 
dire: andare quanto mai si può andare, e 
quindi morire, cioè : andare di là da ogni an- 
dare, il nostro andar di là — Per-do vuol 
dire: dare quanto mai si può dare, e quindi 
perdere od ammittere; conseguentemente per- 
duto, o per-dato vale dato senza condizione, ossia 
.senza ritorno. Ora al per-ditus delle Scritture 
si può credere che fosse contemporaneo il per- 
sus della lingua parlata, non solo perchè quest' 
ultimo è di tutti i nostri volgari, ma perchè 
presenta la stessa forma speditiva che da mor- 
deo e ardeo ha fatto uscire morsus e arsus, e 
che da cado ci ha lasciato casus in luogo di 
caditus, e da cudo, cusus invece di cuditus. Così 
abbiamo reso, impeso, dipeso, speso e cent* altri. 

PETANLÉRI. Si dice spregiativamente di 
una veste da donna che, per la sua cor- 
tezza, non può essere altrimenti utilizzata. 

La voce è tutta francese e dello scorso secolo, 



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— 365 — 

nel quale si chiamò petenlair una gonnellini 
breve che non oltrepassava il ginocchio e che si 
sovrapponeva alla gonna di giusta lunghezza. Per 
averne il burlesco significato non è mestieri fuor- 
ché di risolvere la voce francese ne 1 suoi com- 
posti pet en V air. 

PETERLÉNGA e PATERLÉNGA. Balle- 
rino o Coccola rossa oblunga, che succede 
alla rosa canina sul rovo salvatico. 

Petilium era detta latinamente la Rosa canina 
stante i pochi e sottili suoi petali; né avea nome 
diverso il rovo stesso che la produceva lungo le 
sue tenui e diritte asticciuole, nominate petìlt 
per differenza dalle raje, da vedersi alla voce 
Raza. Ma se questo era delle scritture, si può 
credere che un po' diversamente enunciassimo noi 
provinciali, e che precisamente lasciassimo inten- 
dere petella o peterla, come avvertiremo all'ar- 
ticolo Péttel. Comunque sia di ciò, certo è che 
la desinenza Franco- Germanica in enga od inga 
lascia supporre od un ibridismo, od una origine 
affatto nordica. Se però si ammette V ibridismo, 
allora come gli Adelingi sono i figli dei Nobili, 
i Carolingi i nati da Carlo, i Camerlinghi o 
Camerlenghi gli addetti od applicati alla Camera, 
così sarebbonsi dette Petellenghe, o per rotacismi 
Peterlenghe, le coccole in questione per deno- 
tarle frutto di quel fiore e di quel rovo, che si 
diceva prima Petilió, poi provincialmente Petélla y 
o Peterla. 



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— 386 — 

A conferma dette, nostra spiegazione il Wachter 
Mt Prolegomeni al suo Glossario Germanico, ci 
ctràv non solo che la desinenza in ling o leng 
in patronimicis gentilibus et appellativi» signifi- 
cati flìium, ma aggiungerà: dicitur autem sensu 
latissimo, non solum de prole humana, sed etiam 
de plantis, aliisque rebus e terra vel aliunde na- 
scentibus; talché pfifferling si dirà il fungo a 
/tatù productus: erdlìng il terrigena, ecc. — 
Non debbo però ommettere di avvertire come ho 
udito pronunciare la nostra voce anche Pater- 
lunga, e come, avendo chiesto il perchè di una 
tale enunciazione, mi fu risposto che i guardiani 
ctegli armenti infilando le coccole rosse ritonde 
dello spruneggiolo o brusco per far coroncine o 
rosarj, vi interponevano di dieci in dieci, dette 
avemarie, una bacca lunga di rossa canina, detta 
poi Patér-lung dal suo pio officio e dalla sua 
figura. 

PÉTTEL nelle frasi: Èsser, o arstèr int el 
péttel. Essere, o restare nel gineprajo, nel 
salceto, o nel? impruneta. 

Una Carta di Lodovico IX, il Re santo di 
Francia, del 1255 , riferita nel Glossario della 
Media ed Infima Latinità, ci mostra la voce Pe- 
tellum neir indubbio significato di Roveto, tut- 
tocchò il dotto Glossografo non abbia potuto 
raggiungere il vero senso della voce. Noi ve- 
demmo alla voce Peterlénga come la Rosa ca- 



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— 367 — 

nina ed una maniera di rovo fossero detti Pe- 
tiliurn m buon latino. Ora questa nuora mozione 
della voce ci mostra che \\ petiUo degli Urbani, 
era tra i Galli detto petetto, e quindi possiamo 
credere che si dicessero petelle i rovi arborescenti 
o canini, e da non confondersi colle umili nostre 
Razze. Volendo poi decurtare la voce alla ma- 
niera gallica, sopprimendo cioè la vocale desi^ 
nente ed arretrando Y accento tonico, ne viene 
che le petélle del Latino barbaro diventano el 
pèttél del Gallo-romanzo, ed equivalgono a spi- 
najo o roveto. 

PIANTÈRLA: Farla finita, terminarla. 

Maniera energica di comandare il silenzio de- 
dotta apparentemente dal piantare le insegne od 
i termini per indizio di arrestarsi o di imporre 
un limite. 

PICCÒL. Picciuolo. 

Si veda quanto ne dicemmo all' Articolo A 
spiccajón. Qui vorrò aggiungere che può essere 
altresì crasi del latino Pediculus. 

PIÈGA. Seccatura enorme, e suol dirsi delle 
persone estremamente nojose. 

Prima si diceva : V è una pièga d' Egétt, al- 
ludendo alle sette piaghe con che Dio percosse 
i sudditi del Faraone, oppure: V è una uttèva 
pièga. Ora più spacciatamele ci contentiamo di 



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— 368 — 

qualificare qualcuno per una pièga, od una vera 
pièga per dirlo uomo insopportabile. Da queste 
piaghe bibliche, nelle quali si riassumevano tutti 
i mali ed i castighi degli Egiziani, pende prò* 
babilmente 1* altra nostra frase pedantesca dir 
plagas ed quelchidun per: dirne tutti i mali 
possibili. 

PÌNZA e PÌNZ: Punta. 

Pince è voce francese che significa punta od 
estremità; ciò basterebbe per noi Galli Cisalpini : 
ma si può aggiungere che Peno Pin sono voci 
antichissime di non diversa significazione, e che 
da queste prendono origine e Pinna e Pinna- 
culum, e Pinus, e le Alpi Perniine, e alquante 
altre che si tralasciano per brevità. 

PIÒLA. Pialla. 

A prova che questa pronuncia rimane in te- 
stimonio del nostro gallicismo, e che la planala 
del Latino rustico serratasi in pianta e pialla , 
diveniva piota nelle Gallie di là e di qua dal- 
l' Alpi, vedremo la voce riuscire così negli an- 
tichi Statuti di Milano, come nel vecchio Ro- 
manzo della Rosa, e ci basterà il riferir qui il 
seguente articolo dei Glossario Ducangiano: Piola, 
Vox Italica, Gallis nunc Rabot, in Statutis Me- 
diolanensibus 1. P. e. 255. Hinc Pyoler> prò 
raboter, polir laevigare , polire dixit le Roman 
de la Rose Ms» 



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— 369 — 

Mes 8* ils veulent autre fois traire 
Nouveaux arcs lor convient faire 
Que le Soleil puist pyoler, 
Qu' il convient autrement doler. 

Et in eodem poémate: 

Si fu bien fés et bien dolés, 
Et si fut moult bien pyoulés. 

Il nostro verbo piulér o piolèr per piallare è 
dunque altrettanto modenese, quanto francese 
antico. 

PIOLÈR. Pigolare. 

È noto che il grido del pulcino è pi pi, o pio, 
pio. Per ciò imitandolo, i Greci ebbero mnéfa, i 
latini pipire e pipare, i Germani pipen, i Fran- 
cesi esprimendolo semplice e non duplicato pioler; 
e noi Gallo-romani piolèr, con pronuncia tra 
latina e francese, cioè media tra piotare e pio- 
lere. Siccome poi è proprio de' pulcini, che van 
dietro la chioccia, 1' emettere un perpetuo pio 
quasi per invocarla e corrispondere al suo coch 
coch ; così ne viene che noi abbiamo fatto il nome 
piala a significare, sia il piagnuccolare de' bam- 
boli, sia un canto od un modo di parlare nojoso 
e monotono* sia la persona stessa che canta o 
parla di quella guisa. Finalmente, dando a piolèr 
una forma frequentativa, ne abbiamo tratto piutlèr 
per andar pigolando, ed abbiam detto piótla 
sostantivamente 1' iterazione di piala in tutti i 
sensi da noi sopra accennati. 

Saggio ecc. ti 



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— 370 — 

PIR TJRSLÉN, in linguaggio furbesco : Birri 
o Guardie di sicurezza pubblica. 

Da noi si dicono pera orsoline certe pera lazze 
che allegano i denti» ciò che in dialetto patrio 
si direbbe eh' ì lighen i dent. Per conseguenza 
i birri che all' opportunità legano, non i denti, 
ma i malfattori, ricevono da queste un tale ap- 
pellativo che serve a qualificarli chiaramente per 
quei della cricca, e oscuramente pel pubblico. Per 
modo consimile ora sono anche detti i péver. 
Pepe o pevere, e per noi péver, è il piper dei 
latini pronunciato in modo da risentirsi del 
n€jf£Qi de' Greci, e del poivre de' Francesi. Noto 
è come questo aroma pizzichi, e come pizzicare 
sia quanto prendere col sommo delle dita, l'op- 
posto appunto di quello facciano i birri, i quali 
afferrano a mano piena. In tale furbesco appel- 
lativo sono dunque una metafora ed una tapinosi 
per renderlo tutto insieme oscuro ed irrisorio. 

PISSA. Piscio, Orina. 

La voce è Celto-Germanica. I Teutonici ed i 
Franchi dicono pisse, i Cambrì pision, i Belgi, 
gli Angli e gli Svedesi piss. Dal sostantivo pre- 
detto viene il verbo pissen Germanico, spiegato 
mingere, urinam reddere, che è comune coi 
Cambrì che dicono piso, coi Belgi che dicono 
pissen, cogli Svechi pissa, coi Galli pisser, coi 
Romani rustici pissare, cogl' Italiani pisciare, e 
con noi Modenesi che diciamo pissèr. 



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— 371 — 

PISTÈR. Pestare. 

Come è noto ai grammatici prima di pinso e 
pinsito, si dovè dire piso e pisito, e da questo 
ultimo, per crasi, pisto conservatoci da Vegezio 
De re veterin : in pila lignea pistabis cernesque 
subtiliter. Se però Vegezio non ce l' avesse con- 
servato, se ne dedurrebbe V esistenza da pistor 
da pistrina, da pistrinum e da pistillum. Il no- 
stro pistare è dunque più latino del toscano 
pestare, e dal medesimo esce pistón pel vase da 
contener liquidi fatto a forma di pestello, come 
si chiama zucca queir altro vase che ha invece 
forma cucurbitacea. 

PITTACÒJA. Tiritera monotona e nojosa. 

I Toscani chiamano putta la Gazzera o Ghian- 
daia ammaestrata a favellare: noi la chiamiamo 
ugualmente, se non che assottigliandone la pro- 
nuncia, facciamo sentire anche pitta, quasi che 
la pica loquace de' Latini non sia detta, come 
vorrebbe Isidoro, da poètica quod verba expri- 
jnat, ma sia da Psitaccus, o Bittacus secondo la 
vera pronuncia Indica conservataci da Ctesia» 
•donde pittaca e pica quasi papagalessa. Da que- 
sta pittaca verrebbe allora probabilmente la no- 
stra voce pittacója per quel ripetio lungo e no- 
joso che delle poche parole apprese soglion fare 
le gazzere, insistendo sempre su quel rauco e 
monotono intercalare, che dà una pena inespri- 



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— 372 — 

mibile ai nervi di chi deve ascoltarle. Da pitaoa? 
o pittaca finalmente esce pittecula per gazzetta*. 
di che noi femmo pettégla e ptégla, trasferendo 
la voce a significare specialmente la femmina 
cinguettiera. Così in occitanico da gaza si ha 
gazai e gazar spiegati per bavard e bavarder*. 

PLÈR. Pelare. 

Latinamente pilare , colla prima breve, vale 
anche pilos evellere, e colla prima lunga, pilare 
significa diminuire, tritare e simili. È appunto 
di qui che nel primo caso noi Modenesi fogniamo 
la vocale breve e pronunciamo plèr, nel secondo 
la lasciamo intendere rafforzandola di una dop- 
pia consonante susseguente, e pronunciamo pillar. 

PLÒN. Pollone. 

Dal latino pullo per germinare, sbucciare, usci- 
vano pullulo, pullesco e pullulasco : puttus era 
anche pollone, dicendo Catone: abs terra pulii 
qui nascentur, eos in terram deprimito; e da 
pullus moveva pullulus per germoglio o pollon- 
cino. Non si doveva però dir solo pullare, ma 
ben anche pollare, se troviamo nelle viti nomi- 
narsi pollices i sarmenti duarum vel trium gern- 
marum; non che usarsi la voce stessa in di- 
scorso de nodis vel partibus prominentibus in 
cortìcibus arborum. La nostra voce è dunque 
tutta latina se ne eccettujamo la desinenza (che 
è foggiata' sul!' equivalente stolo stolonis), e la 



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soppressione della o in plón, la quale lascia sup- 
porre che i rustici non pronunciassero pollones, ma 
polones o pe!ones, donde per crasi plones. Nelle 
Glosse Isidoriane leggiamo infatti polosus per 
alto ed ornato ( che forse è derivato da pollo o 
putto ), e non pollosus. 

PLÙCCH. Piccoli peli, bruscoli. 

Da pilus ( mod. pél ) esce piluculus ( mod. 
pelUcch ) ; donde, colla soppressione della quie- 
scente, il nostro plucch, ed intensivamente splùcch. 

POLEGÀNA o PULIGÀNA. Lusinghiera 
e Lusinghiero. Persona astuta di cui sono 
a temersi le piacevolezze e i raggiri. Sop- 
piattone, Gattone. 

I latini da pelleoc fecero pellicere per ingan- 
nare lusingando, ma pare avessero anche pelli- 
vare se Cicerone disse pellicatus, e Festo ci 
-conservò pellicator, per qui blandiliis aliquem 
in frauderà pellicit. Da questo verbo si può 
trarre la forma iterativa pellicanare, come da 
fari si trasse fanare, donde V anfanare toscano 
per cicalare intorno a modo di ciarlatano. Dalla 
terza persona del presente di pellicanare ver- 
rebbe allora la nostra voce, come Scolta viene da 
Ascoltare, Guardia da guardare, Birba da tur- 
bare e così dì. 



— 374 — 

PÒLES. Perno. 

Digitus pollex veniva detto dai Latini il dito- 
grosso a pollendo; eo quod inter caeteros, come 
si esprime Isidoro, polleat potestate. Né diver- 
samente Macrobio: Pollex nomen, ab eo quod 
pollet y accepit, nec in sinistra cessat, nec minus 
quam tota manus semper in officio est — L'ag- 
gettivo pollice è dunque quanto potente o va- 
lente; e per ciò noi lo applichiamo, sostantivan- 
dolo, molto acconciamente al perno che ha la 
potenza di reggere da sé solo il peso al mede- 
simo sovrapposto. Il pronunciarlo poi con una. 
sola l póles, e non polles, tiene a queir arcaico 
latino che aveano sulle bocche i Coloni Romani 
venuti tra noi a maestri di Latinità. Festo in- 
fatti registra polet, e spiega: pollet, quia nondunk 
geminabant antiqui consonantes. 

PÒNDEGH. Topo grosso. 

I latini, come chiamavano il Castore, canisr 
ponticus dal suo star nell' acqua, così chiamavano 
mus ponticus il topo grosso e acquajuolo. Noi 
abbiamo sostantivato l'aggettivo, e diciamo pón- 
degh, o pontico 9 senz' altro il ratto grosso, a dif- 
ferenza del sóregh,o sorcio, (lat. sorex) che ha 
minori proporzioni. 

PRÈDA per Mattone. 

La confusione d' idee che ingenera ne' buoni 
parlatori V udir nominare qui tra noi pred i 



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— 375 — 

mattoni, sarebbe scemata se accompagnassimo 
sempre la voce coir aggiunto che prima non se 
ne scompagnava. È bensì vero che noi dicevamo 
in genere preda il materiale da murazione, ma 
è vero altresì che lo distinguevamo in preda 
viva, preda cruda, e preda còta. La viva cor- 
rispondeva a petra o lapis, la seconda a later 
crudus, la terza a later cactus o coctilis. Se 
dunque, quando parliamo di mattoni, dicessimo 
sempre preda còta, e non assolutamente preda, 
porremmo sufficentemente in avvertenza F ascol- 
tante sulla nostra intenzione, e non ne uscireb- 
bero que' ridevoli scambj ai quali io ho più volte 
assistito. 

PRET DA LETT. Specie di Trabiccolo. 

Presso noi si chiama Prete, come presso ta- 
luni nostri vicini si chiama Suora, quella specie 
di arnese quadrilungo che, introdotto sotto le 
coperte con entro un caldano, serve in inverno 
a stabilirvi un tepore eguale e temperato. Questo 
scaldaletto, che fa in certo modo V ufficio di un 
compagno o camerata che n' abbia prima cacciata 
la freddura, si suppone che venga detto Prete o 
Suora per qualificarlo Compagno casto. 

PRILLER. Yolgere in giro, Berlare. 

Gli Etrusci dalla radice ri o ru avevano una 
voce Ril o Rul che valeva cerchio, giro, e quindi 
anno positivo di anulus o cerchietto. I moderni 



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— 376 — 

Toscani ne conservano indizio in rullo ed in 
ruolo, donde rullare, ruzzolare e simili mozioni 
di ruo. Da rilare o rulare, coir aggiunta del 
proverbio ad si otteneva forse arilare od arri- 
lare, se è vera 1* opinione di quelli che in ari- 
lator, arrilator od arrulator non vedono il 
semplice accaparratore da arra, ma vedono 
T arruolatore, il cocio o sensale, cioè colui che si 
pone in giro mettendo in nota od in ruolo gli 
acquisti iniziati ed accerchia i venditori, da ril 
Ciò che sembra men dubbio si è che, mediante 
il proverbio completivo per, da rilare veniva 
perilare per volgere in giro completo od in cer- 
chio, che noi facevamo intendere prilare o pril- 
lare oscurando la quiescente e secondo è nostra 
usanza. I Toscani più ricchi di sibilanti mutavano 
il p in f e, come conservavano rullo non rillo, 
avevano frullare invece di prillare. Prill e prim- 
ièri rispondono quindi a frullo o frullino, e sono 
varie enunciazioni di una stessa radice, dipen- 
denti da svariate etniche proprietà. Si può ve- 
dere quanto dicemmo alla voce Berléna. 

PRINZISBÈCH. Princisbecche. 

Il eh. Cav. di Sant'Albino nel suo dizionario 
Piemontese Italiano, così dichiara la voce Prin- 
cisbech == Metallo composto di rame e di zela- 
mina. Specie di tombacco di bellissimo giallo 
d' oro = Nella nostra frase : arstèr ed prinzi- 
sbèch, restar di princisbecche, accenniamo alla 



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— 377 — 

meraviglia dolente, ed al pallore che ci occupa, 
quando troviamo carboni invece dell' atteso tesoro. 

PRISINTÈN. Gabelliere. 

Appellativo tratto dall' immanchevole ed im- 
portuno loro presentarsi ad ogni viandante. 

PRUYANA, in origine Propagine, poi Pro- 
pagazione o Filare, finalmente due Filari 
di piante posti a riscontro. 

Pango fu prima paco, poi pago, indi pagino. 
Il nome propago -propaginis accoglie sotto un 
solo paradigma queste diverse mozioni, giacché 
il soggetto muove da pagere divenuto pagare, 
ed i regimi escono dal paragogico paginare. Ciò 
autorizza il supposto che antica sia la coesistenza 
delle due forme verbali propagare e propagi- 
nare. Ma come per noi frigidus e frigida di- 
vennero prima fridus e frida, poi fréd e fréda, 
e come rigidus e rigida, seguitando la pronun- 
cia francese, diventarono rèd e rède, così lo 
sdrucciolo propàgine o propàgina, sopprimendo 
la sillaba gì e divenendo piano, si lasciò inten- 
dere propàne e propàna* e per gli scambj soliti 
ad accadere col p, di che toccammo già alla voce 
Bachèr, próbàna e provàna, ed oscuramente 
pruvàna — Egli è per ciò che in francese ve- 
diamo la propagine dirsi prima prouvain o pour- 
vain, poi prouvin, e finalmente provin; vediamo 
i vecchi Spagnuoli dirla provana, ed i moderni 



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— 378 — 

provéna; e leggiamo nel Dizionario Piemontese 
del Cav. Sant' Albino : Provana, propagine, An- 
provanitra propaginamento, non che Provane e 
Anprovanè propaginare, il provigner de' Fran- 
cesi, intorno al quale leggiamo nell' Etimologico 
Menagiano = Provigner de propaginare qu' Isi- 
doro XVII. 5. explique: flagellum vitis, terrae 
submersum, sternere. Provin, les Angevins disent 
prouvain =. Pruvàna e pruvanèr, scorci di 
prqpagine 9 e di propaginare, erano dunque una 
cosa stessa con propago e con propagare, e 
quindi pruvàna valeva anguillare o propagazione 
lineare di vitigni, e per affinità, propagazione 
successiva, o filare di piante qualsivogliano. Ma 
come nella pancata o nel viale noi vediamo due 
anguillari posti a riscontro, così ora colla voce 
pruvàna intendiamo 1' unione di due filari di 
piante che servano insieme ad ornare e ad al- 
lungare in apparenza, mediante successivi ap- 
poggi alla vista, 1' accesso ad una villa o ad un 
caseggiato qualunque di campagna. La propagine 
invece vien detta al presente tratterà, ed il 
propaginare tratturèr, iterando cosi il solenne 
traducere dei Latini.. 

PUFF, nel senso di Debito mal reperibile. 

Puff' è voce imitativa che vale tonfo, o scop- 
pio, donde i francesi hanno pouffer per iscop- 
piare, e dicono marbré pouf il marmo che scoppia 
e si sverza sotto lo scalpello. Noi furbescamente 



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— 379 — 

diciamo di chi lascia un debito a una bottega e 
passa ad un' altra al gK a piante un ciold, o 
una feria, e più furbescamente ancora al gK a 
piante un puff, nel significato forse di vescica 
che scoppia piena di vento e non d' altro. Cosi 
d' un uomo in bolletta, e che è una bolla acqua- 
iola, diciamo cK V è pin ed puff per dirlo pieno 
di debiti» ossia per uomo che riesce infine a pro- 
messe vane, non seguite da buoni fatti, ciò che 
significhiamo colle voci puffèr e puffador. Puff 
si risolve quindi in certo modo in Buffyer buf- 
fata o soffio, e puffèr ricorda il nostro buffer 
per portar via o sottrarre, ( buffer una pdèna ), 
ciò che equivale al francese sufller ed al nostro 
soffiare o levar via di tratto. 

PUÌNA. Ricotta pecorina. 

Per ottenere il caseus secundarius bisognava 
che fosse recoctus, donde la nostra recocta o 
ricotta. Per distinguere poi la pecorina dalla 
vaccina, la prima poteva dirsi recocta pecuina y 
e questa, stante la brevità della vocale e, diven- 
tava spontaneamente pcuina, per riuscire presso 
noi al più pronunciabile puina. Puìna è dunque 
un aggettivo sostantivato che equivale a pecorina. 

PUIÀSTER. Manna o Mannella. 

Il verbo polire o pulire fu proprio delle cose 
agrarie, e polire agrum e polire segetes, val- 
sero il rimondar il primo e acconciarlo a rice- 



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vere la sementa, ed il purgare le seconde cosi 
che il buon grano si separasse dalla mondiglia 
o malseme. Da polire veniva politor per opera 
agraria, ossia per quel colono conduttizio che 
mettea a profitto le sodaglie; e veniva anche 
polimenta per tutto quello che polendo la terra 
o gli animali se ne ritraeva di buono; talché si 
giunse a tanto, come Festo ci avverte, che: 
= polimenta dicebant testiculos porcorum,. cum 
eos castrabant, a politione segetum aut vesti- 
mentorum, quod similiter atque illa curentur =. 
Ab agrorum vel segetum politione, venne dun- 
que che noi chiamammo pula e pulon le bucce 
ed i follicoli del riso, del farro e simili ripuliti 
e acconci a servir da vitto, e che dicemmo pu- 
làster il manipolo, cioè quella manata di spiche 
che, nell' ordine della politura prodotta dal mie- 
tere, è T unità, cioè la politura più piccola e 
quindi designabile colla desinenza spregiativa in 
aster. In ogni modo poi ad uscire in a piuttosto 
che in i, e a dire pulaster e non pulister, può. 
avere influito 1' uso invalso anticamente di pro- 
nunciare polare e non polire quando il verbo 
era d' arte o mestieri. Infatti Interpolare voce 
propria dei folloni e dei rammendatone veniva 
da interpolìre, e ce lo dice chiaramente, non che 
altri, Cicerone. Plinio poi ne autorizza la gene- 
rica nozione quando scrive: = At hercle Ale- 
xandriae, ubi thura interpolantur, idest,rudia cum 
sint, poliuntur. Gonvehebatur enim illuc thus 



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rude, aspectu simile cortici =. Dipolare dunque 
o pulare si deriva più dirittamente pula, e così 
le nostre voci in apparenza più arbitrarie e sgra- 
ziate ci serbano intatte le vecchie pronunce di 
Roma. Siccome poi a pula diciamo anche biila y 
così alla voce Bùia mi sono permesso di pro- 
porre un' altra derivazione. 

PUPÙLLA. Ciuffo, Cresta, Pennacchio. 

I Latini dissero Upupa ed Upupula, avis r 
cristis a capite exeuntibus, galeata, in fimo sem- 
per commorafts, e la nominarono così, come scriva 
Varrone: a voce ejus pu pu. La u iniziale era 
dunque una vocale di iterazione che si poteva 
tralasciare nel minorativo, e quindi Upupula 
diventava spontaneamente pupula , e su bocche 
di lingua ossitona pupùlla. Per lo scambio del 
p. in b. noi la chiamiamo bubbola o contratta- 
mente bùbbla, mentre i Toscani non gallicizzanti 
conservano il dattilo e la dicono bùbbola. Ab- 
biamo per<5 mantenuto il p quando il vocabolo 
dall' uccello cristato passa a significare la sua 
proprietà individuale, cioè la cresta od il ciuffo 
di penne che gli sormontano il capo: talché per 
similitudine diciamo pupulla anche ai ciuffi a 
penna&tij di crini sollevati o d' altro che s* adèr- 
gono è si rizzano sulla testa di chicchessia. Sic» 
come pòi la bubbola somiglia ad una gallinella 
o ad un pollo e si presenta vistosa e superba , 
mentre per la sua carne fetida e non mangerec- 



— 382 — 

eia riesce in nonnulla, cosi è forse che diciamo 
biibbel o bùbbole, le menzogne, gì' inganni e le 
fallaci apparenze. Vedi però alla Voce BubeL 

PÙVA. Ebbrezza. 

Bua infantium potio est ci spiegano i Lessi- 
cografi Latini, e noi ricordiamo prontamente che 
le odierne nudrici sogliono offrire al bon bù, o 
la bona bua ai bimbi quando loro presentano a 
bere. Nonio ci avverte che Lucilio chiamò le 
vinulenti vini-buas, o sbevazzatrici di vino. H 
composto imbuere ci chiarisce sull' esistenza del 
semplico buere o buvere o bubere equivalente 
a bivere o bibere. Il verbo buo o luvo dovette 
per efficacia essere pronunciato anche può opuvo, 
se puteus e poto si hanno per derivati da buo, 
buvo e buvito. Per conseguenza la nostra piiva 
si può credere uscita dalla terza persona del 
presente del verbo puvo equivalente a buo o 
buvo, o bibo o poto, e significare con iscolpita 
profferenza bevuta, tal che quando noi diciamo 
che al tei V ha la piiva veniamo a dire pun- 
tualmente ciò che esprimiamo coli' altra frase: 
al tei al ri ha za d' la bvùda. 



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R 



RAMAZZÉNÀ. Ramanzina, Ramanzo, Rab- 
buffo. 

Noi diciamo Bamazzéna, ed i Reggiani Ra- 
mazzéda, la sgridata o la dura riprensione che 
i Toscani nominano Ramanzina o Ramanzo. 
Senza toccar per ora di queste ultime voci, cor- 
rono alla mente le parole ramazza, ramacela 
e ramata per quello strumento a mo' di pala, 
tessuto di vinchi o di ramuscelli., con che si am- 
mazzali gli uccelli a frugnolo, e che si pronuncia 
così variamente secondo le varie località de' par- 
latori. Or come noi diciamo dare una buona 
cappellata ad uno nel senso di coprirlo di que- 
gV improperj eh* esso si è meritato, così si po- 
trebbe supporre che noi dicessimo, dargli una 
buona ramazzina o ramazzinata, o ramazzata, nel 
senso di intronarlo così da poter di lui: 

cadde balordo 
Come per la ramata cade il tordo. 



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Ma per noi Gallo-Romani e' è anche di più. Tro- 
viamo nel Lessico del vecchio Francese di M. Ro- 
quefort: = Ramasse: Correction; de ramale, 
verge. Donner la ramasse, donner le fouet, cor- 
riger: expression encore en usage en plusieurs 
lieux de France =. Ecco dunque in Ramasse, 
correction, il positivo della patria ramazzéna 
che vale altrettanto. Inoltre nei linguaggi neo- 
latini si trova Ramazza, Ramon, e Ramacela 
per granata o scopa , donde le ramazure per 
iscopature da vedersi nel Ducangio, il ramoneur 
de' francesi per iscopatore o spazzacamino, ed i 
nostri ramacciare od arramacciare per tirar 
giù alla peggio, cioè colla granata non col pen- 
nello. Era usanza di castigare oolla granata o 
colla scopa, sicché de' giovani usciti di pupillo si 
diceva eh' e' avean saltata la granata o rotta 
la scopa perchè non toccavano più ramatate, o 
ramazzate, o ramacciate, o sgranadlèd o scu- 
pàzzón. La nostra ramazzéna dunque, prima di 
valere rabbuffo, avrà assai probabilmente signi- 
ficato dblpo di ramazza o granata. Venendo ora 
a toccare in volo del Ramanzo o Ramanzina 
de' Toscani, eh' essi scrivono ancora con doppio 
m, si potrebbe aggiungere che, se quelle voci 
non son frutto di epentesi, visto come si dica 
colà indifferentemente ramanzo per romanzo, 
cioè per racconto volgare e non latino, potreb- 
bero essere aggettivi sostantivati, come sarebbero: 
rabbuffo ramanzo, o sgridata ramanzina per 




— 385 — 

•dirli fatti in termini non politi o cortesi, ma del 
tutto volgari e plebei. 

RANGIÈR. Ragghiare, Ragliare. 

Noi rasentiamo più da vicino, di quello non 
facciano i Toscani, la pronuncia del latino Ran- 
. vare, che non era solo proprio a significare il 
grido delle tigri, ma ben anche in genere valeva 
vociferare forte e rauco. Il popolo lo avrà ac- 
colto più volentieri di rudere confermando così 
P opinione di que' sapientissimi Romani citati da 
Nonio Marcello, i quali volevano che rudo si- 
gnificasse piuttosto lo strido delle sarte e dei 
cordaggi, che il raglio dell* asino. 

RANGUGNÈR. Ringhiare, gagnolare pro- 
prio dei cani, e metaforicamente, bronto- 
lare. 

Da Gannire, si compone adgannire, o adgan- 
nare, e da quest' ultimo viene l' agugnare usato 
da Dante in senso proprio: Inf. e. VI. 

Qual' è quel cane che abbacando agugna, 
E si racqueta poi che '] pasto morde. 

Il nostro rangugnèr non è poi che la ripetizione 
di agugnare colla solita giunta della n epente- 
tica che fa uscire tango, ningo, vinco da tago, 
wigo, vico ecc. e che esprime il gagnolio sordo 
dèi cane, che non fa anche sentire spiccata P i- 
rosa lettera r. detta dai latini canina littera. Di 

Saggio ece, 25 



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— 386 — 

qui noi diciamo rangugnón il brontolone. Chi 
nel nostro verbo volesse scorgere invece una 
paragoge di ringhiare, potrebbe facilmente sup- 
porre che il ringi delle scritture dovè essere nei 
dialetti parlati, non solo ringere, ma ringare, e- 
per attraizione rangare. Un' altra possibile ori- 
gine della voce è stata già da noi offerta al pa- 
ragrafo Ingugnèr. 

RAYANÉLL. Rafano. Ramolaccio. 

I Latini dissero rapum e rapa quello che i 
Gallo-Romani Cisalpini pronunciarono rava, e i 
Transalpini rave. Ora gli stessi Gallo-Romani 
da rava denominarono ravanello quella piccola 
rapa di sapor acre ed amaro che i Latini dissero 
grecamente raphanus, ed italicamente ( da armar 
od armor per amarus od amaror V. i miei 
Studi sul Carme degli Arvali) armoracia o radia: 
armor acia. I popoli della mezzana Italia, che 
meglio sentirono Y influsso della Romanità , ac- 
cettarono quindi nei loro posteriori volgari il 
rafano, il ramolaccio o Y amaraccia, e la radice, 
noi invece, gallicizzando, mantenemmo RavanélL 

RÀZA. Rovo o Rogo. 

I Latini distinguevano due maniere di Rubus, 
Y uno arborescente, a steli ritti e saldi con fiori 
rosei e coccole rosse oblunghe, che dicevano 
canino o petilio; Y altro a steli flaccidi e lènti 
Serpeggianti e spargentisi a mo' di raggi intorno 



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— 387 — 

intorno sino ad infestare e coprire molto terreno, 
con fiori bianchi e mòre quando rosse e quando 
nere, e che dai rustici era detto rubus radians 
o vaia. Il primo col correre dei secoli divenne 
péttel, il secondo raza. ( Vedi le Voci Peter- 
lenga e Péttel ) Il razzente de' Toscani per 
piccante accenna forse alle spine delle nostre 
raze che piccano e mordono gì' incauti che loro 
s' accostano; ed il pesce detto dai Latini rata e 
dai Greci Bdzos, essendo stato nominato così per- 
chè in tergo et cauda spinas habet iis similli- 
mas quae in rubo visuntur, testifica che il ru- 
bus era detto nel volgare latino raia, come 
appunto in greco si diceva Bàxos. Il rajare di 
Dante trova quindi un antico appoggio. 

RÉMEL. Semola, Crusca. 

L' antica lingua francese ci presenta il verbo 
remer per rimanere e restare, ed il participio 
reme per rimaso o restato, lasciandoci supporre 
che ciò provenga da una forma piana latina ré- 
mere, di cui il verbo remoror, piuttostochè l' altro 
remaneo, sarebbe stato una forma paragogica. 
E per verità la forma piana si lascia intravedere 
neir arcaica voce reméligo, per remora, arresto, 
ritardo, ostacolo, nota a Plauto e a Lucilio, e 
della quale dice Festo: = Remeligines et re- 
morae a morando dictae sunt =. Da questo ré- 
mere potrebbe venire il nostro Rémel, cioè 
rèmelus o rémelum, per dinotare positivamente 



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la crusca, la quale sul setaccio, tuttocchè gros- 
solano, arresta e remora il passaggio della fa- 
rina, e questo rémelum potrebbe divenire re- 
méculum, e per noi italici remécciolum e re- 
mecciòtum, e finalmente pei modenesi remzól, a 
dinotare il cruschello, che, dove si passi ad ado- 
prare un secondo setaccio più fine, seguita pur 
tuttavia a far V increscioso ufficio dell' ostacolo. 
— Chi poi volesse trarre il nostro rémel im- 
mediatamente dal riferito verbo francese remer, 
per farlo dinotare il rimasuglio, o l' avanzaticelo, 
cioè quel che rimane sul setaccio, farebbe certo 
una via più breve, ma forse non autorizzata ab- 
bastanza. 

KÉSTA. Arista, resta. 

Bisogna supporre che i rustici pronunciassero 
egualmente resta per arista anche ne' tempi più 
remoti, se ager restibilis si dee spiegare con 
Festo : qui biennio continuo seritur farreo spico, 
idest aristato; quod ne fiant, solent, qui praedia 
locant, praecipere. Similmente oggigiorno si proi- 
bisce il seminare spica su spica, o stipula su 
stipula, ciò che da' nostri villici vien detto ar- 
stuppièr, ristoppiare, cioè restipulare. 

BIFFA. Gioco d' azzardo, o Lotto. 

Noi pronunciamo la i di Riffa in modo che 
s' ode più la e che la i. Si può dedurre dal fonte 
stesso Teotisco, donde gF Inglesi hanno raflte, 




che si pronuncia rèfll, appunto per riffa, lotto o 
zara. Per ciò quando diciamo: riffa d- una ve- 
sténa ed seda, o d* altro, intendiamo : lotto d' una 
veste di seta, ecc. Quando poi diciamo: fèr una 
riffa a quelchidun, per fargli un sopruso, una 
pedina od una cavalletta, allora, insistendo sulle 
frasi de' giocatori, è quanto dicessimo: fèrgh un 
tir, o, un bruti zògh, cioè un maltratto od una 
gherminella. 

KIGATTÉR. Rivendugliolo, barullo. 

La voce mi sembra di provenienza francese. 
Dal verbo regratter, rigrattare o grattar di nuovo, 
in quella lingua si ha regrat per vendita o al 
minuto o di oggetti di poco valore, e regrattier- 
per venditore di seconda mano o a ritaglio. Noi 
alla nostra parola rigattiere togliendo la r, chfr 
rendea testimonio della sua nozione, abbiamo* 
impressa una storpiatura che a prima vista fa 
sì eh' essa non renda più ragione di sé medesima, 
e ci ponga invece dinnanzi ricatto per redemptio, 
e T ebreo ricattatore del Bonarruoti nella Fiera, 
quasi dicessimo Ricattiére. 

RÒCH. Rantolo. 

Come da raudus uscirono variamente rodus,. 
e rudis, e ruidus e ruvidus, così da raucus, si 
ottenne rocus, e ravus. Sostantivando rauco <y 
roco noi dicemmo al ròch per dire il respiro 
roco. 



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— 390 — 

RÒNFÀ. Seme. Ciascuno dei quattro così 
detti colori nel giuoco delle Carte. 

Rumpf, o rompf viene spiegato dal Wachter 
nel suo Glossario Germanico « truncus et quidque 
mutilo simile: utrumque a rumpo ». D' altra 
parte abbiamo nel Ducangio il verbo ronfiare 
per termine di giuoco, nel senso di rincarare la 
posta, e sappiamo colà da antichi esempj che in 
Francia era una maniera di giuoco colle carte 
detto Ronfle: Lesquelz compagnons conimene 
cerent à jouer au jeu de la Ronfle. Ronfa 
dunque sembra una voce venutaci di seconda 
mano d* oltralpe, e che può significare convene- 
volmente le quattro parti, od i quattro tronchi 
che, uniti insieme, compongono il mazzo completo 
delle carte da giuoco. 

RUDÉA. Piselli. 

Nelle nostre campagne questo legume si pro- 
nuncia quando arvéja e quando ervéja, mentre 
il più piccolo pisello campestre vien detto o re- 
vtott, o ruviott, o erviott, od arviott. Tutto viene 
da ervilia, od ervila od ervia, significante pisum 
minus come ci avverte Columella, e le voci so- 
pravvertite non sono che mozioni di ervum, che 
valse appunto il vecciolo, o il moco, detto pure 
rubiglia o ruviglia. Noi Modenesi della città 
avremmo poi sostituito la d. alla v. per quella 
•stessa permutazione di lettere che lasciava in- 
tendere tutto insieme Fovio e Fodio, Ruvus e 
Rudis. 



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— 391 — 

EUDÉLL. Orlo. 

La nostra patria voce roteilo equivale a ro- 
tolino, ed accenna poi singolarmente a quel ri- 
messo arrotolato che si fa orlando prima d'im- 
puntirvi sopra, giacché ove non si facesse quel 
po' di rimboccatura, il panno o la tela isfilacce- 
rebbono sul taglio. Orlo invece viene dal latino 
ora, che significa al dire di Nonio cujusvis rei 
extremitatem , donde la lingua parlata trasse, 
non solo orala, ma anche orulus, memore forse 
dell' oqos greco di pari significazione , da cui la 
voce latina si vuol derivata. 

JÌÙGA. Bruco, Verme. 

. Plinio Nat. Hist. 1. 17. e. 18 scrive: quoniam 
vermes, qui raucae vocantur, in radice quercus 
nascuntur. Noi seguitiamo appunto a chiamar 
ruca o ruga il verme della quercia ed i simili, 
e neir enunciare il dittongo au abbiamo prescelta 
la vocale più cupa, come fecero gli stessi Latini, 
quando da raudus trassero rudis, ruidus, e 
ruvidus. D' altra parte il generico nome ruga 
può riassumere il concetto delle rughe od an- 
netta, in che sembra dividersi il lungo e striato 
<x>rpicciuolo dei vermi. 



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— 392 — 

RUGHÈR quando vale : Sommuovere il ter*- 
reno leggermente, e me taf. Sgridare, Ri- 
prendere. 

Il rugare latino valeva incresparsi, e nelle 
vesti le pieghe prominenti si dicevano rugae, e 
le cavità sinus; rughèr la ter a vale dunque- 
sollevarvi delle rughe leggere non imprimervi 
dei solchi profondi, ed è perciò che il rughèvr 
viene da noi specialmente attribuito ai majali, i 
quali col grifo van sommovendo il terreno e 
tracciandovi delle rughe, o all' occitanica, dei 
rugament Osservano poi i latini vocabolaristi* 
che: translate Rugae prò se veri tate accipiuntmv 
quia austeri homines rugis frontem contrahunt- 
Con pari traslato dall' aspetto agli effetti che* ne- 
derivano, noi diciamo anche rughèr il parlare- 
deli' uomo corrugato, e rughèda la parola stessa,, 
cioè la sgridata o la reprimenda. Non ommetto 
però di avvertire che rughèr, quando sta per 
sommuovere, potrebbe anche dedursi da una pa~ 
ragoge di ruerè come sarebbe ruicare. 

RÙGLÉTT. Capannelli Rigoletto, Cerchiet- 
to, Crocchio. 

Ruglétt per noi è quanto ruzlétt, giacché qua- 
lora molta gente s' accerchia o fa rota intorno 
ad alcuno, diciamo che la $' gh' arriizla dintórni 
Significa però qualche cosa di diverso, in quanto- 
che ruglétt è circolo o crocchio che sta, non che 



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— 393 — 

va o razzola. Si pad dunque dire che dall' etrusco- 
ril o rul che valeva cerchio, e quindi anno, si. 
facesse il minorativo rilculus e riculus o ruculus r 
donde con ulteriore mozione italica uscissero il 
rigoletto de' Toscani ed il nostro rugUtt per 
cerchietto od annoilo di persone. 

RUGNÌR. Grugnire. 

Noto la voce solo per mostrare come nel la- 
tino Grunnire noi abbiamo potuto tralasciare la 
G iniziale. Ho cercato mostrare in altro mio 
lavoro come la C e la G iniziali fossero talvolta 
lettere di scotimento ed afforzative che si ag- 
giugnevano, V esempio vale ora a persuadere che 
queste in alcuni casi potevano invece venire 
ommesse. 

RUMÉLLÀ. Nocciolo ed anche Ànima o 
Seme delle frutta. 

Noi chiamiamo Anima od Animella il nocciolo 
e il seme della frutta per similitudine tratta dal 
corpo nostro, poiché entro esso nocciolo è il seme 
e si può dire la seconda e 1' ulterior vita delle 
frutta stesse. Ma le lingue di Francia e la nostra 
in antico non dicevano solo anima, ma alma, e 
più comunemente arma. Da quest' arma dunque 
esce il minorativo armella, e per la consueta 
volgare alterazione ramella, r omelia, e rumella. 
Da Ame, sincope di anima, gli Occitanici dissero 
ometta. 



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RUMIÈR. Ruminare, Rugumare. 

Secondo Varrone la Dea Rumina era detta 
Rumia dal volgo; il ruminare dicevasi quindi 
rumare , e rusticamente rumiare, e la rustica 
enunciazione è rimasa viva nel nostro contado. 

HUNFÈR. Russare, t 

Noi lo abbiamo comune coi Francesi che dicono 
ronfler oltre la Loira, e ronfiar al di qua della 
medesima. Un chiaro nostro filologo avvertiva 
che esso è bensì equivalente a russare, ma che, 
stando all' onomatopea, sembrerebbe esprimerne 
la pienezza. Sembra venire da Reflare, Soffiar 
contro, colla solita giunta della n. epentetica 
nasale, mutando la o nella u oscura per farsi 
più imitativo, ed abbandonando la liquida come 



RUSCH. Spazzatura, polvere, bruscoli, mi- 
nuzzoli in genere. 

Il eh. nostro Cav. Parenti scrive : = La certa 
origine di Rusco mi fu additata da un nostro 
buon filologo nel Diz. Ted. It. del Jagemann, ove 
è detto « Rusch s. m. nome generico che si- 
gnifica canna, giunco e simili piante, non si usa 
fuorché colla parola Busch. Rusch und Busch, 
giunchi e sterpi » Ed ecco V identico nostro 
Rusch e Busch sì frequenti a significazione me- 
taforica di estremo consumamento, sottrazione o 
mancanza di qualsivoglia avanzaticelo, rimasuglio 



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— 395 — 

o quisquilia : U ha tolt rusch e busch: A ri resta 
né rusch ne busch. I giunchi e gli sterpi a ri- 
spetto delle altre piante sono cose infime e non 
curate = D' altra parte in antico si giuncavano 
le stanze in verde od in secco secondo le sta- 
gioni, e questo modo di tapezzare, riduceva ad 
ogni poco la giuncata in ispazzatura. Di qui poi 
viene che noi diam nome di Ruscaróla alla pat- 
tumiera, o alla cassetta delle spazzature. 

RUSGÒN. Rosume, torso. 

Da rodo esce il participio rosum, e quindi le 
rosiones di Plinio. Da esso rosum poi noi ab- 
biamo tratto il frequentativo rosicare, il nostro 
rusghèr, donde rusgón ( rosicone ) pel torso, 
ossia per 1' avanzaticcio interiore delle frutta 
rose ; e rusghìn ( rosichino ) per queir intimo 
rodimento che è prodotto da molestie e cure se- 
grete ; e finalmente rusìi ( rosiglj ) per quelle 
rosure e biascicature che sono lasciate dalle bestie 
nelle mangiatoje od in altro, quando o non ap- 
petiscono il cibo, o questo non è di buona con- 
dizione. 



— 396 — 



s 



SADÒLL. Saturo. 

Vairone ha satollare per saturare, e satullus 
per satur. La nostra voce è dunque tutta laziare 
mutando la u nella o, e la t nella d> come in 
Módna per Mutina. 

SAGATÉN. Beccajo Israelita. 

Debbo alla bontà del eh. Monsignor Cavedoni 
il seguente articolo = Dal verbo ebraico caldaico 
sciachat che vale scannare, sgozzare con taglio 
a più riprese movendo il coltello a tratte a guisa 
di sega ( Buxtorfius Synagoga Judaica cap. 36.) 
Anche gli Ebrei di Germania formarono dai 
loro Sciachat il verbo Schecten, parlando in te- 
desco. ( Id. Lexicon Talmud. ) Baki dicesi in 
Rabbinico l'arte del Beccajo che potrebbe deri- 
vare da quella voce Ebraica. = 

SAGATÈR. Scuotere, Trabalzare, Sobbal- 
zare. 

Premesso come nel Latino volgare Sagus o 
Sagum o Saga valeva stragulum, ledi Cooper- 



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— 397 — 

tortum, trascriverò qui il seguente paragrafo 
«stratto dal Glossario Ducangiano: = Sago-ja- 
ctari. Ludus veterum [ quo scilicet distento sago 
impositùs aliquis in sublime jactatur ] apud Sve- 
tonium et Martialem et in Collatione Legis Mo- 
saicae tit. I. qui Sagatio noùpós dicitur in Gloss. 
Lat. Grae. uti observatum a Petro Pithaeo. Nostri 
berner eadem notione usurpant a veteri voce 
Gali, berne, ut vult Cujacius, quae Sagum so- 
nai =. Da sagojactare o sagajactare noi dunque 
avremmo fatto sagattare, e se prima ciò signi- 
ficava quello che ora diciamo dèr la quertàza, 
'dare la copertacela, passò spontaneamente a 
significare lo scuotere, il sobbalzare, ed il mal- 
menare d' ogni maniera. Tutto ciò ove non si 
voglia che sagatèr derivi dall' ebraico sciachat 
veduto superiormente. 

SAGBINÈR. Vessare, travagliare. 

Voce interamente francese ( chagriner ). Dal 
francese chagrin: = sort de cuir d' un poisson 
dont on couvre des livres, des étuis; ecc. = viene 
pure T altra nostra parola sagrén y colla quale 
denotiamo appunto la pelle nera granulata da 
astucci, o da copertine di libri per lo più sacri. 

SAJÙGLA nella frase: andèr in sajugla per: 
andare in broda. 

Sagina latinamente era la pinguedine procu- 
rata, il grasso interno degli animali. In Oocita- 



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nico questo grasso si disse, non solo Sagin, e 
Sagi, ma anche, senza la g, Sain e Sai. Di qui 
i Francesi chiamano lo strutto Sain-doux, quasi 
Sagina dolce per opposizione alla salata, ed i 
Toscani nominarono lo stesso strutto Saime, ciò 
che in altri tempi noi avremmo nominato Sajùm, 
al modo stesso con che enunciamo guajùm il 
toscano guaìme, e lattimi il lattìme. Posto ciò, 
Saginucula, o Saginucla, pronunciata gallica- 
mente, cioè dove Sagina può essere Sai, diventa 
Sajùcula o Saìcula, e, pel solito scambio della 
e in g, Sajùgla, e varrà, stante la sua forma 
minorativa , non il grasso sodo e reggente , ma 
sì il grasso strutto e liquido, e quasi 1' acquolina 
dello stesso. Andèr dunque in sajùgla varrà: 
andar in broda di succiole, struggersi per la 
compiacenza, e come traduce la Crusca voluptatis 
vi liquescere. Così noi diciamo anche : andèr in 
broda d fasóo, o, d lasagn, andèr in salamdya, 
andèr tutt in destrùtt. 

SÀLAMELÉCH, Saluto, complimento orien- 
tale. 

Debbo alla nota erudizione del eh. Monsignor 
Celestino Cavedoni 1' avvertenza che noi teniamo 
la voce dall' ebraico saluto Salom-lecchà, Salom- 
lacch equivalente a : Pace a te, uomo; pace a 
te, donna. 



— 399 — 
SAMÀRGHÌN. Burlone, Impostore. 

Si oda questo tratto di S. Agostino Contra 
Academicos. 1. III. e. 15. §. 34. = Faciamus 
enim duo viatores ad unum locum tendentes, 
quorum alter instituerit nulli credere, alter ni- 
mis credulus sit. Ventum est ad aliquod bivium, 
hic ille credulus pastori qui aderat, vel cuipiam 
rusticano: Salve, frugi homo: die, queso, qua 
bene in illum locum pergatur? Respondetur: si 
hac ibis, nihil errabis. Et ille ad comitem: 
Veruni dicit, hac earaus. Ridet vir cautissimus 
et tam cito assensum facetissime illudit; atque 
interea, ilio discedente, in bivio flgitur; et jam 
incipit videri turpe cessare, cum ecce ex alio viae 
cornu lautus quidam et urbanus equo insidens 
eminet, et propinquare occipiti gratulatur iste. 
Tum advenienti, et salutato indicat propositum, 
quaerit viam, dicit etiam remansionis suae caus- 
sam, quo benevolentiorem reddat, pastori eum 
praeferens. Ille autem, casu, planus erat de iis 
quos Samardacos jam vulgus vocat. Tenuit suum 
morem homo pessimus etiam gratis. Hac perge, 
ait ; nam ego inde venio. Decepit, atque abiit = 
Il volgo Romano chiamava dunque Samardachi 
i burloni, gY impostori, i ciarlatani e bugiardi di 
mestiere; ed infatti il vecchio Commentatore di 
Orazio appone al fallacem circum che si trova 
alla Sat. 6. del 1. 1. = Samardacos et sortilegos 
matheraaticos qui ad metas spectatores circum- 



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stabant et imperitos nugis fallebant =. Nel Glos- 
sario Ducangiano abbiamo pure l'esempio seguente 
tratto dagli Atti di S. Quirino Martire n. 5 
= Video enim te, sicut rusticanum, quasi a Sa- 
mardaco inductum, qui et te et se decipit. = 
Questi Samardachi erano dunque in più nobile 
i Zingani o Zingari dell' epoca, e come noi di- 
ciamo zxnghen per vile impostore, cosi minorando 
T antica voce e contraendola, diciamo samarghin 
all' impostore destro e avvisato. Il eh. Monsignor 
€avedoni mi accennava come la voce era greca 
nel preciso significato di planus, morto, nébulo, 
sycophanta, ed ugualmente volgare, ed opinava 
per conseguenza che di là fosse a ripeterne 
T origine. 

SANGIÒTT. Singhiozzo. 

Non v' ha dubbio che la nostra voce viene 
dalla latina singultus. Rimanendoci quindi sol- 
tanto a dar ragione della varia sua enunciazione, 
diremo che il dialetto patrio muta facilmente nelle 
sillabe iniziali le vocali i ed e nella a facendo 
da serrare uscire sarér, e da selciare, ( in lat. 
med. silicare ) salghér, per conseguenza singul- 
tus diviene sanguttus che il basso latino pro- 
nuncia per attraizione sanguttus. Ma guttus è 
per noi gotto, e gioito facendo uscire per ischiao 
ciamento la quiescente della g, dunque sanguttus 
si trasforma in sangiotto, e per ultimo in san- 
giótt decurtando per apocope la voce al modo 
gallico proprio di noi tutti Galli cisalpini. 



— 401 — 

SANGUNÉLA. Sanguinella, Sanguine, o 
Sanguinaria. 

Questa pianticella era conosciuta sotto lo stesso 
appellativo dalla buona latinità: herba sangui- 
naria, o sanguinea (donde sanguine} o san- 
guinalis ( donde sanguinella ) e ciò dalla pro- 
prietà attribuita al sugo suo di arrestare il flusso 
del sangue dal naso. -Ne prendo nota solo per 
avvertire un 9 usanza invalsa nelle nostre colline, 
che è la seguente. Quando un porcello, e più 
specialmente una pecora, sta a capo chino e non 
si pasce , le si tastan le orecchie , e se le son 
fredde, si dice che ha la sangunéla o il mal del- 
la san g unéila; e per guarirnela le si fanno alle 
orecchie due taglietti, e tenendola stretta tra le 
gambe, le si percuotono le orecchie incise con 
due verghette di sanguinella sin che il sangue 
ne sgoccioli abbondantemente, e il capo se ne 
scarichi. È assai probabile che verghette tratte 
da qualsivoglia arbusto otterrebbero Y istesso in- 
tento, ma tale non è la persuasione de' nostri 
colligiani, e per trar sangue vogliono la sangui- 
naria e non altro. 

SARÀCA quando vale Bestemmia. 

Per reverenza alle cose sacre il popolo, invo- 
candole, ne tramuta i nomi: ne esce perciò Bio, 
Zio ecc. in luogo di Dio, Madosca invece di 
Madonna, e simili. Da questo invocare i Sacri 
Nomi ne vengono presso i Francesi ed i Ger- 

26 
Saggio ecc. 

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— 402 — 

mani le voci sacrer, sacrementer, e sacramen- 
tieren per giurare, bestemmiare, o come diciam 
noi pure sacrare e sacramentare; non che sa- 
crement o sacramene, che si modera alla sua 
volta in sacristie, o si vela in sapristi, nel senso 
di sacramento o saramento inteso per irreve- 
rente interjezione o bestemmia. Invece di sacrare, 
e iterativamente sacracare , per andar bestem- 
miando, il nostro popolo, oscurandone la sacra 
origine, ha fatto saracare, dalla cui terza per- 
sona del presente abbiamo sardca per mala in- 
vocazione di nomi sacri: sicché: tirèr del sardch 
presso noi equivale a lanciar bestemmie, o sa- 
cramenti o saramenti. 

SARAFÈR. Blandire, andar a versi. 

Oltre il verbo abbiamo anche sarafadór o 
sarafén per blanditore, lusinghiero, adulatore. 
Chiesi a un amico il suo avviso sulF origine di 
queste voci, ed egli mi rispose non essere le 
medesime né molto antiche nò molto riverenti, 
ed averle per uno storpio di seraficare e di se- 
raficatore, in quanto si vuol fare allusione alle 
piccole arti ed alle addatte condiscendenze usate 
dai fratelli Cercatori degli Ordini mendicanti, detti 
anche Serafici, colle quali si procacciano o man- 
tengono la generosità de' benefattori. 



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— 403 — 

SAVAZÈR. Scuotere, muovere a scosse. 

Uno de' cognomi di Bacco passati di Grecia nel 
Lazio era Sabazius; per cui, se i Greci ne aveano 
tratto il verbo oapdfav per motu incomposito 
persullare, in Italia si sarà detto sàbaziare lo 
scuotere il corpo e il capo al modo dei baccanti. 
Parrebbe che da queste lontane origini prove- 
nisse il nostro savazèr per iscuotere e far bar- 
collare applicato così alle persone come alle cose. 
Ove però la suddetta etimologia potesse sembrar 
chiamata a due mani, osservando come savazèr 
si applichi da nói più specialmente all' atto di 
scuotere un liquido dentro d' un vaso, si po- 
trebbe vedere dal verbo vasare ottenuto prima 
avasare, per render vaso capace di contenere, e 
poi supporre unita ad avasare la s avversativa 
per dare all' avasamento la facoltà opposta di 
versare. 

SBADÒFIA. Basoffia. 

Se pei Toscani basoffia è un aumentativo di 
basina ( voce spiegata dalla Crusca come mine- 
stra ) non ho che a ricordare quanto scrissi alla 
voce Bèsla, per poter supporre che le suddette 
due voci siano mozioni di bas o vas, e che per- 
ciò essi Toscani, con facile metonimia, piglino il 
contenuto pel contenente. Così, invece di basina 9 
noi diremmo fondina o scodella , e invece di 
basoffia, tondinona o scodellona. E forse basina 



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veniva detta la cucchiaja od il romajuolo che» 
nelle comunità era la misura ordinaria delle mi- 
nestre, e basoffia era voce da scherzo che la- 
sciava intendere aumentata la capacità della ba- 
sirla per le più late ventresche e per gli affa- 
mati. La nostra badoffia sembrerebbe poi calcata 
più da vicino suir antica voce latina batioca, che 
valeva appunto vaso assai cupo ( da pà&oe pro- 
fondità, e patos profondo ) resa finalmente più 
espressiva dalla lettera di spirito aggiunta in capo. 

SBAJAFÈR. Sbarazzare. 

Noi diciamo abbajare anche di chi gridi forte 
ed iroso, sicché da bàj o bàja per abbajamento, 
diciamo sbajafèr per far de' bài a modo di cane- 
Per una non istraordmaria metatesi, invece di 
sbajafèr, diciamo anche sbafajèr, dai quali due 
verbi escono sbajafón e sbafajón con pari si- 
gnificazione di sbarbazzatore , urlone, bravaccio. 
Nullameno, considerando appunto l' avvertita me- 
tatesi, e la desinenza participiale che fa sbajafè 
e non sbajafatt, non crederei i nostri verbi com- 
posti dal verbo fare e da bàj, ma li stimerei 
mozioni paragogiche e iterative del semplice sba- 
jèr intensivo di bajèr o abbajare. Non vorrei 
però negare che fé non potesse essere participio 
del semplice fèr fare, e che fatt noi fosse del 
paragogo facere. 



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— 405 — 

SBAMBLÈR. Ciondolare, Spenzolare. 

La parola è in Italia antichissima, e ce la 
comunicarono forse i Greci Italioti, pappato, o 
pappoMfa valeva in quella lingua: tremolare come 
le foglie agitate dal vento, e quindi anche bal- 
butire, ed emettere un suono stridente e confuso. 
Ho detto che la voce è antichissima, giacché Ci- 
cerone nella 3. Filippica ci mostra in uso sin da 
suoi tempi Bambalione come nomignolo od ap- 
pellativo di spregio. = Tuae conjugis Bambalio 
-quidam pater, homo nullo numero; nihil ilio 
<5ontemptius , qui propter haesitantiam linguae, 
stuporemque cordis, cognomen ex contumelia 
traxerit = Dal verbo greco, romanizzandone la 
desinenza, si fece bamb alare, e noi per sincope 
bamblare, e finalmente coir aggiunta della so- 
lita s di efficacia, sbamblare e sbamblèr, man- 
tenendo alla voce 1' originaria significazione di 
tremolare ad ogni fiato di vento, e quindi di 
cascante e non rigido. Di qui diciamo sbamblént 
il cascaticcio ed il caloscio, e sbamblón, non 
solo T arfasatto e l' impannucciato, ma anche il 
dondolone, cioè colui che ha un incesso ciondo- 
lone e abbiosciato. 

SBANDANE^. Spalancare. 

Paragoge di sbandare nel senso di buttare in 
banda, per cui sbandanèr el pori, o el fnésler, 
vale aprirne in banda le imposte quanto è pos- 



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sitale, e quasi trarle dalle bandelle. Sbandane 
vale dunque tutto patente, spalancato. Rammenti 
però il lettore quanto si disse alla voce Fata. 

SBERLÈR, quando vale Sghangherare. 

Il verbo sberlèr ha, oltre i significati da noi 
veduti alla voce Berléna, quello di aprire ancora 
con violenza sghangheratamente. Sberlèr i uss r 
sberlèr i occ vale aprirli sino a farli uscir de* 
gangheri, ossia sino che si può. Quando la voce 
ha un valore siffatto, mi pare che possa venire 
dal vocabolo greco mé^va, latino perna per cai- 
caneum, che ci diede il comune perno, perchè 
appunto sui talloni s' impernia 1' uomo fatto per 
istar ritto. Da eocpernare, o paragogicamente 
expernulare verrebbero allora i nostri verbi 
sbernèr, sbernlèr, e sberlèr , quando valgono 
spalancare o sgangherare, non rompere, sii di che 
vedasi la voce Sbernèr. Premesso ciò, sberluccèr 
accennerebbe air atto di sgangherare e contor- 
cere gli occhi, tanto da poter occhieggiare da 
tutti i lati, e sbérla varrebbe manrovescio tale 
da toglier di perno chi lo riceve. 

SBERNÈR far impeto su una cosa fragile 
e buttarla in pezzi. Spezzare. 

È noto che il verbo sperno aveva in latino 
due uscite, spernere e spetmari, donde lo sper- 
natus accolto dalle Glosse. Non è ugualmente 
pacifica la nozione del verbo stesso. Il Vossio, 



derivandola di Grecia, scrive : Ita proprie spemi 
dicitur, quodper viam spargitur, ut temrii quod 
abscinditur, nam té^vuv secare. Poscia soggiunge 
r= Quid si sperno dicamus contractum a sepa- 
rinoì mozione di separo, come natino, negino, 
stano sono di nato, nego, sto = Ciò che è 
certo si è che sperno ia antico valeva più che 
segregare, separare, disgiungere, giacché valeva 
staccare con violenza, dilungare con impeto o 
spinta, rigettare, ributtare e simili, come è pro- 
vato dal seguente frammento Enniano: 

Melius est virlule jus, nam saepc virluLcm mali 
Nanciscuntur, jus alque cquom se a malis spernit procul. 

Il valore dunque di sprezzare che il verbo 
acquistò dappoi, fu un significato metaforico che 
mosse dal reale detto di sopra. E questo reale 
fu probabilmente anche di maggiore efficacia, e 
valse lanciar lontano e disperdere, e come te- 
mnere significò in origine tagliar via, spernare 
avrà significato cacciar via. Ora come da po- 
plicus avemmo publicus, e batillum da patulum, 
così sbernare potè essere una nostra pronuncia 
di spernare, che troverebbe forse nel berner 
francese per cacciar via o in alto qualcuno dopo 
averlo steso su una grossa coperta, un riscontro 
tanto meno inopportuno, quanto più lo stesso 
berner passa in quella lingua alla significazione- 
di spernere o di schernire. 



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— 408 — 

SBGAZZÈR. Scorbiare, Scarabocchiare. 

Si dice propriamente di chi non sapendo scri- 
vere o disegnare, invece di linee corrette, fa 
sghembi e tortuosità perverse ed annormi. Ne* 
primordii era usanza di toccar le lettere di ma- 
tita e poi proporle al discente perchè su v' in- 
sistesse coli' inchiostro, ora avveniva, sempre nei 
primordii, che questi, mal destro, sbiecasse le linee 
e non covrisce il disegno. Da questo sbiecare a 
me par dunque che noi abbiamo tratto il fre- 
quentativo peggiorante sbiecazzare, e che ne 
abbiamo estesa la significazione dallo scrivere 
anche ad ogni opera della mano in cui sarebbe 
necessaria la correzione delle linee e del disegno. 
Perciò Sbgàzz equivale a sgorbio, od a disegno 
e pittura pieni di sbiecature ed irregolarità; e 
Sbgazzén è pittoraccio senz' arte e di mala pra- 
tica. Quello che mi confermerebbe nell' opinione 
che il nostro verbo venga da sbiecare o tirar di 
sbieco e non diritto, si è che noi diciamo sbgaz- 
zèr via per cancellare, o coprir d'un frego, 
giacché il frego dandosi appunto in isbieco al 
ritto delle lettere, fa sì che mediante la signifi- 
cazione pratica del verbo si conduca quasi da sé 
la mente a scovrire l' originaria nozione del me- 
desimo. 

SBIÀVED. Sbiavato, sbiadito. 

I Vocabolaristi latini registrando la voce blar 
£eus, derivata da Mata porpora, la fanno rispon- 



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•dere a rosso anziché a purpureo, dimenticando 
per avventura la violacea purpura che vigeva 
ne' primi tempi di Roma, secondo asserisce Cor- 
nelio Nepote: me juvene, violacea purpura vi- 
gebat. Blateus perciò significa bensì porporino, 
ma proveniente da quella porpora che era color 
di viola, od azzurrognola. Di qui il Toscano bia- 
detto per azzurro, il francese bleu, e V occitanico 
blav con tutti i suoi derivati. Noi Modenesi so- 
stituendo alla liquida la i, come vedemmo fare 
i Toscani con biadetto, nominammo biàv il bleu 
o turchino, e biàved o biavido il tinto in az- 
zurro. Ne è prova l'avversativo sbidved che al 
pari di sbiavato o sbiadito, vale ora generica- 
mente scolorito e stinto, mentre originariamente 
avrà significato il bigerognolo che rimaneva dopo 
che T acqua, il sole od il tempo aveano fatto 
perdere la pronta vivezza al biadetto primitivo. 

SBOCCIA nel significato di Gozzoviglia, e 
Sbevazzamento. 

Da bòccia, fiasco o bottiglia, noi diciamo d'un 
franco bevitore, che : a gh piès la sboccia, per 
significare che gli piace di sturar molte bottiglie, 
ossia di vuotar molte bocce. 

SBRAGHÈR. Lacerare, Stracciare. 

Dal verbo separare noi coi Toscani femmo 
sparare, per dividere regolarmente e secondo 
arte. Volendo indicare invece una separazione 



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— 410 — 

disordinata e irregolare, demmo al verbo una 
mozione iterativa di spregio e femmo spracare 
e sbragare sincope di sparacare. Di qui le voci 
sbrègh per lacero e sbragadùra per lacerazione, 
o stracciatura, cioè separazione sconcia e mal 
fatta. 

SBRAJÈR. Urlare, Gridar forte. 

I Francesi dicono bruire il ragghiare, e di 
qui brailler il gridare forte e con istrido ; i Pro- 
venzali hanno brai per grido e braillar per 
gridare. È noto che le due II per noi galliciz- 
zanti si ammolliscono, e si lasciano intendere 
come una j. Braillar diviene quindi brajdr , e 
con tendenza alla sottile desinenza francese bra- 
jèr, e colla aggiunta della s intensiva, sbrajèr. 
Per conseguenza sbràj accresce il brai occita- 
nico, e sbrajamént è la mozione latina di una 
voce celtica più imitativa del rudo, e rudor della 
lingua togata. 

SBRÙSIA. Cociore e metaforicamente Pru- 
rito e vivo desiderio. 

Come abbrustiare od abbrusciare significa 
assai meno di bruciare, così per noi Modenesi 
imbrusièr o brusièr, o colla s di efficacia sbru- 
sièr, minora d'assai la significazione di brusèr: 
questo vale bruciare, quello vàie indurre sulla 
pelle un cociore che Y arrossa e 1' aggrinza, per 
cui, disponendola ai bitorzoli e al trasudamento, 



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— 411 — 

vi risveglia localmente un prurito che noi no- 
miniamo sbriisia. Di qui metaforicamente sogliam 
dire : la tèi V ha una gran sbrùsia ( per es. ) 
d' mariders , per dare ad intendere che n' ha 
una viva voglia, un prurito quasi irresistibile* 
od un bruciante desiderio. 

SBUJÙZ. Afa. 

Le due l del latino bullire dovevano per noi 
Galli Cisalpini rammollirsi, e fare intendere prima 
buglir, e poi bujr. Ma se ciò accadeva nella 
pronuncia, doveva altresì il verbo nella sua no- 
zione passare a significare gli effetti del bollire,, 
cioè il caldo umido e soffocante che sente chi 
sovrasta p. e. ad una caldaja in bollore. Per ciò 
noi diciamo: che a gh fa un chèld e' a s' buf 
per dire qui ci fa un caldo soffocante. Aggiu- 
gnendo al verbo la solita s di efficacia, ne ab- 
biam tratto sbùja e sbujuzz, non per sobbollo o 
peggio, ma per afa, e per affogaggine. 

SCAFA. Scafale. 

Leggiamo nel Glossario Germanico del Wa- 
chter: Sehaff Armarium in quo aliquod reponitur, 
e ciò da Schaffen che vale anche statuere, or- 
dinare, ed ordinatina componere. La nostra voce 
sembra dunque di Gotica o Langobardica origine. 



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SCÀLES. Vizzo. 

Callescere vale indurare, excallescere per 
conseguenza vale mitigare o perdere la durezza 
di prima. Scàles è dunque excaUescens, e si dice 
specialmente de* tuberi e delle radici mangerecce 
che avvizziscono scorso il tempo del loro com- 
pleto sviluppo. 

SCALFARÒT. Scarferone. 

Le antiche Glosse ci han conservato Scalperum 
per calceus, caliga e simili. La nostra voce non 
è dunque che una semplice mozione spregiativa 
di scalperum, non diversa da quella trattane 
dagli Spagnuoli, i quali dicono escalfarote alle 
uose od ai calzeroni o scarperoni. La mutazione 
poi del p in f è frequente nel nostro dialetto. 

SCALVÈR. Incavare leggermente. 

Quando applichiamo questo verbo alle stoffe 
destinate alle vestimenta, allora sulle bocche dei 
sarti, vale quanto scavare, per cui p. e. scalvar 
r occhio di una manica , vale scavarlo, allar- 
garlo. Scalvèr è dunque un' alterazione di exca- 
vulare, il cui diritto scorcio sarebbe scàvlèr, 
donde abbiamo la voce scavladór per fosso o 
via fonda scavata. 

SCANDELLA. Scandella od Orzo di Gaììazìa. 

Per noi Modenesi la scandella equivale alla 
farriola, cioè al farro seminato, non sopra, ma 



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sotto inverno,, il qual ultimo riesce quindi pii* 
piccolo del primo. Chi volesse tentarne V origine- 
potrebbe dir forse che il farro fu il grano tanta 
caro agli antichi da far uscire dal medesimo il 
nome farina divenuto poscia generico; e che, 
dopo essere stato svestito e rimondo formò esso 
T esca principalissima dei primi nostri coltiva- 
tori. Gli Spagnuoli, chiamando escandia il farro 
puro e mangereccio, ci lasciano supporre che il 
vocabolo venga dal lat. escare, dal quale si sa- 
rebbe ottenuto escanda in significato di cosa da 
essere mangiata. Sarebbe allora spontaneo che 
se il farro grosso si diceva escanda, o con altra 
desinenza escandia, il piccolo o minore si no- 
minasse escandella o escandiella, donde colla 
solita aferesi potremmo avere la nostra scandella. 

SCANNAFÒSS. Scannafosso. 

Questo è T appellativo da noi attribuito a quel 
fosso che attraversa una strada, essendo, in dir 
così, più memori del rustico Romano di quello si 
creda comunemente. Avverte infatti il Vossio 
opportunamente che: ili re rustica striga dice- 
batur sulcus qui uno ductu peragebatur in lon- 
gitudinem, ut scamnum in latitudinem. Sean- 
nafoss è dunque quanto fosso scanno, cioè fosso 
trasversale. 



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SCANTINÈR. Svariare, Stonare. 

Cantilena era la canzone, il ritmo, il numero 
che reggeva il canto, e perciò cantilenosus era 
il ritmico, il numeroso, e ad musicam compo- 
situs. Credo esistesse il verbo cantilenare, dal 
quale per crasi, se non per paragoge da cantare, 
sarebbe uscito cantinare, rimasoci nel suo av- 
versativo scantinare per uscir di ritmo, stonare, 
guastare il coro, non stare alle battute, ed in 
genere svariare e non rispondere alla espetta- 
zione. Avverto nullameno che noi diciamo can- 
tino o cantén alla nete, cioè alla più alta delle 
corde musicali, scantinar od uscir del cantino, 
potrebbe quindi voler dir anche uscir da ogni 
nota riproducibile cogli strumenti. 

SCÀRAVULTÈR. Rovesciar con violenza, 
Scaraventare. 

Scaravultèr significa voltar sossopra con im- 
peto, per cui ove due lottino insieme a braccia, 
. e si possa dire che uno è riuscito a scaravultèr 
chi' èlter, intendiamo significare con ciò che lo 
ha stramazzato e travolto in terra impetuosa- 
mente. Sembra Y unione del verbo voltare col 
proverbio scar o scara, di che vedi alla voce 
schèrpa. Vale quindi più di ribaltare o dar la 
balta, il nostro arbaltèr, ed è pari in valore 
all' escrebantar de' Provenzali, da noi riferito a 
suo luogo, che risponderebbe a scarabaltór. 



— 410 — 



SCARCAJÈR. Sornacchiare , sputar crasso. 

Piuttostochè dal latino gurgulio-onis per ugola 
o strozza, dal greco yaqyaQKov di pari nozione, i 
nostri dialetti fecero exgargariare , e poscia 
excarcaliare per significare ciò che noi diciamo 
espettorare. Il patrio scarcajèr vale dunque 
quanto il latino exscreare, cioè cacciar fuori 
sornacchi, e risponde allo spagnuolo gargajear 
ed al francese cracker o sputar crasso, colla 
aggiunta della ex od s espellente o deduttiva. 
Dal verbo scarcajèr viene poi scarcdj per espet- 
torazione o sputo catarroso, e metaforicamente, 
dall' indicare cosa gravedinosa o pituitosa, passa, 
applicato a persona, a valere lo screato, il ma- 
laticcio e T ammorbatino. 

SCARFÒJA. Spicchio, o foglia carnosa nel 
bulbo delle cipolle. 

Osservando ciò che diremo, sul preverbio Scar 
o Sgar, alla voce Schèrpa, si vedrà che scar- 
fója è quanto foglia la quale dee essere carpita 
o staccata violentemente, come appunto sono le 
compagini od i fogli che stretti insieme compon- 
gono i bulbi delle cipolle. 

SCARPULÉN. Scarpajo, Calzolajo. 

Passata la voce Zavàta a valer solo Scarpa 
vecchia, anche Zavatén ciabattino, fr. savetier, 
valse unicamente il rattoppatore dello scarpame. 
Scarpulén invece nelle nostre campagne è quello 



— 416 — 

«he fa le scarpe nuove, rimanendo però sempre 
al di sotto del Calzulèr o Calzolajo, che pone in 
opera pelli fine e taglia i calzaretti e gli stivali 
secondo ogni nuova usanza. Calzulèr insomma 
è il Cordonnter attuale de' Francesi, il loro an- 
tico Cordouarder, il nostro pur vecchio Cordo- 
vaniere, cioè il Maestro in porre ad opera il 
Cordovano ( corium Cordubense ) che poi, ve- 
nendoci di Levante e dal Marrocco, si disse in 
seguito Marrocchino. 

SCARVÉNT. Vento impetuoso, tifone, trom- 
ba di vento. 

Vocabolo composto dal preverbio Scar, Scara 
o Sgar da vedersi alla voce Schèrpa, e da vent, 
che perciò significa: vento che carpisce, o come 
noi diciamo scarpéss, diradica ed asporta. I 
Toscani hanno scaraventare, il che lascia sup- 
porre anche scaravento, nel senso però di scar- 
avventare, cioè avventar con violenza. 

SCARTÈR nel senso di Potare, tagliare. 

Amerei supporre la voce proveniente dagli 
antichi verbi germanici scheren e snharben, i 
quali valgono appunto secare, putare e ampu- 
tare condotti a desinenza latina. Provenienti da 
questi scharte significa incisura, e schart laesus 
od incisus, donde forse il nostro schèrt per scar- 
tato, cioè per la parte recisa, e che per conse- 
guenza non si è voluta lasciare al luogo suo, e 
che implicitamente si è rifiutata e respinta. 



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— 417 — 

SCFFÒN. Scarferoni. 

Sappiamo da Catone che una maniera di cal- 
zari villerecci, propria de' servi, si diceva scul- 
poneae o scolpartene. Non avremo difficoltà a 
riconoscere in questa voce romano- rustica la 
madre de' nostri scoffoni contadineschi sapendo 
la facilità con cui il p si muta in f, e la liquida 
svanisce. 

SCHERMLÌR. Rabbrividire, Stremire. 

La lingua d' oc, sorella delle nostre italiane, 
aveva il verbo cremer o cremir, che valeva tfr- 
mere profondamente così da tremarne: Cremos 
e cremosamen valevano quindi timoroso e ti- 
morosamente sino alla trepidazione. Come da 
tremere o tremare usciva tremolare, cosi da 
cremer o cremir usciva cremlir, al quale ag- 
giugnendo in capo la solita s di efficacia, si ot- 
teneva il verbo scremlir, che indifferentemente 
si pronunciava anche, per la consueta altera- 
zione, schermlir. Da questo fonte uscivano poi 
le nostre voci imitative schrèmel, schermléz, o 
scremléz per brivido di paura e simili. 

SCHERNÌCC. Scriatello, Caramogio, Fuse- 
ragnolo. 

Quando vogliamo dire che uno è contraffatto, 
diciamo che esso è uno scherzo di natura. La 
nostra voce indica qualche cosa di più, accen- 

Saggio ecc. 37 



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— 418 — 

nando ad uno scherno fatto dalla natura all'u- 
manità procreando un aborto od una mostruosità. 
La desinenza poi in ice è spregiativa e minora- 
tiva ad un tempo, venendo dalla enunciazione 
ossitona della simile in icolus, icola, icolum dei 
latini. Non debbo però ommettere di riferire che 
nel Dizionario della Lingua Bretona del Le Pel- 
letier si legge: Scarinec: qui alesjambes lon- 
gues et menués: Au pays de Vannes on le dit 
de méme. Ciò autorizzerebbe il supposto che la 
voce Schernicc o Scarnicc fosse un rimasuglio 
celtico. 

SCHÈRPA. Scarpa. 

Noto la voce, non solo per avvertire come im- 
pariamo da Vopisco che carpisculum era: genus 
calceamenti barbarici multifariam scissi, ossia 
trinciato in più parti, la cui forma vezzeggiativa 
induce ad ammettere 1' esistenza di carpiscum , 
e di un positivo che unito ai preverbio afforza- 
tivo ex ci darebbe scarpa e scarpino, ma an- 
che per segnalare nel verbo excarpere la signi- 
ficazione di scindere, strappare, trinciare. La 
radice donde usciva carpiscum, poteva essere 
carpum, o carpus, colla significazione di carptum, 
per cui excarpum poteva altresì significare eoocer- 
ptum staglio, strappatura, scissura. Di qui forse 
il francese escarper per tagliare quasi a picco, 
e forse con altra pronuncia écharper ed écharpe. 
Ciò che importa nel proposito di segnalare è che 



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— 41» — 

noi da questa radice abbiamo fatto un preverbio 
che si manifesta quando scar o sgar e quando 
per attraizione scara o sgara, che inchiude in sé 
il valore di carpir con violenza, strappare, e che 
si manifesta in scarfója, sgarbàzza o sgara- 
bàzza, scarvént, scaravultér o scarvultér ecc. 
da vedersi ai luoghi loro. 

SCHERZGNÌR. Stridere, cigolare. 

Il participio cretum, applicato a cerno, donde 
oretus e cr etura, ci lascia luogo a supporre 
T esistenza d' un verbo cretare o cretiare, che 
vivrebbe tuttavia nel più spressivo nostro scre- 
ziare per dividere, separare: e la supposizione 
tro\ra fondamento nel participio spretum, appli- 
rato a sperno, che ci ha senza dubbio lasciato 
il verbo sprezzare dall' antiquato spretare o 
spretiare. Ma come da nato, nego, trico, lurcor, 
pago uscivano i paragogici notino, negino, tri- 
tino, lurcinor, pagino, così da creto o cretto 
doveva uscire cretinare, e più spressi vamen te 
scretinare, e per V usata metatesi, schertinare 
o scherzinare. Posto ciò, quando noi volessimo 
far udire, piuttosto lo stridìo od il cigolio effetto 
della divisione o mala compaginazione di materie 
sia dure sia secche sia scheggiose, di quello che 
volessimo designare la loro separazione in sé 
stessa, riusciva spontaneo che passassimo il verbo 
dalla prima alla quarta conjugazione tanto più 
imitativa, e che invece di schertinare, dicessimo 



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— 420 — 

schertimre, ossia scherzinire, ed al modo nostro- 
scherzgnir. 

SCHNÉBI. Brutto muso, Grugno contraffatto - 

Neir antico Teotisco Schnebbe è naso, poi 
becco o rostro, finalmente: os, quamvis ex con- 
temtu, ut rostrum apud Latinos. La nostra voce- 
pare derivata di là appunto, ed equivalere a 
quello che noi diciamo spregiativamente mus r 
grùgn, béch o simili. 

SCHIRÀCC. Scojattolo. 

I Latini, togliendo dai Greci, lo dicevano Sciu- 
rus, od Ombracoda, quia in aestu utnbram sibt 
facit cauda sua. Noi, scolpendo meglio il k greco, 
dal minorativo sciuruculus e sciuraculus, ab- 
biamo fatto schiracc, allontanandoci dall' origine 
forse meno di quello abbian fatto i Toscani, e 
non difformemente dai Francesi, i quali da scHi- 
rulus hanno il loro écureuiL 

SCHIZZÈR. Schiacciare. 

In Tedesco quetschen è schiacciare. Dando al 
verbo la solita desinenza romana, quetschen di- 
venta queccere o quecciare, e coli' aggiunta 
dell' intensiva, squeccere o squecciare 9 od altri- 
menti schezzare, che si assottiglia in schizzare. 
Con tutto ciò la voce Scacella, conservataci dagli 
antichi Glossografi, e spiegata per: instrumentum 
ad pinsandum f cioè pestello o schiacciato^ ac- 



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cernia al verbo anche latino volgare, che ha po- 
tuto originare schiacciare. 

SCIAVARÒL colla e vegeta. Piuolo. 

Secondo Nonio clabula, e secondo Varrone 
clavola o clavula, significavano: ramus ex utra- 
que parte aequaliter praecisus. Il nostro scia- 
varól è quindi puntualmente uno spiritoso mi- 
norativo di clavola e vale ramicello tagliato da 
ambe le parti egualmente, e che fa da chiavarda 
collegando insieme i due staggi delle scale a 
mano. 

SCIÈR. Solcare, Costeggiare e sommuovere 
il terreno per far le porche, o i dossini, 
o i magolati. 

Boccio od Eoccieo era chiamar fuori, estrarre, 
sommuovere, sollevare, ed aveva per iterativo 
eccitare. Posso supporre il nostro s-ciare una 
nuova uscita di ciré, cioè dare, preceduta da 
-quella s che è il solito rudero di ex. Bocciare 
applicato all' agricoltura varrebbe solcare per far 
porche od ajuole colla terra eccitata e sollevata 
per ambe parti dall' aratro o da altro strumento 
-sommovitore. Scia poi per ajuola sarebbe la terza 
persona del presente del verbo passata agli offici 
di nome, com'è consueto. Al verbo sciare (scièr) 
s' aggiungerebbe inoltre dai campagnuoli un' a 
enfatica iniziale, e ne comporrebbero asciar quasi 
per aggiungere lena all' indicato sollevamento. Or 



chi direbbe dunque che porca e seta provengono 
dallo stesso fonte? Eppure è cosi, 1* una viene 
da ex-cire o etere, Y altra da porro-ciré o etere. 

SCÌPLA colla e vegeta e scolpita. Malap- 
presa. 

Capere era cipere in composizione, per cui 
ex-capulus, od ex-cipulus aggettivo, colla ex 
avversativa, dava scapolo per non preso e non 
legato, e scipolo aggiuntivo, specialmente di 
bocca, presso i nostri rustici, appo i quali bocca 
scipla vale bocca che mal prende il cibo, schiz- 
zinosa e malappresa. Da excapulus usciva exca- 
pulare, donde prima scapolare e poi scappare ~ 

SCÌSS. Sugo di letame. 

Nei nostri letamaj. oltre la buca del letame, 
abbiamo quella del sciss o scisso, cioè della sco- 
latura di esso letame o del succo suo che si vien 
separando dal medesimo, in ragione dell'acqua 
che vi sovrappiove o dell' orine che vi si sovram- 
mettono. Siamo poi soliti a riprendere il scisso 
colle pale ed a rigettarlo sull'ammasso del concio 
per agevolarne la fermentazione. Da tutto ciò ne 
conseguirebbe che noi chiamiamo sciss, da scissus, 
il liquido che si separa o scinde dal letame so- 
lido senza cessare di essere esso pure letame, e 
che per conseguenza il scisso è un aggettivo 
qualificante di letame, e passato da noi a con- 
dizione di sostantivo. A rendere poi questo pa^- 




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— 423 — 

saggio evidente anche per la sua forma esteriore, 
invece di Sciss, siamo pur soliti a dire Scissimi 
o Scissume. 

SCIUPLÌR colla e vegeta. Scoppiettare. 

Da copula i Toscani trassero coppia, noi con 
etnica alterazione dopa: per conseguenza da 
copulare i Toscani ebbero accoppiare, non che 
il suo contrario scoppiare da excopulare. Noi 
da questo ultimo verbo composto, femmo sciópla 
per iscoppiatura, sciupar, non che sciuplèr e 
sciuplir, quasi scoppiettire per iscoppiettare, cioè 
excopulire per excopulare nel significato origi- 
nario di disunire e disgiungere ciò che prima era 
unito e congiunto, significato poi che per ap- 
prossimazione passava a distinguere anche 1' ef- 
fetto udibile della disgiunzione, cioè il suono 
dalla medesima provocato. Ove poi la disgiun- 
zione stessa non sia per ischianto apparente e 
sonoro, ma si tratti di sollevamento od enfiagione, 
allora alla lettera e sostitujamo la lettera di fiato 
o di spirito, cioè la f> ed in sfìopla ed in sfiu- 
plir, vediamo Y enfiagione prodotta da contusione, 
non udiamo, come in sciópla e in sciuplir, lo 
scoppio prodotto da stacco o separazione. 

SCÒCCA. Guscio o Cassa di Carrozza. 

In antico non si diceva conchiglia ma cochi- 
glia o cochilla. Il cocchio sembra dunque che 
fosse propriamente, non Y intiera carretta o car- 



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— 424 — 

rozza, ma il guscio o la coccia che riceveva le 
persone, e che noi diciamo anche scatola o cassa. 
Sul cocchio stava V auriga, e però fu detto coc- 
chiere, e presso noi coccio e cócc: dico presso 
noi che nominavamo coccia e cozza i giraci ap- 
punto ed i nicchii. La nostra Scòcca attuale non 
sarebbe dunque che una più vegeta pronuncia di 
coccia, e varrebbe quanto scocchio per cocchio. 

SCOCCIA. Tabacco da fiuto inferiore. 

Noi al coccio diciamo scózz, e ne generaliz- 
ziamo r applicazione tanto che scózz è pel no- 
stro dialetto equivalente a deteriore, infermo, 
mal atto e mal condizionato. Si direbbe quindi 
che noi nominassimo scoccia o scozza il tritume 
infimo de' tabacchi , che non è di buona foglia, 
ma del rimasuglio e de' rifiuti. 

SCÒDSA. Assicella. 

Da codex codicis per caudew, tronco d' albero 
o pedale donde segansi gli assi, fu fatto codice, 
e da noi codsa come da pomice femmo pomsa, 
e da vernice rernsa, e da felice felsa. Per mo- 
strare poi ciò che è stratto, segato, dedottò ex 
codice, aggiugnemmo in capo la s, e ne usci 
scódsa. 

SCONZÙBIA. Moltitudine, Numero copioso, 
gran quantità enunciata avvilitivamente. 

Civis e civitas ci possono far supporre che 



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— 425 — 

non si dicesse solo do e cieo, ma anche rivo o 
civio. Certo se da con e da do esce condo per 
moltitudine convocata o ragunanza, da con e da 
civio uscirebbe condvio o concima nello stesso 
significato. Ma trivio per noi è trèbi o treb, 
quadrivio è carrubi, e la e per noi similmente 
è la x dolce, come in mèrz marcio, dolz dolce; 
dunque se il maschile apparente condvio può 
riuscirci conzébi o conzitbi, il femminile cond- 
ita, non soffrendo fognatura in fine, potrà mu- 
tarsi in conzébia o conzùbia. Allora non avremo 
a far altro fuorché prefiggere alla voce la solita 
s intensiva e spesso di spregio, per ottenerne la 
richiesta sconziMa nel preciso valore attribuitole. 

SCOVA. Scopa, quando vale Flagello. 

Quando noi diciamo dèr la scóva intendiamo 
percuotere con un flagello di coregge, non con 
un manipolo di scope, pianta nota, altrimenti detta 
granata. Né pare che diversamente l'intendessero 
gli antichi Toscani, leggendosi nel Novellino 
=: Gli altri discepoli furo intenti colle coregge, 
e scoparlo per tutta la contrada = Non sembra 
dunque fuor di proposito il cercare un' altra ori- 
gine alla voce scopa quando questa significa 
flagello. Posto ciò, osserveremo che eoeuviae bu- 
bulae sono per Plauto: lora ex corto bubulo 
ad servos caedendos. Da earuvia, o laziarmente 
ecoovia, sarebbero mai venute eseuvia ed escovia, 
e quindi, per aferesi, il nome scóva ed il verbo 
seuvèr? 



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SCRIMÀJ. Ventolina da fuoco. 

Dai Teutonici Schirm, difesa, riparo, e schir- 
men riparare, difendere, preservare da qualche 
danno, vennero schermo, scherma, schermaglia, 
schermare e schermire, e con metatesi, così 
nostra come Toscana, scrima, scrimaglia e seri- 
mare: né diversamente i Francesi ebbero escrime, 
escrimer ed escrimailler. Il nostro scrimagho, 
per ischermo o difesa della persona dal calor 
raggiante del fuoco, è dunque una voce memore 
bensì delle nordiche invasioni, ma che ha otte- 
nuto la cittadinanza neolatina, e che per avven- 
tura vai meglio della ventolina da fuoco, la 
quale par s' addica piuttosto allo sventolatore o 
ventaglio ravvivante il fuoco, che allo schermi- 
dore o schermaglio che s' interpone per preser- 
varcene. 

SCUCCIULÈR. Ciotolare, Scodellare, nel 
significato di Sbicchierare. 

Noi furbescamente diciamo scocciolo o scuc- 
ciòl alla ciotola o al gotto, quasi che ogni coccio 
cupo sia buon bicchière pel trincatore ; con altro 
diminutivo lo chiamiamo pure scucciulótt quasi 
ciotolotto o bicchierotto: per metalessi poi so- 
gliamo dire scucciulótt anche al ciuschero, al 
cioncatore o ali* amico del bicchiere, e diciamo 
SGUcdulèr per sbicchierare od asciugare i bic- 
chieri. 



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— 427 — 

SCUDLÈRA (Bissa). Testuggine. 

Si legge nelle Origini di Ottavio Ferrari: 
— Scudeléra Insubres vocant testudinem, a testa 
instar scutulae (la nostra Scudéla). Veneti Ga- 
lana a x €Xc *"y = I nostri Campagnuoii dicendo: 
Bissa scudlèra lasciano apparire quel sostantivo 
che gì' Insubri per brevità trascuravano di in- 
dicarci. 

SCUDRÉGN. Cotennoso, coriaceo, contraria 
di frollo e di maturo. 

Da cutis uscirono cutica e cuticula: ora come 
da cutica si trasse cuticagnus, donde la cuti- 
cagna dantesca, così da cutis noi femmo cutignus, 
al modo stesso che da malus, malignus, e da 
benus, antica pronuncia di bonus, benignus ecc. 
Da cutignus o cotegnus venne Y altra voce dan- 
tesca cotenna. Ora è da avvertire che noi rad- 
dolciamo la t di cutis, e pronunciamo códga non 
cotica, cutignus dunque, sempre per noi cutegnus 9 
diventa cudégn, ricordando i Senesi che dicono 
codenna e non cotenna, e colla giunta della s 
afforzativa scudégn, e colla inserzione della r* 
che da Tatari fa uscir Tartari; da dies, diur- 
nus; da diutinus, diuturnus; da macies, marceo; 
da prope , proprius; da spuo spurcus , lo scu- 
dégn s' afforza ancora e viene più scolpito in 
scudrégn, appunto come codione si arrozzisce in 
cudrión e in cudrón. Dalle cose premesse si 



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— 428 — 

-deduce che scudrégn è T opposto di frollo o di 
maturo, significando originariamente, cotennoso, 
di dura cotica, o che ha natura di cotenna, e 
che per conseguenza è fibroso non carnoso, ti- 
glioso e non frollo, coriaceo, resistente e mal 
masticabile. 

SCUMACCHÈR. Ammaccare. 

Maccus era una Maschera Atellana, la quale, 
dall' aver un grande iato di bocca e dal mostrare 
i denti, veniva tradotta dall' Osco in Romano, 
dicendola o Buccone o Manduco. Ciò lascia sup- 
porre T esistenza d' un verbo maccare per ma- 
ciullare, masticare e contundere, donde siano 
-derivati il composto italiano ammaccare, ed i 
francesi macque per maciulla, e macquer per 
briser avec la macque, e fors' anche mdcher e 
suoi derivati, non che il nostro mach per quel- 
T intriso o polta di grani infranti e contusi , di 
■crusca e d' altro, bollito tutt' insieme che si dà 
■specialmente ai polli per ingrassarli. Noi invece 
di aggiungere coi Toscani a maccare il prover- 
bio ad, aggiugniamo il proverbio cum, e diciamo 
cumaccare ed intensivamente scumaccare per 
contundere, acciaccare, scumacament e scurnac- 
cadiira per contusione. Anche i Provenzali dis- 
sero machar e macar per meurtrir, e macament 
per meurtrissure, ciò che gli Spagnuoli dicono 
maca, per cui, passando dalla causa air effetto, 
usano macar se per guastarsi, in discorso di frutti 



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ammaccati. Di qui poi le nostre voci Smacco r 
Smaccare, e suoi derivati. 

SCUNÌR. Defecare, e scolare. Si dice del 
mettere i vasi, che hanno lungamente 
contenuto de' liquidi, in posizione tale di 
scolo, eh' e' possano defecarsi, e rimon- 
darsi, emettendo gV interni sedimenti o 
le posature. 

In greco xetvov valse anche sordido ed immon- 
do; da ciò venne in latino coenum o cunum, 
che significò fango ed in genere feccia e sordi- 
dezza, e dal nome uscì il verbo coenire o curare 
conservatoci da Festo per polluere e per inqui- 
nare, cioè per lo stesso cunire od incunire sotto 
altra forma. Excunire e poscia scunire varrà 
dunque defecare o disinquinare, e sarà voce da 
aversi cara dai filarcaici, perchè ci conserva vivo 
e verde un antichissimo verbo del romano prisco 
e volgare, di cui appena qualche glossografo ci 
avea lasciato una leggera ed imperfetta menzione. 

SCÙRIA. Sferza. 

Noto è che scuria non è puntualmente frusta; 
questa può avere il flagello anche di filo rintorto, 
quella lo ha sempre di striscette di cuojo. Tro- 
viamo dunque la nostra voce dedotta dalle se- 
guenti latine: scutica, scortea o flagellum ex 
corto. Nel basso latino vediamo poi usato sco- 
rtata, donde la scuriada dantesca. Dal nome ab- 
biamo il verbo scurièr e suoi derivati. 



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SCÙRZI. Scorci, deformità apparenti. 

Curtus era per sé il monco, il mutilo, talché, 
in discorso delle membra, dicevansi curta quelle 
che per morbo, colpo o ferita erano rimase rat- 
trappite o deformi: Curtius o curcius invece 
apparteneva bensì ai curii, ma non lo era per 
sé stesso, ed insomma veniva così detto per ri- 
spetto ad un curto precedente. Volendo dunque 
dare maggior efficacia all' espressione di que' vi- 
sacci, o di quelle forzate attitudini che hanno 
T apparenza di una deformità corporale che in 
verità non esiste, noi li chiamammo spiritosa- 
mente scorci, o scùrzi, cioè violenti attucci o 
contorsioni che simulano per poco i morbosi ac- 
corciamenti o le diffettose decurtazioni senza 
averne la permanente realtà. 

SCUTMll o SCOTMll. Nomignolo, so- 
prannome. 

I nostri villici dicono scolmai o scutmai, quel 
nome di guerra o, al modo dei Garfagnini, quello 
stranome, con cui viene coperto un individuo 
sceverandolo dalla sua stirpe o dal nome del suo 
casato. Questo appellativo per dir così ottenebra 
ed oscura il nome proprio ed il cognome genti- 
lizio, ed é noto soltanto ai vicini, ai compagni, 
od agi* iniziati. Si può credere o un grecismo od 
un barbarismo. Nel primo caso se oxozóco significa 
attivamente, óbscuro, tenebras obduco, <s*oTovpoA 



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passivamente vale: tenebrae mihi offunduntur, 
tenebresco. Ora si sciolgano i dittonghi nella 
voce greca, ed avremo che scotoumai significa 
sono oscurato, cioè: così falsamente mi chiamano, 
tale è il mio pseudonimo, e la nuova persona 
o maschera che mi ricuopre. Nel secondo caso si 
può invece ricordare come i Germani dicevano 
schuld, e con pronuncia romanizzata, scult s il 
reato, la colpa, il difetto; e mal, sermo, oratio, 
loquela, signum animi; per cui scult-mal sarebbe 
la parola indicativa e designante il reato od il 
difetto personale di colui al quale viene appli- 
cata. Si potrebbe aggiungere che in alcuni lin- 
guaggi teotisci non si dice mal ma mail; per 
la qual cosa, ottenuta la voce scult-mail, questa 
avrebbe col tempo perdute le liquide, neil' intento 
di rendersi più pronunciabile, e sarebbe divenuta 
Scut- maj. 

SDARÉNA. Spazzola. 

I Latini ebbero il minorativo setula, ma il più 
spesso dissero seta al pelo suino od al crine di 
cavallo. I Toscani s' attennero al minorativo e 
per non confondere questi crini col filo del pre- 
zioso bigatto orientale, nominarono questo seta, 
e quelli setola. Noi più tenaci conservatori delle 
forme latine una volta apprese, contentandoci di 
raddolcire, insieme cogli Spagnuoli, la più aspra 
dentale, dicemmo seda cosi agli uni come al- 
l' altro. Sdaréna infatti non è altro che sedar- 



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ruta o setarina, cioè piccolo strumento composto 
di setole, e che usiamo per ispazzolare special- 
mente le vestimento. 

SDÀZZ. Setaccio, Staccio. 

Si legge nelle Origini Italiche di Ottavio Fer- 
rari alla voce Abburattare. = Plin. lib. XVDI 
2. Cribrorum genera Galli e setis equorum 
invenere. Hispani e Uno excussoria: JSgyptus 
e papyro atque junco. A setis , setaccio e se- 
dazzo. Tamìso autem quasi Setamicium -— È 
quindi naturale che noi Galli cisalpini usassimo 
il cribro nazionale non il forestiero. 

SÉDLA. Setola, piccola fessura o scoppia- 
tura della pelle. 

Si direbbe da scinàuta minorativo verbale da 
scindo di cui è fatta menzione nei Vocabolario 
La mutazione della i in e la vediamo anche in 
scoscendere. Scindo o Scendo poteva poi essere 
stato scido o scedo, come tango, pango e simili 
hanno a tema primitivo lago e pago. La scin- 
àuta del linguaggio scritto, poteva essere per- 
tanto la scedula del linguaggio rustico, divenuta 
sèdia per accorciamento. 

SÉGA. Sega. 

I Latini da serra, sega, avevano serrare per 
segare; e da sera, obice o chiavistello, serare 
per chiudere. La nostra scolpita pronuncia riu- 



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sciva a confondere i due verbi, per cui si ebbe 
ricorso al verbo secare, che valeva insieme ta- 
gliare e segare, e si attribuì a questo la nozione 
esclusiva di segare, e così finalmente serrare 
potè esser converso a significare quello che prima 
era proprio di serare. Il passaggio poi dal e al 
g non è raddolcimento soltanto nostro, gli an- 
tichi lo avevano senza dubbio, e ne sono in prova 
segmen , segmentatus, e segmentum. D' altra 
parte serra veniva probabilmente da secerra, e 
duplicava la r per imitazione, a dirla con Lu- 
crezio, dell' acerbo orrore del suo stridìo. 

SÉGHEL. -Falce messoria. 

Varrone de L. L. scrive che, falce* erano 
dette: in Campania seculae a secando. I nostri 
séghel o segoli, detti anche msóri da falci mes- 
sorie, derivano similmente da segare, nel signi- 
ficato di tagliare. 

SÈLSA. Salsa o Vulcanetto. 

Con quella e lata che è un' a stretta, noi 
chiamiamo salse i vulcanetti semispenti che pal- 
pitano, ribollono ed eruttano, senza emettere per 
ordinario fiamme. Credo che la ragione del vo- 
cabolo non sia a cercarsi nelle salse scaturigini 
che spesso intorno vi rampollano, ma piuttosto 
in un* antica e smessa mozione del verbo salio. 
Isidoro e Marcello Empirico ci hanno conservato 
le voci salisatio per: palpitatio, e salisator per: 

Saggio ecc. 28 




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is, cui raembrum salit. Ciò basterebbe per av- 
vertire T esistenza del verbo salisare nel signi- 
ficato di salitare o palpitare, che però ci è stato 
conservato dalle vecchie Glosse. Come da salitare 
si fé per crasi saltare, così da salisare il popolo 
abbreviatore avrà fatto salsare. Salsa viene 
dunque a salisando e a salsando, che è, sotto 
altra forma, quanto dire a saliendo. 

SFRUSÈR.' Defraudare o Frodare. 

Da fraudo o frodo viene frausus o frosus, 
e da quest' ultimo, coir aggiunta della consueta 
s di efficacia, noi abbiamo fatto sfrós o sfrùs 
per fraus o frode, ed il sunnotato verbo sfrusèr. 

SFÙLMIN per: Vento impetuoso. 

Traslato antico, dicendo Lucrezio = Altitonans 
Vulturnus, et Auster fulmine pollens =. 

SFURDIGHÈR. Foracchiare e Rifrugare. 

Da forare esce il paragogo foricare o furi- 
care per tentare i fori non compierli, dal quale 
per alterazione abbiamo frugare. Da furicare 
poi per epentesi si ottiene furdicare, che diventa 
più spressivo colla addizione della lettera di ef- 
ficacia. 

SFURZÉN. Spago rinforzato. 

È un aggettivo sostantivato, e che si compi- 
rebbe dicendo laza sfurzéna, per indicare la 
funicella resa più forte e reggente da miglior 
tiglio e da più fitte ritortole. 



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— 435 — 

SGAGIÈ. Disimpedito, Sbarazzato, Acconcio, 
Àjutante. 

Risponde puntualmente al francese degagé, 
mutata la preposizione de nella ex. Sgagièrs vale 
dunque disimpegnarsi, districarsi, sbarazzarsi, con- 
trario di ingagièrs, e quindi anche sciogliersi ed 
affrettarsi. Pende dalla suddetta nozione del verbo 
quella del nome sgagiadùra. 

SGALÉMBER. Sghembo. 

Il Ferrano nelle Origini scrive: = Scalembro 
et tagliar a scalembro Veneti oblique secare 
dicunt, et ita incidere ut caesura scalarum gra- 
dus imitetur = Per noi sgalémber, nella frase 
under de sgalémber, vale anche andare anca- 
joni od obliquo, quasi sgallonato e giù di sesta 
posando più su un'anca che sull'altra; e nell'altra 
tajèr de sgalémber, intendiamo bensì obliqua* 
mente come montano le scale, ma senza che per 
ciò s' abbiano sul taglio a lasciar apparire i denti 
de' gradini o scaglioni, come mostra intendere 
T autore soprallegato, giacché allora diremmo 
tajèr a scaletta. La voce sgalémber è insomma 
per noi una semplice epentesi del greco-latino 
sealenus quasi si dicesse scalembus o scalem- 
brus, e non ha alcuna apparenza di provenire 
da scalci. 



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— 436 — 

SGALMÉDRA. Scappatoja, ed anche Ban- 
dolo. 

Premetto che noi usiamo mutare la e nella 
g, sia in composizione, sia in principio o in fine 
delle voci, come in gatt da catus, gamella da 
camelia, antigk da antico. 

Premetto ancora che la s iniziale non ha sem- 
pre il valore deduttivo ed espeditivo della ex 
latina, ma ha talvolta un valore intensivo, che 
aggiunge efficacia e non altro. Dietro queste av- 
vertenze, la voce sgalmédra fu da me osservata 
sotto la forma di cafmedra o calmedro f ed al- 
lora potei ricordare che la bassa latinità non re- 
gistra solo calmerium e calmeria pel nostro 
calmiere, ossia per la meta de' prezzi fissata dall' 
autorità sii certi generi più o men necessarj, ma 
registra ancora calmedrium e calmedria, che 
più s' avvicina a cal-metrum, cioè probabilmente 
alla misura stimata per bella e buona dagli au- 
torevoli sopracciò. Un tale ricordo mi lasciò pre- 
stamente credere che, se la s aggiunta alla no- 
stra voce era intensiva, la frase me a rC egh 
poss truvèr la sgalmédra, applicata a faccenda 
involuta ed oscura, valesse: io non posso assog- 
gettarla a calmiere, cioè non trovo via di ridurla 
a modo e verso: se invece la s era espeditiva 
valesse, io non posso espedirla dalla meta ob- 
bligatoria, non trovo gretola per dove uscirne 
tante sono le difficoltà ed i vincoli che il cai- 



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miere, qui posto figuratamente, le pone intorno* 
E per verità quest' ultima spiegazione mi sem- 
bra preferibile. Noi abbiamo tuttavia vivo e verde 
il verbo scalmirèr per uscir dal calmiere, fro- 
dare il calmiere; volendone, secondo la pratica, 
trarre un sustantivo dalla terza persona del pre- 
sente, avremmo scolmerà per iscalmierazione, 
sottrazione ai suoi vincoli, scappatoja e ghermi- 
nella fatta alle leggi edilizie. Quando il calmiere 
si diceva calmedrium, il verbo sarà stato, non 
scalmirèr, ma scalmedrèr, e quindi da questa 
forma doveva uscire scalmédra, e per dolcezza 
sgalmédra. 

SGANGLA nella frase: Cumpagnia dlaSgan- 
gla. 

Se dal greco yiyyXvpós, collo scambio di alquante 
lettere, ne uscì il toscano ganghero, ne uscivano 
con iscambj minori ganguil in provenzale, e gàn- 
gher o gànghel appo noi, donde sganglér quasi 
sgangherare, e sgàngla quasi sganghera o sgan- 
gheramelo. Le cose uscite o tratte de' gangheri 
si prestarono alla metafora, sicché la Compagnia 
della sgangola potè significare la Compagnia 
degli sgangherati, dei male in gamba o su 1 mali 
piedi, ossia dei rovinati e tornati al verde. Vedi 
alla voce Inguanguel. 



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— 438 — 

SGARBÀGNA. Cesta forte e profonda, che 
per lo più in doppio si applica sul basto 
de' Muli o degli Asini, e pende da ambi 
i lati del somiere. 

Come da cavus si fé' cavanus, cavaneus, e 
cavagna o gavagna, così da corbis si sarà fatto 
corbanus, corbaneus e corbagna o gorbagna. 
La o nel nostro dialetto si muta in a, e perciò 
abbiamo scarpion per scorpione, e la s iniziale 
si aggiunge per ispirito ed efficacia. Da gorbar- 
gna quindi può uscire garbagna e sgarbagna 
senza alcuna violenza linguistica, quasi si dicesse 
corbagna e scorbagna. 

SGARBÀZZA e SGARABÀZZA. Erba od 
erbaccia o parti erbacee di rifiuto. 

Dal rozzo latino exherbare noi abbiamo sgher- 
bare e per attraizione della a susseguente sgar- 
bare, nel significato di levar V erba, specialmente 
dai fossi o scoli, affinchè V acqua vi trascorra 
disimpedita: abbiamo inoltre il peggiorativo er- 
bazza per erbaccia, ossia per mal* erba od erba 
disutile, il quale si risente del rupacia latino 
significante teneriores raparùm frondes et cau- 
liculi. Da tuttociò ne consegue che noi nelle 
radici mangerecci o nelle piante baccelline, o 
finalmente nell' uva, denotiamo per sgarbazza 
o sgarabazza, o per erbaccia e rapacia da scarto, 
le fronde inutili sopraterra che si tolgono dalie- 
radici quando s* apprestano, le foglie che si omr 



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mettono scegliendo solo i baccelli, i raspi che si 
rifiutano o si cavano dal tino dopo che dai soli 
acini s' è estratto il vino. Seguitando però le 
probabilità che verrò toccando alla voce Schèrpa, 
Sgaràbazza potrebbe essere voce composta del 
preverbio sgar e di rapacia generalizzata nella 
sua significazione. 

SGAVÉTTA. Matassa. 

GÌ' indagatori della lingua Celtica ci hanno 
segnalato una antica voce gav o gavl, la quale 
significava circolo, circondario, e quindi curvo 
e torto a modo di orbe. Di qui nel nostro dia- 
letto sembrano provenire alquante voci, quali 
sarebbero i gàvj per quel legname estremo della 
ruota sii cui s' inchiodano i cerchioni, e che sa- 
rebbero detti cosi per essere curvati in cerchio; 
gavón per rachitico e bistorto, applicato agli 
screati e sinuosi di cui alla voce Sinvj; e final- 
mente sgavetta detto da noi intensivamente pel 
comune gavetta, cioè per queir insieme di fila- 
menti o fili d' ogni maniera tenuti aperti in 
cerchio dall' arcolajo ( detto per ciò guindolo o 
gavindolo in alcuni volgari, ) ed impediti così 
dall' arruffarsi col perdere la loro circolare figura. 

SGAZZABÙJ. Guazzabuglio. 

Non è che V aggiunta della 5 intensiva al co- 
mune guazzabuglio per rendere più spressiva la 
voce, che viene a significare un guazzetto di piti 



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— 440 — 

ingredienti bolliti insieme. La u è poi fognata 
per ascendere più spacciatamente air arsi tonica. 

SGHIBÉZ. Sghimbescio. 

Le tre greche voci cxaiòs, axapfa, e pXaiaos fu- 
rono pure latine e divennero scaevus, scambus 
e blaesus, e più comunemente significarono, la 
prima laevus o sinister, la seconda scaurus, la 
terza balbus. Se però teniam conto del seguente 
luogo di Vitruvio 1. 1. e. 3. = Curandum ut 
non facilis sit aditus ad oppugnandum murum, 
et exeogitandum ut portarum itinera non sint 
directa, sed mata — o scaeva secondo alcuni 
codici ; si dovrà convenire col Baldi che qui <*<«« 
o scaeva è V opposto di directa , e quindi vale 
obliqua. Così se osserviamo le voci oxappòs e 
pXawos nelle varie nozioni che le medesime hanno 
nelle glosse ed in greco, dovremo riconoscere 
che esse valgono egualmente torto od obliquo. 
Ricordandoci allora che nelle Glosse Germaniche 
scine f, Francico skien, vale obliquus., a linea 
recta declinans, che schieben significa obliquare, 
che scheuen, Sveco skyy f vale schivare, schiel 
strabum et transversum videns, schielen oblique 
respicere; che finalmente in francese biais vale 
travèrs, tigne oblique, e biaiser obliquare, o 
sbiecare; dovremo persuaderci che da varie pro- 
nunce di axouós, o di più alta radice, vengono le 
voci schiancio, stianolo, e schisa, da simili di 
axauphs viene sghembo, e da altrettali di pXaaros 



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vengono bieco, sbieco, biescio e sbiescio; e che 
dalla unione di sghembo e di biescio esce sghim- 
bescio, come dall' unione di schisa-biescia o 
dalla soppressione della m in sghimbescio, viene 
la nostra voce sghibéz resa mascolina in schis- 
besc — Tre sono infatti le linee rette più im- 
portanti, e che bisogno è distinguere con ispe- 
<5iali parole, Je quali si dicono perpendicolare o 
diritta, orizzontale o tesa, diagonale o schianciana. 
E schianciana vien detta appunto da schiancio, 
che risponde alla patria nostra voce scans, dalla 
quale si forma il verbo scansar, scansare, o 
cansare, come dallo schief germanico, veduto più 
sopra, muove il verbo schifare ( modenese schi- 
var ) per torcersi dalla via diritta nell' intento 
di evitare checchessia. 

SGHÌRBIA. Dispettosa e Sgarbata. 

Questo epiteto che si dà alle fanciulle, ed an- 
che alle adulte, che rispondono o facendo le 
spallucce, o con tono secco e sprezzante, è quanto 
dire sgarbia per significare persona naturalmente 
e non accidentalmente sgarbata. A denotare poi 
una tale dispettosa natura assottigliamo in i la 
a radicale per rendere del pari dispettosa e friz- 
zante T appellazione. 



SGNAFARÒN. Vocabolo di sprezzo con che 
si designa colui che ha il viso largo ed 
il naso schiacciato. 

Il naso grosso e schiacciato, e che rende fi- 
gura di rapa o di navone, (lat. napus o gnapus) 
viene detto da noi gndpa, o più spiritosamente 
sgndpa, impinguando la n iniziale, per quell'an- 
tico modo che fé' dire gnatus, gnotus, gnarus 
ecc. per natus, notus, narus ecc. Di qui abbiamo 
il verbo sgnapèr, che , per lo scambio del p in 
f, diventa sgnafèr, e per paragoge sgnafarèr, 
il quale nella frase sgnafarérla a quelchidun, 
vale gettargliela al naso o sul naso, buttarla in 
faccia, spiattellarla o snocciolarla sul viso a qual- 
cuno, e finalmente abbiamo sgnafarè e sgnafa- 
rón per ispiattellato e col naso ribadito. Invece 
di gndpa o sgnàpa diciamo anche sgnéppa f ed 
a questa voce si potrà vedere accennata un' altra 
possibile derivazione. Si pud nullameno aggiun- 
gere in via di semplice ipotesi che, siccome da 
nasus vennero nasidius e nasica, così gndpa 
potè essere crasi di una popolesca e ridevole 
mozione di gnasus , per nasus, come sarebbe 
gnasipus, che, per ingrandirsi spregiativamente, 
passa al femminino e diviene gndsipa e gndpa, 
e collo spirito sgnàpa. 

SGNÉFF. Sgorbio. 

Sgnéff, contrazione di segnò ff, è un peggio- 
rativo di ségn o segno, e vale quanto segnaccio 



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o sgorbio mal condotto ed insignificativo: ap- 
punto come sbérla, che vale quanto colpo di 
sprezzo dato sul viso, man rovescio o simile, 
mutandosi in sberleff, peggiora, e significa sfregia 
o taglio rimaso sul viso dalla sbérla ricevuta. 

SGNÉPPA. Spregiativo di Naso. 

Si può dedurre dal Germanico schnebbe, che 
vale tanto naso, quanto rostro o becco, per cui 
schnepely e schnepfe son detti, secondo il Wa- 
chter: piscis et avis rostro insignis. Per ciò in 
alcuni luoghi d'Italia la beccaccia è detta sgneppa. 
Vedi però alla voce Sgnafarón. 

E qui non ommetto osservare che se il naso 
può avvilitivamente confrontarsi col becco quanto 
a figura, al becco invece, quanto ad officio, può 
confrontarsi in pari modo la bocca. Per cui, 
quando la deformiamo con annormi contorsioni, 
là dove i Toscani dicono far bocche o boccacce, 
noi diciamo fèr di béch, il che è quanto dire 
torre alla bocca ' la forma umana , e dargliene 
una bestiale. E già becco per rostro è voce in- 
teramente gallica, e quindi nostra, come testi- 
monia Svetonio in sul finire della Vita di Vitellio. 

SGUATTARÈR. Sciaguattare. 

Da acquare viene V iterativo acquatare, ed 
il paragogo acquatarare: aggiugnendo il con- 
sueto preverbio di efficacia, si ottiene sciacquare, 
sciacquatare e sciaquaiterare. Da acquatterare 



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per aferesi si fa guatterare, donde guattero, e 
collo spirito i nostri sguàtter e sguattarèr. 

SGUAZZÒN. Gran gioja, piena soddisfazione. 

Se il buon latino ci mostra gavisus, donde 
uscirono poscia gavisct e gaviscere, il basso 
latino registra gavasus, dal quale saranno usciti 
gavasci e gavascere ed il toscano gavazzare. 
Gaudere mutando uscita, avrà fatto gaudare, 
donde il latino barbaro gaudaticum per godi- 
mento, e come da cardare noi femmo garzar e 
sgarzèr, così da gaudare, con trasponimento 
nelle vocali del dittongo, deducemmo guazzar e 
sguazzar per godere grandemente. Da sguazzar 
poi finalmente viene prima il sostantivo sguàzz, 
e in seguito il superlativo sguazzón, che in certo 
modo corrisponderebbe a gavazione, cioè gavazzo, 
o gavazza o gavazzamento. 

SGURÈR. Rinettare, purgare. 

Ecco quanto sul proposito si pud leggere nelle 
Glosse Germaniche: = Scheuren - purgare, mun- 
dare, Verel. in Ind. shira purgare, skura mun- 
dare. Idem Belgis schuuren, Anglis to scour. 
Gothos skauran eodem significatu usurpasse col- 
ligit Junius... Ontur autem, non a Lat. scorta 
sed a schier purus, mundus: et quemadraodum 
purgamenlum spurgando dicitur, ita <**à>Q ster- 
cus, et oy.ù>Qéa scoria, sunt hujus verbi derivata = 
La parola verrebbe quindi da fonte Gotico od 



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alto Germanico, se non si volesse piuttosto dal 
latino excurare, francese ècurer. Sgurare poi 
si trova più volte usato dagli Scrittori di cose 
Italiche pubblicati dal nostro Muratori: sgurare 
fossato, ecc. 

SILLÀCH: Solco, od anche Sfregio. 

È il francese sillage reso più vegeto in fine, 
per dare maggior efficacia all' espressione, ed 
allargato ne' suoi valori, togliendolo da indicare 
specialmente il solco o la traccia che dietro sé 
lasciano le navi in corso, per fargli accogliere 
qualunque traccia indebita o segno preternaturale. 

SILTA. Fulmine, o Saetta - folgore. 

Salio era anche silio, come si vede in eoc-silio, 
in de-silio, e in silanus per: tubus unde aqua 
salti, quasi silianus: suo participio era sullus 
o sottilmente siltus. Di qui un aggettivo che 
poteva significare id quod salti, come salticus 
valeva id quod saltare solet — Fulgetra siila 
poteva dunque chiamarsi la saetta-folgore, ossia 
il lampo che salta fuori dalle nubi e può colpire, 
insomma fulmen, non fulgor. Se invece si vo- 
lesse dedurre da scido, antica pronuncia di scindo, 
e vedere in sciita la fiamma che nubes scidit y 
bisognerebbe che sciita fosse un' alliterazione di 
sciita, positivo di sctiilla o scintilla. Il vegeto 
e sibilante modo con che pronunciamo la voce 
in questione permetterebbe di scrivere tanto silta, 
quanto sciita. 



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— 446 — 

SINÙJ. Screato, bistorto: dicesi di creatura 
mal conformata e rachitica^ Baroncio. 

Supponendo un' altra uscita al verbo sinuare, 
avremmo sinuere per torcere, piegare e curvare; 
e come da battuere o battere viene battagliare, e 
da méscere, mescolare e miscug Ilare, così da si- 
nuere verrebbe simigliare che ne accrescerebbe, 
sgraziandola, la nozione. Ora se da miscugliare 
abbiamo miscuglio, da simigliare avremmo «si- 
nuglio, o sinifj per un insieme di storture e si- 
nuosità annormi e sgraziate: cioè per sinuamen. 
Con desinenza pedantesca, invece di sinùj, diciamo 
anche per istrado sinufczit o sino fé zi dal com- 
posto sinum facere, quasi sirmiftcium. Co» da 
orificiam abbiam tratto orifèzù 

SITA imperC del pres. del verbo Essere, 
cioè Era. 

In molte parti più remote dal dialetto urbano 
i nostri rustici non dicono io era stato, ma: me 
a seva, o sottilmente, me a siva stè. È note- 
vole ancora che i fanciulli del nostro popolo, 
lasciandosi guidare da un inducimento logico in* 
teriore, coniugano il verbo essere, cosi: me a 
softy me a siva, me a son stè, me a siva stè, 
me a sarò. Risalendo quindi dall' osservazione 
dei volgari italici vivi alla possibile cognizione 
dei consimili spenti, si dovrebbe credere che una 
forma plebea imperfetta del verbo arcaico Eso od 
Esum fosse esebam, e di So o Sum fosse sebam. 



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Eram sarebbe allóra un' altra forma, il cui più 
che perfetto semplice, da esui primitivo di fui, 
avrebbe fatto esueram, rispondendo ai composto 
essuto-era, od era suto o stato. 

SLADINÈR. Render ladino, o scorrevole. 

Nella confusione delle molte barbare loquele 
che venivano occupando e rioccupando 1' orbe 
romano, il latino era il solo possibile interprete. 
Latino o ladino passò quindi, da intendevole 
universalmente, a significare facile e non riscon- 
troso, e perciò sladinér, colla s iniziale di spi- 
rito, valse render scorrevole e togliere gii ostacoli 
o le difficoltà. 

SLAPPAZÙCH. Balordo, stupido. 

Se il nostro popolo chiamava così un tempo i 
tedeschi per vilipenderli, credo che facesse ciò 
storpiando un vilipendio che aveva franteso sulle 
labbra degli stessi Lanzi. Leggiamo infatti nel 
Wachter = Lapp et laeppisch sunt convitia a 
Lapponibus petita, quae in hebetes et stupidos 
torqueri solent. Martinius in voce Lappia ait: 
Laeppisch Germanis est ineptum. Sed in istis 
populis, qui publicis dicteriis infamantur, saepe 
plus est virtutis quam in ceiebribus = Non 
sembra dunque difficile il supporre che udendo i 
nostri dir dai tedeschi lappsuchtig o lappasu- 
chtig per significare tocco del mal dei Lapponi, 
cioè sciocco quanto un Lappone, ne traessero 



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— 448 — 

alla lor volta un appellativo qualsivoglia ingiu- 
rioso, rivolgendolo monco e colla giunta della » 
di efficacia verso coloro che primi lo pronun- 
ciavano. 

SLEPPA. Percossa, man rovescio. 

Se in tedesco schlag è colpo o percossa ma- 
teriale, schiappe è ora colpo o percossa morale, 
battosta. Possiamo supporre che non fosse asso- 
lutamente così in antico e che dall' assottigliata 
pronuncia della voce (schiappe ) uscisse la no- 
stra sleppa. Avevamo qui infatti, quando io era 
fanciullo, un giuoco di carte che si faceva a due, 
e che, essendo detto slipp-slapp , somigliava in 
effetto all' odierno ruba-mazzo. Le carte ave- 
vano un valor progressivo di convenzione, sicché 
1' una vinceva V altra, primeggiando su tutte il 
Re. L' uno de' giocatori, gittando la carta sua, 
diceva slipp, quasi striscio (schleppen); se l' altro 
avea in mano carta prevalente copriva la con- 
traria battendola di forza e diceva slapp, quasi 
percuoto, abbatto, ( schlappen ); se il primo tenea 
di che soprastare copriva a sua volta aggiugnendo 
gnorij forse gnorri ( ignarus ) ossia ti fo restar 
con un palmo di naso; se finalmente il secondo 
avea un re copriva tutto gridando basilori, da 
pasceva), quasi sono re, ecco il re, comando io. 



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SMANVÉK. Svenimento. 

Sostantivo tratto da men-venire, o venir meno, 
o misvenire, colla giunta della s, resto di ex od 
ecs , che si verifica pure in s-venire e sveni- 
mento. La pronuncia poi di man invece di men 
può dipendere dal nostro modo vgnir mane in- 
vece di venir meno, per cui smanvèn risponde- 
rebbe a smancovenimento. 

SMARINÈR. Lo sciogliersi o liquefarsi della 
neve. 

Per noi Marino (Marén) è, come pei Toscani, 
un vento che vien da mare, il quale, detto an- 
che Scirócch, non indura ma scioglie la neve; 
perciò allorché questo fiati, diciamo eh' essa neve 
smarinasi (la se sm aréna J per dir che si sgela 
e fa mar d' acqua. Questo far mare o mareggiare, 
noi lo esprimiamo più da vicino col verbo sma- 
rajèrs od ismareggiarsi, dal quale pende forse la 
frase furbesca fèr mardja, per dire scappa, o 
salva, e che usasi dai nostri mariuoli come segue. 
Vuonno essi in luogo pubblico giocare a un giuoco 
proibito, appostano vedette, le quali ove per av- 
ventura vedano spuntar da lunge le guardie che 
prestano man forte alla proibizione, ne diano 
pronto avviso alla cricca. Posto che le guardie 
si mostrino effettivamente, ecco la vedetta gridar 
tosto mardja, e il capannello de' giocatori di- 
sciogliersi cosi che all' arrivo della squadra tutto 

Saggia ecc. 59 



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è solitudine. Sarebbe possibile che quel mardja 
equivalesse a smarina o smaràja, ossia fosse 
quanto dire: scioglietevi, svanite, andate in acqua? 
Ricordi però il lettore quanto si disse alla Voce 
Maróca, e scelga. 

SMÌNGOL. Mingherlino, scarzo, affusolato, 
minuto. 

Minus non era solo avverbio, era insieme ag- 
gettivo, e lo provano gli accrescitivi minor e 
minimus. Da minus uscivano pure i diminutivi 
miniculus e minusculus. Scorcio di miniculus 
' era minculus, donde il nostro mingolo, ed il 
toscano mignolo. Da mingolo finalmente , col- 
T aggiunta della nota lettera di efficacia, avevamo 
smingolo, e troncamente smingol. 

SMRULLÈR. Smidollare. 

Avvertii già, toccando della permutazione delle 
lettere tra loro, che noi dicevamo mrólla per 
medulla, al modo stesso che arvsàri per adver- 
sarius. È dunque chiara la derivazione di Smrul- 
lèr da Exmedullare. Lo scambio della d nella 
r non era ignoto ai Latini: nelle prische Leggi 
troviamo infatti arvorsuni per advorsum, e 
sempre poi meridies per medidies. Quando in- 
vece di smrullèr pronunciamo sbrullèr, credo 
che intendiamo di esprimere intensivamente il 
fare o rendere brullo, cioè scusso, spoglio, de- 
nudato: forse metatesi di burulus, da buro pri- 



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mitivo di uro, nel senso di bruciatino, ossia 
ridotto al verde, consunto. 

SMTJJÈR. Lavare a ranno e sapone ciò che 
prima è stato lavato ad acqua e sapone. 

Tre sono le operazioni delle nostre Lavandaie 
indicate progressivamente dai verbi lavèr, smu- 
jèr> e trèr sii. Si lava all' acqua chiara e sa- 
pone, e questa prima operazione si dice anche 
sbruttèr ossia levar di brutto: si smója a ranno 
e sapone, ed il rannaticcio, che pure si dice 
smója, si getta: si tra su ripetendo il versamento 
della rannata calda, ed il ranno che rimane si 
conserva per gli usi ulteriori. Finalmente si ponno 
risciacquare i panni da capo, all' acqua chiara, e 
ciò si dice arzinzèr o rifar sincero. Smujèr è 
dunque un afforzativo di mujr o inmujr per 
mettere in molle, o, come noi diciamo, raddol- 
cendo alla francese le due II, in mój. E sii que- 
sto proposito non mi graverà di riferire il se- 
guente tratto di Giulio Cesare Scaligero nella 
sua 134 Esercitazione: = Si nolim deducere 
molle naqà ttjv po&xov, et placeat argutari, de- 
derim ei vocabulo principia sumta ex Aramaeis. 
Illi enim liquida Moim vocant. Unde et Vene- 
tiae, cum lintea aut lina macerant, in Smoja 
esse dicunt = La voce non è dunque solo ve- 
neta, ma è anche modenese. 



- 452 — 

SMTJRGÀJ. Mocciaja o Farda. 

I Latini da murcus fecero muccus , donde- 
muccinium per murcinium r ossia, il moccichino^ 
Da murcus o murcius il romano rustico trasse 
murcialis, e murciàlius, donde la nostra voce 
sostantivata smurgàj, (humor murcialius) resa 
più spressiva dalla s iniziale premessavi ( ea;- 
nwrcialiuB ). 

SMÙSS. Smusso, sbiecato, tagliato a sghembo 
di a squadra eh' era prima. 

Piuttostochè il contrario di adamussim, sem- 
bra denotare V effetto risultante dall' aver guasto 
T adamussim precedente. Bisogna dunque sup- 
porre un verbo eocadamussare o examussare 
in cui la ex sia privativa non intensiva, e da 
quello avremmo l' attuale smussare e poi smùss 
per significare la squadra ipotetica preesistente 
guasta dallo sbieco realmente o susseguentemente 
adottato. 

SÒGA. Soga. 

Subjugia lora sono per Catone: lora quibus 
jugum collis boum vel equorum aptalur. Da 
questi subjugia o sugugia, e con pronuncia ru- 
sticana sobjogia o sogogia 9 il basso latino fece 
sogia, e soga, e Dante scrisse: Cercati al collo 
e troverai la soga, - Che '1 tien legato. Al che 
commentava il Buti: La soga, cioè la coreggia 



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•del soatto. Noi dunque quando diciamo sóga e 
fughétt anche alla corda ed a quei tratti di fune 
con che per lo più si legano al capo i buoi, sì 
lo diciamo perchè allora la fune suol far queir 
ufficio stesso che facevano e fanno le coregge, 
cioè essa pure è subjugia o subjuga. Avverto 
però che nel Glossarietto Goto-Longobardo del 
Grozio si legge — Soga. Glossis bene, funis. 
Sogen, trahere =. 

SORTUMÒS. Acquitrinoso, Acquidoso. 

Sortume peggiora sortirne, che equivarrebbe 
a sorgime o sorgiva, e però vale sorgente che 
appozza e non rampolla, per cui sortumós vale 
come dicemmo acquitrinoso, cioè molle e sta- 
gnante per gemitìi, non rallegrato e fatto vivo 
da zampilli o da getti d' acque. 

SPADÌR, lo diciamo dei denti in proposito 
di cibi lazzi che li alleghino dolorosa- 
mente e li rendano per qualche tempo 
inetti alla masticazione. 

Se noi chiediamo agli etimologi latini le ori- 
gini di spadix, e di spado, questi ce le accen- 
neranno concordi nel verbo anàco, che significa 
strappare e convellere, donde spasmo per con- 
vulso, e pel dolore della convulsione, sicché passa 
a significare convulsio in corpore fiumano. Ma 
i Greci da ^àa> trassero <*na$it(ù, e da spadizo, 
noi avemmo il nostro spadire, per quello spasimo 



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— 454 — 

che viene ai denti da certi agrumi, i quali, at- 
taccandoli, li rendono per qualche tempo come 
convulsi ed inofficiosi. La voce modenese è dun- 
que tutta greca, e ci sembra molto più espres- 
siva della toscana allegare, la quale non rende 
il doloroso spasimo o spadismo, ma solo V inof- 
ficiosità temporaria dei denti. 

SPARADÒR. Tramezza, e Tramezzato. 

Noi diciamo sparèr per separare, dividere, 
insieme coi Toscani, che hanno in tale significato 
il verbo sparare. Siccome poi al sparadór serve 
appunto a separare il suolo dal tomajo, così esso 
equivale a separatore. 

SPERAMÀK Palmata. 

Era costume nelle scuole di infliggere ai ne- 
gligenti alcune pene corporali, e però i maestri 
andavan muniti di nerbo o staffile, e di una spa- 
tola o regolo. La mano che trascorreva con in- 
sistenza in errori veniva punita: Il maestro, 
chiamato a sé lo sbadato, gli gridava : para ma- 
nus, e questi le apriva e presentava le palme, 
sulle quali si applicavano col regolo una o più 
palmate. Da questo parare manus venne ia frase 
sparèr el man o la man, aggiugnendo al verbo 
la s che vi insinua un non so che di esplicativo 
o di schiudimento; e venne il sostantivo spera- 
man, il qual ultimo per contrario accennò me- 
glio all' effetto conseguente, che all' atto inteso, 



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— 455 - 

e valse perciò palmata, non presentazione delle 
palme. 

SPERGLÉN. Acquasantino. 

Sappiamo essere nostra proprietà dialettale il 
sopprimere la a iniziale in alquante voci, per cui 
Spères è Asparago. In conseguenza Sperglèn è 
Aspergolino; voce derivata da aspergillinum 
minorativo di aspergillum che si trova spiegato 
dai Vocabolaristi per: vas in quo est aqua lu- 
stralis. Aspèrges poi, in significato di aspersorio, 
è modo che abbiamo comune coi Francesi. 

SPERNACÈR. Arruffare. 

Da spernaoc-acis - spregiatore, esce il nostro 
verbo, che è una paragoge di spernere; come 
spernighèr viene da una consimile mozione, cioè 
da spernicare, e racchiude Y idea di sprezzatura, 
e di queir insieme d' incolto e d' arruffato che 
può essere nelle penne, nella barba, ne' capelli od 
in chechessia altro il quale ammetta per con- 
trario il composto, il pettinato, ed il culto. Di 
qui diamo nome di spernigón a colui che ha la 
chioma sgominata e disacconcia. 

SPERNIGHÈR. Scarmigliare, Scapigliare. 

Spernere o spèrnari valeva,. non solo negli- 
gere e sprezzare, ma separare, segregare con 
impeto e simili. Ora da spernere esce il verbo 
iterativo di spregio spernighèr, come facciamo 



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— 456 — 

uscire da dir dighèr, da andèr andaghèr e così 
via via. Varrà esso dunque come chi dicesse 
sparnazzare, ossia separare negligentemente e 
alla disprezzata; per cui, applicato alle chiome, 
significherà scarmigliarne le ciocche, anziché rav- 
viarle e lisciarle unite sotto il pettine. Per con- 
seguenza spernighè equivarrà a scarmigliato, e 
spernigón, come dicemmo, presenterà l'eccesso 
della scapigliatura. 

SPEZIÈL- Farmacista, Speziale. 

Leggiamo nelle Giunte ai Lessici Latini del 
Quicherat: Spedarla Ars: Ars illa, quae varias 
stirpium et medicamentorum species vendebat - 
Di qui Speciarius, donde il nostro Spezièl nel 
significato di Speziaro o Speziajo. 

SPÌCCEL. Lentiggini. 

Sembra che da ecoprimo uscisse quella forma 
paragogica ecoprimicare , donde si contrassero 
spriccare o spicciare , sprizzare, spruzzare e 
sprazzare. Da spicciare, quando è equivalente 
a spriccare, noi facevamo spìccet per spricca- 
diir, cioè per ispruzzole o sprizzale, ed indica- 
vamo con ciò le lentiggini, ossia quelle macchie 
che si spargono alla pelle, e particolarmente nel 
viso, le quali, per essere del colore delle lentic- 
chie, erano dette lenticulae o lentigines latina- 
mente, e che rassomigliano appunto a sprazzi, 
spruzzi o sprizzi di tinta giallognola. Da spiccèr 



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poi femmo 1* iterativo spiccerlèr, donde spiocerlè 
per brizzolato, voce che ha per avventura la 
stessa origine e vale quanto sbrizzolato o spruz- 
zolato. Quando poi spiccar vale affrettarsi, e 
quando comandiamo \% fretta dicendo spiccèv o 
spicciatevi, allora il verbo, piuttostochè del pa- 
ragogico eooprimicare , sembra essere crasi di 
tocpedicare mozione di expedire. E qui si può 
-aggiungere come affine ai verbi sunnotati, sia 
T altro spacciar, il quale presso noi ha però as- 
sai diversa significazione, giacché ora equivale a 
spassèr, o come usiam dire mander a spass o 
a messa la gent, nel senso di burlarsene, les 
expedier a se prometter; ora equivale a spac- 
chèr, talché quando diciamo d' uno che taglia in 
grande al s la spaccia da sgnor, non intendiamo 
solo eh' e' si vuol far passare per Signore, ma 
ben anche eh* al s la spacca, cioè che esso è 
uno spaccone, ed uno che trincia air ingrosso 
non al minuto. 

SPIGAZZÈR. Spiegacciare per Ciancicare, 
Gualcire, Sciupare. 

Da plica noi femmo piga, da plicare pighèr, 
e con ciò intendemmo d' esprimere il comporre 
una cosa nelle sue pieghe o più naturali o più 
convenienti. Ma come peggiorammo piga in pi- 
gazza, così femmo di pighèr in pigazzèr , e di 
spighèr in spigazzèr, significando con quest' ul- 
timo lo scomporre una cosa, togliendola dalle 



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— 458 — 

sue pieghe, e dandogliene delle affatto perverse 
e non sue. 

SPIGHÉTTA. Spinetta. 

I Toscani dicono spinetta una guarnizione fatta 
di seta a modo di fettuccia non traforata, ma 
piena e forte perchè tessuta a spina pesce. Noi 
invece la diciamo spighetta perchè tessuta a spiga 
od a spica, cioè a treccia e coi fili disposti come 
le granella nella spica. 

SPIÙRA. Prudore, Prurito. 

Come da Ungo, lingurio da scateo scaturio, 
cosi da peruro vuole il Vossio che si facesse 
perururio, donde uscisse prurio per sincope. Da 
prurire si comporrebbe exprurire o sprurire, 
dal quale noi, infrangendo la prima r, avremmo 
tratto spiurìr, che finalmente ci darebbe dalla 
sua terza persona del presente il sostantivo spiùra* 

SPÒRTLA. Sporta, e meglio Sportina. 

Viene direttamente dalla sportala latina, sop- 
pressa la vocale breve intermedia. 

SPLÀDGA. Pelle cadente, e perciò vizza e 
non reggente. 

Come da natis ( singolare di notes ) femmo 
natica, così da pellis, pellitica, che divenne pe- 
latica per quei dialetti, come il nostro, che hanno 
sempre il femminile in a, per cui non dicono 



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— 459 — 

pelle, ma pela. Pelatica poi, mutando, secondo- 
il consueto, il e in g, aggiungendo in capo la s 
quale intensiva di spregio, e fognando la ausi- 
liare del p per arrivare più spacciatamente al- 
l' accento tonico, diventò splàdga. 

SPUNCIÒN. Pungigli e Bordoni. 

Per quanto la s di Spuntone sia afforzativa 
come quella del nostro Spuncione, pure la voce 
dialettale, priva del t formativo, venendo dalle 
forme verbali e non dalle participiali di pungere, 
sente meglio il concetto minorativo, anziché V ac- 
crescitivo, e non vale pungione, ma pungiglione* 
e quindi risponde a pungetto od a pungolino. Di 
qui chiamiamo spunciòn le penne o i peli della 
barba che spuntano e pungon fuora, ed in ge- 
nere le vetticciuole pungenti, od i ferruzzi acco- 
modati a punzecchiare. 

SQUADRAZÈR. Mozione peggiorativa di 
Squadrare. 

Testa quadra, come è cosa preternaturale, 
così è ancora presso noi un insulto rispondente 
a capo a cantoni, sicché diciamo d' uno che fa. 
sparlare di sé , al s' fa squadrar per si fa co- 
noscere di testa quadra, non che per si fa levare 
in mappa o in misura. Da squadrare abbiamo- 
cratto paragogicamente squadrazzare, col quale 
intendiamo di aggiungere all' insulto lo sprezzo. 
Fèrs squadrazèr equivale dunque a farsi rico- 



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— 460 — 

noscere per uomo, non solo di poca levatura, 
ma degno ancora d' essere disprezzato — Ag- 
giungerò poi, cosi solo per occasione, che la mi- 
nor perfezione del quadrato rispetto al circolo 
passò a simbolo presso gli antichi Cristiani, i 
quali, siccome appare dai mosaici, alle teste dei 
viventi o non beati apposero il nimbo quadri- 
forme , ed il circolare solo ai Santi o alle Per- 
sone divine. 

'SQUÀSS, Concussione, quassamento, scossa. 

Pacuvio ha quassus sost. per concussio, di 
qui coli' aggiunto della s di efficacia il nostro 
Squàss, e le sue mozioni squassai squassamént 
ecc., non che il verbo squassar da quassare 
iterativo di quatere. 

iSQUÈS. Leziosa irresoluzione. 

La voce quasi latina equivalente a quam si, 
o come se, è un avverbio modificante che appli- 
cato ad alcuni sostantivi ne infirma la significa- 
zione. Plinio 1. 8. ep. 16 quando scrisse: z= per- 
muto servis quoque quasi testamenia facere, 
«aque ut legitima oustodio = aggiugnendo quasi 
a testarnentum, indicò appunto che il testamento 
de' servi non meritava quel nome, ma ne era 
solo un' apparenza. Per tal maniera quando di- 
ciamo quasi-contratto, quasi-delitto ecc. inten- 
diamo di qualificare così quel contratto o quel 
delitto che legittimamente non è né V uno né 



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— 461 T 

T altro, ma che pur vuole o può passar per tale. 
Per conseguenza V uomo che vuole e non vuole, 
che non si risolve, né si decide per un partito o 
pel suo contrario, che tentenna, s' inforsa e si 
ritratta, siamo soliti a denotarlo come Y uomo 
pieno di quasi e di cioè. Ora all' avverbio quasi 
noi abbiamo premesso una s epitettica, ed otte- 
nutone squès, ne abbiamo fatto un sostantivo 
equivalente prima a dubbio e irresolutezza, poi 
a leziosa fastidiosaggine ed a nojosa indecisione. 
Per ciò di utofc donila che non è né arrendevole 
né testerecria', né costante né capricciosa, ma 
quasi T uno e quasi l' altro, diciamo eh' essa ò 
piena di squès, ed in una voce sola la diciamo 
squaséra. 

STÀGN agg. quando vale Saldo, reggente, 
consistente. 

Come hàbito fu l' iterativo di habeo, cosi di 
sum o so fu sito, che si contrasse in sto, per 
rendersi paragogo in stano, al modo stesso che 
do fu dano prima d' essere dono. Da stano, o 
stanno usci stagnum perchè Y acqua vi ata e 
non trascorre, uscì stannum perchè serve a ri- 
saldare e rendere consistente, ed uscì il verbo 
stagnare per arrestare e affortire, talché Giu- 
stino 1. 37. potè dire di Mitridate: ita se adver- 
sus insidias exquisitis remediis stagnavit, ut, ne 
volen» quidem* senex veneno mori potuerit» Da 
questo stagnare viene il nostro aggettivo stagn 



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— 462 — 

per resistente, e forse la voce stanga non è che 
una metatesi di stagna, e vale sostantivandosi, 
quanto verga stagna. 

STALLÀDEGH. Stallaggio. 

Ho sentito levar romore per questa voce, quasi 
fosse usata a grande sproposito, e ci facesse 
scambiar lo stabbio collo stallaggio. Per verità 
il Cellini usò stallatico, anziché stallato, volendo 
. indicare quello che stallan le bestie, e quindi lo 
stabbio o il concio, deducendolo da stallare per 
istabbiare; ma, al mio sommesso par. -re, ciò non 
toglie punto che da stalla non si possa dedurre 
stallatico con ben diversa significazi ne. Infatti 
come da fuoco, terra e testa noi nominiamo 
focatico, terratico e testatico il tributo che si 
-paga per ogni focolare, per ogni pezzo di terra 
e per ogni persona utile, cosi da stalla possiamo 
nominare stallàdegh o stallatico la somma che 
si paga per l' installamene d'ogni bestia: (a 
J' ò paghe tant ed stallàdegh, i vólen tant ed 
stallàdegh); e che poi con facile metonimia, 
dall' effetto passando alla causa, possiam nomi- 
nare anche Stallàdegh la Stalla stessa locatizia, 
♦ed ove si paga V installamelo : fdov andèv ed 
stallàdegh? quel è al vóster stallàdegh? ) E 
non è appunto ciò che fanno i Toscani, i quali 
dicono stallaggio, secondo la Crusca, tanto a 
quel che si paga air osteria per V alloggio delle 
bestie, quanto all' Albergo stesso delle bestie. 



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— 463 — 

Stalla? Scriviamo pur dunque stallaggio per 
uniformarci col miglior uso, ma non crediamo 
per ciò che il nostro dialetto spropositi a cre- 
denza e parli senza premettere 1' opportuno di- 
scorso. Da stallàdegh poi facciamo stalladghér , 
o stallaticchiere, pel padrone dello stallaggio che 
ne riceve lo stabilito prezzo correspettivo, indivi- 
duo ben diverso dallo stallar, o stalliere, ser- 
vente che striglia e pasce le bestie, e riceve 
una mancia od un beveraggio arbitrario. 

STALLADÌ. Stantito, Stantio. 

Da stabulum venne stallo, e da stabulare 
stallare, per porre nello stallo o installare; da 
stallato venne poi stallatire per dimorare lun- 
gamente installato, e quindi assumere le qualità 
proprie di ciò che non prova il sole, V aria ed 
il movimento. Di qui noi femmo stallatilo o 
stalladì per istantìo o stantito, ossia per ciò che, 
dall' essere rimaso troppo tempo stante, o instal- 
lato, ha perduto la primitiva sua perfezione. Forse 
è da dire lo stesso delle altre nostre voci scal- 
mìr e scaltrii, in quanto colle medesime vogliam 
significare con avversione V odore o il sapore 
prodotto dall' eccessiva calma, ossia dal riposo 
ed obblio in cui abbiamo lasciato troppo lunga- 
mente giacere oggetti che doveano essere; usati 
in tempo opportuno per non deteriorare. La de- 
sinenza T avremo poi comune coir antico francese, 
leggendosi nel Complemento al Dizionario del- 



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— 464 — 

T Accademia il verbo calmir appunto neutra 
passivo. H calmit, Les venis calrnissent. 

STANGA ( dèr la ). Stancheggiare. 

È frase furbesca per dire copertamente: stan- 
care, o stancheggiare la pazienza altrui, massime 
in occasione di negozii, contratti, o simili fac- 
cende. Così copertamente i Toscani dicono andar 
colle spingarde per dire andarvi spinto, e quasi 
per forza. 

STÉLLA. Scheggia o Stiappa. 

Nonio Marcello ci avvisa che la rustica sem- 
plicità diceva taleare e intertaleare per incidere, 
per cui, venendo ad esporre la voce talea, os- 
serva che taleae è taleolae erano dette scissio- 
nes lignorum et praesegmina. Il Mazzocchi av- 
verte che: rusticum verbum taleare non aliud 
significat quam quod Itali dicunt tagliare - Ex- 
taleare riesce dunque a S-tagliare, ossia il no- 
stro Stlèr, per cui il taglialegne noi lo diciamo 
Stellazocch Stagliaciocchi. Da stlèr viene stella 
per ex-talea o staglia assottigliata in steglia. 
Né per ciò può accadere nel dialetto patrio al- 
cuna equivocazione con stella astro, giacché que- 
st' ultima vi si lascia intendere non stella, ma 
stretta. Vedi alle Voci Strétta, e Stiano. 



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STENCHI. Eigido, Teso, Insaldato e pre- 
cisamente Stecchito. 

Abbiamo visto più volte come, mediante Y in- 
trusione di una n epentetica lago, pago, nigo e 
simili, divenissero tango, pango, ningo ecc. Cosi 
fu del verbo stecchire che s' invigorì presso noi 
colla epentesi e divenne stenchire. Di qui la 
patria voce ora in discorso, la quale, avendo ar- 
retrato T accento tonico, fece sténchi per stecchì, 
cioè stecchio o stecchito. Taluno potrebbe ricordar 
qui che <*ieyi>os vale anche durus, densus, firraus. 

STERKACÈR. Maltrattare, Tirare con vio- 
lenza qua e là. 

Scriveva quel chiaro lume della patria lette- 
ratura che fu il Cav. Marc'Antonio Parenti: = È 
rimaso nelle nostre parti Sternacchiato, che non 
si presenta in forma diversa da abbattacchiato, 
avvoltacchiato, stiracchiato ec. ed ha senso per 
lo più metaforico. E si dice Sternetta ( chi sa 
non siasi detto primamente Sternata?) quella 
quantità di castagne, ghiande e simili che ab- 
battuta o caduta dall' albero, copre distesamente 
il terreno. Tutte queste voci hanno manifesta 
referenza al latino Sternere, o fors' anche più 
direttamente ad un perduto stentare che si la- 
scia presupporre dal consternare. Certo che ne' 
bassi tempi fu adoperato sternatus e sternutus 
nel senso medesimo di stratus, come si ha da 

Saggio ecc. 50 



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- 466 - 

carte messe in luce dal Mabillone, e ricordate 
dal Ducangio =. 

STERZÈR. Piegare diagonalmente. 

Sterzare è propriamente dividere in tre parti. 
La sterza quindi, o lo sterzo, applicato ad una 
carrozza, è queir ingegno od ordigno girevole 
che permette alle due ruote dinnanzi di percor- 
rere un intero quarto di circolo, e di porsi così 
a volontà, o sulle due linee normali che lo rac- 
chiudono, o sulla terza diagonale che vi si in- 
terpone. Per conseguenza noi avremmo tratto il 
verbo sterzar a significare genericamente il de- 
clinare dalla perpendicolare piegando in lato od 
in banda, e ponendosi sulla detta terza linea. 
Sterzare insomma sarebbe un' altra forma di 
torcere o storcere, quasi si dicesse storciare. 

STLÒNC colla e schiacciata. Piccole Schegge. 

Forse da extellunculae. Infetti Y apparente 
mozione minorativa latina lascerebbe credere che 
da talco uscisse extaleo od extelleo, donde il 
nostro stlèr, che stella equivalesse ad extalea 
od extellea 9 e che stlóncia o stellóncza fosse 
sincope di extelluncula. 

STRABUCHÈR. Inciampare, urtare il piede 
contro checchessia. 

Aggiungendo la solita s di efficacia al francese 
trébucher per inciampare, intoppare, noi abbiam 



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— 467 — 

ottenuto il nostro verbo che rende le lettere, 
non la pronuncia, della parola francese. Di qui 
strdbùcch per intoppo, inciampo, ed anche per 
inciampatura od intoppamento, trébucfiement 

STRAFÉRI. Straccio, Straccerìa. 

. Pel noto scambio del p in f, il nostro stra- 
fori equivale a strappiero od a strapperìa, cioè 
ad un pezzo di stoffa, o ad una veste qualunque 
strappata e da smettersi, e non più abile all' uso 
cui era prima destinata. La desinenza in erium 
è quella che da bandum fece banderium e simili» 
Come poi ex-capere pa^sa alla prima conjuga- 
zione e diventa s-capèr, così extra-rapere di- 
viene per crasi stra-pèr, donde stràp, strapòn, 
strapéri e strafori. 

STRAFUGNÈR. Stazzonare, Gualcire. 

Ritenuta la facilità con cui il p si muta in f 
parrebbe che strafugnèr fosse quanto strapu- 
gnèr, ossia stringere male, colle pugna , ciò che 
dovrebbe invece essere preso bene ed avvisata- 
mente colle dita somme. 

STRAMÀZZ. Pagliericcio. 

Da stramen non si dedussero soltanto le voci 
stramentum, stramentarius, stramentitius, stra- 
mineus, ma si dedusse anche barbaramente stra- 
maceus, per cui toro o cubile stramaceo, valse 
puntualmente quello che diciamo anche pajazz 



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— 468 — 

per dire pagliaceo sostantivato in pagliaccio, o 
pagliericcio. Stramazz e pajazz sono dunque in 
tal qual modo sinonimi, se non che il primo è 
più generico, il secondo speciale, non ammettendo 
che la sola paglia per giaciglio. 

STRAMBÒCC. Scriatello. 

Mozione peggiorativa di Strambo per Torto, 
sicché, applicato a bimbi, vale quanto Stortuccio. 
La significazione si migliora col vezzeggiativo 
Strambuccìn, mediante il quale, con ipocorismo 
da nudrici, si designa il bimbo che, spiccatosi 
dalle dande, comincia a saltellare dubbioso come 
farebbono gli agnellini o caprioli neonati. Ed in 
quest' ultimo caso può ad un etimologista passar 
pel capo lo steinbock de' Tedeschi, cioè la rupi- 
capra de' latini, il nostro stambecco, e così ri- 
cordarsi come la bassa Latinità, non solo aveva 
Stambechus, ma stambucinus, per: ad ruprica- 
pram seu ibicem spectans. 

STRASÓRA. Ora strana ed intempestiva. 

Nella frase: vgnìr d 9 ora e d' strasóra noi 
troviamo ora valere ellitticamente, come appunto 
il latino fiora, ora opportuna, conveniente o 
tempestiva, strasóra invece, od extra horam, 
valere il suo contrario. Vediamo ancora la sibi- 
lante s supplire lo spirito romano h, ed impedire 
la sineresi delle due vocali a o, le quali senza 
ciò si sarebber trovate ad immediato contatto. 



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STRAYÉNT. Acquivento, Controvento. 

Lo Stra-vento è per noi tra-vento colla s 
intensiva iniziale, cioè oltre vento, più che vento, 
in quanto che è ventipiovolo, od acquivento, os- 
sia vento che, accompagnando la pioggia, non la 
lascia cadere a piombo, ma la strania di traverso 
e la rende più battente e impetuosa. 

STRAVACCHÈRS. Sdrajarsi. 

S' avachir in francese vale accasciarsi, svigo- 
rirsi, non reggersi, e così, non solo degli uomini, 
ma si dice anche delle pelli quando son molli 
come la vacchetta, non reggenti come il cuojo 
di bue o di bufalo, e così si dice pure dei rami 
teneri delle piante quando si ripiegano e s' in- 
curvano verso terra. Se dunque avaccarsi anche 
per noi Galli cisalpini accennerebbe a questo 
difetto di rigidezza e di vigore, figurisi ognuno 
cosa dovrà significare estravaccarsi, ossia stror- 
vaccarsi? Significherà esso puntualmente non 
più volgere verso terra incurvo e snervato, ma 
sdrajarvisi come corpo morto e dilaccato. Tutto 
poi viene, a quanto pare, dal latino vascus per 
floscio, debole, cascatojo da vedersi alla voce 
Svàscol. 

STRAZZAMERCHÈ (a). A bonissimo mer- 
cato. t 

Una delle Arti che fiorivano un tempo presso 
noi era 1' Arte degli Stracciaroli o StrazzarolU 



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— 470 — 

che, avendo ad oggetto del proprio commercio le 
robbe e le cose usate, le comprendeva sotto l' li- 
mile nome di Strazz. Vendere a stracciamercato 
è dunque quanto vendere a quel mercato al quale 
si vendono gli stracci, al mercato insomma degli 
stracciaroli, non de' merciaj o venditori di merci 
nuove, e quindi a prezzo assai basso. Si dice 
anche a strazzasdch, ossia a sacco stracciato 
che lascia uscire ciò che vi si infonde, il che è 
quanto dire a misura ardita e soverchia così da 
far prevalere la giunta alla derrata. 

STUELLA. Stella. 

Il Vossio nelF Etimologico alla voce Stella 
così si esprime — : quis dubitet à<mJQ ab Orien- 
talibus esse acceptum, cum Persis stella dicatur 
Sier, unde Esther nomen habet, ut ad Eusebium 
Scaliger monet? =r Da Ster veniva dunque Y <x<rnfa 
de' Greci e Y astrum de' Latini, non che lo Sterri 
de' Tedeschi e Y Estrella degli Spagnuoli , per 
cui stella è aferesi e sincope di asterella od 
astemia. Il nostro r mantenuto entro la voce 
tiene dunque ad alte e nobili radici, e la meta- 
tesi, che invece di sterla ci dà strella, non si 
verifica nelle sue mozioni sterlótty sterléna, ster- 
lèr, sterlè. Strella è quindi quanto astretto od 
astretta, astro minore ed isolato. 



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-- 471 — 

STRIFLÈR. Schiacciare, Render piatto. 

Fintela per noi equivale a stiacciata, per cui : 
al V ha sfritte, o, al ri ha fati una fritèla, è 
quanto dire: lo ha stiacciato. Striflèr per con- 
seguenza non è che una metatesi, od una al- 
terazione di sfritlèr, come sbafajèr è di sbaja- 
fèr, sciflèr di fiscèr e simili. 

STRINÈR. Abbrustiare, Bruciacchiare. 

Ustrinà non era solamente il luogo dove si 
bruciavano i cadaveri, ma si diceva per esten- 
sione prò quovis ardore, sicché nominavasi 
ustricula Y ornatrice che scottava ed arricciava, 
non certo abbruciava, i capelli. Il nostro strinèr 
è quindi un* aferesi di ustrinare, e non vale 
per noi consumare ardendo, ma abbronzare la 
superfice delle cose corrugandola, e dandole una 
tinta calda ed arsiccia. Strina vale dunque co- 
ciore, e confronta con Sbrùsia. 

{STRUSSIÈR. Sciupare. 

Trousse in francese è fascio, fardello. Trousse 
è assettato, e se Trousser vale raccogliere, al- 
zar su, egli è appunto per raccogliere ciò che 
spenzoli, ed assettare ciò che può sciuparsi. Trous- 
seau poi è il corredo e tutto V occorrente per 
una novella maritata. A questo concetto di unio- 
ne, di legame, di assettamento e di opportunità 
si oppone la s iniziale avversativa, sicché il no- 
stro Strussièr vale il contrario, cioè dissipare, 



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toglier d' assetto, sciamannare e sprecare, e nel 
detrousser, pure francese, trova un verbo che 
rasenta alquante sue significazioni. Sostantivan- 
done la prima persona del presente abbiamo an- 
che Strùssi per uomo o cosa sciupati e non più 
sufficenti air uopo cui erano destinati: sicché 
Strussièrs vale sciuparsi la vita e non farne 
conto affaticandosi eccessivamente, e sprecare 
insomma il cumulo della propria sanità. Nomi- 
niamo . finalmente Strussión lo Sprecone e lo 
sciupatore. 

STUPÈR e STUMPÈR. Stoppare e Turare. 

Stuppam linum impolitum appellant Graeci 
Dorii, scrive Festo, e Plinio 1. 19. ci avverte 
dirsi stappa o slupa a Latinis quod in lino pro- 
ximum cortici fuit deterius, et lucernarum fere 
luminibus aptius, cioè il più adatto a fèr di stu- 
póri. Da stupa avemmo, rasentando il greco, il 
verbo stipare, che noi mutammo in stoppare , 
e probabilmente l'altro latino stupere, volgare 
stupire , non ha origine diversa; tanto che noi 
diciamo me a son arsté d' stoppa , per dire io 
son rimasò stupito od istupidito. Siccome poi 
sluppa, rimae et foramina, praesertim navium, 
obstruuntur, così il verbo stupare o stoppare 
derivatone valse obstruere. Leggiamo infatti nel 
Glossario della media Latinità: Stupare stupa 
occludere, et universe prò obstruere. Gallis estoup- 
per, Germ. stopfen, unde destoupper, obstructa 



— 473 — 

patefacere, il nostro destupér; e stupacium ve 
lo incontriamo quale peggiorativo di stupa, ed 
equivalente a canovaccio, il qual ultimo risente 
la canna, del nostro dialetto, che, al pari del 
canape toscano, riproduce il cannabis originario. 
Ciò poi che nel linguaggio patrio riesce partico- 
lare si è la m enfatica od afforzativa da noi 
introdotta nel mezzo della voce, per quel moda 
stesso per cui femmo trambalèr da trabalèr. 
Infatti noi preferiamo di pronunciare stumpèr 
invece di stupèr, e destumpèr in luogo di de- 
stupér. Così è di stumpdj per istoppacciolo o tu- 
racciolo che facciamo intendere più volentieri di 
stupàj, massime se, per maniera di derisione o 
di ingiuria, lo applichiamo ad un mozzicone 
d' uomo, cioè a quello che i francesi direbbero 
bout d' homme, e stumpf i tedeschi. 

STURLÈR. Urtare, colpire, dar di cozzo. 

Sino a migliore dichiarazione sturlèr mi sem- 
bra una mozione del nostro stussèr da vedersi 
a suo luogo: cioè lo suppongo contrazione di 
stussarlèr, che diviene sturlèr per l' impronun- 
ciabilità di stusrlèr. Stussèr deriva certo dal 
tedesco stossen, ed i Germani dicono appunta 
stossen e anstossen per ciò che noi intendiamo 
esprimere colle voci sturlèr e insturlèr. Di qui 
s tur lèda per urto, e sturlón per urtone. 



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— 474 - 

STÙRNA ( dèr la ). Canzonare , levar in 
commedia. 

Jouer un tour, oppure donner un tour de 
reins à quelq' un vale prenderlo in giro, aggi- 
rarlo, dargli la berta o lo scambietto, insomma 
burlarlo e berlarlo. Dall' antico francese tourne, 
o da tournée verrebbe turna, e colla solita s di 
efficacia starna, prima per vertigine o capogiro, 
poi per burla o canzonatura, per cui dèr la 
sfuma a quelchi d f un significherebbe, come si 
disse, prenderlo in giro, o levarlo in canzone, 
stornarlo dal vero e avvilupparlo in ciance e 
menzogne, metterlo alla berlina, o bergolinarlo. 

STUSSÈR. Urtare, colpire, e battere. 

Dal tedesco stossen condotto a desinenza la- 
tina, che ha tutti i suddetti significati. Così è di 
stiiss ( tedesco stoss ) per colpo ed anche per 
bombo eccitato dal colpo, stussón urtone, stus- 
séda, battitura ecc. 

SUDIZIÒN. Soggezione, Peritanza. 

Noi con sudizión rasentiamo più dappresso, di 
quello facciano i Toscani con soggezione, il sub 
ditione latino, o se così vuoisi il subditio, astratto 
di suddito, e quindi pregno di peritanza e di 
sentimento della propria inferiorità. 

SUGAMÀN. Sciugatojo. 

Anche i Lucchesi dicono asciugamano, ed i 
Francesi Essuie-main. 



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— 475 — 
SUMSÌR. Emettere voci sommesse. 

Noi Modenesi diciamo sumsìr o summussire 
il parlare interotto, ed il piangere a mezza voce 
ed a scosse. Il Latino arcaico aveva in questo 
preciso significato il sostantivo summussus, tanto 
che Nevio scrive: 

Odi summussos, proinde aperte dice quid siet; 

ed il sostantivo predetto accenna appunto al 
verbo summussire di cui sopra, paragoge di sub 
mutire, cioè submissim mutire. 

SYÀSCOL. Floscio, vanido, caloscio. 

Questa voce, tuttocchè odierna contadinesca, 
pure è dell' antico Romano rustico, avendo solo 
mutato la vocale sottile e nella a più vasta, ed 
aggiunto in principio, secondo il solito, la s in- 
tensiva. Vescus infatti ha il significato del nostro 
vascolo in Ovidio ne' Fasti, là ove dice: 

ve grandi a farra Coloni 
Quo e male creverunt parvaque, vesua vocant. 

E, ciò che fa più al caso nostro, vesculus signi- 
ficò, al dire di Festo, il macilente, il debole, V e- 
stenuato. La mutazione poi della e in a è al- 
tresì antica, leggendosi nelle vecchie Glosse Sal- 
masiane: Vascum, inane et leve, ed in altre 
Glosse: Vascus est vanus. Di qui Tibia vasca 
così detta a Umori sono. 



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T 



TABACCHÈRSLA. Svignarsela, Sparir via, 
Assorbirsela, 

Far sparir sé medesimo od altra cosa qualun- 
que come, fiutandola, si fa sparire una presa di 
tabacco. Al verbo uniamo però quasi sempre il 
nome avverbiale via, a mostrare che tabaccherà 
sia via accenna più alla sollecita sparizione che 
ali 1 atto materiale del fiuto. Siccome poi il ta- 
bacco vien ricevuto entro di noi, così diciamo 
anche al s' V è tabacchèda, per dire, se V è tolta 
in pace, ed ha ricevuta l' ingiuria come fosse 
una presa di tabacco: appunto come diciamo al 
s' V è bvùda. 

TABALÒRI. Tempellone, Tentennone. 

Come usiam dire Tamperlón da tamperla o 
tempella, così con desinenza pedantesca, per ag- 
giungere un non so che di ridicolo alla voce, 
diciamo al Tempellone, Tabalòri da tabella che 
significa appunto altrettanto, cioè tamperla o 
tempella. 



— 477 — 

TAFANÀRI. Ano, deretano, ed anche ta- 
fanario. 

Se la voce fosse solo dell' alta Italia, allora si 
potrebbe avvertire che il tedesco dampf ( vapore, 
esalazione ) viene pronunciato nella bassa Ger- 
mania scolpitamente quasi fosse tampf Che da 
tampf esce il nostro tanf, compito dai Toscani 
in tanfo e volto a significazione peggiorativa, 
come suole accadere nei vocaboli forestieri di cui 
si oscura 1' originaria nozione. Che da tanf muo- 
vono tanfèr e paragogicamente tanfanèr per 
putire ed esalare di tanto in tanto odori spia- 
cevoli. Che quindi, sopprimendo nelF allunga- 
mento la nasale, come in sghibéz per sghimbe- 
scio, tafanàri o tafanario equivalesse a membro 
tanfanario, cioè che ha la proprietà di esalare 
di volta in volta tanfo o puzzo. Ma osservando 
che il vocabolo è più specialmente indigeno presso 
popoli sottoposti alla bizantina od alla greca in- 
fluenza , come sarebbero i Veneti , i Napoletani 
ed i Siciliani, e che è moderno presso altre genti 
che ebbero con questi ultimi lunghe relazioni di 
conquista e di commerci, quali sarebbero gli Spa- 
gnuoli ed i Provenzali, crederei meno opportuno 
il cercare alla voce una nordica origine, e poco 
spontaneo il chiederla alla composizione di due 
voci Celto-Bretone come fa il Dizionario detto 
del Tramater. Non perciò converrei nell' opinione 
del Vocabolario Siciliano citato dal Boerio, il 



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— 478 — 

quale, ponendo mente come a certe evacuazioni 
confluant muschae tabani, crede perciò che tran- 
slate si dica tafanario de hominis sede. E tanto 
più stimerei questo vocabolo proprio del Regno 
di Napoli o dell* antica Magna Grecia, in quanta 
che, mentre tutti gli altri popoli hanno la sola 
voce Tafanario, i Napoletani hanno anche nel- 
T identico significato Tafaro e Taficchio. Trovo 
dunque accettevole la sentenza di quei Signori 
Accademici Filopatridi, i quali lo deducono = dal 
Greco Tag>os f sepolcro, sia per la puzza, o per 
esser così 1' uno come V altro via universae 
carnis = Dalle due Sicilie sarebbe allora il 
vocabolo passato in Provenza e in Ispagna, e ciò 
si arguirebbe dall' essere colà appellativo da 
scherzo: es vozjocosa y festiva aggiunge il gran 
Vocabolario dell' Accademia Madrilese, e così 
sarebbe venuto in Toscana solo nel secolo XVII, 
giacché lo vedo accompagnato soltanto da esempj 
di autori relativamente moderni. 

TÀFIÈR. Mangiar molto, alzare il fianco, 
pacchiare. 

Tafel in tedesco non vuol dire soltanto mensa, 
ma facilmente trascorre alla significazione di 
mensa copiosamente imbandita, e di buon desi- 
nare. Di qui, i Lanzi, che troppo ci favorirono, 
e che vedemmo a prova amar troppo la buona 
tafel, ci avranno insegnato a comporre il verbo 
taflèr, rimutato per dolcezza in tafiér, per si- 



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unificare il far corpacciate, ossia il regalarsi di 
ciò che, deducendo dal verbo suddetto, noi di- 
cemmo del boni tafiéd, ossiano delle buone ed 
abbondanti tavolate. 

TAJÒL. Magliuolo. 

Da talea la lingua latina scritta ci mostra. 
taleola, donde Tajóla. Che poi la lingua romana 
parlata ne avesse dedotto del pari taleolus, ci 
vien dimostrato, in attesa di ulteriori documenti,. 
dal nostro Tqjól. 

TAMPÉRLA. Tempeìle. 

Noi dici&ttib Tamperla, quasi Temperula o 
piccola designatrice del tempo, quello strumento 
che negli ultimi dì della Settimana Santa sosti- 
tuisce le campane, segnando in loro vece il 
tempo dei mesti divini ufflcii. Siccome però una 
tale sostituzione è troppo imperfetta, tal che se 
il tempellamento non fosse ajutato dal grido 
spiegativo del cherichino strillatore, si udirebbe 
bensì un battito, ma non si comprenderebbe cosa 
questo significasse, così ne viene che noi ne ab- 
biamo tratto il verbo Tarnperlèr o Tamplèr e 
per battere sprovvedutamente, e insieme per 
darsi moto senza costrutto. Di qui inoltre tam- 
perla, tamperlón, tamplón e tàrnpel per quello 
che i Toscani dicono Tempellone, cioè per uomo 
o goffo od irresoluto, il quale, senza conchiudere 
i negozii, si lascia sopraffare dai medesimi. Il 



pronunciarsi poi della prima sillaba come Tarn, 
e non come Tem, si spiegherebbe con quello 
scambio della e nella a che ci fa uscire salghèr 
da selciare e sarèr da serrare. Comunque ciò 
sia , è certo che la voce Tdmpel diede nome ad 
un giuoco che durava tuttavia vivo e verde nella 
mia giovinezza, e che, potendosi altrimenti de- 
nominare il goffo, era appunto cosi: Nelle alle- 
gre brigate V uno di tratto si volgeva all' altro, 
e quasi gì' insinuasse a mezza voce un segreto, 
gli avviluppava de* suoni confusi , tra' quali in 
principio o in fine ponea cura di far campar 
fuori distinte alcune parole atte a svegliargli 
curiosità di conoscere anche il franteso; per cui 
-questi, colto alla sprovveduta e tocco sul vivo, 
usciva facilmente nella consueta interrogazione, 
cosa? o cosa hai detto? Se ciò accadeva, ecco 
che il primo per tutta risposta gli ballestrava in 
faccia: tdmpel; ed il goffo tra le risate della 
compagnia doveva, in pena della sua goffaggine, 
o metter pegno, o prestarsi a certi ridevoli ser- 
vigi impostigli dal vincitore: se invece s'accorgea 
■del tranello; in luogo della interrogazione, gli 
rispondeva a bocca stretta e beffarda stiflìlini, 
-quasi gli dicesse fischiolini o canzonature , per 
fargli intendere che avea mangiata la foglia e 
-s' infischiava delle sue furberie; ed allora toccava 
per contrario al mal riuscito provocatore il met- 
tersi a disposizione della ragunata. - Óra questo 
giuoco faceva nascere la frase dare un tdmpel 



che avea prima il significato di far goffo qual- 
cuno, poi quello di fare un discorso senza co-* 
strutto, per cui ne veniva che una proposta od 
una risposta inconseguente e priva di chiara si- 
gnificazione si qualificasse, e si qualifichi tuttavia 
fra noi, per un tàmpel, ossia per un discorso 
degno di quel giuoco che ammette appunto di 
regola una incompleta e mal comprensibile com- 
posizione di parole e di suoni. - E qui sul pro- 
posito mi ricorda che avendo un amico mio av- 
ventateli© interrogato per lettera un ospite di 
mia famiglia, che la trinciava da baccalare, sii 
un forte dubbio di filologia, è ritraendone un 
viluppo di frasi che riusciva in nonnulla, non si 
potè tenere così che per tutto riscontro non gli 
rinviasse queste parole: A Tampel, Stiffilini: 
Sul che il buon uomo non potendosi risolvere, 
me ne venne chiedendo il significato; ed io, per 
non dare in ciampanelle, dissi che 1' amico stu- 
diava da qualche tempo nell' illirico, e che forse 
in quelle parole si racchiudeva uno sfoggiato 
ringraziamento alla Slava. 

TANGANÈR. Tergiversare, cavillare, avvi- 
lupparsi e non risolvere. 

La voce non è solo Germanica, ed inserta 
nelle Leggi Saliche, ma è accolta dal basso la- 
tino nell 1 identico nostro significato. In proposito 
della stessa si legge nel Du Cange ad Tanga- 
num. =z Cujus vocis originem a Tagghen Teu- 

Saggio ecc. 31 



— 482 — 

tonico disceptare, litigare, vitilitigare, altercar! 
arcessit Wendelinus, ita ut absque tangano loqui, 
vel respondere sit piane, nude cura nulla alter- 
catione vel interpellatione = Di qui viene che 
Y antico Francese ha tancer per disputer, que- 
relici* , tance e tangon per querelle, dispute, donde 
la nostra tenzone; e se tanceresse vale in quella 
lingua femme d\ humeur acariàtre et grondeuse, 
ne viene che il nostro tdngher, varrà altrettanto, 
cioè uomo d' umore acre, poco arrendevole, ca- 
parbio, rozzo, e non portato alla compiacenza. 

TÉLA nella frase: e me, tela, per dire: ed 
io me la svigno, sparisco e mi tolgo al- 
l' improvviso di luogo. 

Nei giuochi A! arme o di destrezza si chiudeva 
T arringo con una tela, sicché entrare alla tela 
valeva quanto entrare nello steccato, uscir dalla 
tela, uscire dal medesimo. Chi dopo esservi en- 
trato toccava la tela, e più chi la sorpassava 
d* un salto, era come morto pel giuoco, non vi 
prendeva più parte, né poteva esser tocco o preso 
dagli altri, era insomma fuori di giuoco. I To- 
scani hanno far tela per isvignarsela, noi ci 
contentiamo di dir solo tela, che era il grido di 
chi , saltandola , avvertiva V avversario che non 
poteva più esser colto da lui. Ed infatti noi, nel 
dir tela, accompagniamo la voce con un gesto 
che indica il salto che si faceva nel sorpassarla. 
- Si può vedere il Dizionario dell' Accademia 



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— 483 — 

Madrilese alla Voce Tela, non che il recente 
Vocabolario del eh. Fanfani. 

TEMPÈSTA. Grandine. 

Se Plinio 1. 18. e. 28. scrivendo : = caelestis 
injuriae est genus unum quod tempestates vo- 
camus, in quibus grandines, procellae, caeteraque 
similia intelliguntur = mostra come tempestas 
nel latino scritto valeva anche grandine; Plauto 
poi ce lo rende indubitato ponendo: Mostell. 1. 2. 
27. = Tempestas venite confringit tegulas im- 
bricesque =. Non è dunque da meravigliarsi se 
noi, vecchi coloni Romani, siamo venuti restrin- 
gendo la lata significazione di tempestas ad in- 
dicare strettamente la gragnuola. Ciò che può 
osservarsi piuttosto è come, allorché diciamo a 
vin su un temp, intendiamo esclusivamente un 
cattivo tempo, cioè nugoli minacciosi, come questi 
nugoli si palesino sempre più per maligni, se 
invece di temp diciamo temporèl, sostantivando 
la voce ed avendola per semplice mozione di 
tempus, come infine la tempesta sia presa pel 
pessimo effetto della paurosa minaccia fattaci dal 
tempo divenuto in seguito temporale. 

TÈRA ED PAN. Mano, od unione, di tre 
coppie di pani. 

Da trahere, mutata la h in g, com' è usanza, 
esce traggere, e per sincope trarre. Traha per 
noi è treggia, sicché si può dedurre che rusti- 



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— 484 — 

camente traho, fosse trého, e sembra confermarla 
l'iterativo tracio, che facilmente diventa trecto. 
Da trehere o trehare dovette uscire tirare, di 
cui forse rimane indizio nel vezzeggiativo ca- 
strense tiro, tironis, per colui ohe si tira sii, 
cioè che si educa ed alleva ad un qualche eser- 
cizio attirandovelo ed allettandolo. Di qui è che 
per noi tiro si confonde con tratto, tanto nel 
significato di distanza, quanto nell'altro di astu- 
zia od atto frodolente. Da tirare venne tira con- 
trario di arrendevolezza, e fare a tira tira per 
istar sul tirato e mandare le cose a lungo. In 
Occitanico non si disse solo tirar ma anche tie- 
rar, donde tiera e tieira per seguito, tratta, o 
continuazióne. Si direbbe dunque che una tiera 
o téra ed pan equivalesse ad una tratta o ad 
una fila di pani, ossia a più pani. Chi volesse 
vedere in téra ed pan una mozione del latina 
ter, quasi terna, a significare V unione appunto 
di tre coppie di pani, farebbe un cammino più 
breve, ma per avventura men verosimile — Pre- 
messo ciò, si può credere che la voce tiri-téra 
sia un inculcamento di téra e valga spontanea- 
mente quanto una lunga e nojosa tirata, e che 
1' altra tiratóri si risolva puntualmente in un 
lungo tratto. Così fila-tera varrà fila lunga, e 
si confonderà con fila-tessa, e forse colla nostra 
filartela. 



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— 485 — 

TERNÈS. Frugolo. 

I Romani dell' epoca in cui Modena fu colo- 
nizzata appellavano nasiterna un vaso acquario 
ita dictum a tribus nasis , cioè dall' aver tre 
becchucci, e Nasiternattis, se pure non è a leg- 
gersi Nasiternus, il portatore di tali vasi. Noi 
tardi discendenti di que' coloni, invertendo la 
composizione, nominiamo ter-nès il ragazzo che, 
a mo' de' cani i quali fiutano per tutto, pone o 
ficca il naso per ogni dove ( tanto che lo diciamo 
ancora ficcanès) e così si moltiplica nel ficcarlo, 
che mostra averne tre de' nasi non uno. Da 
ternès facciamo poi uscire il verbo ternasèr, 
frugare ovunque, essere irrequieto, e non darsi 
mai pace. E su questo proposito può venir forse 
alla memoria che un tal Vatinio calzolajo Be- 
neventano, bistorto e quadrinaso, cioè con naso 
cosi bitorzoluto che mostrava aver prole, fu come 
il buffone di Nerone, e che a costui per ischerno 
davasi a bere in calici a quattro nasi o rostri, 
che dal medesimo si dissero Vatiniani e per av- 
ventura quadrunasi. Tacito, Marziale e Giuve- 
nale ne parlano, ed io mi son permesso di farne 
qui cenno solo per indicare come i Latini non 
rifuggivano da vocaboli cosi composti. Intorno ai 
quali ponno ricordarsi trimastigia, triverbero, 
triparcus, trifurcifer ì trivenefica ecc. 



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— 486 — 

TERPIÈR. Scalpitare. 

Io ho creduto di dimostrare, ne' miei Studii 
sull'antichissimo Carme degli Arvali, che il verbo 
tripodare nel suo senso primitivo alludeva alla 
ternaria percossa del piede che, distinguendo le 
arsi toniche , valeva a scindere e misurare tut- 
t* insieme il verso Saturnio, proprio degli assa- 
menti e delle deprecazioni, che tre appunto ne 
richiedeva. Questa tripodazione costituiva ancora 
quella ritmica saltazione detta perciò tripudio 
che accompagnava sempre il canto di tali versi, 
ed alla quale alludeva Orazio, scrivendo 1. III. od. 
18. in fine: 

Gaudet invisam pepulisse fossor 
Ter pedo terram, 

e che, procedendo i tempi, fé' chiamare Pedicu- 
larius, quello che, secondo le Glosse di Filosseno, 
pedibus pulsando scabellum, inter symphoniacos 
dat modura tono. Ma se il tripodare o tripu- 
diare, valse da prima strettamente questa trina 
battuta di piede, si estese in seguito a significare 
ogni spesso scalpitìo, siccome appunto tripudio 
potè comprendere ogni danza senza ulteriore ri- 
ferimento al solenne numero tre. Il tripodare 
poi antiquandosi, se potò dar origine al trepidare, 
valse probabilmente a far nascere il trebbiare 
toscano, il terpièr modenese, e con una facile 
paragoge, il trepigner de' Francesi. 



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— 487 — 

TÈRS. Tartaro, taso, gromma. 

La voce tartaro per scoria de dolio vini, ari- 
dae faecis doliariae crustula, vini faex indu- 
rata et dolio adhaerens è voce della Grecità 
media, della bassa Latinità, e comune a tutte le 
lingue romanze. Noi poi da Tartaro abbiamo 
fatto Tarso perchè Tharsia si diceva nel medio 
Evo, e specialmente dai Francesi, la Tartaria y 
e così Tarse; Tarsien, chiamavasi il Tharsicus 
o Tartaro, cioè V uomo di Tartaria, per cui, con- 
fondendo un nome etnico geografico con un nome 
chimico, abbiamo tradotto il tartaro di botte in 
tarso di botte a quel modo stesso che riusci- 
rebbe , qualora uno traducesse un franco d* ar- 
gento, in un francese d' argento. 

TERLÒCH. Baratto, cambio, permuta di 
cosa con cosa. 

Terluchèr è una alliterazione di treluchèr o 
traluchèr, ossia traslocare; trattandosi di quel 
contratto che si effettua mutando luogo alle cose 
senza intervento di danaro. Terlóch risponde 
dunque a Trasloco, ed a ciò che i Francesi di- 
cono Troc. Siccome poi questa maniera di scam- 
bio è affatto primitiva, ed accenna a povertà ed 
insufficenza di mezzi, così per quel modo istesso 
secondo il quale, in discorso di persone, sogliam 
dire di un uomo o brutto o malescio : oh V è al 
bruti negòzi!, così di un vecchio incaschito di- 
ciamo eh V è un pover terlóch. 



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— 488 — 

TESCHINELLA e TRESCHINELLA. Giuo- 
co saltereccio che consiste nel raccostarsi 
quanto si può, nel mantenersi tale, e poi 
ajutandosi delle braccia e battendo in- 
sieme le palme ora innanzi ora indietro, 
nel far balzi a pie giunti. Trescherella. 

Credo Teschinella corruzione di Treschinella 
per le seguenti ragioni. Trovo ne' recenti Dizio- 
nari di nostra lingua spiegato Tresca così = Spe- 
zie di ballo popolare usato anticamente in To- 
scana, il quale si faceva da più persone insieme 
battendo le mani e saltellando, e da questo oggi 
abbiamo trescare, trescone e trescherella = 
Anche il Buti avea spiegato Tresca per: Ballo 
saltereccio dove sia grande e veloce movimento ; 
ed il ballo, ora contadinesco, detto trescone am- 
mette , non solo il battere delle mani , ma F a- 
prirsi nelle gambe, il reggersi sui talloni, ed una 
serie di movimenti risicati e violenti, sicché tra" 
ballerini chi più ne sa e più risica, più ne mette. 
La voce poi non è solo toscana o nostra, ma il 
basso latino ha triscare per tripudiare, lo Spa- 
gnuolo ha triscar, e 1' antico francese trescher 
e tresche. Visto dunque come tutto ciò che ap- 
partiene a tresca e a trescare convenga mirabil- 
mente col fatto nostro, mi pare che treschinella, 
mozione di treschina diminutivo di tresca, si 
possa confrontare colla Trescherella de' Toscani, 
e debba ritenersi come più regolare, e quindi sia 



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— 489 — 

da preferirsi a teschinella. Chi poi, senza con- 
fondersi cogli etimologisti, volesse dedurre il verbo 
trescare dal latino triscurriare tratto dal tri- 
scurria-orum degli antichi Romani, troverebbe 
come a dire in casa la spiegazione di ciò eh* altri 
va a cercare in levante, ed afforzerebbe il valore 
della nostra voce, originandola appunto dalle ca- 
presterie e dagli attucci dei vecchi scurra e dei 
mimi. 

TGNÉZZ. Tenace. 

Da teneo si fece tegno, come da vento, vegno, 
e per metatesi tengo e vengo. Il nostro dialetto 
conserva tegno, e dice tegn e tgnir, invece di 
tegnir per sincope usata nell' intento di giungere 
più presto air accento tonico. Da tegno i To- 
scani fecero tegnente per tenace e tegnenza per 
tenacità: noi non ci contentammo di tgnént, ma 
con diversa mozione avemmo anche tgnézz, quasi 
tegniccio per quella stessa inflessióne che diede 
appiccaticcio, attaccaticcio ecc. Una tale uscita 
giova col rigore della doppia z a dare a tgnént 
un carattere più resistente e tiglioso. 

TINTINÈGA. Tentennone. 

Viene dalla prima persona del presente del 
verbo tintinaghèr paragogico di tintinèt\ latino 
tintinare per tinnire, andar facendo fin Un, cioè 
tentennare, per cui tintinèga vale tentennone. 
Cosi andaghèr è iterativo di andèr, dighèr di 



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— 490 — 

dir. Questa desinenza è quella che ci dà morsi- 
care da mordere, e forse meglio morsicchiare; 
così rosicchiare, dentecchiare ecc. 

TLARÉDA. Bagnatelo, Tela di ragno. 

Noi diciamo tela-rada, o telarata quella che 
in apparenza avremmo dovuto chiamare tlaragna 
o tela-ragna. Non posso ammettere una sincope 
di telarata per telaragnata, giacchi il nostro 
dialetto suol lasciare indizio delle sue fognature, 
e però, ove ciò fosse, avrebbe tlargnéda non 
tlaréda. Debbo dunque credere che nel dialetto 
modenese fosse il verbo tlarèr, telarare, per co- 
prir di tela, e che quindi telarata valesse quanto 
coperta di tela, ossia un tratto od una stesa di 
tela atto a coprir qualche cosa. Tlaréda allora 
non significherebbe per sé ragnatelo, ma solo 
per successiva applicazione, e varrebbe invece 
genericamente quanto drapperia, tappezzeria e 
simili. 

TOC. Colpo, e specialmente Apoplessia. 

Non fosse altro che per onomatopea, noi di- 
ciamo tac il colpo secco e vibrato: talché nel 
1411 si chiamò in Parigi le Tac: morbi genus, 
aut febris pestifera, qua, ceu repentino ictu (unde 
nomen) Parisienses percutiebantur. Ma ci è noto 
che il lat. tango, prima fu tago ed arcaicamente 
taco, donde tactus. De caelo tactus valse colpito 
o tocco dal fulmine. Il nostro toccare viene 



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dunque dall' antico tacare per tangere, che fa 
pronunciato tongere dai rustici. Toc è quindi 
scorcio di toctus, rozza pronuncia di tactus, e 
significa quel colpo istantaneo pel quale Y uomo 
è: subito morbo, veluti ictu fulminis, tactus. 

TÒDNA e TÒDEN. Si dice oggi di persona 
lentissima in tutte le sue operazioni. Don- 
dolone, Tentenna, Lellone. 

Secondo Uguccionè, Toda est avis quae non 
habet ossa in tibiis, per cui è costretta a muo- 
versi oscillando e tremolando, ma non progre- 
dendo. Di qui il verbo fodere per orseggiare o 
se dandiner, e di qui todinus, non solo per inetto 
a marciare, ma insieme per timido e vile. In 
quest' ultimo significato il Du Gange riferisce il 
seguente esempio. Henricus Rosla in Herling- 
sberga: 

Este viri fortes, ne sitis honoris inermes, 
Tu vero abscede quisquis vis todinus esse, 
Armato pavido potior est tressis agaso. 

Da todinus usciva todinare, e per crasi todnare r 
dalla cui terza persona del presente avevamo 
tòdna per mal atto a camminare, e per tremo- 
lante e impaccioso. Da Toda o Doda viene an- 
che il francese dodiner e dodeliner per dondo- 
lare e cullare, del quale il Menagio disse ignota 
T origine. Tódna poi è voce anche Ferrarese. 



— 492 — 

TÒR colla o chiusa. Torre o Togliere. 

Tulere o Tolere valevano portare, alzare o 
sollevar colla mano, e quindi manu capere. Ne 
vennero il rammollito lolgere o togliere, e il con- 
tratto torre. Noi conserviamo ambedue le forme, 
perchè nell'infinito diciamo tór, e nel presente 
me a tog, fognando la liquida che rendeva tolg 
mal pronunciabile. Le terze persone poi singolare 
e plurale dello stesso presente: quel al tos, qui 
i tósen, accennano ad una terza forma del verbo, 
cioè a tóser contrazione di tólser. Finalmente 
nel perfetto dicendo ?me a tòls 9 e, nò a tulissem, 
lasciamo supporre che il rustico romano non 
avesse tettili, ma tulsi e tulivi, appunto come 
aveva pulsi per pepuli, cresi per credidi, e cosi 
va dicendo. Non è infrequente tra i rustici il 
sostituire tulir a tòr. 

TOROTÉLA TOROTOTÀ. Specie di ritor- 
nello con cui terminano gì 1 improvvisi 
scherzosi del popolo. 

Sul proposito ecco quanto si legge nel Voca- 
bolario Piemontese del Cav. di Sant' Albino 
= Torotoiéla. Rozzissimo strumento musicale 
consistente in una sola corda di budello, racco- 
mandata ai due capi di un lungo bastone e tesa 
in qualche distanza da esso per mezzo di una 
vescica gonfia d' aria, che verso la cima le serve, 
a cosi dire, di tavola armonica. Se ne trae il 



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suono per via d' un arco rozzo al pari dello 
strumento. Questa sorta di monocordo è quella 
stessa vescica dominata da una corda, alla quale 
i Barbareschi danno il nome di Arababbah, e 
su cui sogliono intonare i preludj de' loro canti 
erotici. Fin verso il quarto o quinto lustro del 
secolo attuale questo Torototela fu lo strumento 
prediletto di quegli idioti che formavano la de- 
lizia del nostro volgo con certi loro improvvisi, 
ne' quali, per tutta poesia, non si udiva che una 
tempesta di rime storpiate, allusive alle persone 
che ne componevano Y uditorio, e terminati nel 
perpetuo intercalare Torototela Torototà = 
Tutto ciò ricorda il Zirudéla, ed il Tocch e dai 
la Zirudéta con che cominciano e finiscono ta- 
luni briosi rispetti in uso presso i Bolognesi. E 
già la voce Zirudéla accenna essa pure in ori- 
gine ad uno strumento musicale inferiore alla 
ghironda o gironda, e detto perciò girondella, 
dal girare che si faceva un manubrio od una 
ruota per rintoccarne le poche corde. 

TRACAGNÒTT. Tozzotto, Tonfacchiotto, 
Tangoccio. 

Voce che abbiamo comune coi Veneti, ed è 
aggiunto di persona robusta, ma piccola e tar- 
chiata. Risponde al nostro tratt a terra, o bas- 
sott. La lingua comune ci offre cagnotto nella 
significazione di Bravo, o di colui che assiste 
prezzolato ali* altrui difesa. Ai bravi s' attaglia 



— 494 - 

appunto una corporatura compressa, e quindi si 
• può supporre che tracagnott od ultra-cagnotto, 
sia impersonato quanto e più eh' un Bravo. Vo- 
lendo poi abbondare sull' argomento, aggiungerò 
che terrarius canis, oppure chien terrier, o 
chien de terre si diceva il cane animalium sub- 
terraneorum indagator, vulgo Basset, e che tali 
bassetti sono, non solo di gambe corte e arcuate 
per poter entrare nelle tane, ad esempio delle 
volpi, ma sono ancora grossi e atticciati per lot- 
tar con vantaggio contro le stesse. Tracagnotto 
potrebbe dunque per avventura in senso primi- 
tivo valere bassetto, cioè cagnotto da terra, o 
terra-cagnotto. La crasi che si manifesterebbe in 
tra per terra, non mancherebbe d' esempj: di- 
ciamo infatti trazz per terrazzo, traj per ter- 
ragli o munizioni di terra, trèn per terreno e 
simili. 

TRÀGN, i Reggiani TRÉGN. Vaso terra- 
gno o terrigno, cioè di terra, non di me- 
tallo od altro. 

Aggettivo sostantivato. Non diversamente di- 
ciamo frégn per ferrigno. 

TRAN-TRAN. Giò-Giò. 

Voce imitativa il monotono suono del tambu- 
ro; diciamo quindi V è al solit tran-tran per 
dire: è la solita zolfa lenta ed ammisurata. 



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TRAN-TRAN nel senso di Uomo lento e 
accasciato. 

Come Ennio creò la voce tarataniara per 
imitare il suono della tromba, con pari onoma- 
topea noi femmo tran-tran, e taramplan per 
imitare il monotono suono degli antichi tamburi, 
specialmente tedeschi, che battevano il lento passo 
ordinario. Introdotto il rullo, e rese le marce 
più vispe, trovammo in seguito rataplan. Ora 
quelle due prime voci imitative il tardo suono, 
e quindi lo stanco passo delle truppe, passarono 
prestamente a significare, non solo lentezza e 
stanchezza, ma insieme V uomo impaccioso ed il 
vecchio debole ed incaschito. Dal nome sursero 
i verbi trantranèr, e taramplanèr per mancare 
di attuosità e di sufficenza. Quando dunque di- 
ciamo: T è un pover trantràn, o taramplan, 
intendiamo dire che è un pover uomo, il quale, 

per malattia o per vecchiezza, ha perduto la 
vigoria del corpo e la prontezza delle membra 

TRANSÌ. Adusto, arido, riarso. Dicesi spe- 
cialmente del fieno troppo secco. 

Si direbbe scorcio di irans-itus, trapassato, 
passato al di là di quanto occorreva, o si voleva. 

1 Francesi rivolgono per lo più la significazione 
eccessiva del verbo dal caldo al freddo, per cui 
transi vi significa assiderato e tremante pel 
troppo freddo. Non è però men vero che la loro 



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— 496 — 

frase famigliare amoureux fransi, per indicare 
il cascamorto, o inamurè cott sparti, può venir 
tratta anche alla nostra intenzione. 

TRÉDLA. Strisciatojo. 

Noi raddolcendo V asprezza del t diciamo tridèr 
quello che la lingua comune dice tritare, perciò 
diciamo trédla o tridla quel tritolo o pezzo di 
panno trito, o quel cenciuolo ripiegato per cui si 
fa passare 1' accia nel dipanare. In latino tro- 
viamo tritilis spiegato per: quod teri potest. 

TRÉP. Trebbio. 

Trep per noi, non è solamente trivio, ma è 
luogo di spasso e di stravizzo. Pei Provenzali 
Trepar, Trepjar, e Trepejar era il nostro 
terpièr o trepièr, il Francese trépigner, anche 
nel significato di ballare, e Trep valeva ballo e 
danza. Quando dunque diciamo d' uno, che si 
butti al libertinaggio, che e' frequenta troppo i 
trép, è quanto dicessimo i festini, i ballonchj e 
le cricche. Anche i Toscani usano trebbio per 
trattenimento e trastullo volgare; e non deve 
essere dimenticato che ne' trivii appunto e ne* 
quadrivii, ossia nelle piazze campagnuole, si ce- 
lebravano le feste rusticane, si immolavano le 
vittime, e si faceva baldoria. 

TRIBULDÀNA. Ciurma, Turba, Truppa. 

Come da turbare diciamo turba una moltitu- 
dine incresciosa e turbulenta, così da tribolare, 



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— 497 — 

modenese tributar, diciamo tributàri ed gent ed 
anche castighi una quantità di gente che può 
apportare torbidi o troubles. Dando al verbo 
tribulare le consuete mozioni tribulitare, e tri- 
bulitanare, cioè tribuldèr e tribuldanèr, ne esce, 
dalla terza persona del presente, tribuldàna, 
appunto per truppa o ciurmaglia perturbatrice, 
e, per servirmi di una parola di S. Zenone, ca- 
pace di turbulentare. La voce F abbiamo in co- 
- raune coi Ferraresi. 

TRÌNCA n. sost. Trincia o Trinciatoja. 

Questa voce appare nella nostra frase nóv ed 
trinca, che ha il valore di: nuovo di zecca, uscito 
pur allora dalla trancia. Trinca è dunque trin- 
cia da trinciare, e risponde al francese tranche 
da trancher. Infatti F utensiglio da calzolajo che 
i francesi nominano tranchet, noi lo pronunciamo 
trinzet. 

TRIPÈ nel senso di: Vecchio vacillante. 

Sia che si ammetta il bastone pel terzo piede 
de' vecchj, sia che si abbia F intenzione alle mo- 
bilie vacillanti per mancanza del quarto piede, 
certo è che noi diciamo d' un vecchio che ten- 
tenni e mal si regga sulle gambe, eh' esso è un 
póver tripè, ossia un trepiedi. Memori poi della 
greca pronuncia, che faceva dire ai Laóini tri- 
podare e non tripedare, e seguendo quella al- 
literazkme che ci offre terpièr invece di trepièr, 

Saggio ecc. 32 



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— 498 — 

noi, da tripiót o terpiót, ossia con tre piote o 
piedi, facciamo triplóz o terplóz, rinfrescando il 
latino triplotus o triplotius per triplautus. Dal 
nome esce il verbo terpluzèr per camminare 
incerto ed a scosse, ed in genere per agitarsi 
con poco profitto. 

L' argomento mi farà aggiungere che in sul 
principio del 11 Dialogo di Sulpicio Severo, pio 
e dotto Vescovo vivente sul principio del V Se- 
colo, si pongono in bocca di un interlocutore 
Gallo le seguenti parole: Sedebat autem Marti- 
nus in sellula rusticana, ut sunt istae in usibus 
servulorum, quas nos rustici Galli tripetias, vos 
scholastici, aut certe tu qui de Graecia venis, 
tripodas nuncupatis. 

TRÒLL. Sospingitojo. 

Un antico verbo latino truare aveva tra i 
suoi significati anche quello di trudere. La trulla 
de* muratori, o la cazzuola, sospingeva e spianava 
T intriso nelle murazioni, il che si diceva trnl- 
lissare, mozione la quale supponeva F esistenza 
del positivo trullare. Di qui noi abbiamo fatto 
tròll per quel rustico arnese con cui si raccoglie, 
sospingendolo e cacciandolo, il grano battuto e 
sparso neir aja, non che il verbo trullèr che si- 
gnifica appunto queir atto. Usiamo anche il tròll 
quando sulle strade vogliamo o nella state rac- 
cogliere la troppa polvere, o nell' inverno to- 
glierne la neve recente. Anche V Occitanico aveva 
il verbo trolhar per ispingere o comprimere. 



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— 499 — 

TRÒS. Fusto, Pedale, Torso. 

Quelli che usano spesso col latino arcaico po- 
trebbero ricordare qui come Nonio spieghi la 
voce Trossulus per iorosulus; come un antico 
Glossografo registri Trusulus sponendolo per 
uomo tendente al grasso, robusto, tarchiato, 
o tv (jukq(£ naxvs; e come la mozione di dette voci 
lasci supporre un positivo Trossus o Trusus, 
dal quale dedurre poi il nostro vocabolo. Quanto 
a me vedo semplicemente in tròs una metatesi 
di torso, cioè della voce greco latina thyrsus, 
la quale ha, specialmente in greco, il valore che 
noi siam soliti di attribuirle, come appunto in 
contrust per profitto, riconosco un trasponimene 
di construtto o costrutto. 

TRUFÈNA. Abside e Tribuna. 

Il nostro Cronista Jacopino Lancillotto chiama 
Turfìna quello che il figliuol suo Tommasino 
chiama tronfino, o trofina, intendendo per lo più 
1' abside, od il coro superiore d' una Chiesa. È 
voce ora perduta, ma che si trova nelle Croni- 
che Genovese e Parmense, edite dal Muratori, 
scritta quando Trofìma o Trofina, quando Tru- 
nina, e scambiata come equivalente con Tribuna, 
Tribunal, Trebuna, sulle quali parole, e sui 
valori loro jeratici sono da vedersi il Macri ed 
il Ducangio. 



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TRUTA. Trota. 

La nostra enunciazione oscura è più conforme 
all' antico Romano volgare, leggendosi in Isidoro 
1. XII. e. VI. in proposito de* pesci che prendoo 
nome dal color loro: Auraiae, quia in capite 
auri colore m habent, et Varzi a varie tate, quos 
vulgo Tructas vocant. 

TRUZZÈRA. Ammasso di terra e concio, 
od anche solo di terra e piote erbose e 
fertilizzanti. 

Noi diciamo fruzza per dire terruccia: truz- 
zèra dunque equivale a terrucciara o terric- 
ctaja nel significato di ammasso di terriccio, o 
in cui prevale il terriccio. 

TULLIANA. Gozzoviglia o Gozzoviglio fatto 
allegramente e in brigata. 

Fèr tulliana gozzovigliare, stare in gozzoviglia, 
far baldoria. La voce non è solo nostra, ma è 
anche almeno reggiana e ferrarese: nel qual 
ultimo dialetto la trovo scritta dall' Ab. Nannini 
nel suo Vocabolario con una sola L La desinenza 
della medesima la mostra un aggiuntivo sostan- 
tivato, come sarebbe a dire coena tulliana. Quando 
non si volesse che la proverbiale eccellenza at- 
tribuita a M. Tullio Cicerone, si estendesse tut- 
tavia a cose aliene, cosicché cena Tulliana va- 
lesse magnifica e sovraeccellente; si potrebbe 



— 501 — 

ravvisare nei verbi tulo e tolto, (donde nel vec- 
chio latino escono i Tullii pei maggiorenti o 
sollevati, e nel moderno toscano esce trastullo ) 
tutto T occorrente per levar in alto la signifi- 
cazione della voce tulliana portandola a valere 
da un lato: degna dei Tullii o dei magnati, e 
dall' altro: condita di allegrie e di trastulli. Non 
mi par quindi mestieri ricorrere al Teutonico 
Tulte, Tuldi, e Tulths per festum o solennitas, 
a Tultago insignis dies solennitatis, ed a Tulten 
celebrare e festeggiare, per originare un voca- 
bolo che si presenta sotto forme interamente 
latine. 

TURÒK Torrone. Confezione di mandorle, 
pistacchi ecc. tostati, messi in cottura nel 
mele di Spagna o nel giulebbe con albu- 
me, e ridotti a candidezza e consistenza. 

Gli Accademici Filopatridi nel loro Dizionario 
Napolitano, registrando questo vocabolo, cosi lo 
spiegano = È venuto a noi co' Francesi che re- 
gnarono in questo Regno. In Provenza se ne fa 
ancor oggi molto, e chiamasi Nugà, forse dal 
latino Nugae, perchè è cibo di ragazzi. Conserva 
ancor tra noi 1' indicazione della sua origine 
Angioina, giacche molto se ne mangia, e se ne 
manda in dono nel giorno della maggior festività 
de* Francesi, cioè nella Festa di San Martino 
Turonense, dal nome della cui patria deriva 
appunto quello di Torrone = Mi sembrerebbe 



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— 502 — 

però lecito il dubitare di questa derivazione, 
perchè nelF antico Francese non trovo la voce 
Tournon o Touron nel significato voluto, e nel 
Complemento al Dizionario degli Accademici di 
Parigi, rinvengo bensì Touron, ma con rimando 
a Toron, ed a questo vocabolo si dice = Espece 
de confiture d' amandes, ou de pistaches, au miei, 
que 1* on fait en Espagne = La voce infatti è 
Spagnuola, e pare venire da Torrar = lo mismo 
que Tostar, lat. Torrere =, dall' essere cioè 
abbrustoliti i principali ingredienti di cui si com- 
pone. Si direbbe quindi che un tal confortino 
fosse stato introdotto in Italia piuttosto dagli 
Spagnuoli che dai Francesi, ed infatti le migliori 
fabbriche del medesimo nell' alta Italia sono nel- 
T antico Ducato di Milano, stato lungamente, 
insieme colle due Sicilie, sotto il dominio di 
Spagna. 



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— 503 — 



u 



XJCALÈR. Andar vociando. 

Festo, seguitando Labeone, spiega prox per 
proba vox, il che torna a pro-ox o porro-vox, 
cioè più che voce. Questo mostra che vox, senza 
lo spirito latino appreso dagli Eolici, era ox od 
ocs, e che da ocs poteva venire ocare semplice 
di procare per porro-vocare intensivo di voco, 
chiedere molto e spesso, donde procus per pe- 
titore principale ed insistente. Ora dal piano 
ocare, equivalente di vocare, viene la forma no- 
stra iterativa ocalare per andar vociando. 

UCARÈLA. Contrafforte. 

Noi chiamiamo oscuramente ucaréla ( lata- 
mente ocaréla, ed in Reggiano ochetta ) quel 
ferro mobile che, inserto nelle pareti esterne dei 
muri, serve o movendosi in banda o rialzandosi 
dopo T abbassamento, a tenere aperte le imposte 
singolarmente delle finestre. Il suo movimento > 



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— 504 — 

e forse la figura ornamentale che a detto ferro 
veniva attribuita di piccola oca , gli avrà dato 
il nome, appunto come a merletta ed a zgogna 
lo dettero merlo e cicogna. Con pari ragione i 
Toscani dissero nottola il saliscendi usuale di 
legno. 

UMBRÌGHEL. Ombellico. 

Il romano rustico si risentiva del rotacismo 
eolico, e quindi si può credere che il volgo pro- 
nunciasse umbriculus quello che i gentili avreb- 
bero detto umbiliculus od umbliculus. In ciò mi 
conferma il sapere che la lingua d' oc non avea 
solo emblic, ma ben anche emborigol. 

URCÌNÀ ( Erba ). Sempreviva , o Barba 
Jovis. 

Pare che noi le abbiamo dato questo nome 
dalla forma delle sue foglie ovali, carnose, liscie 
e cigliate nel bordo così da poter render figura 
di orecchie. 

TJRGÒL, e per metatesi, RUGÒL. Ramarro. 

Nelle nostre campagne è invalsa la credenza 
che il lucertolone verde o il ramarro sia amico 
dell' uomo, e che, ove lo vegga dormire in pros- 
simità di una biscia, perchè questa non gli entri 
in corpo, lo morde a un orecchio od altrimenti 
lo eccita a risvegliarsi. Di qui, sino a miglior 
dichiarazione, si direbbe che TJrgól è quanto 



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— 505 — 

Urgulus od Urgeolus, e che il ramarro fu detto 
così: quia urget jacentem, per servirmi di una 
frase Ciceroniana. Se invece la voce originaria 
fosse Rugai, questa potrebbe accennare per av- 
ventura a ruiculuSj e per ciò al corso precipite 
di quel vispo animaletto, di cui Dante scrisse 
Inf. e. 25. 

Come il ramarro, sotto la gran fersa 
Dei dì canicular, cangiando siepe, 
Folgore pare, se la via attraversa. 

E qui mi permetterò di aggiungere che il ra- 
marro de' Toscani sembra un aggettivo sostan- 
tivato tratto, non da lacertus viridis, ma da 
lucertus ramarius, cioè che ama la rama, od il 
ramo, che predilige le piante o le siepi, 

Nunc virides etiam occullant spineta lacertos (Virg.) 

il che volle appunto indicare 1' Allighieri coir in- 
ciso, cangiando siepe. Così una maniera di uc- 
celli feditori o prenditori veniva detta ramace , 
ramiera o raminga, dall' essere uscita di nidio, 
e già divenuta foresta. 

URZÒL. Orzajuolo. 

Perchè la bollicina che viene tra i nepitelli 
degli occhi somiglia a un grano d' orzo, i Latini 
la dissero hordeolus. Noi di qui traemmo la 
nostra voce, senz' altro, mentre i Toscani carez- 
zandola v* indussero un po' di stiracchiatura. Ab- 
biamo poi oscurata la o iniziale, come il più 
spesso ne* minorativi. 



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USVÌI. Utensigli. 

Noi da usare diciamo usuigli e, per lo scam- 
bio della vocale nella consonante, usvigli, le cose 
che sono a ciascuno specialmente utili od utibili, 
cioè les outils de' Francesi. La lingua scritta, 
dicendoli utensigli, mantiene la voce latina uten- 
silia da utens. 



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V 



YÀCÀ. Vacca. 

È osservabile come per noi Vacca sia noim 
che ammette una onorevole prefazione, giacche 
senz* altro, si usa per improperio ed insulto, noe 
solo per qualificare spregiativamente un ozioso 
ma per accennare a femmina di mali costumi, 
Infatti nel Contado nostro si evita per istudic 
questo nome, sostituendovi gli appellativi di Ba- 
cino, o Vaccina o Bergamina. Si direbbe ch6 
ciò dipenda, quando vale ozioso e fannullone, dal 
poco lavoro che si suol dare alle Vacche, sia 
perchè pregnanti, sia perchè lattaje; e quando 
vale femmina vendereccia e da mercato, dal fre- 
quente menarle al salto per trarne guadagno, e 
dal ritenersi come migliore quella che più presto 
rientra in venere dopo il parto. Chi nel primo 
caso ricorresse al verbo vacare, ed a Vacuila, 
Dea vacantium et otiosorum, andrebbe forse in 
orinci per cercare ciò che ha in casa e sotto la 



— 508 — 

mano. Si potrà vedere quanto su questo voca- 
bolo scrissi nella mia Strenna Filologica per 
1' anno 1863 a face. 73. 74. 

VALÙDEGH. Vano, vuoto, casso, e meta- 
foricamente zucca vuota, uomo di poco 
senno. 

I Latini dissero Vannus, e Vannulus, i To- 
scani Vaglio, noi Val e Valett al cribro con che 
si rimonda il grano. Ora il vagliume, cioè tutto 
-quello che rimane sul vaglio e che, mediante il 
soffio, viene sventolato via, è da noi detto valù- 
degh, quasi vagliutico colla vocale spregiativa 
invece di vagliatico, per denotare precisamente 
il rifiutato, non Y approvato dal vaglio. Siccome 
poi codesta schiuma del vaglio si compone o 
<T embrioni e di granella vizze e spolpate , o di 
bucce, loppe e follicoli vuoti, cosi è che noi diamo 
ancora V epiteto di valùdga alla testa vuota e 
leggera, al capo scarico, cioè air uomo sventato 
e di pochissima levatura. 

YAJÒN ( a ). Ajone, ajoni, ajato, a zonzo. 

II verbo latino vado ci lascia supporre l'esi- 
stenza di ado in luogo di adeo, il qual odo di- 
veniva andò per quel modo tante volte avver- 
tito che da paco, nico, taco e simili , fé' uscire 
tango, ningo, pango. Ma questi verbi prima che 
ì' urbanità e gli scrittori fissassero loro un' uscita 
determinata, ne avevano parecchie rimase in se- 



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— 509 — 

guito più o meno volgari; come sarebbe andare 
per àndere. Da vadere era Y iterativo vadicare r 
donde vagare. Da vagare erano, non solo vagu? 
e vagius, ma vajare e vajus. Vajare e vajar 
lo vediamo nella nostra voce vajón, o vagone,- 
per cui andèr a vajón, è quanto andar vagone 
o a vagone, od a zonzo, cioè vagabondando. 
Vagius lo vediamo nella voce mal-vagio, che 
significa ma? vagante, che va male, ossia che ha 
tendenza verso il male. Siccome poi vado non è 
altra cosa da odo prenunciato scolpitamente colla 
spirito italico, così tanto è il nostro vajón quanto 
è 1' ajone od ajoni od ajato de' Toscani. Da 
ajare per ultimo, nel significato di vagare viene 
randagio cioè rant-agio che va errando, e può 
venire con pronuncia sibilante, asiare, cioè il 
nostro asièr quando vale appunto vagare intorno. 
Vedi però alla voce Asti — E qui per induzione 
aggiungerò come Grozio ci insegni che tanto era 
dir Vandalo quanto Obambulator. 

VASÌÀ. Vacua, vuota. 

Noto è che in latino si disse, non solo vacuus, 
ma vacivus, dal verbo vacare o vacire per 
evacuare o vacuum reddere. Il nostro vaca 
vasìa è quindi puntualmente vacca votiva, ossia 
il contrario di pregnante. 



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— 510 — 

VERA. Vero, neutro, il Vero. 

È notevole come per noi la desinenza in a 
possa neutralizzare le voci, sicché il verum ne 
est? lo traduciamo con è vera? ed il verum 
non est, con a n* è vera, od a ri è vera brisa. 
Di qui la frase dire il vero, dicere verum, riesce 
in modenese: dir al vera. È la desinenza plu- 
rale (le vere cose) singolarizzata. 

VÉRA. Viera o ghiera. 

Da veru è verua e vera ; da cui pila verata , 
al dire di Festo, si chiamavano que' pili o lan- 
ciotti maneschi, quae veluti verua habent prae- 
fìxa. Di qui si scorge che la nostra véra, pel 
calzuolo munito di spuntone che si trova prefisso 
alle mazze e bastoni, è voce più strettamente 
latina della viera o ghiera de' Toscani. Quando 
poi véra vale annello e non spuntone, allora si 
deduce dal verbo vìere per legare, unire, cir- 
condare, e più specialmente da viria per armilla, 
braccialetto, ed in genere cerchiello il più spesso • 
di ornamento. 

VÉRGNA. Gazzarra, Sussurro, ed anche 
Grida inarticolate e insistenti. 

I vernae presso i Romani erano i servi nati 
in casa e nelle ville dai già servi, cioè in tal 
qual modo il prodotto umano. La deteriore loro 
condizione rendeva spregiativo questo nome ed 
i suoi derivati, talché vernaculus sermo era il 



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— 511 — 

proprio dei servi della gleba o dei terrae filii, 
vernacula multitudo la feccia più rozza della 
plebe, vernilitas era quanto scuwilitas , verni- 
liter e ventile dictum era V opposto di urbane 
o di urbanum. Da questo verna pare dedotto 
un aggettivo vernius, vernia, vernium per in- 
condito e contadinesco, talché la nostra vérgna 
risponderebbe, sostantivata, a vox vernia, cioè 
a voci e grida incomposte, ed a bociamenti ru- 
sticani romorosi e inarticolati. Di qui, cioè ap- 
punto dal valere urli e non parole intelligibili, 
ne viene che i nostri villici dicono vérgna an- 
che al romore forte ed insistente prodotto da 
bestie, e da cose, non da persone. Vernare poi 
per far scalpore e cinguettare dovette però es- 
sere in uso anche ne' buoni tempi della latinità, 
se Ovidio nei Tristi scrisse: 

Indocilique loquax gutture vernat avis. 

Ove si ammetta un tale significato nel verbo 
vernare, allora la nostra voce sarebbe un so- 
stantivo dedotto dalla terza persona singolare del 
presente, ossia da verna, reso pinguescente nella 
pronuncia, per vemazione, appunto come i ru- 
stici dicono canta per cantazione o canzone, senza 
bisogno di ricorrere al supposto aggettivo vernius. 
Ciò poi che mi farebbe preferire la significazione 
di garrire o gazzerare nel vernare Ovidiano, si è 
T uso simile che ne fecero i nostri ducentisti. 
Leggiamo infatti in Rinaldo d'Aquino: 



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— 512 — 

Quando P alloda intendo 
E 1' usignol vernare, 

e in Jacopo Mostacci più intensivamente: 

Amor ben veggio che mi fai tenere 

Maniera e costumanza 

D' augello, che arditanza - lascia stare 

Quando lo verno vede sorvenire, 

Ben mette in obblianza 

La gioiosa baldanza - di svernare, 

E par che la stagione non gli piaccia 

Che la freddura inghiaccia. 

E poi per primavera 

Ricovera maniera, 

E suo cantare innova e sua ragione, 

Ed ogni cosa vuole sua stagione. 

e in Baldo da Passignano: 

Quando fiora e foglia rama, 
E primavera s'adorna 
De lo bel tempo che torna, 
Che rallegra chi ben ama, 
E* augelletti per amore 
Isvernan si dolcemente 
Lor versetti infra gli albori 
Ciascheduno a suo parvente , . . 

Vergna quindi risponderebbe a gazzeria, a pas- 
seremo, e a garrito. La voce è pure Napoletana 
col medesimo significato. 

VÉSCRA. Viscida. 

La nostra maniera di enunciare la voce, mi 
fa ricordare una distinzione che ò poco avvertita 



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— 513 — 

da* moderni grammatici, cioè che i Latini dice- 
vano uvida le cose che avevano V umore in- 
terno, humida quelle che lo avevano esterno, per 
cui mescere voleva dire accogliere V umore così 
da invincidire, rammorbidirsi e perdere ogni pri- 
stina rigidezza. ( = Denique fluctifrago suspen- 
sae in litora vestes - Uvescunt = Lucret. ) Da 
questo Uvescere od Uviscere, vien forse per 
aferesi viscus-eris; e quindi la nostra véscra 
per visciola, cerasus vescula o vescera, se non 
vale troppo genericamente mangereccia, varrà 
tenera ed uvescente per distinguerla dalla dura 
detta cornucerasus. 

YULPÒN. Volpone. 

Traslato antico, giacché anche Apulejo nel- 
T Apologia scrisse vulpionem per astuto o volpino. 



Saggio eco, 33 



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— 514 — 



z 



ZABAJÒN. Sabajóne. 

Qui in Modena si chiama Zabajón colla o 
chiusa, quasi fosse scritto zabajùn, una bevanda 
confortativa, fatta ora di vino, acqua e- rosso 
d ? uova cotti insieme , rifrullando la mescolanza 
tanto da renderla spumante come il cioccolatte 
o il birrone, ma che probabilmente in antico 
ammetteva altra composizione. È . notevole al 
luogo il seguente tratto di S. Geronimo in Esaiae 
cap. XIX: « Notandum est quod prò lacunis 
LXX zh&ov trastulerunt, quod genus est potio- 
ni3, ex frugibus aquaque confectum, et vulgo in 
Dalmatiae Pannoniaeque Provinciis gentili bar- 
bar oque sermone appellatur Sabaiùm: hoc ma- 
xime utuntur Aegyptii » Conserveremmo noi 
forse tuttavia quest' antica voce Pannonica e 
Dalmatina, e, mutandola alquanto nei servigi, ce 
T avrebbe per avventura trasmessa, co' suoi com- 
merci, la trafficante ed un tempo imperiosa Ve- 



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— 515 — 

nezia? - Non è da dimenticare che Ammiano ci 
ha lasciate le voci Sabaja per Birra, e Saba- 
jarius per bevitore di birra. 

ZÀBRIA. Zamberlucco, Veste da camera. 

Dal lat. camera, luogo in volta, i Provenzali 
fecero cambra, i francesi chambre, e i nostri 
«ducentisti zambra per rendere il lezio del eh 
francese. Da zambra venne zamberlucco, cioè 
luoco da camera, venne zamberlan ciamberlano 
■cioè cameriere, e, perdendo la m nasale enfati- 
•ca, da zambria o zamberia, venne zabria, cioè 
-camerale, sottinteso veste. Zambracca derivò 
forse essa pure da zambra, cioè da quella ca- 
mera che Dante intese quando scrisse: 

Non v' era giunto ancor Sardanapalo 
A mostrar ciò che in camera si puote. 

ZACCAGNÈR. Scotere, e Muovere qua e là. 

La Crusca spiega cosi la voce Zaccagna = La 
cotenna dinanzi del capo, onde diciamo: tirar la 
zaccagna, quando preso un ciuffo dinanzi si fa 
staccar la pelle dall' osso, la quale staccandosi fa 
scoppio = Di questo modo Zaccagna, o Zucca- 
gna, sarebbe la pelle mobile del sincipite, come 
cuticagna la pelle dell 1 occipite. Dalla mobilità 
<T essa prima pelle, pende la nozione del verbo 
zaceagnèr che significa appunto muoversi in qua 
e in là senza staccarsi del tutto, e pende forse 
il nome zaccàgn dato ad un mattone rizzato 



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— 516 — 

contro cui i giocatori tirano con piastrelle per 
abbatterlo e smuoverlo, non per torlo affatto di 
luogo. Ho detto forse, giacché, ove la z, si do- 
vesse pronunciar dolce e non aspra, la voce 
zaccàgn mostrerebbe venire da zachér per porre 
a giacere, di cui zacagnèr sarebbe una forma 
iterativa, o paragogica. 

ZÀCLA. sost. Fango, malta - ag. applicato 
a . donna vale : sciatta, sciammannata, svi- 
vagnata, sconcia. 

Questo ò uno de* più ingiuriosi appellativi che 
le Padrone tra noi possano dare alle Serventi 
sporche, sudice e sciamannone con relazione sia 
alle persone loro, sia air eseguimento delle fac- 
cende alle medesime demandate. Infatti dalla 
Tusca voce ciacco o ciaccolo equivalente a porco 
o porcello, e più veramente da ciacca o ciaccola r 
si può credere che noi avremo fatto zacla per 
porcella al modo stesso che da ciabatta femmo 
zanata. Siccome poi dal porco animale immondo 
per eccellenza si cavò, non solo sporco, ma por- 
cheria o sporcheria per immondezza ; così zdcla 
non solamente potè valere porcella, e zaclóna 
porcellona, ma valse ancora sporcheria in genere, 
ed in ispecie brago, poltiglia, limo e melma, ossia 
V immondo intriso prediletto 1 dai ciacchi; per cui 
inzaclèrs valse sporcarsi, inzachxdùra sporca- 
tila ecc. zaclént che ha zacla, ossia che è in- 
zaccherato; Smerzàcla e srnerzaclóna, donna che 



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— 517 — 

è peggio ancora di zacla e di zaclona, essendo 
ciacca che ama voltolarsi, non solo nel fango, 
ma nella merda. La zacchera de' Toscani, se 
non è voce imitativa come schizzo, spruzzo e 
simili, avrà forse origine non diversa, ma, stante 
la sua mozione, vale qualcosa meno di zacla, 
giacché, dove questa significa fango, quella si- 
gnifica fanghiglia, e più precisamente, secondo 
spiegano i Signori Accademici, quel piccolo schizzo 
di fango eh' altri si gitta in andando su per le 
gambe, al quale si dice anche pillacchera. 

2AGNÈDA. Zannata, cosa da Zanni, cosa 
frivola. 

I principali mattaccini o personaggi delle bur- 
lette popolari antiche erano detti, V uno Zanni, 
V altro Burattino ; quello avea maschera nera e 
pannucci di vario colore, questo maschera bianca 
e bianco pure tutto il vestito. Di qui il nostro 
proverbio: fèr da zàgn e da burattén, quando 
un uomo è costretto a far due servigi. Da Zàgn 
pronuncia pingue consueta della n iniziale, e 
della doppia n desinente ( pagn per pann cioè 
panni) viene zagnèda per zannata, voce am- 
messa pure dai Vocabolarj di nostra lingua nel 
senso sovrindicato; e perciò siam soliti dire di 
cosa frivola e che non rilevi: /' è una zagnèda 
da griint per dire: è una bagatella da nulla. 



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— 518 — 

ZAMÒ. Da poco tempo. Di già, Pur ora. 

Ujam latino è per noi za, zamò quindi è 
contrazione, non solo di jam modo, ma anche 
di jam ohm, per cui il ciceroniano: jam olim a 
principio illud statueram, si tradurrebbe: a Varava 
stabili zamò sin dal prmzipi, E sul proposito 
aggiungerò die, interrogando, invece di dire di 
già ? diciamo, colla z dolce, in-za ? anteponendo 
colla solita alterazione F interrogativa latina 
ne, per cui in za? risponde a jam ne? Final- 
mente se, interrogando tuttavia, usiamo il com- 
posto in za mò? che risponde ad or di già? 
allora scomponiamo e ricomponiamo alla maniera 
nostra il latino jam ne modo? — Insistendo 
suir argomento si può aggiungere che il zamò 
de' nostri villici confronta con quel tam modo 
de 1 Prenestini che, ricordato da Festo, viene messo 
in derisione da Plauto Trinum. A. III. S. I, ove 
il vecchio Callide, interrogando il servo Stasimo 
in queste parole: Quam dudum istuc, aut ubi 
aduni st? s' ode rispondere: ittico, He ante ho- 
stium, Tam modo, inquii Praenestinus, cioè pur 
ora. I Prenestini scortavano le parole, come ve- 
demmo nei Cenni Preliminari, si può dunque 
supporre che il nostro zamò, fosse il loro tornò- 

ZAPÉLL. Inciampo, o ficcatoja. 

Se da capere, ausiliando la e colla sua quie- 
scente, femmo ciapèr, mutammo poi insieme il 



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eia in za, come in zanza e zavàta per ciancia 
e ciabatta, e femmo zapèr, donde paragogica- 
mente uscirono, zaplèr, inzaplèr e inzaplèrs, 
non che il nostro zapéll, quasi ciapello, per in- 
ciampo, impigliamento, prenditela. La voce za- 
pettum è frequente nelle scritture del medioevo, 
e così solevano nominarsi in queste parti d' Italia 
le fitte o ficcatoje, ossiano que' guasti pantanosi 
attraverso le vie cavalcherecce e vetturiere, prive 
di ponti, cagionati dalle acque che ne impedivano, 
massime in tempi piovosi e invernali, la libera 
e facile percorrenza. Per similitudine poi Ben- 
venuto da Imola, venendo nel suo Commento 
perpetuo sulla Divina Commedia ai passi forti e 
perplessi, soleva esclamare hoc est magnum za- 
pellum, per dire, qui ci ha un fondaccio od una 
memma tenace donde si estraggon male le gambe 
e se ne esce difficilmente. 

ZARABUTÀNA. Cerbottana. 

I Francesi serbacane, sarbatane e cerbotane, 
gli Spagnuoli cerbatana e cebratana. Gli Ac- 
cademici Spagnuoli vorrebbero trar la voce da 
terebra cosicché da terebratana fosse venuto 
cebratana e poscia cerbatana. Noi ci contente- 
remo di sapere che i Veneziani dicono zarabot- 
tana con noi, e che il Du Cangio nel suo Glos- 
sario della media ed infima Grecità, ci avverte 
che puntualmente Za^opoxdvcu erano: tubuli per- 
forati quibus globuli plumbei, vi pora^, seu 



— 520 — 

pulveris tormentarli, emittuntur. Comunque stia 
la cosa, cioè sia che noi abbiam data la voce 
alla Neo-Grecia, sia che 1' abbiam presa dalla 
medesima adattandola ad una maniera di arco- 
bugio pneumatico, la voce grecanica ci è indizio 
dell' antichità incorrotta della nostra pronuncia. 

ZÀTTÉN. Cianciafruscole, bazzicature. 

Premetto che noi nella sillaba iniziale siamo 
soliti a mutare la e in a, per cui singhiozzo 
diventa sangiott, silicare o selciare salghèr, e 
che scambiamo facilmente la sillaba ci o la let- 
tera e in z, dicendo p. e. zanìa per ciancia , 
zivolla per cipolla — Dopo ciò, osservando il 
nostro zattén, lo vedremo facilmente traducibile 
in un comune ciattino, o cittino, e quindi in un 
diminutivo di citta che, secondo vedemmo alla 
voce cicch, vale piccino, e, preso in genere, cosa 
piccina. E questa sembra appunto la nozione del 
modenese zatlén, dal quale viene zattinarìa cioè 
cittineria, meschineria, minuteria, insieme di cose 
piccine e dappoco; donde poi esce finalmente il 
verbo zattinèr per occuparsi in coserelle ed in 
robicciuole. 

ZAVÀTA. Ciabatta. 

Si legge in Festo = Clavata dicuntur aut 
vestimenta clavis intexta, aut calciamenta clavis 
confixa. = Ora il clavus o clovus, diviene chiovo, 
o chiodo, o ciod o ciold, la clavis diviene chiave 



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deva, la calzatura clavata, divenne dunque 
ciavata, e per queir aspra profferenza che fé' dire 
zira e zera alla cera e alla etera, potè riuscire 
in zavata, e significare lo zoccolo non la scarpa, 
la calzatura rozza non V urbana, e quindi la 
disprezzata e fuor d' uso. 

ZÈDA. Siepe o Cesale. 

I Latini dicevano concaedes, o caedes, frag- 
menta ex rebus excisis simul posita, ad impe- 
diendas vias, - di qui nel Vignolese e altrove 
nominasi zeda V assiepamento di rami secchi posto 
intorno i campi per chiuderli e proibire in essi 
il libero ingresso. Per comprendere poi sotto lo 
stesso vocabolo anche gli assiepamenti verdi, 
questi vi si dicono zèda viva, ed i secchi zèda 
morta. Da zèda abbiamo V accrescitivo zdón per 
filare di piante poste in confine di proprietà e 
rispondente al Toscano cisoie. 

ZÉMNA. Giumella, cioè tanto quanto cape 
nel concavo d' ambe le mani accostate 
insieme pel lungo. 

Ricordandoci come il dialetto patrio aspreggi 
la g , commutandola in z, conosceremo pronta- 
mente che noi abbiamo fatto zémna da gemina 
manu , sostantivando Y aggiunto al modo stesso 
de 1 Toscani che dicono giumella adi gemella manu. 

1 Latini chiamavano pure gemellar o gemellarla 
una maniera di vaso che conteneva una doppia 



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misura. Chi sa forse che 1* antica camelia e la 
moderna gamella non siano una corruzione di 
gemellar, e che non traessero il nome dal ser- 
vire gemello usu, a contenere cioè la bevanda 
ed il cibo. 

ZERCHÈR. Cercare. 

Noi diciamo Zirca o Zerca per circa o in- 
torno, per ciò Zerchèr viene da Circuare in 
luogo di Circuire per Circumire, di qui Zerca 
per gita intorno. Zerchèr insomma vale gire 
intorno e Zercèr, cerchiare. Il chercher francese 
era prima cierquier e cherquijer e cerchier. 
( Vedi il Gloss. Med. Lat. in Circare ). Si vede 
d' altra parte che zerchèr , viene da circare o 
cercare, non da quaerere, perchè si dicevano 
cerche tanto le ronde quanto le fosse o muni- 
zioni che accerchiavano le città o castella. Sic- 
come poi chi cerca va in giro, cosi cercare o 
circare vale quaerere. Di qui drceltto-onis per 
drcumcellio, o monaco vagabondo, e che muta 
celle o monasterii. 

ZÈRCIA. Cicerchia ed anche Coreggiato. 

In latino è detto cicera e cicercula il piccolo 
cece, ossia il legume che noi pure latinamente 
chiamiamo cicerchia. I Modenesi assorbono in 
un z infranto, quasi tz„ il eie latino, e pronun- 
ciano zerda per cicerchia. Ma zerda, con pro- 
nuncia alquanto più aspretta, vale nel contado 



anche coreggiate, ed io crederei che fosse detta 
cosi da zerc o cerchio, perchè composto di due 
vettoni combinati, od abbinati insieme da una. 
coreggia ( che per ciò appunto i Toscani nomi- 
nano gombina, o meglio combina ), V uno, cioè 
il manfanile, che si tiene in mano, e 1* altro, cioè 
il battitojo o la vetta, che si mena a cerchio od 
in cerchio sul grano per isbucciarlo. Stimerei 
dunque che in questo senso zerda equivalesse a 
cerchia, ossia a strumento che si adopera fa- 
cendogli descrivere un cerchio, o che è composto 
di due pezzi congiunti insieme da un zerc & 
cerchio. 

ZERFÒJ. Trifoglio. 

Noi, chiamando zerfój il trifoglio, mostriamo 
confondere il cerfoglio, detto grecamente Chae- 
rephyllon e volgarmente Chaerefolium , erba 
ortense, col triphyllon o trifolium erba pratajuohu 

ZERNÌSA. Cinìgia, 

Il nostro dialetto sopprime facilmente le brevi, 
per cui cénere diventa ( col e aspro, e colla 
desinenza femminile ) zénra. Ma per nostra pro- 
prietà loquelare, quando ad una palatale segue 
la dentale r, sogliamo a quest' ultima prefiggere 
una lettera diaframmatica, che ci permetta di 
-farla udire scolpita; per cui, invece di zénra 
pronunciamo zéndra. Volendo da cenere cavare 
la mozione qualificativa cenerigia, ossia cinigia* 



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— 524 — 

per cenere tuttavia arsa e scottante, noi pote- 
vamo dunque tanto far zendrisa, quanto zemi- 
sa: nel primo caso frapponevamo la d, nel se- 
condo trasponevamo la dentale canina, e lascia- 
vamo intendere zernisa, non potendo dire zenrisa. 

2ÈPPA. Ceppo. 

Le voce biceps, triceps , praeceps , non che 
caepa, ci dichiarano che cep e caepa in antico 
valevano caput Da tali uscite arcaiche proven- 
gono dunque il ceppo comune, e la zeppa nostra 
pel capo delle radici. 

2ÉZLA. Giuggiola. 

Da sugere usci la forma epentetica sugicare, 
donde la contratta neolatina succiare. Nella 
sdolcinata e carezzevole lingua delle nudrici, cosi 
nostre come d' oltrapennino, la mammella non 
si disse succia* ma ciccia e zizza, per cui ziz- 
zole valse suggere o succhiare, ed il capezzolo 
fu detto cicciolo, zizzolo, e più infrantamente 
zèzzolo, e da noi zizlén quasi sùcchiolo o suc- 
-chiolino. Dalla sua forma chiamammo noi dunque 
zèzla la giuggiola, per dirla zézzola o mela 
zèzzola, cioè tale da render pronta figura di 
zezzolo o di capezzolo — Nello stesso gergo ba- 
liesco anche ciccia, per carne, si dice zòzza e 
zizzéna. 



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— 525 — 

ZGÒGNA. Specie di manubrio. 

Noi nominiamo così quel mànfero, manitengola 
o manubrio, prima ritorto, e poi ritta e saliente 
normalmente alla parte curva, che s' applica alle 
mole o ruote verticali per . farle girare intorno 
al loro asse con più agevolezza. La ragione del 
nome sta nella figura di esso manubrio . che ri- 
corda il. collo torto ed il lungo becco ritto della 
cicogna; per cui tanto è dire zgógna, quanto 
cicogna. Da. questo uccello furono prese varie 
altre appellazioni: nel Medio Evo si disse Cico- 
ria il legno bilicato con cui .si estrae 1* acqua 
dai pozzi, detto anche Tollenum od Altaleno a 
Mazzacavallo, cioè mazza posta a cavalcioni, ed 
i Toscani appellarono cicogna quel legno die 
bilica le campane — Da zgogna abbiamo il verbo 
zgugnèr, non che il paragogico contratto zigu- 
lér che si risentono dei varii significati attribuiti 
al* nome, ed ora valgono alzare ed abbassare il 
mazzacavallo, ora menare . in tondo, e metafori- 
camente far opera di, poco rilievo. 

ZIF'TÒN. Insetto che ha grossi occhi, lungo- 
corpo, e quattro ale come di velo, detta 
dove Cavalocchio, dove cavale tta o altri- 
menti. 

Nói con minorativo alla greca, prendendo mo- 
tivo da suoi grandi occhi gialli, lo diciamo ci- 
vettone per dirlo civettino. I francesi galanteg- 



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— 526 — 

giando chiamano questi insetti demoiselles. Per- 
chè italianamente non le potremmo dire civettine? 

ZIGHÈR. Strillare, gridare. 

Se il verbo semplice ciré, in significato di voco 
o clamo, divenne presso i latini paragogicamente 
ciere, ed iterativamente citare, dovette insieme 
diventare con forma intensiva cicare, come lo 
attesta la voce cicada scelta a denotare la ec- 
cellentissima strillatrice. Da cicare proverrà 
poi il nostro patrio zigare equivalente a chia- 
mar forte, gridare e simili, non che il paragogo 
zigajèr cicalare. Indiai dell' antico cico li ab- 
biamo pure in riconta, in ctcuma ed in cicuta 
per zuffolo o per zampogna. Dallo strido delle 
cicogne, verrà poi per avventura il verbo cigo- 
lare che è una paragoge di cicare. 

ZINQUANTÈR. Star sul cinquanta, nel sen- 
so di non prender pronte risoluzioni. 

L' Anno Santo od il Giubileo dicevasi in ad- 
dietro il cinquantesimo, perchò ricorreva solo 
ogni cinquant' anni, e così si può dire una od 
appena due volte in vita d' uomo. Per conse- 
guenza, di chi non si espediva nel risolversi, si 
diceva: eh 9 e 9 aspettava il cinquantesimo, nel 
qual tutto si proscioglieva. Di qui il nostro 
zinquantèr per attendere di cinquanta in cin- 
quant 1 anni a condurre in fine i negozii, e ciò 
per forma enfatica ed esaggerativa. La e si con- 



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— 527 — 

verte poi nella più aspra z, come in zernisa, 
zero, zavàta, zizza, in luogo di cenerigia, cer- 
chio, ciabatta, ciccia. 

ZIRELLA. Girella. 

Per lo scambio del g in z, che ci fa dire zall 
e zóv per giallo e giovo o giogo, noi invece di 
garetta pronunciamo zitella. Con una paragoge 
nominiamo zirudelta o girondella una maniera 
di poesia popolare a frequente ritornello che ri- 
corda il virelai de 9 francesi, e diciamo ziróden 
e zirudnén per girodano o girondino, il repa- 
goletto od assiolo, detto anche acciarino, che in- 
fisso neir asse dèi rotabili, impedisce alle ruote 
messe in giro di sbandarsi; 

ZÒBBIA. Giobbia, Giovedì. 

Se è noto che il neolatino italico pronunciò 
per gi laj latina consonante, è altresì nota pro- 
prietà del nostro dialetto di arrozzirne 1' enun- 
ciazione tanto da far intendere questo g per z: 
infatti giudice, gioco, giallo sono per noie zùdes, 
xòv , zaU. Il latino Jovis-dies diveniva dunque 
il neolatino Giove-di. Ma non si diceva solo 
Jovis dies, ma anche Dies Jovia. L' aggettivo 
Jovia poteva, sostantivandosi, scusare il dies e 
farsi così più pronto e spigliato come è opportuno 
ne 7 colloquii. Da Jovia usoiva quindi il comune 
Giovia ed il nostro Zòvia, e per lo seambio dèlia 
v. in b. ( che ci dà boce, boto ecc. per voce e 



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voto ) Giobia e Zobia; e finalmente per maggiore 
iscolpimento della o tonica, Gióbbia e Zobbia. 

ZÒTTA. Ghiotta del porco, Imbratto. 

La nota osservazione che noi mutiamo il gh 
in g, per cui ghiotto, ghiaja, ghianda diventano 
giòtt, gièra, gianda; ed il g in z, per cui giób- 
bia, giogo, giuoco, diventano zobbia, zòv, zòg, 
basta a spiegarci come ghiotta passi prima ad 
esser gioita, per farsi poi intendere zòtta su' lab- 
bra contadinesche. 

ZÒV. Giogo. 

Noi sappiamo già che la sillaba gì si arrozzi- 
sce in z, per cui giobbia diventa zobbia, Gio- 
vanni Zvan; e che il nostro dialetto a fondo 
gallico tralascia le vocali desinenti dette erro- 
neamente eufoniche. Giogo dunque si mutava 
spontaneamente in zòg o zógh. Ma ad evitare 
T equivocazione, dicendo noi appunto zogh a 
gioco, era presta l' indole dialettale, la quale 
permettendo di scambiar tra loro il v ed il g, 
lasciando intendere gómit e gmèra per vòmito 
e vòmere, permetteva ancora di mutare zog in 
zòv. . 

ZULÉR. Allacciare. 

Ada latinamente è filum in acu ad suen- 
dum: per ciò leggiamo in Gelso: Sutura ex acia 
molli, non nimis torta. Da-acta i Toscani, iscol- 



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— 529 — 

pendo la pronuncia, fecero accia, noi arrozzendola, 
aza e coli' applicazione dell' articolo ( come in 
Lans, Languria, lumid ) laza. Da acia viene 
aciare e per epentesi adulare. Da quest' ul- 
timo noi abbiamo azulèr, e per aferesi zulèr, da 
cui deszulèr slacciare, e zulàja legaccia. Da 
laza uscirono invece lazèr, alazèr, slazèr, de- 
slazèr, làz eca Relativamente alla latina voce 
acia si può vedere Turnebo Adversar. 1. 17. 
e. 21. 



Stando in sul levar le mani da queste mie tac- 
colate senili, debbo pregare il paziente lettore a 
perdonarmi un fatto, ed a concedermi l' espressione 
di un desiderio. 

II fatto su cui invoco la sua indulgenza è l' aver 
io compilato le mie noterelle per lo più sotto forma 
positiva e non dubitativa, come certamente sarebbe 
stato più adatto a materie spesso conghietturali, ed 
alle mie sempre imperfette cognizioni. Se qualcuno 
ne traesse il giudizio di prosuntuosa arroganza, si 
voglia persuadere, di grazia, che nessuno meglio di 
me è persuaso della fortezza dell' argomento e del- 
l' insufficenza mia a superarla. Circondato da al- 
quante amarezze, io veniva dettando le schede per 
maniera di distrazione, ed a renderle meno sazie- 
voli a me medesimo le faceva brevi al possibile, ed 
a non istuccare il lettore coli' inculcamento perpe- 

Saggio ecc. 54 



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— 530 — 

tao di forse, di se, e di modi condizionali, mi la- 
sciava cader dalla penna forme più spacciative e 
più sciolte. Il danno era tutto mio. Dichiarando 
apertamente la mia opinione, mi precludeva la fa- 
cilità del regressus ad veniarn, ed i dotti avreb- 
bero posto fermamente il dito su quegli errori che 
io aveva accettati senza riserve. Studiando al vero 
od al verosimile più che alla lode ( la quale d' altra 
parte in queste umili ricerche torna sempre mo- 
desta ) avrò reso anche cosi un indiretto vantaggio 
alla verità. Il mio splendido errore cioè ecciterà 
altri a rifiutarlo ed a proporre una miglior solu- 
zione, sicché per tal modo la razionale inchiesta 
delle etimologie ne trarrà utile ed avanzamento. 
Insomma io chiedo soltanto ai dotti amichevoli 
correzioni, ed a tutti i miei concittadini comunica- 
zione di que' patrii o contadineschi idiotismi che 
avrò obbliato di dichiarare. Per tal maniera, ove 
piaccia alla Divina Provvidenza di prolungarmi la 
vita, potrò io stesso, in una possibile ristampa di 
questa opericciuola, far senno dei rammendi e com- 
pletare il Glossario. 

Il desiderio poi che mi permetto di emettere ha 
tratto air utile che la Filologia storica potrebbe 
dedurre dall' insieme dei Glossarj etimologici de' 
dialetti italiani, e conseguentemente si risolve nel 
voto che le Deputazioni tutte di Storia Patria nel 
Regno si decidessero alla rispettiva redazione dei 
Glossarj stessi. Dal loro complesso riuscirebbe fi- 
nalmente possibile la compilazione meno imperfetta 



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— 531 — 

delle. Glosse Italiche applicate territorialmente, os- 
sia la traduzione delle voci della nostra lingua 
scritta nei suoi corrispondenti dei molti nostri lin- 
guaggi parlati così urbani come rustici. 

L' Etnologia allora su questo gran tesoro di 
Volgarità potrebbe spiegare tutta la propria potenza 
riproduttiva, e mostrarsi, quale essa deve essere, 
una delle faci più splendide e incontrovertibili della 
Storia critica. Riabilitati i volghi, e chiamati a te- 
stimoniare colla loro parola sulle azioni e passioni 
delle svariate parti che compongono Y intera Pe- 
nisola, si potrebbero localmente porre a mostra le 
sovrimposizioni delle genti., mediante le stratifica- 
zioni rese apparenti nei linguaggi, e con questi, 
dirò così, fossili linguistici si compirebbero, come 
già si è fatto nelle Flore e nelle Faune, le serie 
loquelari e le provate genesi delle voci. E come 
sui fossili si sono arditamente rifatte le creature 
animali e vegetabili antediluviane, così dai ruderi 
tratti dal seno d' idiomi sin qui non voluti ascol- 
tare, si avrebbero potenti ajuti per confortare i 
criterii sulle prische lingue italiche antiromane, e 
attribuire ad esse principalmente, non solo la va- 
rietà dei vocaboli patrii speciali, ma ben anche 
T enunciazione diversa degli appartenenti alla co- 
mune romanità. 

Non è poi a dire da tali indagini quanto lume 
sì rifletterebbe sui vero Romano-rustico, cioè su 
quel volgare romano parlato, che in Roma stessa 
contemporaneo colla lingua nobile scritta, ne uscì 



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— 532 — 

insieme alle Colonie, quando Romane quando La- 
tine, per farsi provinciale, e modificarsi da provin- 
cia a provincia lasciandovi poi intendere quei dia- 
letti, che furono i padri degli attuali un forse dodici 
secoli prima che questi ultimi cominciassero a porsi 
per iscrittura. Tentando di sceverare colle origini, 
almeno negativamente, la parte data alla mistura 
da questo romano, dalla parte indigena e primi- 
genia, le varie loquele italiche riceverebbero, come 
si disse, a posteriori quella inattesa illustrazione, 
che all' occhio di una critica prudente e avvisata 
potrebbe giovare almeno a minorare le oscurità 
che tuttavia le circondano. Come massi erratici 
finalmente vi si troverebbero sparse per entro al* 
quante voci aliene o guerresche, o feudali, o legi- 
slative, o giurisdizionali, o nobiliari in durevole 
testimonianza delle patite barbariche invasioni, e 
queste opportunamente interrogate servirebbero ad 
appoggiare la storia, sia delle nostre nazionali 
sventure, sia di eventi affatto municipali 0). Ag- 
li) Ecco un esempio di quest' ultima maniera. Nel Cronico Mo- 
denese di Giovanni da Bazano, sotto l'anno 1157, è detto: Mutina 
combusta ett, divino judicio, die xi Kalendas Junii. Invece negli 
Annalea Velerea Mutinenaium leggiamo: De anno 1148 in Kalendia 
Julii tota Civita» Mulinae, cosu, combusta fuit, — Doveva impor- 
tare agli Storici nostri ii fissare con precisione almeno Tanno di 
così orrendo infortunio che distrusse totalmente la povera nostra 
citta, ma, per quanto so, si affaticarono invano, e I' epoca dell' u- 
niversale jattura rimane tuttavia incerta. Non sarà forse più cosi 
se si chiamano in sussidio i patrii monumenti linguistici. 

Seguendo le Memorie Storiche Modenesi del eh. Tir;. boschi, noi 
vediamo dalle Carte sincrone in esse citate che ad oriente della 
nostra piazza maggiore era V antico palazzo del Vescovo, il qual 
ultimo, intorno il mille, era tutto insieme Reggitore o Conte della 
Città. Se ciò è palese in Carta del 1069, in una successiva del 1070 



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.giungerò per ultimo che la conseguita nazionalità 
dovendo necessariamente influire, come già sul ca- 
strense, anche sul linguaggio parlamentare, e quindi 
sulla vasta materia delle scritture affidata alle cure 
di una centrale Accademia, questa troverebbe nel- 
r accurata disamina delle Glosse Italiche, insieme 
alla più fondata ragion dei vocaboli, anche il cri- 
terio di quelle possibili annessioni linguistiche che 



troviamo indicato che in esso palazzo era anche una torre. Ma, 
non più solo una torre, un Castello aderiva all' Episcopio, per cui 
nei 1108 si designa una Casa che jacet prope Castello et Episcopatu, 
ed in altro documento del 1133 è detto juxta murum castelli 
Episcopi. Il fortilizio giurisdizionale del Vescovo, che è sempre stato 
designato come Castellum, tutto ad un tratto, giunti al 1149, muta 
nome, e si chiama invece Castellarium, o Castellare, né più si cita 
come prossimo all' Episcopio. Si legge infatti in Carta di quell' anno 
jacet in Castellarlo, e nel 1156: in civitate Mutine in Casellario.... 
de subtus platea publica, e così sempre da poi, non trovandosi più 
n intorno menzionato un Castello. 

Or che vuol dire Castellano o Castellare! Tutti sapran rispon- 
dere che, siccome Casolare si spiega: Casa scoperta o spalcata, 
calatone, domine diruta, così Castellare è spiegato: Castello rovi- 
nato, castellum dirutum. Veggendo quindi come il Castello è già 
•divenuto Castellare nel 1149, senza che alcuna cagione ci sia in- 
dicata della sua parziale ed individua mina, lo dovremo attri- 
buire al generale incendio che devastò tutta la Città, e però questo 
lo collocheremo nell'anno 1148 coi Vecchi Annali, e non più nel- 
1' anno 1157 col da Bazano. Pie, se la Città si ricostruiva, poteva 
venir del pari rioos trullo il Castello dai Vescovi, perchè appunto 
nel 1148 o nel 1149 Papa Eugenio HI sopprimeva il nostro Ve- 
scovado e ne divideva la diocesi tra i Vescovi contermini, e quando 
ai ricomponevano le cose nostre ecclesiastiche, prima la Dieta di 
Roncaglia, poi la Pace di Costanza toglievano ai Vescovi quella 
giurisdizione che attribuivano ai Legati Imperiali e poscia ai Co- 
muni. Sicché, rifabbricandosi l' Episcopio più ad occidente e presso 
Sant' Eufemia, mancò la ragione di fortificarlo, ed il primo Ca- 
stello, divenuto Castellare, mantenne quest' ultimo nome, perchè 
indicò soltanto una mina e finalmente una località. Vedranno poi 
i nostri patrii scrittori , se non fosse più secondo l' indole delle 
lingue romanze il tradurre quind' innanzi il patrio Castlèr 9 con che 
ora si nomina una contrada, non già in Castellar o, ma bensì in 
Castellare. 



— 534 — 

le nuore condizioni politiche fossero per imperio» 
8amente invocare. 

Sia dunque che a questo mio meschino tentativo 
rimanga il merito almeno di essere stato quella 
poca favilla che, secondata dalla grande fiamma 
delle altrui sapienti cooperazioni, riesca finalmente 
ad empire un vuoto della nostra nazionale Lette- 
ratura. 



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APPENDICE 



La Tipografia Editrice ringrazia il cortese 
Letterato che le ha trasmesse, per essere stam- 
pate, le seguenti sei Lettere del nostro Autore 
responsive ad altre direttegli, secondo scrive, per 
bussar nel macchione, e scovarne, s' era possibile, 
la pazienza. Le pubblica poi, a modo di Appena 
dice, tanto più volentieri, in quanto che, leggen- 
dole, vi ha trovato spiegate alquante voci Mo- 
denesi ommesse nel Glossario. 



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Al Ch.mo Signor C. G. B. Z. 



lilla mi scrive meravigliandosi del fatto mio, cioè 
del mio insistere nella ricerca delle origini così del patrio 
dialetto come dei più triviali contadiueRchi idiotismi. Se- 
gnatamente per questi ultimi pare a lei eh 1 io abusi, 
non usi, della facoltà concessa agli studiosi di passar 
tempo, giacché li stima il più spesso frutto di indivi- 
duale ignoranza e di profferenze irrazionali e balorde, 
e negando ai medesimi P onore della tradizione li vuole 
abòrti più o men subitarii, e quasi funghi vescioli del 
linguaggio. Vorrebbe insomma eh 1 io me ne sfangassi 
e, che legando per testamento il mio ms. alla pia Opera 
degli Sfaccendati, scrivessi invece un Racconto per queir 
amico comune che gliene farebbe vivissime instanze. 

Mio buon signore ed amico, ella pur sa che rac- 
contare è fotografare le idee, e che se queste non son 
nelP animo vive, pronte e scolpite la copia ohe n' è pro- 
dotta riesce evanescente e confusa. Or come si può che 
io abbia tanta vivezza interiore, mentre posso dir con 
Laberio 

Sepulcri timilii nihil ni$i nomen retineo? 

Non sente sin di costà com' io puzzi di mucido e 
di stantìo? Lasciamo dunque i racconti, e veniamo ai 



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— 538 — 

miei ferruzzi eh' io vorrò pur mostrarle tuttavia buoni 
da qualche cosa, e mi permetta che le esponga la mia- 
opinione intorno al dialetto nostro tanto di città quanto- 
di villa. 

La paròla è 1' uom vivo, la scrittura è la statua, 
quello nato bisogna prenderlo col suo bello e col suo 
brutto, questa fatta si vuol tutta bella ed esemplare» 
Con tutto ciò la vita è sì cara cosa da rapire la prefe- 
renza. Per me il dialetto è 1' uom vivo, la lingua scritta 
è la statua. Yada un pò 1 ad una Commedia con Ma- 
schere, e senta le grasse risa che quest' ultime eccitano 
nell' uditorio ? E se chi vi parla come ciancia il mercato 
riesce più gradito di chi vi parla come stampa il libro, 
egli è perchè nella prima parola si sente il caldo del 
fiato e nella seconda il vaporino della lucerna. 

Yero è che ci ha dialetti di più maniere, e che H no- 
stro, massimamente il contadino, ha disgrazie assai e gra- 
zie poche, contuttociò ove i nostri giovani dilettanti*! 
di recitare producano sulle Bcene una commedia in mo- 
denese, osservi un po' come ne vada zeppo il teatro, e 
come se ne rinsanguinino gli spettatori? So che Y. S» 
è solito dire: buon prò lor faccia, quanto a me ho gli 
spropositi per indigesti. Ma, valga il vero, perchè li dktf 
spropositi? perchè istituisce un confronto, e pronuncia 
un giudizio di relazione: a me piacerebbe che Y. S. mi 
provasse che i modi nostri sono spropositi assoluti non 
relativi. Pensi un po' se non preferisco io stesso venti 
volte il Toscano! ma che fa questo per attribuire con 
giustizia l'epiteto di spropositato al nostro dialetto? lo 
dica di suono ingrato, povero, mal calzante, tronco, di- 
sarmonico, le do tosto le mani, ma non per ciò dica 
eh 1 è uno sceltume di errori. L'Italia media e meridio* 
naie potè dal Dorico-Roraano, dall' Eolico-Romano, dal 
Sabino-Romano, dall' Umbro*Romano, dal Tusco-Romano 
far riuscire facili ibridismi e meschianze vocalizzate e 
baritono, ed ammettendo nelle voci tesi assai lunghe, o 
vogliam dir portate di voce più che sdrucciole ebbe 
spontaneamente le vocali ora lunghe ora brevi e le si- 
gnificò spesso doppiamente. Non doveva essere cosi di 
noi Liguro-Gallo-Romani che, ricevendo il romano sa 



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- 539 — 

fondo più nordico con voci a tesi assai corte e il più 
spesso accentate, per istinto linguistico rendevamo mute 
quelle desinenze eufoniche, che ci riesci vano a strasci- 
chi impacciosi ed impronunciabili, e quelle vocali brevi 
che ausiliavano le consonanti dei parlatori ore rotwido* 
La mistura dovea riuscir quindi ossitona e tronca, e, se 
cosi vuoisi, meno armoniosa e più disabbellita, ma se- 
guitava sue leggi costanti, e non creava vociacce a caso 
e a capriccio. La parola non è l' uomo è gli uomini, 
intendo dire è la società, la gran famiglia, la tribù, il 
clan ; non si parla per sé ma per altri, è dunque un ta- 
cito consenso, un comune risultato, una publica conse- 
guenza di publici e conformi precedenti, una legge lo- 
cale di natura, un problema resoluto dal noi non dall' 
io. Ora, permetta eh 1 io glielo dica, in fatto di lingue, 
il noi non sproposita, ed è piuttosto V io che assogget- 
tandolo ad una stregua aliena e non sua, gli dà cari* 
chi che non gli appartengono, e lo giudica, per forma 
d'esempio, a legge Romana, mentre esso ha diritto di 
vivere e d'essere giudicato a legge Salica o Longo- 
barda. 

La lingua d' oc, sinché dal X al XIII secolo fu in 
largo onore, parve bella e poetica, e sino a' tempi di 
Dante molti Italiani la preferivano alla lingua del Si, 
e pure era una mistura Gallo-Romana poco differente 
dalla nostra. Ma come fu vinta dalla lingua d'otf, e su 
Tolosa, Mompellieri e Marsiglia imperiò Parigi, perde il 
grido antico, e scadde per vivere la vita suddita e afflitta 
del dialetto. Come dunque la fortuna unita alla forza 
fa i vincitori ed i vinti, così fa le lingue e i dialetti, le 
prime, maggioreggiando, lussureggiano e splendono, i se- 
condi, servendo, s' oscurano e impoveriscono. Ma il dia* 
letto è come l'orcio non verniciato che, una volta im* 
bevutosi, mantien l' odore. Il poverino è quasi irradicato 
nel suolo, e non si lascia sbarbare, e meno nel conta- 
do che nelle città, dove son troppe le scorribande, e 
meno nelle donne che negli nomini, i quali piazzeg- 
giando^e viaggiando smussano e bazzarrano il linguag- 
gio. S' io dunque fiuto di preferenza entro 1' orcio 
non verniciato della campagna, anziché entro le li- 



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— 540 — 

«eie majoliche della città, gli è perchè quello mi con- 
ferva meglio il sentor vecchio, laddove queste risciacquan- 
dosi colle gentilezze moderne fanno ogni prova di sper- 
derlo o di confonderlo. Ne vuole ella una prova ? Eccola. 
Io odo qui da 9 miei contadini dire séquel per secolo, non 
jècol come in città, V. S. ne leverebbe le braccia al 
cielo o si turerebbe gli orecchi, io storico grammati- 
ouzzo li sturo e me ne rallegro. Non sente ella infatti 
comprovato da codesta pronuncia che seculum era quanto 
sequiculum y e che perciò veniva da sequor e valeva se- 
quela o serie? Non dà ella tosto ragione al tardo Isi- 
doro che scriveva: secula generationibus constanti et 
inde secula quod se sequantur. Abeuntibus enim aliis, 
alia suecedunt? Io lascio poi che Yarrone armeggi, che 
Turnebo e Palmerio arzigogolino in traccia di differenti 
etimologie e vo dietro alla vegliante autorità de 9 miei 
contadini , né mi curo d' altro. Ma e' è di più. Questi 
non dicono solo séquel per sequela d'anni, ma in ge- 
nere per sequela, serie, quantità, filatessa di checchessia; 
talché, a mo' d' esempio, ov' io chieda se al mercato 
v'erano buoi, ed essi mi rispondano oh, sgnòr, agh 
ri era un séquel, io intendo tosto che di buoi ce n'era 
un seguito lunghissimo, un' intera generazione, e mi 
sovvengono gli usi consimili che di questa voce fé Lu- 
crezio, e riconosco che il dialetto noBtro villano si scam- 
bia lume col classico idioma dell' urbanissima Roma. 
Oosì se i medesimi mi dicono SV ann è vgnù manca 
néva d 1 ann, racchiudendo, insiem coi Toscani, in queir 
ultimo ann 1' idea dell' anno scorso e prossimo passato, 
torno a sentire un eco della latinità la più pura, giac- 
ché in essa anno avverbio valeva anno praetcrito, e si 
opponeva ad homo, che, secondo Sergio espone; nihil 
aliud est nisi hoc anno, per cui il vecchio Lucillio: 

Utrum anno, an homo, te abstuleris a viro ? 

Non batta dunque più tanto il tacco sugli idiotismi 
contadineschi, o quind' innanzi almeno vi cammini so- 
pra sospeso e coi pie feltrati, ma più di tutto non ne- 
ghi loro il blasone della tradizione, perché 1' archeologo 



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— 541 — 

potrebbe al bisogno squadernargliene tali diplomi di 
nobiltà generosa da disgradarne la cittadina Bonissima, 
non che il Potta. 

Ma tant 1 è, queste son celie: i dialetti, come il no- 
stro, Benza illustrazioni, e chiusi entro breve e poco im- 
portante territorio, sien pure antichi quanto Evandro, 
son come i nobili senza quattrini, posti cioè in un canto 
e privi di clienti. Coltivi ella dunque il nobilissimo e 
doviziosissimo Toscano, e lasci me solitario a custodir 
la stamberga del Modenese, perchè se, per abbattimento, 
un venisse a bussarvi vi sia almeno il Tentenna ch'apra 
la porta, e dica: il Padrone non è in casa. Il Signore 
Iddio le conservi una valida sanità, ed ella Beguiti ad 
amare 

il suo G. Galvani. 

Di Villa ai 20 Agosto 1867. 



Al medesimo. 

Oh ! che è questo che Y. S. ha preso ardire di scri- 
vere qualche parola modenese, e per Boprassello m 1 ha 
fatto grazia di chiedermene l' etimologia ? Sarebbe ella 
convertita, o '1 fa per tentarmi e poi prendersi gioco 
della mia dabbenaggine? Sia come vuoisi, io non man- 
cherò agli offici di volontario servitor suo, e lascerò 
correre la penna. 

Inghirola è quell'alveolo di terra cotta, che per lo 
più s' appone alle stie, affinchè serva d' abbeveratolo, o 
beveratojo, o beverino agli animali che vi stanziano. Di 
primo tratto si direbbe equivalente ad ingenito od in- 
gericula, piccolo recipiente dove si può ingerere aquam. 
Plauto nel Pseudolo A. 2. S. 2. — Tu, qui urnam 
habes, aquam ingere, face plenum aenum sit cito — 
Quanto a me però terrei altra via, e crederei Inghirola 
traducibile in Aguirola, Acquirola od Acquajuola, nel 
senso di una piccola e volgare acquereccia, e di una 
modificazione della aiguière de 1 Francesi. Eccone le ra~ 



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— 542 — 

gioiti. La g invece della q era propria de' nostri ducen- 
tisti, i quali scrivevano aigua non acqua, non che del- 
l' antico francese, in cui aigue od egue era similmente 
acqua, aiguerie aquarium ( ed in basso latino aiguerium) 
aiguet fossatello. La n epentetica nella sillaba iniziale 
è proprietà nostra che ci fa pronunciare ninzòla^ sten- 
chir, rangièr per nocciola, stecchire, ragghiare. Final- 
mente V assottigliamento pure iniziale della a in t T ab- 
biamo in ingessa, incora, inguaila per angoscia, ancóra, 
anguilla. Stimo dunque che inghirùla sia un aggettivo 
sostantivato corrispondente per appunto a vaso acqua- 
juolo, e la spiegazione sembra confortarsi dalla varia 
pronuncia della voce, che non è detta solo inghiróla, 
ma anche anghiróla. 

Teniamo a guazza. E qui per verità io potrei uscir- 
mene per la gattajuola dicendole che la voce non è un 
patrio idiotismo, e che perciò hassi a dichiarare dagli 
etimologisti della lingua nostra comune, non dai Glos- 
sografi municipali. Tuttavolta in servigio di lei tirerò 
giù quattro colpi col mio falcetto etimologico, e V. S. 
a rincontro me ne darà la baja. 

Il Wachter nel suo Glossario Teutonico scrive — 
Wasser, aqua. Gotis toate. Anglosax. waeter. Frane. 
Alam. w azzar. Belg. et Angl. water. Tatianus cap. CCXI. 
4. uegieng bluot inti w azzar, exivit sanguis et aqua. — 
Noto è che il w germanico è il gu neolatino; per con- 
seguenza la voce guazza si direbbe sorella della Franco- 
Alamannica w azzar, e colla sua attuale più ristretta 
significazione ci avviserebbe che già nelle antiche lin- 
gue Germaniche wasser valeva anche humor et mador, 
e waessern, humectare et madefacere: sicché guazza 
motivatamente minora e restringe il generico significato 
di acqua, per cui noi nominiamo guazz le acque basse, 
e guazz er il passare a guazz, non a nuoto. Ho detto 
guazza sorella di wazzar, perchè le voci latine vadum 
vadosus, vadare per guado, guadoso e guadare, accen- 
nano sempre ad acque basse, e quindi a provenienze 
non difformi, e la stessa voce aqua, osservata nelle sue 
derivazioni alle quali per aferesi sia tolta la a iniziale, 
sembra lasciare allo scoperto una radice che sarebbe 



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primitiva e comune così a noi come ai Germani. Guaz- 
za dunque, risentendosi della propria mozione minora- 
tiva, non varrebbe acqua, ma acquetta o acquerugiola, 
e potrebbe sostituirsi a rugiada, cioè a quel verbale 
sostantivato che, al pari di roscidus, il romano rustico 
seppe trarre dal tema ros, non dai regimi roris ecc., 
e che noi Galli Cisalpini diciamo rusèda (rosee) quando 
vogliamo indicare a poche e leggere gocce cadute, che 
non hanno bagnato, ma solo sprizzolato il terreno. 

Finalmente Y. S. narrandomi che un amico suo gli 
scrive: II mondo si compone dei sette P occorrenti a 
far V insalata ; non vi date pene inutili, e pensate che 
i primi vi scarseggiano, e gli ultimi vi abbondano, ag- 
giunge con una enfasi che m' ha fatto ridere: Edipo 
dei trivii e delle volgarità più bazzesche, spiegatemi per 
carità un tale enimma! 

Questa volta non posso risponderle, come dovrei 
quasi sempre: Davus sum, non Oedipus, giacché quei 
benedetti sette P me li sono sentiti ripetere tante volte 
da una mia buona Zia paterna presso la quale villeg- 
giava essendo io fanciullo, che mi è stato poscia im- 
possibile V obbliarli. Io amava V insalata, e quando le 
chiedeva di esserne servito a pranzo od a cena, ecco la 
Zia che, insieme alla concessione, pronunciava ex tripode 
i sette P. calcando sulP ultimo ; e quando era il mo- 
mento di condirla, per modo d'istruzione al domestico, 
da capo recitava i suoi sette P, con quelle accentua- 
zioni finali che anche adesso, dopo tanti e tanti anni, 
mi echeggiano nella memoria appunto così: 

Un Pratico raccolgala» 

Un Pulito la sceveri, 

Un uom Prudente insalila, 

Un Parco inacetizzila, 

Vi versi Polio un Prodigo, 

Un Pazzo la rimescoli, 

E un Porco se la ingozzoli. 

Se i sette P, a cui allude V amico suo, sono per av- 
ventura quegli stessi della mia buona Zia, l' enimma è 
facile a sciogliersi, massime dai melancolici: e con ciò 



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teZof, cioè tela e scappa via. (Tradazione di Mastro 
Sandrone Morologo). Ella non mi ha chiesto altro, tocca 
ora a me a chiederle la continuazione della sua bene- 
volenza, ed a pregarla che mi ricordi e mi creda 

il suo G. Galvani. 

Di Villa il 30 Agosto 1867. 



Al medesimo. 

Non stuzzicate i boti di cartone; 

Belli eh* e' son, poi dentro spazzatura; 

Tutte le cose stan sulle cannucce, 

Gli uomin sotto 4 man tei tutti han le grucce. 

Così il Buonarroti finisce la sua Fiera, e così co* 
mincio io la mia risposta, e con questo teBto vengo a 
confessarle che se ella stuzzicherà coli' obelo della cri- 
tica le mie etimologie di carta pesta vi troverà certo 
per entro borra e spazzatura. Non si inalberi però se 
vede che qualche volta ricorro per origini all'antico 
tedesco, e pensi che questo sotto varie appellazioni ha 
regnato nelT alta Italia per forse sette secoli; giacché 
nel Y. secolo le milizie, dette romane, erano in realtà 
composte di barbari, e da Odoacre al Barbarossa, sian 
Eruli, sian Yandali, sian Goti, sian Longobardi, Fran- 
chi, Svevi, Allemanni o Germani che qui più o meno 
comandino e s' insediino, pure son tutti più o meno 
Teutonici. L'Italia dunque da così lungo ospizio do- 
veva riceverne una conseguente impressione, e col na- 
scere de' Comuni, come le leggi personali si fondevano 
negli Statuti, così le voci baronali e delle castellante 
acquistavano il diritto di cittadinanza. Ma sia che vuoisi, 
se V. S. non crede guazza vocabolo franco ma piutto- 
sto celtico, ligure, od opico, non per ciò le getterò il 
guanto, toccherà a Y. S. il provarlo e sarà mio il pia- 
cere d' ascoltarla. Sintanto però eh' ella non metta mano 



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v — 545 — 

ai quia,) permetta eh 1 io pigli i raffronti e le compara- 
zioni dove li trovo, massime se li trovo in linguaggi 
che qui hanno lungamente e prepotentemente imperiato. 
Veniamo ad altro. Y. S. mi scrive entro un viluppo 
di cortesi parole, sottosopra così : perchè invece di com- 
porre un Glossario etimologico, opera più zarosa che 
utile, non compilate un Dizionario del nostro dialetto, 
opera utilissima all' universale ? Potrei alla mia volta 
rivolgerle l'interrogazione e chiederle perchè, sentendo 
tanto innanzi nel toscano, ed essendo così persuasa del- 
l' utilità di un Dizionario Modenese-Toscano, non si fa 
ella a compilarlo, e vuol cedere ad altri la dipendente 
gratitudine del paese? ma io non terrò questa strada. 
Le confesserò invece liberamente che l'opera del Di- 
zionario la credo con Y. S. di giovamento comune, 
mentre quella del Glossario la stimo atta solo a sve- 
gliare la curiosità di pochi. Ma che vuole ? tràhit sua 
quemque voluptas, la mia è sempre stata quella d'in- 
dagare la storia del linguaggio, non d'appropriarmi il 
più bel fiore del linguaggio, e sino a quell'anima an- 
gelica del eh. Schiassi, che fu uno de' miei cari maestri 
in Bologna, e che voleva far di me un Ciceroniano, ci 
perdette il ranno e il sapone, e vedendomi leggere au- 
tori latini d' ogni età, e a preferenza i più vecchi, mi. 
diceva : helluo librorum dove anderai a parare ? a casa 
il secolo dell' oro, no. Ed io, baciandogli le mani, se- 
guitava a leggere Ennio e i Frammenti de' vecchi Co- 
mici. Capisco che un Glossario è fatica risicosa ed ar- 
dita , capisco che invece di spiegare alla meglio o alla 
peggio le parole modenesi, avrei dovuto penarmi nel- 
1' apporvi i precisi riscontri toscani, ma alla fin fine 
deteriora sequor^ e «ara a chi tocca: 

Necessito», cujus cursus transversi impetum 
Volaerunt multi effugere, pauci potuerunt. 

D' altra parte il mio Glossarietto smilzo e isolato è 
niente e, s'ella vuole, manco di niente, ma sarebbe pure una 
pietra al monumento delle Glosse Italiche, se tutti i 
dialetti della Penisola avessero il loro proprio. Queste 

Saggio ecc, 35 



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— 546 — 

Glosse ed il Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis 
del Da Cange fornirebbero le due grucce su cui si reg- 
gerebbe P etimologista italiano, il quale così puntellato 
correrebbe minori risichi di pericolare. E che è infatti 
il Glossario Ducangiano se non la raccolta delle som- 
messe e delle sovrapposte che prima i vinti romaniz- 
zati, poscia i vincitori romanizzatisi applicarono alla 
toga sdruscita o al laticlavio abusato della Romanità? 
Spogli molte di quelle voci degli obbligati finimenti in 
US, in os e in firn, le dimagri di alcune intermedie vo- 
cali che le tondeggiano, e poi si vedrà riuscir sotta 
mano vocaboli alieni ed aspri che saran col latino dia- 
volo e croce, ed i quali, non che starvi a pigione, ci 
staranno accasermati con tanto di biglietto d' alloggia 
segnato dagli Otto della guerra; o, diciam meglio, da 
Madonna la Forza. Tant' è, il Glossario della bassa La* 
tinità ci mostra le lingue dei vinti e dei vincitori ma- 
scherate e camuffate alla Romana, mentre le nostre 
Glosse ce le mostrerebbero in figura propria, salvo i 
danni del tempo e dell'attrito intervenuto cogli altri 
idiomi. Allóra comparando, cribrando, e scendendo ed 
ascendendo per iscale autorevoli, e non Menagiane, en- 
tro la fabbrica della Lingua, andremmo dalla canova al 
solajo, e seguiteremmo le vicende loquelaridei vocaboli 
come perpetui contemporanei e patriarchi annosissimi, 
e sto per dire immortali del linguaggio. Ma che vado 
io spingendomi nel futuro, e tentando di pregustare eia 
•he non è più per me? 

Ut hedera serpens vires arboreas neeat, 
Ita me vetustas amplexu annorum eoecat. 

Mi compatisca dunque, e sapendo che a quel? an- 
norum s'aggiunge un altro malanno in orttm, preghi 
il Signore Iddio aftinché si degni di darmi qualche con- 
solazione in questo pò 1 di vita che mi rimane. Si ricordi 
poi e mi seguiti a credere 

il suo G. Gàlvàki. 

Di Villa il 12 Settembre 1867. 



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— 547 — 



Al medesimo. 



Non si dubiti di infastidirmi : così potessi risponderle 
a dovere come il farei invece con diletto, ma pur troppo 
il mio sacco è vuoto, e son qui in luogo dove non è 
borra da gonfiarlo. Élla comincia con dire: Magnano 
pe' Toscani è il serrurier de 1 Francesi, il toppallachiave, 
il chiavajuolo; poi seguita: pei Modenesi di Modena è 
senz'altro il fabbro ferrajo;pei Modenesi del contado è 
il ramiere od il pajolajo; e conchiude: chi ha ragione 
dei tre, forse i vostri rispettabili contadini? Muratori 
non mi appaga, dunque...., e qui un pò 1 di sapone per* 
eh' io su vi sdruccioli e la faccia ridere colle mie no- 
velle. Pazienza! risum debeòo: e perch'olla rida sin dal 
prim' uscio, rispondo: han ragione tutti, ma probabil- 
mente i miei contadini più degli altri. Spieghiamoci. 

Apulejo 1. 1. Metamorph, — Omnes enim pridie 
Lupus negotiator magnarius' coemerat. — Il Martinio 
ed il Du Gange spiegano magnarius per Negoziante 
all'ingrosso, Grossista, e le Lapidi ci mostrano che di 
tali ne era in molti generi di mercanzie. Turnebo in- 
fatti Advers. 1. 27, toccando di loro, scrive: hi nego- 
tiatores videntur fuisse qui multas magnasque merces 
coemere solebant, nam a magno, magnarius, ut a vino, 
vinarius deducitur. Ma che ci hanno che fare questi 
Magnati del commercio coi nostri poveri Calderaj ? a 
me par nulla, e ne ho toccato solo per escluderli av- 
vertitamente, e perchè Y. S. non dovesse in seguito 
richiaroarmivi. Tolti di mezzo i signori, veniamo ai pove- 
relli. Nel Glossario Romano del Roquefort troviamo che 
in antico francese Magnan o Magnien valeva chau- 
dron, e che passò poi a significare chaudronnier dal 
grido : magnan, magnan ( cioè, come noi diremmo, par- 
letta, parletta) con che si annunciavano i calderaj am- 
bulanti. Ecco le sue parole — Magnan, Chaudronnier, 
en bas lat. magninus, et maignagium; en Bourgognt 
maignier] en Berri mignon; en Messin magni] en Ital. 
magnano. Ménage le derive d' aeramene le Duchat de 
manuarius. Je crois qu' ils ont été ainsi nommés de ee 



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— 548 — 

qui ils crioient dans les rues: magnan, magnati. A Lyon 
on nomme les chaudronniers ambulane Peiróon, mot 
Languedocien et Auvergnat qui signifie chaudron — 
ossia il modenese parai, ed infatti il grido de' nostri 
caldera], se non è pardi parai come nel Lionese, lo 
ricorda allungandosi nel noto Cunza parali e padéle. 

Ottavio Ferrari aveva dedotto già magnano da aera- 
minarius (il modenese Bamèr), ottenendone a modo 
suo ramagnarius, magnarius e magnano, e ponendo in 
mezzo un 1 altra faticosa derivazione da veteraminarius, 
quia voterà et quassa vasa reficit; ma mi sembrano 
proposte da passare agli archi vj. Il Menagio invece op- 
portunamente nelle Etimologie Francesi conferma il 
grido di que' Calderaj, dicendo — Magnan. C est-à-dire 
un Chaudronnier. En plusieurs lieux de Franco les 
chaudronniers crient par les rues : Magnan Magnan — 
Nel Glossario della Media ed Infima Latinità troviamo 
— Magninus, Lebetum faber, nostris Chaudronnier, 
alias Magnien — Ma ciò che più importa vi troviamo 
registrato Magnien, per Lebes con antichi esempj. <— 
Lasciando dunque le ulteriori ricerche mi parrebbe che 
noi Galli-Cisalpini potessimo vedere nella gallica voce 
Magnato, o Magnén o Magniti per caldaja o pajuolo, 
P origine dell'appellativo applicato ai calderaj, cioè ai 
fabbri da magnan o da parlette, generalizzato poscia 
ai fabbri ferrai solo per estensione, ovvero ristretto per 
distinzione ai toppallachiave da popoli che, non essendo 
di gallica origine, dovevano ignorarne la precisa no- 
zione. Ed infatti i dialetti Gallo-itali attribuiscono alla 
voce la significazione che vige tuttavia popolarmente in 
Francia, giacché leggo nel Dizionario Piemontese del 
Cav. di Sant 1 Albino — Magnin. Calderaio. Artefice che 
fa utensili di rame, come a dire, caldaje, pajuoli, cas- 
seruole, padelle e simili ad uso dell'economia dome- 
stica e di varie arti. — E nel Vocabolario Reggiano- 
Italiano — Magnan, Calderaj o. Colui che fa o rag- 
giusta caldaje, secchi, ed altrettali lavori di rame. — Fin 
qui ci abbiam veduto più o meno senza occhiali, ma 
gì' è quindinnanzi che viene il bujo. Concediamo cioè, se 
così vuoisi, che P appellativo Magnan sia un gallicismo, 



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— 549 — 

ma e perchè i Galli nominavano Magnati il pajuolo? 
Qui siede nocco. Volendo ghiribizzare, si potrebbe de- 
durre da magnum-a'ènwn, coalito in magnanum o ma- 
gnenum, ma per verità la caldaja che portano sulle 
spalle i ramieri ambulanti non è sempre magna. Si 
potrebbe ricordare che nel Glossario mediae et infìmae 
Graeeitatis si registra fjiayvQunra per lebes od otta, che 
altrimenti scritta, cioè paystyaaa, varrebbe coqua, come 
fjLàyetqos vale coquus. Al che aggiugnendo quanto il 
Wachter nel suo Glossario Teutonico osserva insiem col 
Peiskero alla voce Magen, stomachus (il nostro magon), 
facendola derivare da pàyeiQos coquus, quod ventriculus 
Bit coquus et culina totius corporis: hodie quoque ma- 
chen nonnunquam est coquere vel coquendo parare, si 
potrebbe dedurre poi finalmente l' esistenza di un 1 antica 
radice mach o mag, dalla quale discendesse il nome del 
vaso dove si cuocono gli alimenti, quasiché magnien 
valesse la cuócola o la cucinaja ; ma entriamo nel paese 
de 9 sogni, ed allunghiamo il periodo così che bisognerà 
chiamare il Capanéo di Dante per pronunciarlo. Per ul- 
timo non vorrò ommettere due avvertenze, la prima 
che taluno suppone Magnano o Magnino proveniente 
da Bamagnano o Ramagnino, mediante aferesi della 
prima sillaba, come in basén per bambagino, e jadga 
per lugliatica, sicché in questa sentenza Magnàn var- 
rebbe puntualmente Ramér, e il buon Ottavio Ferrari 
tornerebbe in onore: la seconda che non forse Ma- 
gnano valse ài Toscani soltanto clavium faber, giacché 
a chi legge in fonte V esempio portato dalla Crusca, ed 
estratto dalla Novella settantacinquesima del Decame- 
rone, parrà che la portatura, non che le brache, del 
lercio Giudice Marchigiano fossero più da calderaio am- 
bulante che da operaio di minuti ed ingegnosi lavorieri 
fabbrili. — Chi più sa, più ne metta. — Io cavo la 
berretta — E le rassegno servitù perfetta — Mi ri- 
cordi.... e mi creda 

il suo Gio. Galvani 

Di Villa il 18 Settembre 1867. 



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— 550 — 



Al medesimo. 



I Francesi hanno in proverbio che P appetito viene 
mangiando, ora io direi che a Y. S. venga V appetito 
del modenese maledicendone. In ogni modo mi piace il 
fatto, e son qui a rispondere alle sue domande con 
quell'ordine istesso secondo il quale me le ballestra. 

Quale sia l'origine della voce Carampàn ce lo di- 
chiara il Boerio nel suo Dizionario del Dialetto Vene- 
ziano, scrivendo: — Carampane è il nome che dassi 
(in Yenezia) ad una Calle lunga e stretta, e ad una 
Corte posta al fine della Calle de' Bottai, in parocchia 
di San Cassano, i cui stabili appartenevano all'antica 
famiglia patrizia Bampani, donde presero il nome ( Cà- 
Bampane.) Estinta questa illustre famiglia nel 1319 e 
passati que' luoghi in possesso altrui, furono nel 1421 
assegnati, anche con assenso del Governo, alle pubbli- 
che meretrici, come sito remoto dalle Chiese, e meno scan- 
daloso. Quindi Carampana dicesi anche a' giorni nostri 
per agg. a femmina di mal costume, o per donna che 
avesse abitato in Carampane; e Vecchia Carampana 
per disprezzo a donna, motteggiandola per ruffiana — 
Come Ella vede la voce, passando da Yenezia in Terra 
ferma, e quindi scostandosi dalla triste località origi- 
naria, ha perduto il puzzo primitivo, e dal difetto mo- 
rale .portandosi al difetto fisico, fa sì che ora fra noi 
Véce carampàn, e Véccia carampana valgano soltanto 
usato, disutile, impaccioso e non più sufficente alle at- 
tuosità della vita. 

L' etimologia della voce JHod per aratro bisognerà 
invece cercarla un po' più da lunge, e comincerò di- 
cendole che Plinio Hist. Nat. 1. 18. e. 18 parlando dei 
varii generi di vomere, scrive — Non pridem inven- 
tum in Raetia GaJliae ut duas adderent tali (vomeri 
lati ori) rotulas, quod genus vocant plaumorati — Molte 
varianti offre presso i critici quest'ultima voce, cosic- 
ché l' Arduino sostituiva plaustraratri, per l' unione del 
plaustro o plostro all' aratro. Osserva però il dotto 
Sillig — conatus hanc vocem ingenio linguae latinae 



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— 551 — 

accommodandi inanes mihi videntur, quia Plinium vo- 
cem Raetìeam attulisse apparet — Nullameno ponendo 
mente da un lato alle vecchie Glosse, nelle quali si 
legge : Ploum aratrum quod habet duas rotas, e dal- 
l' altro alla voce germanica rad OAtat che vale appunto 
rota, parrebbe che il luogo di Plinio potesse leggersi: 
-quod genus vocant ploum-rati, intendendo la voce per 
aratro a rote, o per rote da aratro, secondo che i Reti 
venivano collocando prima o poi i membri principali nella 
composizione dei loro vocaboli. Nella nostra Gallia Ci- 
salpina V aratro Reto-Gallico fu prestamente introdotto 
e vi dura sino al presente, ed è a credersi che vi fosse 
detto solo Ploum, o Plovum o Plodum colle Glosse av- 
vertite, trovandolo per avventura anche così sufficente- 
mente distinto da aratrum senza aggiugnervi la desi- 
nenza qualificativa rat. Certo è che i Nordici soprav- 
venuti nominavano l'aratro molto similmente, e che 
qui si enunciava per tal maniera al tempo dei Longo- 
bardi, leggendosi tra le loro Leggi — Si quis Ploum (e con 
altri Codici Plovum) aut Aratrum alienum, iniquo ani- 
mo scapellaverit — Aggiunge inoltre il Du Cangio — 
Aratrum Danos etiamnum Plowen appellare, alii nota- 
runt — donde poi uscirono le voci composte Plow-al- 
mes, Plow-bote, PlowAand etc. Per conseguenza il no- 
stro Piód, sostituendo, secondo il consueto, la vocale, i 
alla consonante liquida, muove bensì dalla Rezia Gal- 
lica, ma con leggere varietà è proprio delle lingue ger- 
maniche nel significato di aratro, e non è neppur molto 
•differente dalla odierna voce tedesca pflug. 

Se sono stato lungo sin qui, ora sarò brevissimo per 
maniera di compensazione. V. S. scrive: Ho sentito no- 
minar brugna l'ebbrezza, ditemi voi cosa c'entrino le 
«usine collo sbevazzare — Io rescrivo: Le susine non 
e' entrano per nulla, ma e 1 entra appunto lo sbevazzare. 
Brugna è sincope di benigna, o beverugna, voce av- 
viliti va dedotta da bere o bevero, come bcugna o pcugna 
è voce altrettale dedotta da beccare. 

Flutter per battere colle mani, viene da plaudere 
o plodere, battere appunto insieme le mani, applaudire, 
e quindi anche percuotere, come ne offrono esempi i 



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— 552 — 

Yocabolarj. Da plodere esce l'intermittente ploditare y 
che poi s' accorcia, secondo la pratica, nel nostro flottare 
o pluttèr. Per noi Galli Cisalpini e osservabile che i 
Galli Transalpini fecero altrettanto, leggendosi nel Glos- 
sario Romano del R#quefort — JPloder: Battre, frap- 
per : trivialment on dit encore plotter: — ed io debbo 
ora indagare la lingua de 9 trivii, non quella delle scrii» 
ture. 

Griffo per segno o sigillo, presenta tosto alla mente 
il verbo greco-latino grafiare o grafare per iscrivere, e 
graphium per lo stilo scrittorio, non che il greffie dei 
vecchi francesi spiegato: sorte de stylet ou poingon, 
doni les anciens se servoient pour écrire: e qui si de- 
durrebbe prestamente che il nostro griff è appunto il 
punzone con che sottoscrive chi non sa o non vuol 
scrivere, o torna ad affermare chi firma od afferma 
sottoscrivendo. Ma siccome non posso scordarmi che noi 
siamo Lombardi^ e che que' benedetti Longobardi in- 
sediati tanto lungamente tra noi ci han da aver tras- 
messi, tra buoni e cattivi, molti legati, così debbo ag- 
giungerle che in Longobardo Wiff è signum, donde 
il latino-barbaro Guipha, ed il verbo guifare per si- 
gnum proprietatis apponere. Leggiamo infatti nel Glos- 
sario Ducangiano — Wifa, Guifa^ et Guiffai Signum 
quod praedio, possessioni, vel aedi, cujus possessionem 
quia adit, vel quam auctoritate judicis sibi vendicat, 
apponit — e — Guiffare titulum et signum apponere 
— Noi avremmo poi pronunciato Griff non Guiff, sia 
per tenace reminiscenza di graphium e di greffe, sia per 
quel rotacismo che ci fa dir vrespa non vespa. 

Yedo terra, cioò sono all' ultima delle sue interro- 
gazioni — Saz non ò propriamente il saggio o sag- 
giuolo de 9 Toscani, cioè il fiaschette) con cui si porta 
altrui il vino perch' e' lo assaggi, ma è lo strumento 
assaggiatore, la tromba da vino o da barile, che qni in 
Yilla nominasi zuch, usandosi per lo più a tale intento 
la varietà più allungata tra le zucche dette lagenarie. 
Exagium era il saggio, il peso normale a cui si riferi- 
vano gli aurei, e per estensione le altre cose, non che 
la trutina o bilancia con cui scrupolosamente si pesava. 



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— 553 — 

La voce passò quindi a denotare anche examen, judi- 
cium, e per ciò il verbo exagiare potè valere esaminare, 
saggiare e formarsi un criterio sulla bontà, o giustezza 
od attitudine delle cose. Da exagiare per aferesi femmo 
sazèr, e dalla prima persona di questo verbo, Saz. E 
qui pure vorrò aggiungnerle che nel Glossarietto appo- 
sto dal Grozio alla sua Istoria Goto-Vandalo-Longobarda, 
si legge: — Sajo proprie explorator, minister publicu» 
qui merces explorat, quod sajen Belgae et Saxones, 
Franci essayer vocant. Significatio mox latius fluxit. — 
H nostro Saz è dunque V esploratore del vino. 

Il Signore Iddio la conservi in buona sanità e le 
francheggi la mano e la volontà per seguitare a co* 
mandarmi. Saluti poi e mi creda 

il suo G. Galvani 
Di Villa il 24 Settembre 1867. 



Al medesimo 

Venga la rocaggine a quel ciarlone che, impietosi- 
tosi del fatto mio, le ha contato come il braccio destro 
mi dolga più del consueto, e m' impedisca il lungo scri- 
vere. V. S. vuol dunque sospendere la nostra corrisponr 
denza e rimettere le sue ulteriori curiosità alla prossi- 
ma pubblicazione del Glossario ?• Sia fatta la volontà 
sua — Le confesso però liberamente ch'ella è riuscita 
a pormi intorno un po' di buon umore, scrivendo: — 
Prima ch'io cessi di bussare alla vostra porta spiega- 
temi, se '1 ciel vi ajuti, cosa vuol dire la nostra inter- 
jezione Maramèo, o Maramèo, e perchè venga da noi 
accompagnata col noto gesto detestativo o di spregio — 
Con che razza di diavolo ella vuol terminare? Altro 
che Laus Beo! 

E Maramèo o Maramèo è proprio un diavolo, giac- 
che Y. S., a quello almeno che pare all' uscio, dovendo 



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— 554 — 

-contare i miei anni, dovrà anche meco ricordarsi che 
Berlich e Maramèo erano ne 9 Burattini a tempi nostri 
i due folletti che al servigio del Mago comparivano e 
«comparivano a volontà sua entro una fiammata di ra- 
gia. Infatti s'ella accosta il Dizionario Napoletano vi 
leggerà — Marramao. Spirito maligno, o Larva rapace 
tìnta, simile al Forasacco o Monaciello, per far terrore 
ai putti. — E già il Forasacco varrà demonio, ed il 
Monaciello — Sognato Spirito incubo, inquietator delle 
case, cui si attribuiscono molti danni e romori, che 
spesso da pure cause fisiche provengono. — Per ciò che 
riguarda l' etimologia della voce gli Accademici Filopa- 
tridi di Napoli, la dedussero da pa^ai le mani, e paa> 
cerco, ardo di voglia d 1 avere, ma non mi sembra che '1 
facessero colla desiderabile felicità, non uscendo forse 
dalla composizione mani-bramo un appellativo molto 
accommodato a un folletto. Volendo insistere sull' argo- 
mento si potrebbe avvertire che nelle Lingue Orientali 
e antiche Germaniche Mara e Maìra è incubus, mar, 
mer, o mir è principe, principale, inclito, grande, di- 
gniore, per cui mara-mar o marcHtner varrebbe quanto 
incubus principalÌ8, daemon magnus o praecipuus. Presso 
i Persiani Mir-miran vale dominus dominorum, e le 
voci Emiro, Àlmirante, Mira-molino ecc. passate nella 
nostra lingua si risentono di queste origini. Quanto a 
me però, riconoscendo in Maramèo un demonietto e 
non il Grandiavolo, preferirò di vedere il vocabolo tratto 
dal composto mara-maus, giacché allora varrebbe come 
demone occulto, e quasi Sorcio-demone, cioè demone 
domestico, invisibile e che si manifesta con sottrazioni 
e romori incomprensibili. 

Relativamente poi al vocabolo passato ad interjezione 
lo troviamo nel citato Vocabolario Napolitano così — 
Marramao ! Interiezione da papa o pagr], e /ualvo* pol- 
lilo, quasi dicessimo: il ciel mi guardi d' avermici a 
bruttar le mani, — e nel Piemontese del Cav. Sant' Al- 
bino — Maramao. V. Qnao ed anche Mamao ! Gatti, 
Gatti ! ( Leopardi Rime 62. ) Esclamazione equivalente 
a, guardimi il cielo, non mai, non per mia fé, gnaffe 
nò — Ella vede che il primo s' è scordato dell' etimo- 



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- 555 - 

logia data alla yoce stessa quando vale diavolo, ed il 
secondo la rimanda al miagolio della macia. Io crederei 
che questa Tolta sola si dovesse stare col diavolo, e 
«he la nostra interjezione valesse per ciò quanto: dia- 
volo, o il diavolo mi porti piuttostochè assentire. £ se 
diciamo solo diavolo, il gesto, convella per appunto 
dice, detestativo con che V accompagniamo, supplisce il 
rimanente, e vale forse quanto: va al diavolo colla tua 
proposta. 

Ma usciamo per carità da tutte queste diavolerie, se 
non vuole eh 9 io me ne segni, e passiamo alla sua do- 
manda sul preciso numero delle voci eh 9 io fo venir dal 
tedesco. E qui subito insinuo: piano a ma' passi, e si 
compiaccia invece di scrivere eh' io tento dichiarare con 
confronti tolti dalle Lingue Germaniche e principal- 
mente dalle forme antiche delle medesime. Riformata 
così la sua interrogazione, risponderò che mi trovo ora 
averne circa 60, mentre son quasi altrettante le dichia- 
rate con confronti Greci Bizantini, più di 70 quelle con 
confronti Gallici, appena 4 con confronti Spagnuoli, 
8 con Ebraici ed Etrusci e 5 in tutto (pervenuteci di 
seconda mano) a cui appongo riscontri Arabi o Celto- 
Bretoni; tutto il rimanente resta Romano-Italo, e se 
così vuole Gallo-Romano, o Romano Provinciale parlato. 
Queste poche cifre fornirebbero assai a discorrere per 
commentare l'appellativo genealogico dato al nostro 
dialetto di Ligure-Tusco-Boico-Romano-Goto-Longobar- 
do-Franco-Italo, ma Y. S. non sa cosa farsi di queste 
baje, ed invece caritatevolmente mi par che dica: basta 
cosi, riposate il braccio vostro, it dies, andate a letto. 
Auguriamoci dunque a vicenda buona notte, e il Si- 
gnore Iddio la conservi alla 

e mi abbia come sempre 

pel suo G. Galvani. 
Di Villa il 29 Settembre 1867. 



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ELENCO 



DEI 



VOCABOLI 

FUOR DI SERIE. 



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A accompagnaverbo v. Cen. 

JPrel. a face. 73. 77. 
Abàc v. a face. 91. 
Abbonò v. Abbonèrs. 
Abecè v. a face. 91. 
Abervèr v. Bervèr. 
Absìnti v. a face. 91. 
Accucìr v. Accucirs. 
Acubièrs v. Cubia Cvaccièrs. 
Acupèr v. a face. 91. 
Adési y. JDsési. 
A Guàzz v. Appendice a 

face. 542. 
Agùcia v. G-uccia. 
Ajér v. a face. 109 e Diaz. 
Al v. a face. 109. 
Alla badaréla v. Badèr. 
Am t. a face. 109. 
Amaluchèr t. Malloch. 
Amanvìr t. a face. 92. 



Aroód v. Cmód. 

An v. a face. 109. 

Ancióva v. Incióva. 

Andaghèr v. Spemighèr. 

Andèr in broda d fasóo v~ 
Sajugla. 

Andèr in broda d lasàgn- 
v. Sajugla. 

Andèr tutt in destrùtt v^ 
Sajugla. 

Andèr in sajugla v. Sa- 
jugla. 

Andèr in salamója v. Sa- 
jugla. 

A n' dir véra t. Dcsdctta. 

Anghiróla v. Appendice a 
face. 542. 

Ann t. Appendice a face* 
540. 

Annizzir v. Nòe e. 



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— 560 — 



Anzén v. a face. 109. 
Anzinéll t. Anzén. 
A onz a onz y. A brazz. 
Apanè v. Panaréz. 
Apanèr v. Panaréz. 
Apruvanè y. Pruvana. 
Aràdegh v. Andèr aràdegh. 
Arbghèr v. ArbghéU. « 
Arbghèr v. Èrbes. 
Arburdirs y. Arpiclèrs. 
Arbùtt v. Arfiè. 
Archervèr v. Cróver. 
Archevrèr v. Cróver. 
Arfèr v. a face. 109. 
Arghégn v. Arghgnèrs. 
Argute v. Argutèrs. 
Arlièr v. Arlia. 
Arliós v. Arlia. 
Armàgner v. Arsug. 
Arméla v. Ruméla. 
Armès v. Arsùj. 
Armièr v. a face. 101. 
Armór v. a face. 109. 
Arnè v. Arquést. 
Arpièrs v. Arpiclèrs. A spie- 

cajón. 
Arrampèra v. ArbghéU. 
Arrosti v. Balós. 
Arruzlérs v. Buglett. 
Arruzzirs v. a face. 9L 
Arsinzèr v. Arzinzèr. 
Arstèr ed stoppa v. Stupir. 
Arstèr moch v. Mozz. 



Arstupièr t. Resta. 
Arsuradór v. Arsurbr. 
Artaj v. Arquést. 
Arvaróla v. Arvuj. 
Arvgnir v. a face. 109. 
Arvgnù v. Arvgnir. 
Arvéja v. Rudéa. 
Arvérs v. Al Albasén. 
Arviót vi Rudéa. 
Arvsàri v. a face. 92. 
Arvujér v. Arvuj. Avujer. 
Arzinzèr v. a face. 100 e 

a Smujèr. 
As v. a face. 109. 
Aschizzè v. Aschizz. 
Aschìzzèr t. Aschizz. 
Ascièr y. Scièr. 
Ascuflirs v. Cuflirs. 
Asérb v. a face. 116. 
Asièr v. Aszj\ e Yajón. 
Asìi v. Vcyón. 
Asnèr y. Cantér. 
A strazzasàch v. Strazza- 

merchè. 
At v, a face. 109. 
Attóch v. a face. 103. 
A un tant al brazz v. A brazz. 
A un tant 1- onza v. A brazz» 
Aver i rugnón grass v. Pèd. 
Aver la sbrusia v. Sbrusia. 
Avujèr v. Arvùj. 
Azavatèr v. a face. 10L 
Azulèr v, ZuUr. 



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— 561 — 



Bacchétta v. Bacc. 
Bacciaréll v. Bacc. 
Bacciócch v. Bacc. 
Bacina v. Vaca. 
Badaccèr v. Fata» 
Badanèr v. Paia. 
Badèr v. Fata. 
Badìl y. Bachèr. 
Bagàj v. a face. 92. 
Bagatélla v. Bagag. 
Bagianéda v. Bagidn. 
Bagianón v. Bagidn. 
Bagórd v. Bigórdi. 
Bàj v. Sbajafèr. 
Bajèr v. Sbajafèr. 
Ballon v. Bérzigla. 
Banca v. Impaniale. 
Bandanèr v. Pota. 
Bardassa v. Barddss. 
Bardassèd v. Barddss. 
Barózza v. Barozz. 
Basén v. Al Albasén. 
Basén v. Jddga. 
Basilóri v. Sleppa. 
Basléna v. Bèsla. 
Basletta v. Bèsla. 
Baslón v. Bèsla. 
Baslott y. Bèsla. 
Baàsétt y. Tracagnótt. 
Bassótt y. Tracagnótt. 
Batcór v. a face. 92. 
Bazìl v. Bèsla. 
Bazzighèr v. Bachèr. 
Saggio ecc. 



Bearla v. a face. 93. 
Bchèr v. Pcùgna. 
Bchèr v. a face. 93. 
Becedari v. a face. 92. 
Bech v. Schnébi. 
Bèga y. Bégh. 
Bergaména y. Vaca. 
Bergnócla v. Brugnòcla. 
Bérgol v. Burgh. 
Berlèr v. Berlina. 
Berlója v. Berlina. 
Bernardén v. Bernèrd. 
Bernardon v. Bernèrd. 
Bertéld v. Abertonèr. 
Bertón v. Abertonèr. 
Bertunèr v. Abertonèr. 
Bérzigla ed bocc v . Bérzigla. 
Bescott v. a face. 92. 
Besiadùra v. Besièr. 
Bèsla y. Bèsla. 
Béversla v. Tabaccheria. 
Béz v. Beh. 
Bgàtt v. Bégh. 
Bgattèn v. Bégh. 
Bghl y. Bégh. 
Bghlr v. Bégh. 
Bghlr y. a face. 110. 
Bgón v. Bégh. 
Bgón v. a face. 110. 
Biàved y. Sbidved. 
Biasón v. Biès. 
Bio o Zio v. Sardca. 
Bióba v. Bìo. 

36 



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562 - 



Bióssa v. Bióss. 

Birùcc v. Birón. 

Bis v. Bìo. 

Bissa y. A bissa boga. 

Biùda y. Bìo. 

Blacchént Blacchénta v. 

Bldch. 
BlÌ8garóla y. Blisghèr. 
Blìsgh v. Blisghèr. 
Blisgón v. Blisghèr. 
Blisgótt y. Blisghèr. 
Bóbia y. Bìo. 
Bocca sclpla y. Scipla. 
Braghirèr y. Braghéra. 
Brajèr v. Sbrajèr. 
Brascajòda y. Brasca. 
Brascajèr v. Brasca. 
Bresca v. a face. 83. 
Bricch v. Briccadell. 
Bricón v. a face. 93. 
Brina v. a face. 93. 
Brina v. a face. 93. 
Brisa v. a face. 93. 
Brùfel y. a face. 93. 
Brógna v. Appendice a 

face. 551. 
Brtigna v. Brugnócla. 
Brujèr v. Bròj. 
Brujón v. Broj. 
Brulett v. Broj. 
Brusèr v. Sbrusia. 
Brutta grinta v. Orinta. 
Bali v. Besièr. 



Bsijèr v. a face. HO. 
Buaza v. a face. 92. 
Buàza y. Bìo. 
Bubalèd y. Bùbel. 
Bùbla y. Pupulla. 
Bubùlla y. Pupulla. 
Buccìn v. Birzigla. 
Bufèr y. a face. 93. 
Buff y. Puff. 
Buff v. Buffa. 
Bùffv. Fuffigna. 
Bufféda v. Fuffigna. 
Buffer v. Puff. 
Buffer una pdèna v. Fuffigna 
Bughèda v. a face. 93. 
Bujr v. Sbujùzz. 
Bulla y. Bull. 
Bullèd v. Bull. 
Bur v, a face. 93. 
Bur, Bur v. Burrir. 
Buratél y. a face. 92. 
Buratèr v. a face. 92. 
Burattén v. Zagnèda. 
Burdighètt v. Burdighèr. 
Bùrga y. Burgh. 
Burla v. Burrir. 
Burléngh v. Berlina. 
Burlèr v. Berlina. 
Burlèr v. Burrir. 
Burridón v. Burrir. 
Buscarèr v. Buschèr. 
Busigattèr v. BusgàU. 
Busighèr y. Busgdtt. 



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— «3 — 



Basir v. Bv&gàbL 
Biada v- Bèsla. 
Bnssla t. a face. 116. 
Bntégm w. BvAgnèr. 
Batèr v. a /acc 85. SS. 
Bvinàa v. a /acc 92. 
BvinéH v. Bvvml 
Bvààa v. Phvo. 

Oag t. Occ 
Càg v. Casell. 
Cagièr v. CoBeU. 
Oalcnlèr y. BcarpuJm. 
Camper v. a /acc 84. 
Osnàjft t. MarmajcL 
Osntén v. Scantinar. 
Càuta v. ItaZo. 
Capitani v- a /acc #5. 
Carampàn t. Appendice a 
face. 550. 

Carampana v. .Appendice a 
/acc. 550. 

Carrubi t. Sconzùbia. 

Cartacea t. Flcnga. 

Gasohèr d 1 in-t-la padéla in- 
t-el brès t. Fr&Bori. 

Casèr v. Casell. 

Caw v. a /ace. #3. 

Catèr t. a /acc. #3. 

Caràj t. Cantar. 

Gavazza t. jlcravorjefèr. 

Gavazza t. Cavézz. 

Carazzèr t. Cavczz. 



Gavdagna v. CatwéL 
Garden t. CavzéL 
Cavdón v+ Accavtu&èr* 
Cavdón v* CavzéL 
Cavézz t. a face 1M. 117. 
Cavezza t. Cavczz , CavzèL 
Cavzèl v. Jt face. 93. 
Gazeótt t. Camola. 
Gharia v. Creocm. 
Cbevlén v* OvéL 
Ghevrèr v. Ootw* 
Chizza t~ Aschitz. 
drizzala t. Aschizz. 
Ciaocarèr t. ImpantalL 
Ciaocarlèr t. Impaniale. 
Ciamèr v- Vióld. 
d&p v. Acciapòr. 
Ciàpa v* .Acctapér. 
Ciàpa-ciàpa t. Ciapòi. 
Ciaparèna t. Acciapòr* 
Ciapèr v. Acciapèr. 
Ciapèr v- a face 9é. 
Ciapón t. Acciapèr. 
Cicch , Ciaoch , Ciocch v. 

Ciucchèr. 
Cicchili e Ciochma v. dock. 
Cièr t. a face 113. 
Cièr t. Cióld. 
deva v. Gold. 
Gin e Cina v* Ciooh. 
Cinèn t. Cicch. 
Cióp t. A cióp. 
Ciópa t. A cióp. Bciuplbr~ 



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CiÓ88 t. Ciùnt. 
Ciù y. a face. 93. 
Ciuoeòr v. Ourbéla. 
Cucciù v. Coccia. 
Còca t. Coch. 
Cóco v. Scocca. 
Códga y. Scudrégn. 
Compagnia dia Sgangla v. 

Ingudàghel. 
CoTitrust v. Tròs. 
Córrer a la pougna y. Pcu- 

gna. 
Cóser v. a face. 94. 
Cott spant y. Transà. 
Còza y. Coccia. 
Crepacòr v. a face. 94. 
Cricch v. Berlicche 
Crude v. Crudèr. 
Cruvìr v. Cróver* 
Cubièda v. Cubia. 
Cubièr v. Cubia. 
Cùccia v. Accucirs. 
Caccièr e Ciaccèr y. a faoe, 

111. 117. 
Cùcch v. Cun-con. 
Cachina v. Coch. 
Cuclén v. Coch. 
Cuclèr v. Coch. 
Cacómbra v. a face. 110. 
Cuccón v. Cuncón. 
Cudrón v. a face. 116. 
Cuflìrs v. Cubia. 
Ouflir v. Cuflirs. 



Culghèr v. a face. 114* 
Culór da fiicch v. FiaccL 
Cumazién v. Cumaze. 
Cumpagnia dia Sgangla y* 

Sgangla. 
Cunconèr v. Cun-con. 
Cunza paróli e padéle y. 

Appendice a face. 548. 
Carbéla v. a face. 111. 
Cusìr v. a face. 84. 
Cuvlìr v. Cuflirs. 
Cuzzón v. Cen. PreL a 

face. 21. 
Cy&co v. Cvaccièrs. 
Cvaccè v, Cvaccièrs. 
Cvaccèr v. Cvaccièrs. 
Cvérc v. a face. 110. 
Cvérta v. a face. 110. 
Cvérta v. Cròver. 
Cvertaza v. Cróver. 
C verter y. Crover. 

D' Àsoher v. Àscher. 
Dardlèr y. Dardéla. 
Dèr lamuchetta y. Muehétta. 
Dèr la quertàza y. Sagatèr. 
Dèr la scova y. Scóva. 
Dèr un t&mpel v. Tamperla. 
Desgatéièr y. Gatt. 
Deslazèr v. Zulèr. 
Destumpèr y. Stupèr. 
Destupèr v. Stupèr. 
Deszulèr v, Zulèr. 



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— 585 



Difàti v. Dimondi. 
Dighèr v. Spernighèr. 
Dighèr t. Tintinèga. 
Dir plagas v. Pièga. 
Ditta v. Desdétta. 
Dò v. Du. 
Don v. Occ. 
Dugaròl v. Dughèr. 
Dusìl v. Dughèr. 
Dusil t. a face. 94. 
Dusif v. Dughèr. 
Dvanèr v. a face. 94. 

Enza v. Linzèr. 
Èra v. a face. 94. 
Erbazza v. Sgarbazza. 
Ervéja t. Budéa. 
Èsen v. a face. 112. 
Èst v. Dsési. 
Esser fritt v. Frissori. 
Essergli' en un séqnel v. 
Appendice a face. 540. 
Èter v. a face. 112. 

Faglia t. Flenga. 
Falò v. Falistra. 
Farsìr v. a face. 96. 
Tasól v. Gudiól. 
Fasól v. a face. 95. 
Fasulón v. Panigón. 
Fattiz v. a face. 95. 
Fazenda v. a face. 96. 
Fazzulétt v. Muclón. 



Fé v. a face. 96. 

Fédegh v. a face. 96. 

Féha v. Scódsa. 

Fémna v. a face. 96. 

Fen v. a face. 96. 

Fén guajùjn v. Guajwn. 

Fèr a tira tira v. Ter a. 

Fèr b rzigla v. Bérzìgla. 

Fèr da Zàgn e da Burattén 
v. Zagnèda. 

Fèr la léga v. Léga. 

Fèr la veta d Michilazz v. 
Biès. 

Fèr la veta d' Michilaz v. 
Michilast. 

Ferletta v. Feria. 

Fèr maràja v. Smarinèr. 

Fèr maràja v. Maróca. 

Fèr mesclèn v. Bèsla. 

Fèr s squadrazzèr v. Squa- 
drai zèr. 

Fèrs squadrar v. Squùdraz» 
zèr. 

Fèr sol un fiàcch v. Fiacch. 

Fèr un brutt zógh v. Biffa. 

Fèr un tir v. Biffa. 

Fiàcch d' acqua v. Fiacch. 

Fiàcch d' algnèd v. Fiacch. 

Fiamèda v. a face. 96. 

Fiaplént v. Fiap. 

Ficcanès v. Ternès. 

Ficchérla v. Fìcchét. 

Figadén v. Arquètt. 



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— 566 



Figna r. a face. 112. 
Filatela ed ciàccher v. Fi- 
latela. 
Filatèra v. Tira. 
Fiurùm t. Desnnùm. 
Flipp v. Flippa. 
Fnestra v. Flenga. 
Fall v. a face. 112. 
Fnil v. Flenga. 
Fóder v. Fudrèr. 
Fódra v. Fudrèr. 
Fója v. a face. 114. 
Foich v. Doieh. 
Fóren v. a face. 116. 
Fràbica v. Frab. 
Frabichèr v. Frab. 
Fracch d' algnèd v. Macch. 
Frap v. Frab. 
Frasch e Brasch v. Brasca. 
Fred v. Cen. Prel. a face. 44. 
Frér v. Fregn. 
Fregoli v. a face. 97. 
Frescùm v. a face. 97. 
Fritèla v. Strifièr. 
Fròd v, Fudrèr. 
Frudadùra v. Fudrèr. 
Frudèr t. Fudrèr. 
Frudétta v. Fudrèr. 
Fruii v. Prillèr. 
Frullén v. Prillar. 
Fruscia v. a face. 110. 
Frusta v. Scuria. 
Frustèr v. Frust. 



Fudradùra v. Fudrèr* 
Fudrétta v. Fudrèr. 
Fuffèr v. Fuffigna. 
Fùffia v. Fuffigna. 
Faffgnèda v. Fuffigna* 
Fuffièr v. Fuffigna. 
Fuffignèr v. Fuffigna. 
Fugàza v. a face. 97. 
Fughent v. a face 97. 
Fughént v. Nov nuvénL 
Fulséll v. a face. 113. 
Fumana v. a face. 97. 
Fumaról v. a face. 97. 
Furcàster v. FurcastreU. 
Furcastrón v. FurcastrelL 
Furmighèr v. a face. 97. 
Fustinéia v. Gabbanéla. 
Fustir v. Fustinèla. 

Galavròn v. Cen. Prel. a 

face. 21. 
Galiót v. a face. 97. 
Gaméla v. Cen. Prel. a 

face. 31. 
Gaméla v. Zémna. 
Gànghel v. Sgangla. 
Garufanén du zinca foj v. 

Garufanèr. 
Gargàm v. a face. 97. 
Gattii v. Grati. 
Gattùzzel v. Blédegh. 
Gattuzzlèr v. Gattùzzel. 
Gàvi v. Sgavétta. 



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- 567 — 



Gavón y. Sgavétta. 
Gaz v. Gazò. 
Gaza v. Gazò. 
Gazèr v. Gazò. 
Ghégna 3. Arghgnèrs. 
Giàgia v. Giagèr. 
Giàn-Giàn v. Biès. 
Gian-Gianón v. Biès. 
Gianda v. a face. 113. 
Giardinétt ed gucc v. Ber- 

zigla. 
Gir v. a face. 113. 
Gièra v. a face. 113. 
Giovedèdel Fritell v. Fritèla 
Gnagnétta v. Gndgnra. 
Gnànch v. a face. 113. 
Gnàpa v. Sgnafarón. 
Gnavlèr v. Gnóla. 
Gnèsa v. a face. 109. 
Gnìnt v. a face. 113. 
Gnolèr v. Gnóla. 
Gnóri v. Sleppa. 
Gnucca v. a face. 113. 
Gnulèr v. Gnóla. 
Gogna v. Góina. 
Gómit v. a face. 112. 
Gómit v. Gméra. 
Gomitèr v. Gméra. 
Gott v. Sangiótt. 
Gràpa v. Garapéna. 
Gratèr v. a face. 100. 
Grìff e Gréff v. Appendice 

a face. 552. 



Grint v. Grinta. 
Grizza v. a face. 100. 
Grizzól v. Grizza. 
Gròla v. a face. 95. 
Grugn v. Schnébi. 
Grulèr v. a face. 95. 
Guàzz v. Appendice a face. 

542. 
Guazza v. Appendice a 

face. 542. 
Guazzèr v. Appendice a 

face. 542. 
Guazzer v. Sguazzón. 
Gubbia v. a face. 112. 
Gùccia v. a face. 91. 
Gujadell v. a face. 109. 
Gnidàz v. a face. 97. 
Gujè v. a face. 109. 

Imbelsèr v. Beh. 
Imberiègh v. a face. 91. 94. 
Imberlè Iraberléda v. Ber- 

léna. 
Imberlèr v. Berléna. 
Imbibir v. Imbibì. 
Imbiudèr v. Bìo. 
Imbròj v. Brój. 
Imbruchèr v. BrocK 
Imbrujèr v. Brój. 
Imbrujón v. Brój. 
Imbrusièr v. Sbrusia» 
Impatachèr v. Pataca* 
Impizèr v. Impièr. 



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— «68 — 



Implizzèr v. Béts. 
Inascarìr v. Jhascarì. 
Incartèda v. hnpannèda. 
Incò v. Jadga. 
Incora v. Appendici a face. 

542. 
Incora v. Incióva, 
Infàti v. Dimondi. 
Inféren v. a face. 116. 
Ingagèrs v. Sgagiè. 
Ingarbujèr v. Garbuj. 
Ingargamè v. Gargdm. 
Ingargamèr y. Gargàm. 
Ingarlfr v. Ingherlir. 
Ingatjèr v. a face. 94. 95. 
Ingattièr v. Gatt. 
Inghiróla v. Appendice a 

face. 541. 
Ingóssa y. Incióva. 
Ingossa v. a face. 95. 
Ingóssa v. Appendice a face. 

542. 
Inguélla v. Appendice a 

face. 542. 
Inguélla v. Incióva. 
Ingurlir v. IngherUr. 
Ingugnèr v. Góina. 
Inraujr v. Smujèr. 
Insdidór v. a face. 97. 
Insdlr v. a face. 97. a Inséda 
Insturlèr v. Sturlèr. 
Insturlèrs v. a face. 104. 
In-t-al v. a face. 117. 



In-t-el v. a face. 117. 
In-t-la v. a face. 117. 
Invéren y. a face. 11€. 
Inzacladùra v. Zacla. 
Inzaclèrs t. Zacla. 
Inzancadùra y. Busàmea. 
Inzanchòr v. Busànca. 
Inzaplèr v. Zapétt. 
Inzaplèrs y. Zapéll. 

Làch v. Laséna Léga. 
Ladén v. Sladinèr. 
Lam y. Lans. 
Lana guajùma v. Gruajum. 
L' an dia gnint v. Desdétta. 
L' a n* egh dia v, Desdétta. 
Languida v. Anguria. 
Lans y. a face. 114. 
Lansèr v. Lans. 
Lasàgn v. Léga. 
Lavàcc v. a face. 98. 
Lavaccèr y. Lavacc. 
Lavèr v. Smujèr. 
Laz v. Zulèr. 
Laza v. Zulèr. 
Le e Lia v. a face HO. 
Lédegh v. Blédegh. 
Lédga v. Pédga. 
Lédga v. Blédegh. 
Lédrìa v. a face. 114. 
Legna v. a face. 98. 
Legna dolza v. Doich. 
Legna forta v. Doich. 



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— 56» — 



L' élter de v. Dito. 
Lénz v. Linzèr. 
Lenza v. Linzèr. 
Lesca v. a face. 114. 
Lèv y. a /acc. 98. 
Lèver v. Bacchlèver. 
Lazza v. Blédegh. 
Ligàm v. Ligamb. 
Lìm t. a face. 98. 
Linzè v. IAnzer. 
Linzèr y. a face. 114. 
Lógh t. Lógher. 
Lómina v. a face. 114. 
Lósen t. Lusnèr. 
Lósna v. Lusnèr. 
Lóva v. iov. 
Lugrétt v. Lógher. 
Lumègh t. Lumddegh. 
Lùmid v. a face. 114. 
Lungàgna v. Lungagnón. 
Lungón v. Lungagnón. 
Lùser v. a face. 98. 
Lùser t. a /acc. 120. 
Lùser v. Lusnèr. 
Lusinèr v. Lusnèr. 
Luvétt v. Lov. 
Lùz v. a face. 98. 

Mach v. Scumacchèr. 
Macchèr v. Scumacchèr. 
Maddón v. a face. IH. 
Madòsca v. Sardca. 
Magagnèr v. a face. 98. 



Magara v. Magari. 
Maghétt v. Amagunèr. 
Magnàn t. Appendice u 

face. 547. 
Magón v. Amagunèr. 
Mala v. Lama. 
Mallón t. Lama. 
Maluchèr v. Malloch. 
Màndegh v. a face. 111. 
Mandèr a messa v. Spìccel. 
Màndga v. a face. IH. 
Manéra t. a face. 99. 
Manézza v. Manezz. 
Manganél v. a face. 99. 
Manvlr v. a face. 92. 
Maràja v. Smarinèr. 
Maramào v. Appendice a 

face. 553. 
Maramèo v. Appendice a 

face. 553. 
Marèn v. Smarinèr. 
Marena v. a face. 92. 
Marmàgua v. Maróca. 
Marmagnóla v. Maróca. 
Maràja v. Maróca. 
Marmàja y. Maróca. 
Marógna v. Maróca. 
Marturell v. Faìna. 
Marùcch y. Maróca. 
Marusticàn v. Bericócla. 
Masc v. Occ. 
Maz y. Bàzel. 
Mazéll y. a face. 99. 



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— 570 — 



Ho e Mia v. a face. HO. 
He' t. Jadga. 
Méder v. a face. 99. 
Mòdga v. Pédga. 
Mègli v. a face. 112. 
Mégher v. Lógher. 
Mègber v. a face. HI. 
Mendadùra v. a face. 109. 
Mendèr v. a face. 109. 
Menén v. Mnén. 
Ménga v. a face. 99. 
Mentaster v. a face. 109+ 
Mòre' Antoni v. Biès. 
Merletta v. Ucarélla. 
Mèri patócch v. Patocch. 
Mèrza y. Crecca. 
Mescer v. Mesdèr. 
Mesclén v. Bèsla. 
Mestér v. Mister. 
Mèstra v. a face. 99. 
Mettere in fiutinola v. JFk- 

stinéla. 
Mettr in nézza v. Nizz. 
Métter su cà v. Accaserà. 
Mgnón y. Gatt mgnón. 
Miulòr v. a face. 99. 
Misceli y. GmiscélL 
Minìster y. Mister. 
Minigàta v. Ninnigdta. 
Michilazz v. Biès. 
Mò y. Jadga. 
Mòch y. Moze. 
Mòdna v. SadólL 



Mój v. a face. 114. 
Mórcia y. a face. 92. 
Mrólla v. a face. IH. 
MrÓB v. a face. 114. 
Msèda y. a face. 114. 
Msèll v. a face. 114. a Cosili. 
Msóra y. Sighel. 
Msóra v. a face. 114. 
Maura v. a face. 114. 
Mandòr a spass y. Spìccel. 
Muchèr v. Muclón. 
Mudnès v. Cen. Prel. a 

face. 43. 
Mujéra v. a face. 99. 
Mujr y. Smujèr. 
Mulsén v. a face. 117. 
Munèr v. a face. 99. 
Munfréna v. Galavrina. 
Mus v. Schnibi. 
Musghèr v. a face. 116. 
Mùtria v. a face. 117. 
Muzzèr y. Mozz. 
Mzèder v. a face. 96. 

Nàdra y. a face. HO. 
Narànz v. a face. Ho. 
Napoletana v. Birzigla. 
Nèbbi v. a face. 115. 
Négber d' ùngia v. Cria. 
Nimèl v. a face. 110. 
Ninna nana v. Ninnett. 
Ninnétt v. AnimèL 
Ninzóla y. a face. H5. 



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— 571 — 



Nizzadura v. Nizz. 
Nizzent v. Nézz. 
Nós ciunta v. Cass. 
Nov ed trinca v. Trinca. 

Om ed chèrta pista v. Barn- 

bason. 
Om ed stóppa v. Bambason. 
Óra v. Arsurèr. 
Òrel v. Budéll. 
Orifézi v. Sìnùj. 

Paca v. Bachèr. 
Pàccra v. Paccèr. 
Paccèda v. Pacciana. 
Paccèr v. Pacciana. 
Pacciaréna v. Paccèr. 
Pacción v. Paccèr. 
Pacciùga v. Paccèr. 
Pacciùgh v. Paccèr. 
Pacciughèr v. Paccèr. 
Pacciughfn v. Paccèr. 
Pacciagón v. Paccèr. 
Pacciagótt v. Paccèr. 
Padì v. Padir. 
Padida v. Padir. 
Pàgn v. Zdgn. 
Pajàzz v. Stramdzz. 
Pajàz v. a face. 99. 
Palési v. a face. 99. 
Pan a curnétt v. Briccadell. 
Panarazz v. Diaz. 
Pan bióss v. Bióss. 



Pan ed laza v. Pan. 
Pan ed zdcher v. Pan, 
Panerà v. Panarèz. 
Panìgh v. Panigón. 
Panócia v. a face. 105- 
Panócia v. Pan. 
Panza v. a face. 99. 
Paról v. Parletta. 
Pass v. Padir. 
Pastizzón v. Bambasón- 
Patàj v. Paia. 
Patàja v. Paia. 
Patàn v. Paia. 
Patanèr v. Paia. 
Patatùch v. Paia. 
Patatuchèr v. Paia. 
Patucchér v. Paia. 
Paterlonga v. Peterlenga~ 
Pavarén v. Pavarèna. 
Pàver v. Pavarèna. 
Pcaria v. a face. 93. 
Pcarìa v. a face. 115. 
Pchèr v. a face. 93. 
Pchèr v. a face. 115, 
Pchèr v. Pcugna. 
Pcugnèr v. Pcùgna. 
Pdàgn v. a face. 115, 
Pé v. a face. 99. 
Pè e Pia v. a face. HO. 
Péca v. Bachèr. 
Péder v. Lógher. 
Pe* dolz v. Doich. 
Pédga v. a face. 111. 



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Pedghèr v. Pédga. 
Pél v. Plucch. 
Pela v. Ormerà. 
Pérdga v. a face. 11L 
Perfil v. a faec. 99. 
Pésgh v. a face. 116. 
Pettégla v. Pittacela. 
Petteglèr v. Pittacója. 
Péver v. a face. 117. 
Péver v. Pir Vrslin. 
Pevrón v. a face. 117. 
Péz v. Bdzel. 
Pgnól v. a face. 113. 
Piantarla v. Ficchét. 
Piantèr una feria v. Puff. 
Piantèr un puff v. Puff. 
Piasèr la sboccia v. Sboccia. 
Piccàj y. A spiccajón. 
Piccaja v. A spiccajón. 
Piccól v. Arpiclèrs. 
Pièga d' Egitt v. Pièga. 
Piga v. Spigazzèr. 
Pigazza v. Spigazzèr. 
Pigazzòr v. Spigazzèr. 
Pighèr v. Spigazzèr. 
Pimazzól v. a face. 100. 
Pindàj v. A spiccajón. 
Piód v. Appendice a face. 

550. 
Pióla v. Gnóla. 
Pióla v. Piulèr. 
Piótla v. Piulèr. 
Pirléna v. Berlina. 



572 — 

Pirlèr v. Berlina. 
Pisién v. Aptslèrs. 
Pissèr y. Pissa. 
Pistón v. Pistèr. 
Piulamént v. a face. 99. 
Piulèr v. a face* 99. 
Piusél v. a face. 99. 
Piutlèr v. Piulèr. 
Pladór v. a face. 115. 
Pier v. a face. 115. 
Plizza v. Manezz. 
Pluttèr v. Appendice a face. 

551. 
Pnéll y. Casell. 
Poazz y. Diaz. 
Polvra v. a face. 100. 
Pómsa y. Scódsa. 
Póndga v. Gmira. 
Post v. Occ. 
Póver broch v. Broch. 
Preda cóta v. Preda. 
Preda cruda v. Preda. 
Prèd frégni v. Fregn. 
Preda vi?a v. Preda. 
Prilè, Prilèda v. Berlina. 
Priléna v. Berlina. 
Prilèr v. Berlina. 
Prill y. Prillèr. 
Prillén y. Prillèr. 
Pruvanèr v. Pruvana. 
Ptégla y. Pittacója. 
Ptón v. a face. 115. 
Pudèr v. a faec. 100. 



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Puffadór v. Puff. 
Puffèr v. Fuffigna. 
Puffèr v. Puff. 
Pùj v. a face. 114. 
Puttèn v. Ciceh. 
Pula v. Puldster. 
Pula v. Buia. 
Pùlga v. a face. 100. 
Pulig&na t. Polegdna. 
Puliganer v. Polegdna. 
PidKn v. Buia. 
Pólon v. Puldster. 
Pupù v. Ninnett. 
Pùzla v. Faìna. 

Quàtter v. a face. 117. 



Ragajìr v. Aragajìr. 
Ragója v. Aragajìr. 
Raighèr v. a face. 95. 
Raìsa v. a face. 100. 
Rama v. a face. 100. 
Ramazza v. Bamazzéna. 
Ramol&z/* v. Mavanéll. 
Rampa v. Arrapèrs. 
Rampòd ▼, Arrapèrs. 
Rampén v. Arrapèrs. 
Rampona v. Arrapèrs. 
Rampèr v. Arrapèrs. 
Rampighèr v. Arrapèrs. 
Ràng v. a face. 115. 
Rangugnèr v. Ingugnèr. 
Bangugnèr. 



578 — 

Rangagnón v. Ingugnèr- 

Bangugnèr. 
Ragch v. a face. 100. 
Raschèr ▼, a face. 100. 
Rataplan v. Tran-tran. 
Ravajèr v. Arvutf* 
Ravióo v. Berlina. 
Ràza y. Pèttel. 
Razza v. Animèl. 
Rémsa v. Scódsa. 
Remzól v. Bémel. 
Renazz v. Diazz. 
Rénga v. a face. 110. 
Resta v. a face. 110. 
Rév ▼. a face. 117. 
Rèva v. a face. 117. 
Rév* v. Bavanéll. 
Reviót v. Budéa. 
Rioóta v. Puina. 
Rigót v. a face. 100. 
Rmièr t. Armiér. 
Ròba da duzéna v.Duzéna* 
Roba da fiàch v. Fiàch. 
Ròba da scurnéoe v. Limm* 
Roda v. a face. 101. 
Rozza v. a face. 91. 
Rudéll y. CaselL 
Rughèda v. Bughèr. 
Ruglétt v. a face. 112. 
Rugól t. Urgól. 
Ru8caróla v. Busch. 
Rusch v. a face. 101. 
Rusch e Busch v. Busch. 



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Busèda v. Appendice a face. 

543. 
Rusghèr v, a face. 101. 
Rusghèr v. Busgón. 
Rusghin y. Busgón. 
Rusìi y. Busgón. 
Ruviót v. Budéa. 
Ruzlétt y. Buglett. 



Saba v. a face. 101. 
Sadól v. a face. 101. 
Sagrén v. Sagrinèr. 
Salàri v. a face. 101. 
Salghèr v. Sangiott. 
Salghèr v. a face. 109. 
Salsézza v. a face. 86. 
San Dsèr v. a fac. 111. 
'Sangiót v. a t facc. 101. 
Sangiott v. a face. 109. 
Sangnèr v. a fac. 43. 101. 
Sarachèr v. Saróca. 
Sarafadór v. Sarafèr. 
Sarafén v. Sarafèr. 
Sarèr v. Sangiott. 
Sàz v. Appendice a face. 

552. 
Sazèr v. Appendice a face. 

552. 
Sbadaccèr v. Fata. 
Sbafajèr v. Sbajafèr. 
Sbafajón v. Sbajafèr. 
SbagàJ v. Bagaj. 
Sbagajèr v. Bagaj. 



574 — 

Sbajafón v. Sbajafèr. 
Sbalàfer v. Balàfer. 
Sbamblént v. Sblamblèr. 
Sbamblón v. Sblambèr. 
Sbandanèr v. Pota. 
Sbandane v. Sbandanèr. 
Sbattù v. Guttù. 
Sbgàzz v. a face. 110. 
Sbgàzz v. Sbgazzèr. 
Sbgazzén v. Sbgazzèr. 
Sbgazzèr v. a face. 110. 
Sbérla v. Sberlèr. Sberleff. 
Sberléff ▼. Sg»éff. 
Sberlèr t. Berl'na. 
Sberluchèr v. " face. 91. 
Sberluccèr ▼. Sberlèr. 
Sbernèr v. Sberlèr. 
Sbernlèr v. Sberlèr. 
Sbignèrsla v. a face. 117. 
Sbinzàj y. a face. 111. 
Sbragadùra v. Sbraghèr. 
Sbraghèr v. Brasca. 
Sbràj v. Sbrajer. 
Sbraghirèr v. Braghèra. 
Sbrajamént v. Sbrajèr. 
Sbrègh v. Sbraghèr. 
Sbruttèr v. Smujèr. 
Sbùja v. Sbujùzz. 
Sburlón v. Burrir. 
Sburlunèr v. Burrir. 
Sbrùsia v. Inascarì. 
Sbrusièr v. Sbrusia. 
Scalmì y. Stattadl. 



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Scalmir v. Stalladì. 
Scalmirèr v. Sgalmédra. 
Scalvèr v. Abertonèr. 
Scandélla v. a. face. 96. 
Scans v. Sghibèz. 
Scansèr v. Sghibèz. 
Scàpol v. Scipla. 
Scappèr v. Scipla. 
ScarabaltAr v. a face. 95. 
Scaravultèr v. a face. 95. 
Scarcàj v. a face. 95. 
Scarcàj y. Scarcajèr. 
Scardazzèr v. Carzòl. 
Scarpéll v. a face. 114. 
Scarpi on v. a face. 109. 
Scarpir v. a face. 95. 
Scarpìr v. Scarvent. 
Scartazzòr v. Carzòl. 
Scarvent v. a face. 95. 
Scàtla v. Scocca. 
Scavézz v. a face. 117. 
Scavdagnèr v. Cavzèl. 
Scavladór v. Scalvèr. 
Scavlèr v. Scalvèr. 
Scavzèr v. Cavézz. 
Schermléz v. Schermlir. 
Schivèr v. Sghibèz. 
Schizz y. Aschizz. 
Schizzò v. Aschizz. 
Schizzèr v. Aschizz. 
Schrémel v. Schemlir. 
Scia v. Scièr. 
Sciapa v. a face. 95. 



575 — 

Sciapa v. Acciapèr. 
Sciapèd v. Acciapèr. 
Sciapén v. Acciapèr. 
Sciapèr v. Acciapèr. 
Sciapèr v. a face. 95. 
Sciflèr v. a face. 94. 
Scirócch v. Smarinèr. 
Scisróm v. Scìss. 
Sciópla v. SciupUr. 
Sciupèr v. SciupUr. 
Sciuplèr v. SciupUr. 
Scózz v. Scoccia. 
Scozza v. Scoccia. 
Scromlir v. Schermlir. 
Scremléz v. Schermlir. 
Scucciól v. ScuccitUèr. 
Scucciulótt v. Scucciulèr. 
Scuflirs r. Cu/Urs. 
Scultèr v. a face. 87. 
Scumaccadùra v. Scumac- 

chèr. 
Scumaccamént v. Scumac- 

chèr. 
Scumàzz y. Cumazz. 
Scumazzén v. Cumazz. 
Scupazzón v. Bamazzéna. 
Scurdghèr v. a face. 95. 
Scurièr v. Scuria. 
Scuvèr v. Scóva. 
Sdagn v. a face. 116. 
Sé e Sìa y. a face. HO. 
Séccia y. Linzèr. 
Seda y. Sdaréna. 



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— 576 — 



Ségh v. a face. 113. 
Sentèrs v. a face. 101. 102. 
Séqael v. Appendice a face. 

540. 
Serta v. Grecca. 
Servitór v. Bàzel. 
Sfiaplént v. lìap. 
Sfiópla y. Sciupar. 
Sfiupllr v. Sciuplìr. 
Sfris v. a face. 113. 
Sfrisèr v. a face. 113. 
Sfritlèr t. Striflèr. 
Sfrós v. Sfrusèr. 
Sfrùs v. Sfrusèr. 
Sgagiadùra t. Sgagiè. 
Sgagiéra t. Sgagiè. 
Sgarabazza v. Sgarbazza. 
Sgarbujèr v. Garbuj. 
Sgarlétt v. a face. 98. 
Sgarlettén v. a face. 98. 
Sgattièr v. Gali. 
Sgarzaria v. Cartài. 
Sgherbèr v. Sgarbazza. 
Sghèrz t. Cartài. 
Sgnafarón v. Sgneppa. 
Sgaafarè v. Sgnafarón. 
Sgnafarèr t. Sgnafarón* 
Sgnafèr v. Sgnafarón. 
Sgnàpa v. Sgnafarón. 
Sgnapòr y. Sgnafarón. 
Sgnéppa v. Sgnafarón. 
Sgranadlèda v. Bamazzéna. 
Sguàtter v. Sguattarèr. 



Sguàzz t. Sguazzàn. 
Sguazzèr v. Sguazzane 
Sinufézi v. Sinùj. 
Sinofezit v. Sinty. 
Slamèr v. Lama. 
Slavaccèr v. Lavate. 
Slazèr y. 2Zulèr. 
Slipp Slapp t. Sleppa. 
Smalèr v. Lama. 
Smaluchèr v. MaUoch* 
Smarajèr v. Maróca. 
Smarajòr v. Smarinèr.. 
Smarinèr v. Maróca* 
Smaruchèr v. Maróca» 
Sménta v. AnimèL 
Smèr v. a face. 101. 
Smérgh t. Marangón. 
Smerglèr v. a face. 99. 
Smerzacla v. Zacla. 
Smerzaclóna t. Zacla. 
Smója y. Smujèr. 
Smujr y. Smujèr. 
Smulédegh y. Blédegh. 
Smussèr v. Smuss. 
Snéster v. a face. ÌOL 
Soich y. Doich. 
Sòppi v. Fuffigna. 
Sóppi y. a face. 112. 
Sóra v. Pret da leti. 
Sórga v. Gmèra. 
Sóregk v. Fóndegh. 
Sóva v. a face. 103. 
Spaccièr y. Spiccel. 



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Spacchèr y. Spìccel. 
Spànt v. Pata. 
Spantanèr v. Pata. 
Spassèr v. Spìccel. 
Sparécc v. A sparécc. 
Sparèr v. Sbraghèr. 
Sparpajèr v. Parpaja. 
Spattègg v. a face. 117. 
Spatteggèr v. a face. 117. 
Spéres v. a face. HO. 
Sperglén v. a face. HO. 
Spernighè v. Spemighèr. 
Spernigón v. Spemighèr. 
Spiccerlè v. Spìccel. 
Spiccerlèr v. Spìccel. 
Spiccièrs v. Spìccel. 
Spighèr v. Spigazzèr. 
Spiurlr v. Spiùra. 
Splàdga v. a face. 115. 
Splucch v. Plùcch. 
Spluchèr v. a face. 99. 
Spós v. a face. 87. 
Spricch v. Berlicch. 
Squaséra v. Squès. 
Squassament v. Squdss. 
Squassèr v. Squdss. 
Squassót v. Squàss. 
Squinternèr v. a face. 95. 
Srén v. a face. 101. 
Stablìr v. a face. 102. 
Staffetta v. Furmetta. 
Staffétta v. Mulatta. 
Stalladìr v. Stalladì. 
Saggio ecc. 



577 - 

Stalladghér v. Stallddegk 
Stallér v. Stallddegh. 
Stambussèr v. a face. 102. 
Stenchir v. a face. 115. 
Stèr in pavaréna v. Pavar 

réna. 
Stergèr v. a face. 95. 
Sterlè v. Stretta. 
Sterléna v. Stretta. 
Sterlèr v. Stretta. 
Sterlótt v. Stretta. 
Sternétta v. Stemaccèr. 
Sterza v. Sterzèr. 
Stiffilini v. Tamperla. 
Stinchìr v. Sténchi. 
Stiraccèr v. a face. 103. 
Stlèr v. Stella. Stlónc. 
Stmàna v. a face. 101. 
Strabùch v. Strabuchèr. 
Strabuchèr v. a face. 104. 
Stralùser v. a face. 104. 
Strambuccìn v. Slrambócc. 
Strap v. Strafori. 
Strapéri v. Strafori. 
Strapón v. Strafori. 
Strapugnèr v. Strafugnèr. 
Strazz v. Strazzamerchè. 
Strazzaróo v. Strazzamerchè 
Strina v. Strinèr. 
Strùssi v. Strussièr. 
Stru88ièrs v. Strussièr. 
Strussión v. Strussièr. 
Studièr v. Astudièrs. 

37 



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Stùga v. a face. 112. 
Stumpàj v. Stupèr. 
Stumpèr v. Stupèr. 
Stumpòr y. a face. 114. 
Stupàj v. Stupèr. 
Stupén v. Stupèr. 
Stupir v. Stupèr. 
Sturdéga v. Gazò. 
Sturlèda v. Sturlèr. 
Sturlèr v. a face. 104. 
Sturlón t. Sturlèr. 
Sfcùss v. a face. 104. 
Stùss v. Stussér. 
Stussarlèr v. Sturlèr. 
Stusséda v. Stussèr. 
Stussèr v. Sturlèr. 
Stussón y. Stussèr. 
Suffièr v. Puff. 
Suffiét v. Buffa. 
Sughétt v. Soga. 
Sumsìr v. a face. 102. 
Superbiós v. a face. 102. 
Sùppa v. a face. 102. 
Suppièr v. Fuffigna. 
Suppièr v. a face. 112. 
Suppiét v. Fuffigna. 
Suppiét v. a face. 112. 
Suradór v. Arsurèr. 
Svenimént v. Smanvén. 
Svignèrsla v. a face. 117, 

Tac v. Toc. 

Tàca v. a face. 102. 



578 — 

Tacca v. Attach. 

Tàch v. Attach. 

Tacchèr v. a face. 102. 103. 

Taflèda v. Tafièr. 

Tafièr v. a face. 113. 

Tajèr a scaletta v. SgaUm- 
ber. 

Tajóla v. Tajól. 

Tambussèr v. a face. 102. 

TamÌ8 v. a face. 102. 

Tamìs v. Sdazz. 
• Tàrapel v. Tamperla. 

Tampérla v. Tàbalóri. 

Tamperlèr v. Tamperla. 

Tamperlón v. Tàbalóri. 
Tamperla. 

Tamplèr v. Tamperla. 

Tamplón v. Tamperla. 

Tànf v. Taf mari. 

Tanfanér v. Tafanàri. 

Tanfér v. Tafanàri. 

Tàngher v. Tanganèr. 

Taramplan v. Tran-tran. 

Taramplanèr v. Tran-tran. 

Tàtra v. a face. 117. 

Tavàn v. Asìj. 

Tecc v. Jadga. 

Tégh v. a face. 113. 

Témp v. Tempesta. 

Temporèl v. Tempesta. 

Téndra v. a face. 111. 

Téra v. a face. 103. 

Terluchèr v. Terlóch. 



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579 — 



Ternasèr v. Ternès. 
Terpièr v. a face. 104 a 

Trép, Tripè. 
Terpiót v. Tripè. 
Terplóz v. Tripè. 
Terpluzèr v. Tripè. 
Testa quèdra v. Squadrazzèr 
Téta v. a face. 103. 
Tgnét v. Tgnizz. 
Tgnìr v. Tgnizz. 
Tgnir la Léga v. Léga. 
Tin-Tin v. Tintinèga. 
Tinéll v. Casett. 
Tintinaghèr v. Tintinèga. 
Tintinèr v. Tintinèga. 
Tira d lungh v. B lungh. 
Tiraccèr v. a face. 103. 
Tira via v. B lungh. 
Tirèr del saràch v. Sardca. 
Tiritèra v. Tira. 
Tlarèr v. Tlarèda. 
Toa e Tova v. a face. 103. 
Tóden v. Tódna. 
Tor un dù v. Bu. 
Tor bù el so do gamb v. Bu. 
Torsuò v. Jddga. 
Tór su una déma v. Berna. 
Tos, Tosa, Tusét, Tusétta 

v. a face. 103. 104. 
Traj v. Tracagnott. 
Trarabalèr v. a face. 114. a 

Baia. 
Tr&mpel v. Intrdmpel. 



Trantranèr v. Trcm-tran. 
Tratt a terra v. Tracagnott. 
Trattóra v. Pruvana. 
Tratturèr v. Pruvana. 
Trazz v. Tracagnott. 
Tre e Tri v. Bu. 
Tréb v. Sconzubia. 
Trebbièr v. Terpièr. 
Trébi v. Sconzubia. 
Trégn v. Tragn. 
Trén v. Tracagnott. 
Trep v. a face. 104. 
Trepièr v. Trep. 
Trèr su v. Smujèr. 
Tresca v. a face. 104. 
Treschèr v. Teschinella. 
Treschinella v. Teschinella. 
Trescón v. Teschinella. 
Tréza v. a face. 104. 
Tribuldanèr v. Tribuldana. 
Tribuldèr v. Tribuldana. 
Tribulèr v. Tribuldana. 
Tribuléri v. Tribuldana. 
Tridèr v. a face. 104. 
Tridèr v. Tridla. 
Tridla v. a face. 87. 
Tridla v. a face. 104. 
Trinzèr v. Trinca. 
Trinzét v. Trinca. 
Tripiót v. Tripè. 
Triplóz v. Tripè. 
Tripudi v. Terpièr. 
Trivél v. a face. 104. 



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Trón t. a face. 104. 
Trós v. a face. 104. 
Tróc v. a face. 104. 
Trailer v. Troll. 
Trombétta v. Mulétta. 
Trombetta v. Furmetta. 
Trunèr v. a face. 104. 
Truvèr v. Cattar. 
Trozza v. Truezèra. 
Tugnón v. Biès. 
Tulir v. Tot. 
Turtlón v. Bambasón. 
Turtréna v. a face. 103. 

Ucalèr v. a face. 97. 104. 
Umbrìghel v. a face. 94. 
Urécia v. Impantalè. 
Usa v. a face. 104. 
Usmarén v. a face. 116. 

Val v. Valùdegh. 
Valétt v. Valùdegh. 
Valùdga v. Valùdegh. 
Vanócia v. a face. 105. 
Veder v. Lógher. 
Végner v. a face. 105. 
Végner v. a face. 113. 
Véna v. a face. HO. 
Vernàja v. a face. 97. 98. 
Vésc v. a face. 105. 
Vgnlr v. a face. 117. 
Vgnlr manch v. Smanvén. 
Vgnlr d' ora e d strasóra 
v* Strasóra. 



Videi v. a face. 105. 
Vipra v. a face. 105. 
Vivanda v. a face. 92. 
Vrespa v. a face. 116. 
Vrespa v. Bégh. 
Vuèter v. a face. 113. 114. 
Vuséna v. Businèr. 
Vusinèr v. Businèr. 
Vusléna v. Businèr. 
'Vuslinèr v. Businèr. 

Zaccàgn v. Zaccagnèr. 
Zaccàgna v. Zaccagnèr. « 
Zachèr v. Azachèr. 
Zaclént v. Zacla. 
Zaclòn v. Zdcla. 
Zaclóna v. Zacla. 
Zàgn t. Zagnèda. 
Zall v. Zobbia. 
Zamberlàn v. Zdòria. 
Zanca v. Busdnca. 
Zancù ( Villan) v. Busdnca. 
Zang e Zanghen v. Busdnca. 
Zànghen v. a face. 101. 
Zanz v. a face. HI. 117. 
Zaplèr v. Zapéll. 
Zarfutlèr v. Farfutlèr. 
Zattinarla v. Zattén. 
Zattinèr v. Zattén. 
Zavàta v. a face. 101. 
Zavatén v. a face. 101. 
Zavùj v. Avujèr. 
Zavujèr v. Avujèr. 
Zdón y. Zéda. 



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Zéda t. Linzèr. 
Zèda morta v. Zèda. 
Zèda viva v. Zèda. 
Zénder v. a face. 93. 
Zéndra v. a face. HI. 
Zéndra v. Zernisa. 
Zéndra v. Zernisa. 
Zepp v. Dzipper. 
Zèra v. Zavata. 
Zérc v. a face. IH. 
Zérc v. Zerda. 
Zérca v. Zercher. 
Zerfutlèr v. Farfutlèr. 
Zerla v. Feria. 
Zernì v. Dzernir. 
Zernir v. Dzernir. 
Zézza v. Zezla. 
Zgógna v. Ucareìla. 
Zgugnèr v. Zgógna. 
Zighèla v. Zighèr. 
Zighèla v. Zighèr. 
Zigulèr v. Zgógna. 
Zio o Bio v. Saróca. 
Zipp v. Dzipper. 



581 — 

Zippadura v. Dzipper. 
Zìra y. Zavata. 
Ziricuclèn v. Coch. 
Zirudéla v. Zirella. 
Ziróden v. Zirella. 
Zirudnén v. Zirella. 
Zivolla v. a face. 93. 
Zivólla v. a face. 117. 
Zivólla v. Zattén. 
Zizzèna v. Zézla. 
Znéver v. a face. 113. 
Zobia grassa v. Fritèla. 
Zóv v. Zobbia. 
Zucca v. Pistèr. 
Zuccón v. Panigón. 
Zùch v. a face. 102. 
Zùch v. Appendice a face. 

552. 
Zuchét v. a face. 105. 
Zùdes y. Zobbia. 
Zugn v. a face. 113. 
Zulàja v. Zulèr. 
Zvàn v. a face. 113. 



FINE. 



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Digitized by VjOOQlC 





ERRORI 




OOBBBZIO] 


f. 8. 1. 


14. 15. lati-tina . . . 


leggt 


lati-na 


f. 23. 1. 


15. Console nel 1562. — 


Console nel 562 


f. 32. 1. 


22. dovremmo . . 


— 


dovremo 


f. 42. 1. 


18. de Dioscuri . . 


— 


de' Dioscuri 


f. 59. 1. 


ult. convinta lauta . 


— 


convivia laeta 


f. 64. 1. 


21. di Tusco- Romani — 


de' Tusco-Romani 


f. 97. 1. 


26. HUCAREUCAR 


— 


HUCAR e UCAR 


f. 124. 1. 


4. od a onz a onz 




ad a onz a onz 


f. 125. 1. 


2. della zeppa . 


— 


della zeppa 


f. 140. 1. 


13. berlaj . . . 


— 


berlaja 


f. 147. 1. 


22. valere di . . 


— 


valore di 


f. 162. 1. 


17. carrop coerto 


— 


carro coperto 


f. 167. 1. 


16. il puppus . . 


— 


il pappus 


f. 229. 1. 


16. 17. Cacca-polli . 


— 


caca-polli 


f. 257. 1. 


4. prever-rio 


— 


prever-bio 


f. 263. 1. 


1. DVZZÉNA . 


— 


DVZÉNA 


1. 


11. duzzéna . . 


— 


duzina 


f. 366. 1. 


17. rossa canina 


— 


rosa canina 


f. 541. 1. 


33. truducibile . 


— 


traducibile. 



^ 



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